Heidegger e Lacan: ascolto del linguaggio, ascolto dell’essere

If we want to reflect philosophically on Language it is necessary to differentiate the concept of language as communication and the concept of language as a philosophical problem in itself: human beings do not speak, but are spoken by Language, and we can only listen to Language by listening to its silence. This second point of view on language entails many consequences, like psychoanalytic theorizations which considers human beings as a speaking beings. This condition of instinctual lacking in human beings (theirs condition of dependence on the Other) makes language a way to have social recognition, which realizes itself upon founding the institutions. The Law formalizes the social relations as symbolic recognizing. In the “communication society” the role of Language (also as Law) in the human beings’ life is reduced more and more as a function of administrative and commercial transactions, entailing a degradation of social links.

La morte non è
Nel non poter comunicare
Ma nel non poter più essere compresi
(Pasolini, 1964, p. 113).

 

Secondo Heidegger (1959, pp. 29-30) la riflessione filosofica sul linguaggio non può non prendere le mosse da un’iniziale e fondamentale presa di distanza di natura metodologica dalle diverse discipline (dalla linguistica alla psicologia) che si occupano del linguaggio. Se esse infatti tendono sostanzialmente a definirlo come un sistema di segni utili a veicolare dei significati (che corrisponde alla concezione più diffusa) la filosofia si occupa del linguaggio in se stesso. Pur riconoscendo il valore di tali discipline, la riflessione filosofica deve poterne prescindere, deve cioè poter porre tra parentesi il dato del senso comune secondo il quale si parla per dire qualcosa, trasmettere un messaggio (ivi, p. 30). La concezione del linguaggio come comunicazione considera lo stesso su un livello di esteriorità ((«La parola greca che corrisponde al nostro “linguaggio” è ϒλῶσσα, la lingua. Il linguaggio è φωνή σημαίντική, un’emissione di suono che designa qualcosa. Questo modo di pensare il linguaggio come espressione, che è bensì corretto, ma che lo considera dall’esterno, rimane in seguito determinante. Lo è ancora oggi. Il linguaggio è considerato espressione e viceversa. Ogni specie di espressione tende ad essere considerata come una specie di linguaggio. […] Eppure una volta, all’inizio del pensiero occidentale, l’essenza del linguaggio balenò nella luce dell’essere. Una volta, quando Eraclito pensò il Λογος come parola- guida, per pensare in questa parola l’essere dell’essente» (Heidegger, 1954b, p. 156).)), rispetto alla quale la riflessione filosofica deve dunque astrarre.
Nella prospettiva filosofica heideggeriana il linguaggio in se stesso è portatore di un’intrinseca connotazione ontologica. Il parlare infatti non è semplicemente l’espressione di un messaggio tra due esseri dotati di parola, ma fonda l’essere stesso delle cose di cui esso parla: la parola è già in sé cosa di per se stessa (Heidegger, 1959b, p. 151). Colto in tale prospettiva, come qualcosa di più di un semplice strumento in dotazione agli esseri umani per condividere esperienze, il linguaggio (Λογος) si rivela essere legato all’atto del posare (λέγειν), al puro stare-dinnanzi delle cose (Heidegger, 1954b, p. 145-146). Il linguaggio è legato alla presentazione delle cose in un «posare-raccogliente», e, per questo motivo, può esser colto in tale valenza ontologica da un preciso tipo di ascolto: ascoltare il silenzio del linguaggio significa andare ben oltre il semplice battere meccanico del suono sul timpano. Il linguaggio, in quanto Λογος, richiede cioè un ascolto che si differenzia dall’udire (“sordo”) del vivere quotidiano:

“non me”, cioè questo individuo che parla, non il suono del suo discorso voi dovete ascoltare. Voi non udite affatto autenticamente fino a che i vostri orecchi rimangono attaccati soltanto al risuonare e al fluire di una voce umana per afferrare in essa una frase che faccia al caso vostro. Eraclito inizia la sua sentenza con un richiamo contro l’udire esercitato per il puro piacere dell’udito. Ma questo avvertimento si fonda su una indicazione che orienta verso l’udire autentico (ivi, p. 147).

È in questo orientamento dell’udire come ascoltare che si può cogliere nel linguaggio il riferimento alle cose stesse, e non in quanto significati o messaggi in cui il rappresentato è già dato in una prefigurazione offerta nella medietà del senso comune. In tale udire vi è qualcosa di più: il linguaggio parla e in quanto Λογος pone l’essere delle cose in se stesse, «l’essere dell’essente».
Ciò che quindi farebbe la differenza nel concepire filosoficamente il linguaggio è il punto di ascolto di esso, donde deriva che non è tanto l’uomo a parlare quanto piuttosto il linguaggio (Heidegger, 1959c, p. 200).

Il linguaggio e l’essere parlante
Quella di distinguere tra la concezione del linguaggio come parlante e come strumento di comunicazione è un’operazione fondamentale che diventerà un principio cardine anche nella teorizzazione psicoanalitica di Lacan ((«Lacan si sbarazza così di ogni concezione ingenua, psicologistica, del linguaggio: il linguaggio non si esaurisce affatto in una facoltà soggettiva che si acquisisce evolutivisticamente mediante l’esperienza e la memoria. All’opposto, l’idea di Lacan sostiene non che l’uomo impari a parlare ma che è il linguaggio che parla l’uomo, nel senso che l’essere dell’uomo dipende strutturalmente dall’orizzonte del linguaggio. Il linguaggio non è dunque un mero strumento della comunicazione ma è un campo, una rete, una struttura che determina il soggetto. È questo il carattere “primordiale” che Lacan, come per Heidegger, non è l’uomo che parla, ma il linguaggio; è il linguaggio che fa l’uomo» (Di Ciaccia, Recalcati, p. 45).)), che non a caso tradusse in francese lo scritto Logos di Heidegger. A partire da queste coordinate filosofiche la comprensione psicoanalitica del linguaggio assume un valore differente rispetto a quella meramente psicologica, esso viene concepito cioè non come semplice strumento di mediazione tra singoli ma piuttosto come tessuto che organizza e struttura le relazioni sociali (Gurgel, 2009, p. 167), soprattutto a partire dalla funzione della parola come atto di riconoscimento fondamentale del soggetto.
In questo senso Lacan descrive il rapporto che l’essere umano intrattiene con il linguaggio in termini di “campo”, cioè come luogo entro il quale l’essere parlante è calato già fin da prima della sua nascita biologica (che è quindi successiva alla sua nascita simbolica). Riflessioni che porteranno lo psicoanalista a dire che l’inconscio, cioè ciò che abita l’umano nella maniera più profonda e radicata, è strutturato come un linguaggio ((Riguardo tale concezione del linguaggio come campo di strutturazione relazionale che precede la nascita del soggetto stesso anzi la permette al livello simbolico è ben esemplificato da quanto Lacan dice a proposito dell’ignoranza della legge penale: «Si presume che nessuno ignori la legge, – questa formula trascritta dall’humor di un Codice esprime peraltro la verità di cui la nostra esperienza si fonda e che conferma. Nessun uomo l’ignora infatti, poiché la legge dell’uomo è la legge del linguaggio da quando le prime parole di riconoscimento hanno presieduto ai primi doni […]» (Lacan, 1966, pp. 264-265). Si veda ancora a questo proposito Gurgel, 2009, pp. 167-168.)).
Si vede bene come sia nella prospettiva filosofica heideggeriana che in quella psicoanalitica lacaniana il linguaggio vada ben oltre la pura e semplice comunicazione tra individui ((«Ce sujet conscient, maîtrisant, fait la différence entre linguistique et psychanalyse. Leurs terrains épistémologiques sont distincts. Les linguistes et les psychanalystes “écoutent” certes des paroles, mais de façon différente. Les premiers cherchent à décrire des langues, à construire une théorie scientifique de leur fonctionnement. Leur souci est l’objectivité, le général, suivant en cela le chemin aristotélicien. Aussi pour-chassent-ils “tout” subjectivité, alors que les psychanalystes la revendiquent dans l’écoute associative et que leur but consiste non en une théorie du langage mais de l’Incoscient» (Houdebine, 2005, pp. 987-988).)), quali soggetti che si scambiano, in piena coscienza e consapevolezza, messaggi e significati, quasi come si trattasse di merci ((«[…] è più importante ricordare che questa ideologia del soggetto-cosciente ha costituito la filosofia implicita della teoria dell’Economia Politica classica, e che Marx ha criticato proprio la sua versione “economica”, rifiutando l’idea di “homo economicus”, secondo la quale l’homo è il soggetto cosciente dei propri bisogni e questo soggetto-di-bisogno è l’elemento ultimo e costitutivo di ogni società» (Althusser, 1993, p.215).)). L’uomo è piuttosto parlato dal linguaggio e, anzi, è traumatizzato fin nel corpo dal significante. Un rapporto che in psicoanalisi è spesso sintetizzato con il gioco di parole motérialité (Lecoeur, 2016, p. 33), quale sintesi di parola e materia, per indicare l’effetto materiale che hanno le parole sul soggetto, sul suo corpo (la parola è già cosa).
Quanto l’uomo sia segnato dal linguaggio si nota sin dalle prime fasi dello sviluppo infantile. Sin dalla nascita l’uomo è gettato in uno stato di incompletezza biologica e carenza istintuale che lo rendono estremamente dipendente dal proprio ambiente, ciò obbliga l’infans a costruirsi degli strumenti per esprimere le proprie necessità e a indirizzarle all’Altro da cui dipende in maniera totale (Romano, 1989, p. 178). In tale stato di dipendenza già il vagito, il pianto, il grido diventano delle forme primordiali di comunicazione, fino a che la parola non si istaura come rappresentazione di qualcosa che manca (simbolo), come domanda rivolta all’altro rispetto ad un proprio appetire che tuttavia già nell’essere comunicato è mancato. La domanda così mediata dalla parola si sazia non dell’oggetto che essa potrebbe ottenere come risposta ma del gesto stesso di risposta da parte dell’Altro (cioè del significante). Così il linguaggio fin dal principio possiede l’uomo nei suoi bisogni, dai quali questi risulta sempre essere decentrato: le sue domande non chiedono soddisfazione specifica in un oggetto ma veicolano un desiderio, il quale a sua volta si soddisfa della propria insoddisfazione, di quel vuoto che corrisponde al desiderio stesso che è il desiderio dell’Altro. La dipendenza fondamentale che chiede accudimento diviene così, nella mediazione simbolica del linguaggio, domanda di riconoscimento (Romano, 2002, p. 34). In questo senso il linguaggio è per l’uomo ben più che comunicazione, esso è la cifra stessa del proprio desiderare, cioè (nel riconoscimento) del proprio esser soggetto e, quindi, del proprio stare al mondo.
A partire da tale strutturazione del rapporto tra soggetto e linguaggio si rileva come quest’ultimo funga da operatore delle relazioni interpersonali garantendo una funzione di terzietà, di mediazione e garanzia simbolica della relazione. L’effetto di riconoscimento e regolazione delle relazioni sociali assume consistenza specifica nell’istituzione della Legge, quale organizzazione della soggettività in rapporto alla struttura sociale. Un luogo simbolico in cui il soggetto trova un proprio orientamento nel vivere sociale, organizzando il proprio agire e desiderare entro l’orizzonte del Terzo (l’Altro della Legge e del linguaggio):

la nozione di ordine simbolico […] significa che l’animale parlante intrattiene con il mondo un legame di identità/alterità e che ogni soggetto intrattiene con sé un legame della stessa natura. Così precisato, il simbolico comporta l’idea di un elemento di costrizione, caratteristico della struttura linguistica (Legendre, 2007, p. 49).

Linguaggio e società
Così, se il linguaggio è la struttura che impernia l’umano nella relazione sociale, facendolo con ciò nascere come soggetto di fronte alla Legge, il diritto ne è per certi versi l’oggettivazione. Nella funzione di reférence (cioè rimando infinito dell’autorità simbolica ad un altro: “in-nome-di”) il diritto istituisce formalmente la funzione di terzietà, garanzia del riconoscimento del soggetto come titolare di desideri-diritti. In tale organizzazione sociale, afferma Legendre, il soggetto nasce all’interno del mondo sociale e ciò gli permette di avanzare una domanda di riconoscimento di sé come essere parlante desiderante.
Un’organizzazione che tuttavia viene messa sempre più in crisi nella società contemporanea dall’operazione di riduzione del diritto a mero strumento amministrativo, il che erode il suo statuto genealogico (cioè la sua fondazione simbolica nella forma di “a-nome-di”). La visione tecnico-scientifica del diritto riduce l’organizzazione della struttura simbolica, garanzia del riconoscimento, a mera funzionalità tecnica, utile a regolare unicamente i rapporti individuali entro un contesto di scambi commerciali svuotati dell’orizzonte di significato (Romano, 2002, p. 125). Un processo di degradazione del diritto da garante del riconoscimento a mera amministrazione funzionale dei rapporti di soggetti di mercato “indipendenti”, che conduce già in sé una visione pre-filosofica (pre-heideggeriana) del linguaggio quale mero strumento di comunicazione, veicolo di messaggi. Il diritto così nella sua degradazione da ordine simbolico ad astratta operatività porta con sé, sincronicamente, una degradazione al livello sociale del linguaggio stesso. Nella dimensione del mercato globale il vivere sociale tende sempre più ad essere amministrato secondo una modalità economicistica, in cui il linguaggio diffuso è sempre più di natura tecnica e avalutativa (ivi, p. 125). Il sapere tecnico che impregna e desertifica l’universo simbolico muta il linguaggio da evocante (col suo rimandare ad un orizzonte di senso) a numerico (ivi p. 202), riducendosi così a veicolo di disposizioni amministrative e contabili. Il numero sostituisce la lettera, per cui il linguaggio non organizza più il riconoscimento soggettivo ma diviene mera cifra che comunica se stessa. In altri termini si tratta di un linguaggio e di un diritto che si auto-fondano e si auto-giustificano in nome della propria funzionalità e non in quanto genealogia dell’autorità simbolica (per usare un termine legendriano) (Avitabile, p. 349).
Nello perdita del valore di riconoscimento simbolico del linguaggio, la società occidentale contemporanea si delinea come “società della comunicazione”, cioè una società in cui il linguaggio è ridotto a veicolo pubblicitario, strumento per comunicare ed eseguire transazioni commerciali, cifra numerica per indicare il prezzo di un prodotto, il saldo da pagare (Romano, 2002, p. 125). Un mondo in cui l’individuo riscopre la propria assoluta libertà privata, privata anche del terreno del riconoscimento che ne garantirebbe l’effettiva realizzazione (Honneth, 2001). Il desiderio del singolo, lasciato libero dalle costrizioni che i vincoli sociali e simbolici che di per sé operano (Legendre, 2007, p. 49), non si realizza in una pretesa di carattere normativo ma precipita nella condizione di appetito, di bisogno soddisfatto dall’oggetto di consumo (Romano, 2002, p. 124-125). Nella società della comunicazione si ha a che fare con individui liberi ma privi di autentica autonomia (Perniola, 2004, p. 52), si tratta cioè di “io”, di soggetti atomistici in una relazione casuale tra loro e privi di mediazioni simboliche. Per questa ragione anche il compito della psicoanalisi assume un connotato differente rispetto a quello che avrebbe potuto assumere precedentemente, esso cioè «non consiste nell’adattare le persone allo statu quo sociale e comunicativo, ma semmai nel ristabilire la loro relazione con l’ordine simbolico» (ibidem).
Nella degradazione simbolica del linguaggio la società della comunicazione, quale società degli scambi economicamente orientati, realizza il massimo del potenziale tecnico, lo stesso che Heidegger (1954, p. 21) designa «minaccia» per l’uomo: essa lo distoglie dal raccoglimento, gli impedisce cioè di ascoltare nel silenzio del linguaggio l’essere delle cose.

Riferimenti bibliografici

  • Althusser L., (1993), Il caso Tiblisi, 1976-1984, in Sulla Psicoanalisi. Freud e Lacan, Raffaello Cortina, Milano, 1994.
  • Avitabile L., La filosofia del diritto in Pierre Legendre, Giappichelli, Torino, 2004.
  • Di Ciaccia A., Recalcati M., Jacques Lacan. Un insegnamento sul sapere dell’inconscio, Bruno Mondadori, Milano, 2000.
  • Gurgel I., Linguaggio, in “attualità lacaniana. Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi”, n. 10, 2009, pp. 167-169.
  • Heidegger M. (1954), trad. it. Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 2014.
  •  Heidegger M. (1959), trad. it. In cammino verso il Linguaggio, Mursia, Milano, 1973.
  • Houdebine A.-M., voce “Linguistique et psychanalyse”, in de Mijolla A. (a cura di), Dictionnaire international de la psychanalyse, Hachette Littératures, Parigi, 2005.
  • Honneth A. (2001), trad. it. Il dolore dell’indeterminato, una attualizzazione della filosofia politica di Hegel, manifestolibri, Roma 2003.
  • Lacan J. (1966), trad. it. Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, vol. I, Einaudi, Torino, 2002, pp. 230-316.
  • Lecoeur B., La voce, in “La Psicoanalisi”, n. 60, 2016, pp. 32-44.
  • Legendre P. (2007), trad. it. Lo sfregio, Giappichelli, Torino, 2010.
  • Legendre P., Droit, communication et politique. Entretien avec Daniel Dayan et Jean-Marc Ferry, in “Hermes”, n. 5-6, 1989, pp. 21-32.
  • Pasolini P. P. (1964), Una disperata vitalità, in Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano, 2001, pp. 112-114.
  • Perniola M., Contro la comunicazione, Einaudi, Torino, 2004.
  • Romano B., Il diritto tra desiderio e linguaggio. L’autocoscienza in Hegel e l’inconscio in Lacan, Bulzoni, Roma, 1989.
  • Romano B., Filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 2002.

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La decadenza della legge

1.— La legge. 2. I valori. 3. Una definizione. 4.— Altri universi. 4.1. Le fonti del diritto: validità vs effettività. 4.2. La certezza del diritto: i singoli e i molti. 5. La necessità della decadenza. 6. Una conclusione.

1. La legge.

In ambito giuridico, l’epoca moderna si è fondata sull’idea di fattispecie come strumento di previsione di eventi futuri incerti dai quali vien fatta scaturire una conseguenza giuridica. Al momento del suo massimo splendore la fattispecie consentiva di regolare more geometrico i rapporti tra gli uomini, arginando l’imprevedibilità del continuo divenire in cui è immersa l’esperienza umana.

Il tema viene trattato in un articolo del prof. Natalino Irti, apparso nell’ultimo numero della Rivista di diritto processuale, dal titolo La crisi della fattispecie ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 36 e ss.)). A dire di Irti «proprio la tipizzazione semplificatrice permette alla norma di non consumarsi in un singolo giudizio applicativo, ma di prendere in sé un numero indefinito di eventi, riconducendoli, di volta in volta, entro date fattispecie e provvedendoli di precisa nomina iuris. La norma “ha pensato” la realtà in anticipo; il giudice torna a “pensarla”, giovandosi di quel predire originario e misurandolo sul fatto accaduto. Ambedue si collocano nella continuità di un processo di pensiero» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 39.)).
In tale universo concettuale, la legge è lo strumento attraverso il quale si definiscono le fattispecie: l’ordine è definito dal meccanismo che estrapola dalla informe massa dei fatti e degli atti futuri alcuni di essi, cui attribuisce significato attraverso la previsione di conseguenze giuridiche, così innescando serie causali, a loro volta ordinate col medesimo criterio, che si dipanano nel futuro. La legge è uno strumento idoneo ad ordinare il futuro e quindi, in buona sostanza, a regolare il divenire ((Sul diritto positivo come forma della volontà di potenza dell’uomo, che «non riproduce né rispecchia dati della natura esterna, ma istituisce il proprio mondo» si veda ancora N. Irti, Diritto positivo e normatività della tecnica, in Il destino dell’essere. Dialoghi con Emanuele Severino (a cura di D. Spanio), Morcelliana, Brescia, 2014, p. 167 e ss. Ma si veda già N. Irti – E. Severino, Dialoghi su diritto e tecnica, Laterza, Roma-Bari, 2001.)). Si tratta di una strutturazione dell’universo giuridico in termini rigorosamente positivistici, in cui è forte l’eco del pensiero di Hans Kelsen. La chiave di volta del sistema è costituita dal momento di validità: la legge trova forza e fondamento nel meccanismo di formazione della legge, ossia nel complesso delle regole che soprintendono alla sua formazione, il che conferisce all’esperienza giuridica la forza di una razionalità apparentemente del tutto neutrale.

2. I valori.
Il sistema tende ad incrinarsi nel momento in cui alla legge si affiancano e sovrappongono i valori, intesi come principî morali rilevati attraverso meccanismi del tutto diversi rispetto alla rigorosa e pre-ordinata procedura di formazione della legge: «mentre le norme — direi le «vecchie» norme ordinarie e costituzionali — si appagano della «validità», del loro essere emanate secondo le procedure proprie dell’elemento dell’ordinamento considerato, i valori valgono in sé e per sé, non hanno bisogno di altre norme o di tramiti, ma si appoggiano soltanto su se stessi» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 42.)).
Si affievolisce allora, fino a venir meno, il concetto di legge/fattispecie, così come rigorosamente costruito dalla modernità quale metro della valenza giuridica dell’evento futuro, e la legge diviene l’occasione, necessariamente estemporanea, e per questo asistematica ed imprevedibile, per inoculare un valore nell’ordinamento giuridico: «le norme si applicano; i valori si realizzano» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 43.)). La preminenza della legge, pilastro dell’intero universo giuridico moderno, viene minata alla radice ed è irrimediabilmente destinata a sbriciolarsi ((Secondo Irti l’intromissione dei valori nell’alveo dell’esperienza giuridica minerebbe anche il sistema processuale, a causa del venir meno meno dell’obbligo delle parti di fissare causa petendi e petitum: insomma si definirebbe l’esperienza giuridica in maniera del tutto alogica e la tutela giurisdizionale, nel farsi esercizio di valori, non potrà più dirsi, al modo antico consueto, applicazione della legge, limitandosi a rimanere decisione del conflitto.)). Conclude dunque Irti affermando che «il concetto di fattispecie è proprio di società stabili, che permettono e agevolano il calcolo di eventi futuri. Dove codesto calcolo è incerto o insicuro, viene meno l’appoggio probabilistico per la costruzione delle fattispecie normative» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 44.)).
La preoccupazione è reale e concreta: la liquidità dell’esperienza giuridica contemporanea, caratterizzata da assoluta imprevedibilità, inconsistenza ed asistematicità è un dato della cronaca, da tempo uscito dall’alveo delle segrete preoccupazioni dei giuristi.
Il discorso di Irti potrebbe allora essere integrato con alcune osservazioni non marginali.

3. Una definizione.
Prima di procedere oltre, è opportuno definire il concetto di legge. Per legge qui si intende il provvedimento normativo la cui produzione, minuziosamente regolata sotto il profilo procedurale, rientra nelle prerogative del detentore del potere politico. Per un verso la legge costituisce lo strumento principale di esercizio di quel potere; per altro verso essa stessa definisce l’orizzonte giuridico delle società umane che intende regolare, non tollerando (in linea di principio) fonti normative alternative o concorrenti.
Tale impianto concettuale è piuttosto recente: l’idea della legge come primo motore immobile dell’esperienza giuridica costituisce storicamente una delle caratteristiche tipizzanti l’universo concettuale (non solo giuridico) della tarda modernità continentale.

Rex, id est iudex
Rex, id est iudex

4. Altri universi.
4.1.— Le fonti del diritto: validità vs effettività.
In epoca pre-moderna, non solo il concetto di legge non aveva alcuna affinità con quello poco sopra ricordato, ma anzi l’esperienza giuridica era imperniata su fonti normative del tutto indipendenti da norme rese vincolanti in ragione della loro promulgazione, secondo regole procedurali analiticamente prefissate, dal detentore del potere politico.
Durante l’epoca medievale, ad esempio, il diritto — quanto meno il diritto civile, che costituisce la parte principale dell’esperienza giuridica occidentale — era inscindibilmente ancorato a fenomeni che non avevano nulla a che vedere con le regole di formazione. Paolo Grossi ha precisamente individuato tale fenomeno quando ha notato che nell’ordinamento medievale «Il fatto non diventerà diritto perché una volontà politica se ne appropria dopo aver constatato la sua coerenza a determinati valori per essa rilevanti, ossia dopo un vaglio filtrante totalmente affidato a quella volontà. Il fatto qui è già diritto per una sua intrinseca forza nel momento in cui ha dimostrato la propria effettività, ossia la capacità trovata dentro di sé di incidere durevolmente sull’esperienza» ((P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Laterza, Roma-Bari, VI ed., 2011, p. 57.)), così peraltro evidenziando la resistenza di tale sistema di produzione normativa rispetto all’infiltrazione valoriale.
Una secolare esperienza giuridica, omogenea nei fondamenti in tutta Europa, trovava il suo fuoco dunque non nel momento di validità, ma in quello di effettività. Il detentore del potere politico, durante questi secoli tutt’altro che bui, era visto come il supremo giudice, soggetto dotato di iurisdictio, cioè del potere di “dire” il diritto: il diritto, per ciò stesso, trovava la sua fonte principale altrove. Ancora Grossi osserva che «la chiave interpretativa essenziale di tutto l’ordine giuridico medievale (…) è che  i detentori del potere costituiscono una fonte fra le molte chiamate alla edificazione di quell’ordine; senza dubbio, non la sola, e nemmeno la prevalente. Il problema delle fonti è risolto in una coralità di rapporti che rispecchia fedelmente la coralità di forze di cui il diritto è specchio e forma compiuta. E l’apporto dei prìncipi (siano essi monarchi o città libere) anche se c’è e può talora apparire anche quantitativamente cospicuo, sfiora appena i temi centrali della costruzione giuridica della società» ((P. Grossi, L’ordine giuridico medievale, Laterza, Roma-Bari, VI ed., 2011, p. 55.)).

4.2.— La certezza del diritto: i singoli e i molti.
Per altro verso, neppure la certezza del diritto, anche per Irti uno degli elementi fondativi di qualunque esperienza giuridica, costituisce necessariamente un connotato tipico degli ordinamenti fondati sulla legge, intesa nei termini poc’anzi delineati. Anzi, potrebbe darsi che, sotto il riguardo della certezza del diritto, il dominio della legge e il correlativo imperio del momento di validità abbia costituito un vero e proprio sentiero interrotto della storia giuridica europea.
In altre epoche ed in contesti territoriali eccentrici rispetto all’Europa continentale la sensibilità per la certezza del diritto sul lungo periodo era ben maggiore di quella assicurata da un meccanismo di produzione normativo ancorato esclusivamente al momento di validità e dunque, come tale, soggetto a variazioni coincidenti con le variazioni del potere politico, per definizione ben poco prevedibili.
Il pilastro dell’ordinamento romano classico era costituito da un’idea radicale di certezza del diritto, connotata come rifiuto di scarti improvvisi e imprevedibili nella soluzione delle questioni giuridiche: con la conseguenza che il diritto non poteva essere in alcun modo soggetto alla volontà individuale, intesa questa sia come volontà di una singola persona, sia come espressione di un soggetto collettivo, appunto perché la volontà individuale era correttamente vista come portatrice del massimo rischio di imprevedibilità.

Nostra autem res publica non unius esset ingenio sed multorum
Nostra autem res publica non unius esset ingenio sed multorum

I contemporanei erano ben consapevoli di tale dato strutturale, tanto da riferire ad esso la superiorità dell’ordinamento giuridico romano rispetto a quelli di origine greca: mentre questi ultimi — seppur mirabili — erano sorti per mezzo di leggi dettate dall’opinione personale di individui particolari, lo stato romano non era frutto della creazione personale di un singolo individuo, ma dell’attività, stratificata nella storia, di innumerevoli individui ((M. T. Cicerone, De Republica, II, 1, 2.)).
Sicché la legge, durante l’età classica del diritto romano, non monopolizzava la gerarchia delle fonti normative, trovando invece questa il suo fulcro in una costruzione del diritto tutta incentrata sull’accumulazione delle pronunce giudiziarie e sul dato sapienziale fornito dal ceto dei giuristi. Un profondo conoscitore del diritto romano ha affermato che la principale fonte di produzione normativa nel diritto romano classico era costituita dai giuristi (dagli avvocati, letteralmente) e non dal legislatore ((W. W. Buckland, Roman Law & Common Law: A Comparison in Outline, Cambridge University Press, Cambridge, II ed, 1952, p. 18.)).
D’altro canto, la natura cardinale della certezza in termini di prevedibilità del diritto è (o forse, purtroppo, era) il requisito fondativo della rule of law nell’esperienza giuridica anglosassone: «Secondo il principio inglese della rule of law, che è strettamente intrecciato con tutta la storia della common law, le norme non erano propriamente il risultato dell’esercizio della volontà arbitraria di uomini particolari. Esse sono oggetto di una indagine spassionata da parte delle corti di giustizia, proprio come le norme romane erano oggetto di una ricerca spassionata da parte dei giuristi romani cui le parti sottomettevano le loro cause» ((B. Leoni, La libertà e la legge, Liberilibri, Macerata, 1994, p. 97.)).

5. La necessità della decadenza.
Se dunque l’esperienza giuridica è esperienza storica — ed anzi, è l’esperienza storica per eccellenza, innervando in profondità i rapporti anche minuti fra gli uomini — il discorso di Irti evidenzia le grandi linee di uno sviluppo inevitabile: è l’idea stessa di legge, così come è venuta emergendo nel corso della modernità, a portare in sé i germi del suo svuotamento ad opera dei valori. Il fenomeno dello svuotamento della legge ad opera dei valori costituisce allora una sorta di passaggio obbligato, derivante dal contenuto stesso dell’idea di legge che ha portato alla diffusione incontrastata, quanto meno nell’esperienza dell’Europa continentale, di modelli giuridici connotati dal dominio del momento di validità.
Senza voler qui indulgere in operazioni di attualizzazione, che si risolvono poi — nella migliore delle ipotesi — nella costruzione di metafore anacronistiche, l’infiltrazione dei valori può ben essere paragonata al dilagare della superstizione che, generata dall’incontrollabile alternanza di paura e speranza, è stata individuata dai più acuti pensatori della prima modernità come il vero e proprio veleno che porta alla corruzione e alla disgregazione ogni società umana ((si veda B. Spinoza, Trattato teologico-politico, in Opere, a cura di F. Mignini e O. Proietti, Mondadori, Milano, III ed., 2009, p. 425 e seguenti.)).
È inevitabile che, laddove l’esperienza giuridica venga dominata dal momento di validità, il suo contenuto finisca indissolubilmente legato al reticolo di valori proposto/imposto da chi controlla la procedura di formazione della norma, cioè dal detentore del potere politico. Con l’ulteriore conseguenza per cui, laddove il detentore di tale potere sia costituito da soggetti, individuali o collettivi, dotati di omogeneità di vedute, la legge e il sistema su di esso costruito verrà a strutturarsi in forme sostanzialmente omogenee; laddove invece — come nel mondo contemporaneo esattamente rappresentato da Irti — il potere politico sia frammentato e disomogeneo, la legge rifletterà tale frammentarietà e disomogeneità, perdendo inesorabilmente la sua capacità di presentarsi come un sistema concettualmente coeso e perdendo dunque, in ultima analisi, la capacità di proiettare questo unicum sul divenire, sistematizzandolo a priori in maniera rassicurante.
La trasformazione dell’esperienza giuridica da esperienza fondata sulla positività della legge ad esperienza centrata sulla ricerca di valori (ricerca per definizione imprevedibile, legata com’è alla percezione del singolo o di minoranze organizzate) può allora essere vista in realtà come un fenomeno degenerativo intrinseco al modello stesso di ordinamento giuridico rigidamente fondato sulla legge e sul momento di validità. Un fenomeno di decadenza i cui germi possono essere rinvenuti nel modello di riferimento, del quale erano ab origine parte integrante ed ineliminabile.
Il dominio dei valori emerge con la forza obiettiva della necessità e la sua potenzialità è certamente migliore della sua attualità: se difatti la potenzialità dei valori coincide con la piena attualità della legge, la sua attualità coincide invece con la decadenza di quel sistema ordinamentale. Per dirla icasticamente, l’impero della legge è la premessa del dominio dei valori, ma il dominio dei valori è la tomba della legge ((Traggo alla lettera questa dimensione del concetto di decadenza dalle serrate riflessioni di G. Sasso, Niccolò Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, Il Mulino, Bologna, 1980, p. 485 e seguenti (il brano sopra mutuato si trova a p. 494). Ma si veda anche G. Sasso, Niccolò Machiavelli. Volume II. La storiografia, Il Mulino, Bologna, 1993, pagine 54-55 e p. 115, dove il tema della decadenza è sviluppato magistralmente nell’analisi del pensiero di Machiavelli rispetto al trapasso dalla repubblica romana all’impero)).

6. Una conclusione.
Se la legge è destinata alla decadenza, svuotandosi fino a trasformarsi in un mero contenitore di valori, ciò non significa predicare una decadenza tout court dell’esperienza giuridica. Il diritto è una dimensione essenziale dell’esperienza umana e la sua intrinseca storicità evidenzia come ogni epoca rinvenga la via per appagare le esigenze più sentite nell’elaborazione dei rapporti all’interno delle società umane. Come si è visto, le necessità chiaramente segnalate da Irti (prevedibilità delle conseguenze giuridiche, certezza del diritto) hanno determinato l’emersione, in altri ambiti territoriali ed in altre epoche storiche, di sistemi normativi che prescindono dal concetto di legge nei termini tratteggiati poco sopra.
Forse, separando l’esperienza giuridica dall’abbraccio mortale del momento di validità si può contrastare la decadenza implicata dalla incontrollabile moltiplicazione dei valori e dalla conseguente incertezza/imprevedibilità delle conseguenze giuridiche da associare ai fatti e agli atti del divenire. Come nota saggiamente Irti «la crisi della fattispecie non è crisi della decisione. Il diritto sente orrore del vuoto; e le società umane hanno sempre bisogno del giudizio, ossia di quelle decisioni che, troncando il conflitto in uno o altro modo, consentono di archiviare il passato e di proseguire nel cammino. La necessità storica della decisione potrebbe pur spogliarsi di un vecchio utensile, che ci era caro per educazione mentale e tradizione di studi. Il nostro lavoro non si interrompe, ma continua in un nuovo orizzonte» ((N. Irti, La crisi della fattispecie, in Riv. dir. proc., 2014, p. 44.)).
Si tratta, all’evidenza, di un cambio epocale di paradigma: l’immergersi in un orizzonte nuovo che pure è, come si è visto, antico.

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Abstract
This article is an attempt to establish a relationship between the decline of the traditional idea of law and the rise of values in the legal systems of continental Europe.  In paragraph 1, the author affirms that the current legal system in continental Europe is based on a pyramidal conception of the law, according to the system designed by Hans Kelsen. This idea of law is marked by the dominance of the criterion of validity.  In paragraph 2 he analyzes the emptying of the function of the law due to the rise of values. In paragraph 3 he defines the current concept of law. In paragraph 4, he examines other legal systems, which were marked by the dominance of the criterion of effectiveness and legal certainty. In paragraph 5 he argues that the current decline of the idea of ​​law is a necessary consequence of a system that considers the law exclusively based on the criterion of validity. In paragraph 6 he claims that to restore the centrality of legal experience is probably necessary to leave the primacy of the criterion of validity.

La morte come colpa

La cultura contemporanea ha cancellato il concetto di morte come inseparabile compagna dell’esistenza stessa, relegandola al ruolo di “effetto colposo”. Questo processo, a mio avviso, è il prodotto dei simmetrici sviluppi del diritto e della scienza così come si sono declinati nella vita quotidiana. Da un lato le nostre società stanno via via sempre più massicciamente ‘giuridicizzando’ tutti i rapporti : familiari, lavorativi, istituzionali, personali. In ogni ambito della vita ci deve essere sempre il ‘responsabile’, cioè colui che una norma giuridica individua come il ‘capro espiatorio’, il ristoratore degli eventuali danni che dovessero derivare a qualcuno nello svolgimento di una determinata attività, o dal verificarsi di eventi di varia natura: dalla scuola al campetto dove giocano i ragazzini, dalla strada al luogo di lavoro, dalla casa al condominio, dai fiumi ai terremoti, dal concerto alla sagra paesana, dalla sala operatoria alla spiaggia. Ovunque c’è, o ci deve essere, un responsabile. Necessità moderna, si dirà, per evitare conflitti extra-giuridici e canalizzare nell’alveo di una procedura pre-determinata le scorie di tensioni sociali, frustrazioni esistenziali ecc … Nulla questio sul punto (che meriterebbe ben altro approfondimento). Ciò che mi interessa sottolineare è che questa forma mentis nella quale cresciamo, saldata con abbraccio vigoroso allo sviluppo tecnico-scientifico che ha riversato e riversa nella vita pratica degli uomini una molteplicità tumultuosa di strumenti, tecniche, oggetti, pratiche preventive, genera uno dei prodotti più nefasti e irrazionali della contemporaneità: la convinzione che la morte sia l’effetto di una colpa. Noi non possiamo più morire, se non per la cattiva applicazione di una tecnica, o per il mancato intervento di chi doveva, o per il difettoso funzionamento di uno strumento. L’ebrezza della modernità ci ha convinti che possiamo salvarci sempre da tutto e che se non ci salviamo c’è un errore, c’è un’imperizia, c’è un ritardo. Viviamo una sorta di immortalità condizionata.     

La riforma dei partiti?

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dalle celebrazioni dei referendum che segnarono, secondo la convenzione della storiografia recente, la fine della Prima Repubblica e l’inizio della lunga transizione dalla quale l’Italia non è ancora uscita.

Segue qui.

L’ipocrisia della Costituzione

I recenti sviluppi della situazione politica del nostro Paese, unitamente alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica, evidenziano in tutta la loro drastica chiarezza un fenomeno che si trascina da decenni nel nostro sistema istituzionale : lo scardinamento sostanziale del disegno costituzionale relativo alla forma di governo del nostro Paese (…)(Segue qui).