Alla fine del precedente articolo, dicevamo che la relazione distingue i relati nel congiungerli e li congiunge nel distinguerli.
Si potrebbe, anzi, dire che la relazione congiunge proprio per la ragione che tiene distinti i termini e, viceversa, tiene distinti i termini solo perché li mette a confronto e, dunque, li congiunge.
Tuttavia, Dewey e Bentley specificano ulteriormente il loro discorso e aggiungono che la congiunzione non può venire intesa come una «forzosa organizzazione […] mediante un sussidio esterno» (Dewey – Bentley, 65).
Il riferimento alla distinzione hegeliana, che compare nella Scienza della logica, di äuβerliche Beziehung e di immanente Synthesis ci pare evidente: la relazione, che i due Autori considerano autentica, non è un congiungimento estrinseco (äuβerliche Beziehung), ossia un nesso che si instaura tra due termini che si sono già posti e posti autonomamente l’uno dall’altro.
Di contro, i termini si pongono solo in forza della loro immanente Synthesis, cioè del loro riferimento reciproco, il quale, poiché costitutivo dell’identità di entrambi, non può non risultare intrinseco alla loro identità, immanente a ciascuno di essi.
In effetti, Dewey e Bentley riconoscono bensì la reciprocità dei termini della relazione, ma non concludono – come invece avrebbero dovuto – che, se la differenza entra nella costituzione dell’identità, allora ciascun termine non può venire mantenuto come qualcosa-che-è, cioè come un’ipostasi.
Rileviamo, quindi, che il concetto di “transazione” viene ad indicare un modo di intendere il primato della relazione sul quale merita di continuare a riflettere.
Per parlare del valore intrinseco della relazione, infatti, Dewey e Bentley ricorrono ad un esempio: «Considerare il linguaggio, con tutte le sue manifestazioni fonetiche e grafiche, come l’uomo-stesso-in-azione-che-tratta-con-cose è un’osservazione di questo tipo» (Ibidem).
L’uomo non si pone a prescindere dalle cose, poiché esso è uomo solo in quanto ha a che fare con le cose, in quanto cioè si relaziona ad esse; per converso, le cose sono tali solo in quanto si pongono in relazione all’uomo. Che è come dire: soggetto e oggetto sono termini correlativi e l’attività è la relazione che li vincola.
Tale attività, che è essenzialmente una relazione, prende avvio con l’osservazione, ossia con quella che potremmo definire la forma iniziale del rapporto dell’uomo con il mondo e che si traduce nella “relazione sensibile”.
Secondo il nostro punto di vista, nella relazione sensibile le cose risultano bensì collegate fra loro, ma a muovere da quella identità empirica che le presenta come autonome e indipendenti.
È con la “relazione concettuale”, invece, che il mondo dei fenomeni risulta configurarsi in quella trama di nessi che vincolano inscindibilmente le cose, fino alla “relazione trascendentale” che viene rinvenuta dalla coscienza trascendentale, la quale coglie le cose come relazioni in atto, ossia come il loro reciproco riferirsi, in un’unità che dà senso e ricomprende in sé la molteplicità.
Dewey e Bentley non pervengono al valore intrinseco e costitutivo della relazione e, quindi, non colgono il trascendersi del determinato e l’unità che emerge oltre tale trascendimento.
Anche quando la relazione viene valorizzata come momento prioritario rispetto ai termini da essa relati, si mantiene il suo valere come medio tra estremi, così che essa viene ridotta al costrutto mono-diadico, che si costituisce, appunto, di due termini estremi e di un nesso che li vincola ponendosi tra di essi.
Riferimenti bibliografici
– Dewey, John – Bentley, Arthur F. 1946. Knowing and the know. Boston (Mass.): The Beacon Press(trad. it.: Mistretta. 1974. Conoscenza e transazione. Firenze: La Nuova Italia).
Articoli di questa serie già pubblicati
– Il concetto di transazione (18.I) (14 giugno 2026)
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