Falstaff, l’ironia come giustizia

Secondo Harold Bloom, uno dei maggiori critici dell’opera di Shakespeare, Falstaff, insieme ad Amleto, è il più grande personaggio creato dal filosofo e drammaturgo inglese. Noto per essere il protagonista delle Allegre comari di Windsor, simile per figura e carattere a Sancho Panza, nei drammi storici Falstaff è l’amico intimo del principe Hal (poi futuro Enrico V). Una delle chiavi di comprensione del personaggio è la scena in cui viene descritta la sua ultima apparizione. Il re, durante la sfilata dell’incoronazione, si ferma davanti al suo vecchio amico di tante avventure e pubblicamente lo rinnega. Falstaff, senza battere ciglio, confida al suo paggio che il re fa così per timore del giudizio della gente e che lo manderà certamente a chiamare in privato. Cosa che non avverrà mai e anzi Falstaff sarà prima incarcerato e poi, senza sapere più nulla di lui, sarà data notizia della sua morte. Un episodio che rivela un animo puro, ingenuo, alieno da quel cinismo di cui viene spesso accusato: nel momento in cui il suo amico lo rinnega, egli lo protegge e così facendo, compie un’opera di giustizia difendendo una storia comune che valeva la pena essere difesa.

In realtà il Falstaff dell’Enrico IV è un enigma. Solo a Iago, il cinico e invidioso consigliere di Otello, viene posta la questione della sua vera identità: così come Iago risponde di non essere quello è, il principe Hal esclama nei confronti di Falstaff che «Tu non sei quello che sembri» (1 Enrico IV, V.3). Falstaff gli risponde che proprio questo gli conferisce la sua maggiore qualità rendendolo un uomo coerente e non doppio: infatti egli è sempre diverso a seconda della situazione, divenire allo stato puro. Ma la sua natura è quella di rivelare il vero carattere di chi ha di fronte, così come fanno gli specchi: sarà così per il principe Hal, così per il Chief Justice, imbarazzante figura di giudice al servizio dei potenti, zelante quanto accondiscendente a seconda delle condizioni politiche.

Falstaff sembra piuttosto avere una mente libera dalla malizia, una sorta di Forrest Gump, diremmo oggi, coscientemente arguto, sebbene privo di quella dabbenaggine, derivante da una qualche sorta di deficit cognitivo, che caratterizza il personaggio americano. Anzi è proprio questo l’obiettivo di Falstaff, rendere gli altri più arguti: «Ogni sorta di uomini si vanta di prendermi in giro. Il cervello di questa idiozia impastata d’argilla, l’uomo, non è in grado di inventare nulla di più risibile di quel che invento io, o che si inventa su di me; non solo sono spiritoso, ma provoco lo spirito degli altri» (2 Enrico IV, I.2).

L’ironia tra Socrate ed Hegel
Falstaff è figura dell’ironia, il più enigmatico degli atteggiamenti dello spirito. L’ironico infatti è un dissimulatore che, al contrario del politico, rovescia il senso delle sue parole e delle sue azioni non per ingannare ma per insegnare. In questo senso, osserva Bloom, egli è un satiro che lotta contro ogni forma di potere e quindi di storicismo. Falstaff sa che la storia è un continuo rovesciamento e il principe Hal, dissimulatore allo scopo di ottenere vantaggi personali, non lo può accettare in quanto la sua stessa posizione verrebbe a trovarsi in pericolo.

Non è un caso che Hegel, il filosofo dello Stato per eccellenza, abbia giudicato l’ironia in termini negativi, vero e proprio frutto del nichilismo con il quale il soggetto considera la realtà, «concentrazione dell’Io in sé per cui sono rotti tutti i vincoli e che può vivere solo nella beatitudine dell’autogodimento». (Estetica, p.78). L’ironia ha come conseguenza la vanità di ogni cosa e l’evaporazione di ogni eticità sicché se «l’Io si arresta a questo stadio a lui tutto appare come nullo e vano: eccetto la propria soggettività, che perciò diviene vuota e vana essa stessa». Falstaff incarna per Hegel un giudizio negativo infinito che, in quanto tale, nasce nell’ambito dello spirito autoalienato. Egli serve (così come il buffone di Re Lear) a depotenziare la figura principale: «Anche Shakespeare o pone accanto ai suoi fermi caratteri individuali, ed alle situazioni e ai conflitti tragici, figure e scene comiche, oppure attenua quei caratteri per mezzo di un profondo umorismo su loro stessi ed i loro stridenti, limitati e falsi fini» (Ibid, p.663); sicché, conclude Hegel, tutti i suoi fini sono ricompresi nel perimetro di una «interiorità astratta disordinata».

Shaftesbury, l’ironia e la tirannia spirituale
Questa lettura non può essere riferita a Shakespeare per il quale il termine wit indica quella facoltà intellettuale che riunisce la comprensione, il giudizio e l’immaginazione: se wit può essere usato per designare la mente in generale, per Shakespeare denota la facoltà di associare idee in modo nuovo e ingegnoso, naturale e allo stesso tempo artistico. Falstaff in questo contesto è l’incarnazione del disordine e dell’anarchismo individualista, così come appare quando, dopo aver chiesto al principe Hal l’ora del giorno, viene rimproverato che, con la vita sregolata che conduce, egli ha dimenticato di chiedere ciò che dovrebbe sapere sul serio: «Che diavolo hai tu a che fare con l’ora del giorno?»: come a dire che è inutile porre domande su quella forma di razionalità scandita dagli orologi quando la propria vita non è assoggettata ad una qualche forma di pianificazione.

Piuttosto che quella di Hegel, l’ironia di Shakespeare incarna lo spirito di Shaftesbury per il quale essa (tanto difficile a definirsi così come lo è la buona educazione) viene considerata piuttosto come un’attitudine, uno spirito pratico e leggero che si rivela solo nell’azione. Essa nasce quindi solo dalla conversazione e per Shaftesbury il vero metodo filosofico è quello socratico, nel quale l’ironia aveva così tanta parte. Questo perché, aggiunge il filosofo inglese, la sapienza si comunica solo ai piccoli gruppi e non certo alle masse. Semmai l’ironia ha di particolare che essa rivela sempre la mancanza di libertà. Infatti, osserva Shaftesbury, «che le cose siano così lo si può vedere in quei Paesi dove più forte è la tirannia spirituale. Infatti gli italiani sono i più grandi buffoni: nei loro scritti, nelle libere conversazioni nei teatri e nelle strade comicità e parodia sono in gran voga. E questo è l’unico modo per i miseri oppressi con cui possono esprimere un libero pensiero». In questo genere di arguzia Shaftesbury riconosce una certa superiorità agli italiani. Ma la situazione non è poi molto dissimile in Inghilterra se, come dice Falstaff, nel disordine causato dalle continue guerre civili, la legge è diventata una pagliacciata. A questo proposito non deve sorprendere il fatto che Shakespeare non rappresenti mai il suo Paese come patria delle civil liberties (se non nei suoi aspetti più tritamente retorici).

Vivere fingendo di morire
Il nome originario di Jack Falstaff è John Oldcastle, il principale rappresentante dell’etica lollarda la quale, sulle orme di John Wyclif, è a fondamento dell’etica puritana inglese. Il cambio del nome è motivato dall’esigenza di evitare riferimenti ironici (e le violente ripercussioni che ne sarebbero derivate) a quello che era stato uno dei primi martiri protestanti. Di fatto però, il linguaggio di Falstaff è una parodia di quello puritano, uno stratagemma shakesperiano che sembra nascondere l’accusa di corruzione, rivolta agli stessi protestanti, di aver sovvertito il linguaggio biblico.

Ma Falstaff rappresenta anche l’antitesi della ragion di stato. Ad un certo punto l’anziano grassone esclama: «Bandite il pomposo Jack e bandirai il mondo intero» (1 Enrico IV, II.4). Ma l’osservazione più interessante è quella relativa alla morte che Falstaff pronuncia nel momento in cui, rimasto solo sul campo di battaglia (dove, durante tutto il combattimento, era rimasto disteso a terra fingendo di essere morto), accoltella il corpo ormai senza vita di Hotspur, poco prima ucciso a duello dal principe Hal. «Far finta? Mento, perché io non sono una finta, morire è una finzione, perché non è che una finta di uomo colui che di un uomo non ha la vita. Ma fingere di morire, quando con ciò un uomo vive, non è essere una finta, ma la vera, perfetta immagine della vita, sì!». (1 Enrico IV, v.3). Si potrebbero interpretare queste parole come puramente opportunistiche; oppure pensare che esse esprimano un’etica epicurea secondo la quale la morte non è nulla per l’uomo perché quando viviamo la morte non c’è, quando invece moriamo non ci siamo più noi. In realtà bisogna anche ricordare che le parole, più per quello che significano in sé, contano a seconda di chi le pronuncia: anche la verità più cristallina, messa in bocca ad uno stupido, perde completamente il suo valore. Falstaff è colui che incarna la libertà contro la tirannia dello Stato: egli non è una finta, uno spaventapasseri, bensì un individuo disposto a sfidare il Leviatano sul suo stesso terreno. Che non è quello di mettere in discussione il terreno, ma lo spirito con il quale lo si deve affrontare: se la morte appare l’ultima sovrana, allora l’uomo ha già smarrito la sua vera natura.

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