Dio è la natura?

 

Si è svolto mercoledì 15 maggio presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Macerata un dialogo tra il prof. Filippo Mignini, ordinario di storia della filosofia, e il Lama Denys Rinpoche, maestro buddhista del lignaggio tibetano Shangpa Kagyu e Presidente Onorario dell’Unione Buddhista Europea. La conferenza, inserita nel programma del Festival nazionale degli studenti universitari, si è svolta nell’ambito delle celebrazioni del Vesak 2013 sotto l’egida dell’UBI (Unione Buddhista Italiana). L’incontro, durato quasi due ore e mezzo, ha visto la presenza di un pubblico numeroso. Di seguito diamo un ampio stralcio della discussione che abbiamo inserito nella sezione Dialoghi del sito.

Fede e ragione unite nel misticismo?

Prendendo spunto dal rinnovato interesse nei confronti della Chiesa che si è avuto a seguito dell’elezione di papa Francesco, è apparso lunedì 15 aprile nelle pagine culturali di Repubblica un contributo di Marco Vannini, noto teologo e grande studioso del misticismo, sul rapporto tra fede e ragione. La tesi dell’articolo è che il conflitto tra fede e ragione, così come si è dato storicamente, è in realtà frutto del modo errato con il quale vengono intesi quei due concetti. Il conflitto si ha soltanto quando fede e ragione non sono se stesse: la fede, lungi dall’essere credenza o superstizione, è definita come vero sapere che non dipende da un determinato fatto storico; la ragione, intesa in senso pieno e non ideologico, trova invece la sua reale dimensione nel riferimento all’assoluto. Se intese in questo modo fede e ragione finiscono per parlare lo stesso linguaggio e possono senz’altro andare d’accordo.
Vannini, a sostegno della sua tesi, cita diverse tradizioni: le Upanishad, uno dei documenti principali delle religioni asiatiche, le quali affermano che «Solamente quando si ha fede si pensa: chi non ha fede non pensa. Pensa solamente colui che ha fede»; il Vangelo, che condanna la credenza superstiziosa nel momento in cui i miracoli prendono il posto della vera fede; la tradizione mistica per la quale l’interiorità e la riservatezza sono il luogo autentico dove risiede la divinità.
Il problema, come riconosce Vannini alla fine dell’articolo e su cui però non ci dice nulla, è quello di capire quanto tutto questo sia compatibile con le forme di cristianesimo e di chiesa oggi storicamente presenti.

Su questo noi di RF avremmo qualcosa da aggiungere. In primo luogo osserviamo che la tesi dello studioso si inserisce in una lunga tradizione mirante a conciliare fede e ragione dal lato della ragione. Sul piano storico, la ricerca di una compatibilità simile a quella indicata da Vannini è spesso avvenuta per opera dei sostenitori di una ragione aperta a Dio, mentre i rappresentanti della fede si sono spesso rinchiusi all’interno dei più comodi recinti religiosi e del facile consenso politico. La tesi di Vannini non è nuova ed è quella per la quale hanno lottato i grandi pensatori di tutti i tempi che, dentro o fuori le istituzioni religiose, hanno affermato l’unità del genere umano in nome dell’humanitas. Il vero problema religioso del nostro tempo dunque è in realtà il problema di tutti i tempi e numerosi sono gli ostacoli alla sua soluzione. Da un punto di vista più specifico, solo per rimanere agli argomenti portati dall’autore riguardo al Vangelo, si potrebbe dire che se è vero che Gesù condanna i miracoli quando prendono il posto della fede, è anche vero che la fede implica la fede nei miracoli, ovvero ciò che ripugna alla ragione. Ma in generale l’ostacolo più serio è costituito dal conflitto, interno alla fede, tra la teologia sapienziale (che sottende la posizione di Vannini) e la teologia dell’incarnazione (che si è realizzata storicamente): di fronte a tale scelta, il cristianesimo non ha mai rinunciato alla seconda, cioè allo scandalo della croce, al Cristo incarnato e risorto, stoltezza per le altre religioni e follia per gli uomini governati dalla ragione.
Non ci sono le condizioni dunque per ricercare un accordo sul piano del misticismo. L’unione di fede e ragione può, secondo noi di RF, avvenire soltanto dopo che si sia riconosciuta la totale separazione tra i due ambiti, diversi per metodo e oggetto. Solo dopo che si sia ammesso ciò è possibile riconoscere il solo punto in comune che permette un loro accordo: la prassi etica di giustizia e carità. Non si tratta di una tesi accomodante perché implica che entrambe le parti si mettano in discussione: i sostenitori della fede rinunciando all’apparato di dogmi e teologie messianiche; i fautori della ragione ammettendo che la vera filosofia non è soltanto ricerca della conoscenza ma anche agire personale secondo l’idea della filosofia come insegnamento di vita.

La costituzione degli italiani

Noi di RF consideriamo la politica una delle figlie predilette della filosofia. I primi filosofi, da Talete a Parmenide, da Anassagora ad Empedocle, oltre a scienziati e naturalisti, furono grandi fondatori di città. L’interesse e l’impegno politico di Platone è fin troppo noto (come il tentativo di dare a Siracusa una struttura istituzionale), Aristotele scrisse la costituzione degli ateniesi e fu precettore di Alessandro, lo stoicismo fu la filosofia dell’impero romano. Per Giordano Bruno i filosofi, nel corpo della repubblica, avrebbero dovuto avere le funzioni e le veci degli occhi. Come scriveva Spinoza, garanzia di felicità è soltanto la costruzione della società nella quale il benessere personale coincide con il benessere collettivo.
Si discute periodicamente circa il ruolo della filosofia. Eppure, nonostante le varie tesi, essa ha un solo compito: dire la verità e sostenerla con argomenti razionali. Nel nostro Paese la crisi della politica è crisi della filosofia che ha dimenticato il suo ruolo originario e naturale che riguarda  principalmente il governo, tanto personale quanto sociale. Il fatto che non eserciti da diverso tempo questa sua vocazione non è argomento per cambiarne la sua natura.
Con questa sezione apriamo uno spazio per discutere non solo gli aspetti formali della nostra costituzione ma soprattutto quelli materiali della vita politica italiana con lo scopo di fornire un contributo per comprendere la crisi che da ormai troppo tempo condiziona la vita collettiva del nostro Paese. Ospiteremo interventi legati alla cultura politica, alla storia, al diritto, all’economia, volti a comprendere i fondamenti della reale vita politica in Italia. Accoglieremo anche brevi idee, analisi, proposte, mai però l’invettiva. In questo, nonostante il fatto che siamo tutti molto partecipi (perché la cosa pubblica non lascia indifferenti nessuno) restiamo fedeli al motto senecano e spinoziano: nec ridere, nec lugere, necque detestari, sed intelligere. 

Togliere la sordina a Machiavelli

Il 2013, come ormai noto, sarà dedicato alla celebrazione dei cinquecento anni dalla pubblicazione del Principe di Machiavelli. Ormai dall’inizio dell’anno, ogni settimana, è un susseguirsi di  convegni, seminari, trasmissioni radiofoniche, saggi e articoli sul tema in questione. L’ultimo è quello apparso oggi sul Foglio di Giuliano Ferrara. Due pagine scritte da Stefano Di Michele il quale vuole tratteggiare una lettura sui caratteri biografici e intellettuali del segretario fiorentino. Nel sottotitolo si dice che Il Principe è «il libro più importante dei tempi moderni, un impasto di arte della politica, filosofia della storia, scienza e tattica del potere, psicologia dell’esistenza affacciata sul vuoto». L’articolo, costruito in gran parte sugli aspetti biografici, si sofferma essenzialmente sulla disgrazia di Machiavelli impegnato, suo malgrado, nelle bettole e nelle osterie nelle quali trascorse la seconda parte della sua vita a causa dell’esilio nel quale fu condannato a partire dal 1512. Di Michele ricorda così come il Principe sia nato da una grande ed umanissima disperazione, «quella di un genio stanco e umiliato che tentava di tornare al centro delle cose».
E tuttavia anche questo articolo, come molti contributi che fin qui abbiamo letto in questo inizio di centenario, dimentica (chissà se più o meno consapevolmente, vista l’impostazione dichiaratamente “devota” di quel giornale) il fatto che Machiavelli è stato essenzialmente e prima di tutto un autore anticristiano. E questa verità, da cui non si può prescindere se si vuole davvero affrontare il pensiero di questo autore, ce l’ha ricordata in una recente trasmissione su Radio 3 proprio Gennaro Sasso, il più grande ed acuto studioso di Machiavelli che abbiamo oggi in Italia. Machiavelli non è tanto e solo un pensatore anticlericale (anzi si può in realtà dubitare che esso lo sia effettivamente), quanto un pensatore che ha messo in crisi i fondamenti del pensiero cristiano. Trascriviamo, perché lo merita, la parte finale del dialogo dello studioso con l’intervistatore:
Sasso: Mi sono convinto di una cosa: che questo autore non è mai stato letto nelle cose essenziali (…). È possibile che non abbiamo capito che per Machiavelli l’Italia non esisteva, non riusciva ad esistere e che bisogna fondarla in modo profondo? E che per fondarla in modo profondo bisognava realizzare una serie di riforme etico-politiche in cui il problema fondamentale fosse il rapporto con la Chiesa? Perché questo è il nocciolo del pensiero di Machiavelli. Lei prima citava la Svizzera: ma Machiavelli dice che se noi trasportassimo la sede della Chiesa romana nella incorrotta Svizzera in capo a due generazioni la Svizzera sarebbe corrotta come noi. E questo anticipa il punto per cui la storia italiana è nata…(interrotto, ndr)
Intervistatore: Ma allora questa ferita è originaria, intatta!
Sasso: Sì…sì…In questo senso Machiavelli è veramente un autore rivoluzionario che è stato messo tra parentesi, che è stato allontanato…Perché io sono convinto che anche i più grandi estimatori di Machiavelli, nel dettaglio, non hanno mai veramente detto che Machiavelli non è uno scrittore cristiano. Potrà piacere, potrà dispiacere, uno può anche rimanere indifferente per rispetto a questa questione. Scientificamente però uno ne prende atto. Machiavelli non è uno scrittore cristiano e lo dice, lo dice…e lo scrive e sposa dottrine che sono definite anti cristiane nell’ambito della cultura teologica. In un capitolo dei Discorsi Machiavelli scrive sulla eternità del mondo. Ora, quando uno dice che il mondo è eterno, vuol dire che non è creato e se il mondo è eterno non c’è Dio che lo crea. Adesso, per dire le cose in maniera molto, molto…(interrotto, sigh, ndr)
Intervistatore: Ma allora Gennaro Sasso sta elevando la categoria del non cristianesimo o anticristianesimo di Machiavelli ai fondamenti…
Sasso: Guardi, avendo avuto la ventura di studiarlo per molti e molti anni e di esserci tornato spesso, mi sono reso conto tardi di questa cosa, me ne sono reso conto tardi. Perché? Ma perché c’era un condizionamento a tenere in sordina questo tema, a considerarlo una nota di anticlericalismo…(nuovamente interrotto, sigh, ndr)
Intervistatore: Soprattutto qualcosa legato ai tempi, alla particolare corruzione, i Borgia…
Sasso: Se uno considera l’atteggiamento di un altro grandissimo personaggio contemporaneo di Machiavelli, Francesco Guicciardini, nei confronti della Chiesa, beh le pagine di Guicciardini sono ancora più potenti di quelle di Machiavelli nella esecrazione della Chiesa. Chiesa che poi, d’altra parte, il Guicciardini era costretto a servire a differenza di Machiavelli…Ma non si può dire che Guicciardini sia anticristiano…per Machiavelli sì e su questo bisogna battere l’accento: può piacere, può dispiacere ma Machiavelli è questo. Ed è per questo che non è un autore della letteratura italiana e chi si è avvicinato a Machiavelli, anche laicamente, ha messo la sordina su questo punto.
Intervistatore: Allora questa sordina l’abbiamo strappata!

Sì l’abbiamo proprio strappata, aggiungiamo noi. Ora deve decidersi a farlo anche la cultura e il pensiero storico-filosofico italiano (e possibilmente anche quello della divulgazione quotidiana) se non si vuole condannare al permanente esilio post-mortem questo straordinario pensatore.

De infinito

Scienza e filosofia, da ormai più di due secoli, per una serie di ragioni che cercheremo di indagare, hanno separato, con pregiudizio per entrambe, i rispettivi cammini. Noi di RF lavoriamo per una loro riconciliazione. In questa nuova rubrica  apriamo il nostro sito ad articoli, saggi e dialoghi che intendono rendere conto delle implicazioni filosofiche degli enormi progressi compiuti dall’uomo nell’ambito della ricerca scientifica in generale ed in quella fisica e cosmologica in particolare. Il nome della sezione rende omaggio ad una delle grandi opere italiane di Giordano Bruno, il De l’infinito universo e mondi pubblicato nel 1584.  Numerosi saranno i nostri ambiti di interesse. Tra i tanti ci piace segnalare quello legato alla missione del satellite Keplero messo in orbita dalla Nasa, grazie al quale sono stati scoperti milioni di pianeti simili alla terra.

La sezione sarà curata, nella parte più propriamente cosmologica, da Giammarco Campanella, dottorando in fisica astronomica alla Queen Mary University di Londra e già autore, nonostante la giovane età, di articoli e libri in ambito non solo accademico. Non mancheremo di sgombrare il campo da errori e superstizioni che, come spesso accade quando si tratta di temi non legati all’interesse quotidiano del grande pubblico, albergano copiosi nella mente della cosiddetta opinione pubblica.

Cominciamo dunque con un articolo, a mo’ di dialogo, sulla vera natura del calendario Maya: Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza.

L’illusione e l’economia

In un articolo apparso il 12 gennaio su Repubblica, il filosofo Maurizio Ferraris sostiene la tesi secondo la quale l’economia è l’ambito privilegiato in cui vige il principio secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni. “Se c’è un campo in cui i fatti sembrano di gran lunga superati dalle interpretazioni, questo non è, come futilmente sostenevano molti epistemologi del secolo scorso la fisica, ma l’economia”.

La tesi sembra paradossale. Non sono forse stati gli ultimi due secoli quelli nei quali buona parte della filosofia e delle scienze sociali (e basti citare soltanto l’esempio di Marx a questo proposito) ha sostenuto l’idea che l’economia sia la struttura e il fatto fondamentale sopra il quale si edificano tutti gli ambiti del sapere umano? Non è stata l’economia il terreno sul quale la filosofia ha potuto effettivamente esercitare l’eredità del suo glorioso passato tanto da poter dire che “i filosofi hanno diversamente interpretato il mondo mentre ora si tratta di cambiarlo?”

Ferraris precisa certamente “che nessuno si sognerebbe di negare che esista una realtà economica, proprio come esiste una realtà giuridica. Ma è anche necessario sapere che questa realtà, così come tutti gli ambiti in cui si assiste alla produzione di oggetti sociali, deve essere sistematicamente interpretata e relativizzata” in base al principio per cui ogni oggetto dipende dal soggetto. Per questo l’economia avrebbe, conclude il filosofo, al contrario di quello che avviene per gli oggetti naturali, un grande bisogno di ermeneutica al fine di contrastare la tirannia dei fatti economici.

L’articolo di Ferraris, che con tale affermazione sembra ritirare con una mano quello che aveva concesso con l’altra, conclude per una sorta di necessità ermeneutica che tenda a sospendere o a temperare quel movimento, chiamato neo-realismo (da lui stesso rilanciato) volto a ristabilire il primato della realtà esterna o dei fatti rispetto alla coscienza umana. Ferraris dovrebbe allora chiarire meglio in che modo il suo realismo debba essere compatibile con le esigenze di una giusta, migliore e favorevole interpretazione dell’economia (al di là della problematica affermazione della differenza tra oggetti naturali e oggetti sociali).

Il problema generale tuttavia, nel quale risiede il nido di contraddizioni nel quale il neo-realismo tende a cacciarsi, è che il tentativo di affermare l’autonomia della realtà esterna viene fatto in modo ingenuo, come cioè se dimenticasse la svolta copernicana di Kant, annunciata già da Cartesio e radicalizzata poi da Hegel, in base alla quale ogni fatto è prima di tutto il fatto ineludibile della propria coscienza e della propria soggettività. Se non saprà risolvere questo problema, che consiste nella verità dell’idealismo, e renderla compatibile con la tesi di chi sostiene l’esistenza di una realtà indipendente dalla coscienza, la filosofia non uscirà dal vicolo cieco nel quale è stata relegata all’inizio dell’età moderna.

L’agnosticismo intollerante

Nel discorso del 6 gennaio rivolto ad alcuni vescovi di fresca nomina, papa Benedetto XVI si è scagliato con inaudito vigore contro l’agnosticismo. «L’agnosticismo oggi largamente imperante ha i suoi dogmi ed è estremamente intollerante nei confronti di tutto ciò che lo mette in questione e mette in questione i suoi criteri». Ben diverso il tenore del discorso tenuto ad Assisi nel settembre del 2011 quando invece gli agnostici erano considerati «persone che soffrono a causa dei peccati dei credenti e più vicine al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine». Se non si vuole attribuire incoerenza alle parole del papa, l’agnosticismo si compone ora di due categorie, quello buono e quello cattivo. Una strana partizione per coloro che si dichiarano scettici nei confronti della conoscenza prescindendo dalle categorie di bene e di male.

Quello del papa è in realtà un discorso che ripropone i tratti tipici della violenza religiosa. Questa volta però, grazie alla fortunata circostanza in base alla quale la Chiesa cattolica non esercita più direttamente il potere politico, il suo capo invoca eroismo per i vescovi tramite la capacità di attirare la violenza su di sé: «E tale valore o fortezza non consiste nel colpire con violenza, nell’aggressività, ma nel lasciarsi colpire e nel tenere testa ai criteri delle opinioni dominanti». Ammesso e non concesso che sia necessario ribadire concetti simili – chi ha mai pensato che il valore e la fortezza consista nell’aggressività? Forse il pontefice si riferisce a passate abitudini della Chiesa? – questo appello all’essere percossi colpisce, è il caso di dirlo, perché ripetuto più volte nel discorso, accentuando la sensazione di avere a che fare con qualcuno che parli con lo scopo di cercare deliberatamente la provocazione.
Vorremmo tranquillizzare il pontefice. La violenza di cui parla può essergli data, come purtroppo avviene in alcune parti del mondo, soltanto dalle religioni come la sua e non certo da agnostici o da coloro che sono gli autentici cercatori della verità, ovvero i filosofi. Per questi infatti non solo non esiste ricorso alla violenza (come ampiamente dimostrato dalla storia) ma, per molti di loro, non si dà nemmeno un cammino verso la verità. Questo per il semplice motivo, come diceva l’apostolo Giovanni, che noi tutti agiamo, ci muoviamo e siamo in Dio (1 Gv 4, 16) così che da sempre l’uomo dimora nella verità.
Eppure il papa insiste su questo tema. «La ricerca della verità era per loro – cioè i magi, ndr – più importante della derisione del mondo, apparentemente intelligente». Si ripropone uno schema classico, quello dell’audizione di San Paolo di fronte ai filosofi di Atene, narrato in Atti 17, 16-34: «Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra volta». Ma si dimentica tuttavia che il vero discorso aeropagitico è oggi soltanto quello della filosofia che da duemila anni vive nella città dominata dalle religioni.

Il discorso del papa dimostra ancora una volta il grande complesso di inferiorità della religione nei confronti della filosofia. La ricca religione, pur avendo tutto dalla sua parte (dogmi, numeri, forza organizzativa, appoggi politici ecc.) manca dell’unica cosa di pertinenza della povera filosofia: la verità. E da sempre la prima tenta di sottrarre alla seconda questa sua prerogativa. Per una sorta di curiosa eterogenesi, i credenti e il papa finiscono per fare la figura dei farisei nei confronti del cieco nato, così come mirabilmente riportato nel lungo e straordinario brano del vangelo di Giovanni (Gv 9, 1- 41). Dopo le loro continue ed incredule indagini, prima tra la gente e poi con i genitori, i farisei finirono per domandare irritati al cieco guarito da Gesù: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? E questi rispose loro: ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato: perché volete udirlo di nuovo? Volete diventare anche voi suoi discepoli?». A questa acuta contro-domanda, che scopriva le loro segrete intenzioni, quelle cioè di voler essere come Gesù, i farisei persero la ragione e finirono per insultare prima e cacciare poi il cieco guarito. La Chiesa sembra oggi essere come quei devoti religiosi, desiderosa, ma incapace, di essere autentica discepola della verità. Ed è proprio questa sua impossibilità a generare la violenza.
All’infuori di qualche timido cinguettio, non sappiamo se alcuni tra agnostici o filosofi abbiano risposto al papa. Certo, la filosofia non ha un pontefice che può parlare ex cathedra avvalendosi di potenti strumenti di comunicazione. La religione tuttavia, nonostante tutte le apparenze contrarie, è più debole nei confronti della filosofia così come il mito è più debole della verità e la tecnica più debole della necessità (e la tirannia più debole della democrazia).

Pinocchio, Cuore e l’arretratezza italiana

Nel Domenicale del Sole 24 ore del 9 dicembre scorso, sotto il titolo “Un’etica per l’Italia”, si da notizia della pubblicazione nell’edizione nazionale delle Opere di Collodi delle Avventure di Pinocchio. Corrado Augias, in relazione ad una lettera sullo spirito civico italiano inviata da un lettore di Repubblica il 13 dicembre scorso, risponde indicando come esempio da seguire il romanzo Cuore di De Amicis.
Fatto salvo il grandissimo valore editoriale, letterario e storico di quelle due opere, che tra l’altro hanno hanno avuto il merito di avvicinare migliaia di persone alla lettura concorrendo in modo decisivo alla costruzione dell’identità nazionale, il problema (come spesso in quasi tutti i problemi e le ambiguità italiane) è che Pinocchio e Cuore sono state le espressioni più insidiose della nostra arretratezza civile, politica e culturale. Un’arretratezza che coinvolge il modo con il quale la scuola e in generale l’istruzione è percepita nel nostro paese. (continua a leggere)

Fare gli italiani con lo Stato, la scuola e la letteratura “per l’infanzia”

L’identità nazionale italiana e la dottrina dei due popoli.
La letteratura per l’infanzia, nella quale in modo atipico vengono classificati Pinocchio del 1883 e Cuore del 1886, si inquadra nel tema più generale della costruzione dell’identità nazionale italiana. A livello di cultura politica, il processo unitario dello Stato si era caratterizzato per alcuni elementi fondamentali: essere stato un fatto elitario del ceto borghese in cui le classi popolari non hanno sviluppato una propria idea di Stato ma ne sono state sempre subalterne; mancato allargamento della rappresentanza politica; contrapposizione e scontro con la Chiesa cattolica, ovvero la principale e più radicata fonte di legittimazione civile presente in Italia. La prima di queste caratteristiche discende dalla dottrina dei due popoli di stampo positivistico, ripresa e legittimata in particolare, nella seconda metà dell’ottocento, dall’hegelismo napoletano (Verra, Meis, Spaventa). Lo Stato etico è portatore di una visione superiore a quella della società civile e lo Stato si fonda sul principio oligarchico. Nasce la visione autoritaria e pedagogica: i ceti popolari sono come dei bambini ed il primo compito dello Stato non è istruire bensì educare attraverso la trasmissione di valori morali imposti dall’alto. Il ceto popolare non può per principio ambire a responsabilità politiche: le plebi devono solo sfuggire all’abbrutimento a cui sono destinate ma non a porre richieste di rappresentanza e di emancipazione nei confronti di un ceto borghese, quello italiano, profondamente diverso, in senso reazionario e decisamente avverso allo sviluppo delle libertà, da quello europeo. La teoria dei due popoli, che separa le classi colte da quelle popolari, è la cifra decisiva della costruzione dell’identità civile e politica italiana. In questo modo il modello religioso della Chiesa cattolica, fondato sulla distinzione tra preti e laici, viene sostanzialmente reintrodotto nello Stato: l’anticlericalismo viene di fatto utilizzato per l’elaborazione di un nuovo clericalismo laico. I ceti popolari, come dirà Crispi, sono “pupille” e si guarda ad esse come a delle fanciulle da educare e da riscattare. In tal modo si è ben lungi dal considerarle come interlocutrici alla pari: la cittadinanza è debole, continuamente sorvegliata, e la democrazia, intesa come uguaglianza di dignità e opportunità, inesistente. La cittadinanza debole dei ceti popolari, a sua volta, non si riconoscerà mai nello Stato visto sempre con il volto della forza pubblica, della coscrizione obbligatoria, della scuola paternalistica.

La scuola italiana e la figura del maestro.
Dalla teoria dei due popoli discende una precisa progettualità scolastica e culturale che si struttura nelle varie riforme che hanno caratterizzato la storia italiana fino ad oggi. L’educazione dei ceti popolari farà leva sui sensi e la fantasia insieme ai necessari doveri morali; l’educazione della borghesia sulla razionalità e sul modello dialettico hegeliano natura-filosofia-religione. Da ciò discende, nel primo caso, una scuola elementare imperniata sullo scrivere, leggere e far di conto; nel secondo caso, una scuola liceale elitaria fondata sulla cultura classica. Figura fondamentale, vero e proprio anello di congiunzione tra queste due classi sociali, è il maestro. Egli, come si legge nei Programmi del 1888, è l’esecutore della disciplina scolastica intesa come strumento più poderoso per educare gli allievi ai propri doveri. La sua figura deve essere esemplare in modo da infondere in tutte le occasioni i valori della concordia, della laboriosità e dell’onestà educando al senso di cittadinanza. A fronte di questo ruolo, il maestro non ha diritto di voto e la sua condizione economico sociale è poco più di quella di un reietto. In questo senso lo stesso De Amicis scrisse delle pagine esemplari in un’altra opera, Il romanzo di un maestro del 1890, rimasta purtroppo oscurata dal successo dell’opera maggiore di quattro anni prima. Nel romanzo di un maestro è descritta, attingendo a fonti giornalistiche, ministeriali ed epistolari, la condizione di miseria e le umiliazioni alle quali sono spesso esposti i maestri elementari, da sempre mal pagati e oggetto dei soprusi di preti, sindaci e autorità ministeriali. I numerosi ritratti fatti da De Amicis sono illuminanti della reale condizione dei maestri e delle maestre. La svalutazione professionale dell’insegnante elementare era avvenuta già con la legge Casati del 1859 la quale aveva abolito l’equiparazione con gli insegnanti di scuola secondaria e lo aveva ridotto a semplice esecutore di direttive ministeriali. La legge, pensata per la realtà piemontese-sabauda, venne estesa al territorio italiano ed applicata attraverso circolari configurando così uno dei peccati d’origine della scuola (e di tutto lo Stato italiano): la preminenza del diritto amministrativo sul diritto pubblico.  Come scrisse Gaetano Mosca in quegli anni, molto spesso in Italia l’insegnamento è svolto da persone che ripiegano sulla scuola dopo i propri fallimenti professionali. Curioso allora notare come la scelta di fare l’insegnante sia ben lungi dall’essere quella scelta vocazionale che la retorica ufficiale utilizza per esaltare la professione.

La letteratura per l’infanzia.
Uno degli strumenti più efficaci nella formazione dell’identità nazionale è la letteratura per l’infanzia. Da un punto di vista storico essa si sviluppa in Italia sulla scia di un testo del 1859 che ebbe grande successo in Inghilterra, Self help di Samuel Smiles, il quale diede vita al cosiddetto “filone lavorista”. Pubblicato in Italia nel 1865 con il titolo Chi si aiuta, Dio l’aiuta, il libro ebbe una fortuna enorme arrivando a ben 55 edizioni. La traduzione è però interamente adattata alla cultura paternalistica italiana. Se nella società inglese ed europea il self help è sinonimo di realizzazione sociale e prevede la mobilità delle classi fondata sul merito, strutturandosi sulle qualità individuali che ad essa sono imprescindibili, molto diverso è il caso del lavorismo italiano. In questo caso infatti l’ideale dell’ascesa sociale si infrange su un sistema ostile che la giudica come “rampantismo” ed “arrivismo”: il lavoro ha il solo significato di strumento per conseguire una certa agiatezza personale attraverso l’ottenimento di una posizione di privilegio. Al contrario, il lavoro non è mai strumento di crescita civile e sociale: il passaggio dall’una all’altra classe, se e quando avviene, si ha sempre e solo sotto forma di cooptazione, mai sotto l’egida dell’autonomo sviluppo delle capacità individuali. Il “lavorismo” italiano finisce così per legittimare le differenze sociali e partorisce una vera e propria fascinazione per chi comanda: nasce il mito dell’emulazione delle classi agiate da parte delle classi popolari che altro non è se non il mantenimento nascosto delle differenze sociali. Continua a mancare quella mentalità in base alla quale, anche in presenza di differenze economiche e reddituali, i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Lo spirito della democrazia è ancora alieno alla nostra cultura.
I romanzi di Collodi e De Amicis hanno anch’essi un successo clamoroso con Cuore che vende più di un milione di libri. Non può sfuggire l’osservazione per cui i due libri italiani di maggior successo sono libri per bambini ad uso degli adulti. Non si esce dall’ottica dei due popoli: ci si rivolge ai maggiorenni con gli stessi modi usati verso i minorenni. Se poi le due opere contengano messaggi esoterici, come una certa parte dei critici sembra avallare facendo leva sulle personali attitudini illuministiche degli autori, si tratta di un altro discorso. Troppo forte è l’uso che le stesse autorità politiche hanno fatto dei romanzi in questione. Pinocchio, con le figure stereotipate della fatina, dei cattivi, dell’orco buono, insiste sulla dimensione della disciplina, delle regole, del perbenismo (con il quale si chiude il romanzo stesso: “come ora son contento di esser diventato un ragazzino per bene!”). Cuore, propone di fatto un’idea di cittadinanza a due velocità: da una parte la classe elitaria della buona borghesia, dall’altra la massa indistinta delle classi popolari che spesso si sacrifica per la prima. E’ vero che Cuore soppianta l’educazione religiosa. Ma lo fa in nome di valori sentimentalistici e moralistici che ripropongono i medesimi schemi di quelli religiosi. Il diario di Enrico Bottini, sul quale si sviluppa il romanzo di De Amicis, è lo strumento con il quale viene veicolata nella scuola e nel Paese una precisa idea della cittadinanza: i buoni sentimenti al servizio della conservazione sociale; i personaggi che incarnano veri e propri idealtipi della nostra società, la povertà dignitosa, l’irrilevanza del merito, il perbenismo, il paternalismo. Il tutto avvolto dalla fatalità e dalla rassegnazione. Cuore, nonostante i suoi indiscussi meriti, ha in realtà instillato un vero e proprio veleno nelle giovani generazioni. Non a caso esso fu ripreso ed esaltato dallo stesso fascismo e poi dalla Democrazia cristiana nei primi quarant’anni della nostra repubblica. Indicarlo oggi come esempio di civismo significa mancare ancora una volta l’appuntamento con la crescita libera e responsabile degli italiani.

Questo articolo è frutto della selezione e della rielaborazione di appunti personali presi in un corso di storia della pedagogia dal titolo “Scuola e costruzione dell’identità nazionale in Italia dall’Unità all’età crispina” tenuto dal prof. Roberto Sani all’Università di Macerata nell’anno accademico 2007/2008.