Nella storia del pensiero esistono delle tesi che, a causa della loro eterodossia, sono spesso emarginate fino ad essere rimosse. È il caso di quella contenuta in Riflessioni sulle origini dello hitlerismo di Simone Weil, saggio pubblicato nel 1939. La tesi è semplice: l’eredità politica e militare dell’antica Roma è stata ripresa e attualizzata nei tempi moderni dalla Germania nazista. Simone Weil affronta la questione dal lato più scomodo formulando un’osservazione che dà la misura della sua profondità: «Certo è per noi difficile arrivare ad ammettere una specie d’identità tra il nostro nemico (la Germania, ndr) e la nazione a cui la letteratura e la cui storia costituiscono quasi esclusivamente la materia di quelli che noi chiamiamo studi umanistici». Eppure tutto ciò non la trattiene dall’idea secondo la quale il fenomeno della Germania totalitaria trae il suo nutrimento politico e culturale nella storia di Roma, tanto repubblicana quanto imperiale (e non solo da Cesare come si legge in alcune recensioni). Continue Reading
Alcune note su acosmia ed ecumene
Per Heidegger una parte essenziale dell’uomo risiede nel nesso sussistente tra abitare, costruire e pensare, tanto che questi tre termini sono giustapposti a formare il titolo di un saggio del filosofo tedesco in cui egli cerca di invitarci a riflettere sul rapporto che l’uomo intrattiene con queste attività, sollecitato da una contingenza storica peculiare: la crisi degli alloggi nella Germania post-bellica.
La domanda sul costruire: tecnica, urbanizzazione e ritorno alle origini
Senza occuparci della ricostruzione dell’intero saggio che non pertiene allo scopo di questa analisi, potremmo subito anticipare la silloge di questo rapporto con le stesse parole di Heidegger: «1. Costruire è propriamente abitare. 2. L’abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra. 3. Il costruire come abitare si dispiega nel “costruire” che coltiva, e coltiva ciò che cresce; e nel costruire che edifica costruzioni» (Heidegger 1991, 98). Per il filosofo tedesco abitare significa prendersi cura della propria mortalità come elemento strutturale della quadratura, nell’attesa del divino, ma vivendo la nostra esperienza mondana sempre inseriti tra terra e cielo, in un’armonia relazionale ineludibile. Il costruire, come forma peculiare dell’abitare, ci dice Heidegger, è prendere parte attiva in questa reciprocità, come nel caso di un ponte che «riunisce presso di sé, nel suo modo, terra e cielo, i divini e mortali» (Heidegger 1991, 102) inserendosi nel cosmo, entrando in accordo con il ritmo dell’essere. L’impronta del discorso heideggeriano (già attraverso l’ascolto del linguaggio e del suo senso più originario/originale) è volta a recuperare quella che con Panikkar potremmo considerare la visione cosmoteandrica (Panikkar 2010) della realtà, che per millenni ha caratterizzato l’uomo primordiale e che, con la secolarizzazione della modernità tecno-scientifica, ha iniziato a dissolversi nello squilibrio dell’oggettivazione meccanicistica. Continue Reading
Un oltraggio al senso comune
Il termine antisemitismo fu coniato nel 1879 da un giornalista tedesco antisemita, Wilhelm Marr. Dal 2016 la parola ha una sua definizione formale così come proposto dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per il ricordo dell’olocausto. Tuttavia, come dimostra la recente esplosione di violenza su scala planetaria, la questione è ancora attuale e oggetto di controversie.
Il problema è che l’antisemitismo mescola in modo quasi inestricabile questioni morali, religiose e storiche. Con il ritorno della sovranità territoriale ebraica, oggi si aggiungono anche questioni politiche, come dimostra la difficoltà di tracciare una linea di demarcazione tra antisemitismo e critica allo stato di Israele. Continue Reading
Cervelli rigidi: spazio a misura di IA e riduzione della complessità
L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nelle diverse dimensioni della vita ha già avuto un impatto profondo sul modo in cui il soggetto si relaziona con l’ambiente, nonché il senso stesso della soggettività. Il mutamento dello status ontologico è triplice: il soggetto, l’oggetto e la relazione che intercorre fra i due. L’identità, nell’era dell’on-life (Floridi, 2017), è divisa fra lo spazio del virtuale e lo spazio fisico. Le nuove generazioni condividono questa strutturale scissione fra uno spazio fisico e lo spazio virtuale che si fa sempre più ampio, de-corporizzato, de-storicizzato ma non meno reale.
Platone e il fondamento non fondamentalista della religione
Scopo dichiarato di Platone è quello di persuadere dell’esistenza degli dèi, della loro provvidenza sulle cose umane e della loro incorruttibilità. Da ciò deriva il fondamento morale su cui poggiano le leggi della città. Per questa ragione il legislatore dovrebbe ricorrere non alla minaccia di pene severe, ma alla persuasione dei cittadini dell’esistenza di una giustizia divina. Mostrare che essa ordina, regola e compensa tutte le cose del mondo è compito necessario alla salda fondazione della morale della città e dei suoi cittadini. Continue Reading
Kundera e l’insostenibile leggerezza della libertà di pensiero
Milan Kundera, lo scrittore cecoslovacco scomparso l’11 luglio scorso, appartiene a quella grande tradizione di scrittori europei (come Dante, Cervantes, Musil, Kafka, tanto per fare alcuni nomi) in cui la riflessione filosofica ha sempre avuto un ruolo di primordine. La sua principale caratteristica in tal senso era l’ironia la quale, come disse in una delle sue rare interviste, irrita non perché deride ed attacca ma perché ci priva delle nostre certezze, rivelando il mondo nella sua ambiguità. Nelle sue pagine si ritrova una vera e propria vena socratica che sconfina nello scetticismo, virtù che, a differenza di quanto si pensa, costituisce condizione del vivere felice.
In Italia Kundera è diventato celebre grazie ad un romanzo (L’insostenibile leggerezza dell’essere) spacciato dai salotti radical chic come un rifugio nella sessualità e cifra dell’edonismo degli anni ottanta con il risultato che il libro è stato venduto anche nei supermercati ma letto (e compreso) da pochi. Continue Reading
Machiavelli e la necessità di una religione civile
In un’epoca di anacronistici e velleitari egoismi nazionali e di progressivo imbarbarimento della società civile, che sembrano ineluttabilmente condurre alla dissoluzione della fragile Unione Europea, sottraiamoci all’agone politico, svestiamo i panni borghesi e, indossate più nobili vesti, varchiamo con il Fiorentino la soglia delle «corti delli antiqui huomini» per attingere alla loro antica sapienza. Chi più di Machiavelli potrebbe infatti ricordarci che la litigiosità degli staterelli e la corruzione morale dei popoli sono le principali cagioni della disunione e della debolezza delle comunità politiche che fatalmente diventano facile preda «non solamente de’ barbari potenti ma di qualunque l’assalta»?
Shakespeare, as you like it!
Non sono molti i testi critici che hanno tentato di affrontare in maniera sistematica la filosofia che sta a fondamento delle opere di Shakespeare. Il rischio è quello di dire di più di quanto l’autore avesse inteso dire oppure di presentare un generico elenco di temi che poco però riesce a chiarire l’impianto complessivo del suo pensiero: in un rischio simile ad esempio incorre Colin McGinn nel suo Shakespeare filosofo dal momento che quello che presenta lo studioso americano, anziché essere il significato nascosto della sua opera (come recita il sottotitolo), sembra essere piuttosto un insieme di temi eterogenei non legati tra loro da un’idea complessiva. Più coraggiosi ci sembrano invece altri tentativi che, seppure con rischi e contraddizioni, hanno tentato di affrontare in maniera più unitaria il pensiero derivante dalle sue opere teatrali.
Socrate, giustizia in atto
L’accusa di essere empio corruttore dei giovani determina la condanna di Socrate davanti al tribunale ateniese. L’accettazione serena della pena e l’obbedienza alla legge della città, fino alle sue estreme conseguenze, sono l’ultimo atto di un uomo che nel corso della sua vita ha sempre preferito subire ingiustizia piuttosto che commetterla. La morte virtuosa di Socrate lascia un segno profondo nei suoi seguaci: come Platone, anche lo storico Senofonte scriverà una appassionata Apologia del maestro. Ma la difesa più riuscita della figura socratica si trova in un’opera senofontea troppo spesso trascurata, i Detti memorabili di Socrate, che ci restituiscono un vero maestro di virtù, di politica e delle cose umane. Dove si mostra che i fatti hanno un valore maggiore rispetto alle parole: se si possono dire cose giuste ed essere ingiusti, è impossibile essere ingiusti se si fanno degli atti giusti. Essere giusti dunque significa sempre e comunque evitare atti ingiusti.
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La duplice radice del principio di guerra
Il volume dedicato agli scritti sulla guerra di Simone Weil, di recente uscito nella collana Filosofi del Novecento a cura di Carlo Sini, è una fresca boccata d’ossigeno e di intelligenza per comprendere il fenomeno della guerra. Troppi i parvenu intellettuali e i sedicenti esperti universitari di politica internazionale apparsi recentemente sui giornali e sugli schermi per commentare la guerra della Russia contro l’Ucraina. Per capire, servono piuttosto i classici e soprattutto chi la guerra l’ha vissuta in prima persona. È il caso dell’intellettuale francese di origine ebraica la quale, animata da autentici ideali di rinnovamento sociale e politico, prese parte alle lotte di rivendicazione operaie e alla guerra civile spagnola. La Weil, spirito inquieto come attestano ampiamente i suoi scritti, morì a soli 34 anni durante la seconda guerra mondiale, mentre era impegnata nella resistenza a fianco del governo francese in esilio in Inghilterra. Continue Reading