La fede insita nel Logos

C’è una parola del lessico filosofico che i filosofi utilizzano raramente e che viene spesso considerata con sospetto: si tratta della parola fede (pistis). Le ragioni di questa diffidenza sono diverse, alcune anche giustificate se si considera la circostanza che la fede si trova normalmente associata al lessico religioso. La fede è virtù teologale e, come dice San Paolo, argomento delle cose che non si vedono: quale definizione può essere più lontana da quella della filosofia che invece è amore per tutto ciò che, nella luce, si mostra in modo evidente? 

Eppure, per Eraclito, il fondatore (insieme a Parmenide) della filosofia occidentale, la fede si colloca al cuore stesso della sapienza filosofica, tanto da essere associata in modo indissolubile al Logos. Il Logos (il cui senso originario è il termine greco leghein, che significa tenere insieme, raccogliere), legge universale che non può non valere come verità obiettiva, designa l’unità che emerge dal legame che intercorre tra tutte le cose. Un’unità che, prendendo forma dalla coincidenza degli opposti, soggiace all’apparente disordine con cui il mondo si manifesta. Continue Reading

Fede e libertà (V)

Abbiamo concluso il precedente articolo affermando che guardare oltre l’ego è cercare nella verità il proprio fine e il proprio fondamento. Precisamente sul tema del fondamento intendiamo ora riflettere, per concludere la presente ricerca.

Ebbene, il fondamento autentico non è includibile nel sistema che fonda: verrebbe ridotto a fondato. A tale fondamento, pertanto, l’intenzione pura si volge intendendo perdersi in esso.

Il perdersi nella verità, dunque, si capovolge nell’unica, autentica salvezza: solo chi non ha paura di perdersi si salverà, recitano i Vangeli (Mt 16, 25; Lc 17, 33; Gv 12, 25), e solo perdendosi nella verità l’io si trova veramente, cioè si realizza pienamente come uomo libero.

Se l’io, infatti, intende affidare l’intera sua esistenza alla verità, allora è la verità che diventa il centro, trasformandosi in un fondamento che è bensì interiore, ma non esclusivamente interno.

La verità è un fondamento interiore, perché l’io non si rivolge alle cose fuori di lui, ma conduce un continuo dialogo con sé medesimo. E tuttavia, questo dialogo interiore non produce una chiusura dell’io, ma anzi vale come la sua apertura verso l’ulteriore, come il suo supremo atto di libertà.

L’io, nel suo dialogo, si rivolge ad una intelligenza assoluta, l’unica che potrebbe dire come stanno effettivamente le cose e l’unica che potrebbe esprimere un giudizio vero sui comportamenti e sui pensieri dell’io stesso.

È proprio a questa intelligenza che l’io si rivolge e dalla quale chiede di essere illuminato e giudicato, per comprendere i propri limiti, i propri errori e, dunque, come migliorarsi e come comportarsi secondo giustizia.

Quando l’io è animato da questa limpida intenzione di mettersi a nudo di fronte alla verità, non può non pacificarsi, perché ha svolto interamente il suo compito.

Ciò che accade nella storia dell’io, quando la sua intenzione si affida interamente al bene, non può che essere bene, anche se allo sguardo miope dell’ego alcuni eventi possono sembrare un “male”.

Con questa consapevolezza, l’io riesce a trovare pace con sé stesso e con il mondo, cioè con gli eventi della vita, perché sa che solo l’intenzione pura legittima comportamenti e pensieri.

Certo, la pacificazione costituisce uno stato che viene continuamente perduto e, pertanto, deve venire continuamente riconquistato.

Se è facile perdere la fede, e dunque la pacificazione, non di meno l’io deve sempre individuare la strada per ritrovarla e metterla al centro della propria vita.

Una fede, vogliamo ripeterlo, non superstiziosa o credula, ma una fede eroica, che si fonda sulla ragione e che, proprio in virtù della ragione, di quest’ultima coglie il limite.

Una fede che, accettando di affidarsi a ciò che non può venire determinato e controllato, emerge sulla ragione stessa.

Il vero errore, pertanto, è pretendere di possedere la verità, di afferrare Dio, di sperimentarlo.

La salvezza, di contro, consiste nell’essere posseduti da essa, nell’affidarsi ad un Dio che non è una presenza determinata, ma che è presente solo come assente.

La sua assenza, fortissimamente avvertita dall’uomo, spinge quest’ultimo ad una ricerca che non ha mai una fine empirica, ma solo un compimento ideale, cioè un compimento che si realizza nell’intenzione che si affida a ciò cui si volge.

La verità che si sottrae alla sua riduzione a determinazione mantiene sempre viva la ricerca e impedisce di considerare vero ogni punto di approdo, così che risulta insensato imporre ad altri le proprie certezze, perché non coincidono mai con la verità cercata.

La certezza mantiene carattere soggettivo; la verità si intende che valga come autenticamente oggettiva.

Questa consapevolezza comporta il superamento della logica della certificazione.

Se l’ego ha un incessante bisogno di certezze e le cerca ovunque, per sentirsi confermato e per ottenere il consenso, allorché l’io si avvede che ogni certificazione è vana, giacché solo la verità offre una vera garanzia, allora rinuncia alle certificazioni empiriche e sceglie la fede autentica.

Scegliendo la fede autentica, l’io si emancipa dalle certezze del mondo, realizzando l’unica libertà autentica che è possibile realizzare nel mondo: la libertà dal mondo stesso.

 

Precedenti articoli di questa serie già pubblicati
Fede e libertà (IV) (12 gennaio 2025)
Fede e libertà (III) (8 dicembre 2024)
— Fede e ragione (II) (10 novembre 2024)
— Che bisogno abbiamo della fede? (I) (13 ottobre 2024)

 

Foto di Maria Teneva su Unsplash

Fede e libertà (IV)

Come emerge da quanto scritto negli scorsi articoli, la ragione non può che affidare alla verità il proprio tendere ad essa. E, proprio per la ragione che la verità non può venire determinata, lo slancio verso di essa è destinato a non esaurirsi mai.

Ci si slancia, insomma, verso la verità, sapendo bensì che essa è innegabile, ma sapendo altresì che non la si potrà mai afferrare. Con questa conseguenza: chi cerca la verità non può far poggiare la propria ricerca sui mezzi di cui dispone in quanto “cercante”, perché quei mezzi sono insufficienti a raggiungere l’obiettivo. Continue Reading

Fede e libertà (III)

Nella prima parte della nostra trattazione, abbiamo cercato di evidenziare che la fede esprime una vocazione intrinsecamente razionale. Tale vocazione si esprime nell’intendere che sia vero l’oggetto creduto.

Ciò ha messo in luce un problema: se la verità dell’oggetto creduto è dimostrata razionalmente, quale spazio rimane alla fede?

Nella seconda parte della trattazione abbiamo cercato di evidenziare che, qualora la ragione pretendesse di determinare la verità, contraddirebbe sé stessa, dal momento che è la stessa ragione che richiede la verità come assoluta: solo se libera da vincoli estrinseci, essa è verità autentica.

De-terminare, invece, è riferire ad altro, giacché implica circoscrivere con un limite, de-limitare, così che la verità, in quanto determinata, viene subordinata a ciò che è altro da essa.

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Fede e ragione (II)

Dopo avere cercato di precisare la differenza che sussiste tra il “credere in” e il “credere che”, della quale ci siamo occupati nello scorso articolo, ci vogliamo ora occupare di una un’altra differenza, ancor più basilare della precedente, quella che sussiste tra il sapere e il credere.

Il sapere – possiamo dire in estrema sintesi – è frutto di un processo che, passando attraverso il dubbio, ossia attraverso l’ipotesi che la cosa non sia come inizialmente appare, perviene alla certezza che la cosa è in un determinato modo perché lo si è dimostrato, ossia perché si è usato un argomento razionale.

La dimostrazione è effettiva quando afferma una determinata ipotesi e la promuove a tesi perché esclude l’ipotesi opposta, dimostrandone la falsità. Il sapere, dunque, ci consente di passare da un’ipotesi ad una tesi, la quale deriva dall’elaborazione razionale dell’esperienza o da una dimostrazione esclusivamente logica. In questo senso, la ragione sembra l’unico strumento che ci consente effettivamente di pervenire alla verità.

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Ragione e rivelazione, due nemiche irriducibili

Ci sono molti modi per affrontare il problema del rapporto tra fede e ragione: la filosofia che accetta la rivelazione oppure la rivelazione che accetta la filosofia; la filosofia che viene posta come pari alla teologia oppure collocata in modo ancillare (e viceversa); infine fede e ragione pensate in collaborazione verso un fine superiore oppure in radicale conflitto.  

Quest’ultimo è stato il modo in cui quel rapporto è stato interpretato da Leo Strauss in una storica quanto drammatica lezione tenuta al seminario teologico di Hartford, Connecticut, l’8 gennaio del 1948.  In quella lectio magistralis, dal titolo Reason and Revelation, Strauss esaminava fede e ragione nell’arena del conflitto, come si espresse esplicitamente; non cercava cioè di riunire gli elementi comuni che potevano garantire un accordo tra le due ma ne evidenziava i loro principi ultimi che le separavano in maniera irriducibile. Se la filosofia pretende di essere la vita nella conoscenza, la rivelazione la vita nell’obbedienza a Dio: ecco allora l’alternativa tra Atene e Gerusalemme, assunte rispettivamente come modello dell’antichità e modello della modernità. Vero che entrambe, filosofia e rivelazione, nascono come critica del mito e sono entrambe anti idolatre. La filosofia intende però questa sua natura come ricerca della verità, la conoscenza cioè come via alla felicità umana. Cosa che costituisce, osserva Strauss, il principio diametralmente opposto a quello biblico, quintessenza di ogni religione rivelata, in cui l’alternativa al mito è l’obbedienza al dio vivente.  Continue Reading

I fondamenti teoretici dell’unione di fede e ragione

Con il presente lavoro intendiamo fare emergere quella prospettiva filosofica che, a differenza di quanto ordinariamente si pensa, consenta di evidenziare come fede e ragione si costituiscano fondandosi l’una sull’altra. La fede, nel senso del suo strutturarsi in virtù di una vocazione intrinsecamente razionale; la ragione, nel senso del suo costituirsi come intenzione che si affida alla verità confidando in essa.
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Ma l’Emanuele non fa la Grazia

Nonostante continui a chiarire che i suoi scritti non vanno verso la direzione del cristianesimo (così come ricorda anche nella recente raccolta dal titolo Dispute sulla verità e la morte), non mancano studi e interpretazioni che vogliono la filosofia di Emanuele Severino rivolta e comunque non distante da esso. Anche il recente convegno di studi organizzato per celebrare i 50 anni dalla pubblicazione della Struttura originaria (il libro da cui, secondo il suo stesso autore, dipendono tutti gli altri) ha ospitato alcune relazioni che hanno cercato di mettere in luce i fili per un dialogo tra il suo pensiero e il cristianesimo (vedi qui gli atti del convegno L’alba dell’eternità con download gratuito). Tra queste anche quella del nostro amico e collaboratore Marco Panteghini che abbiamo pubblicato su questo sito due settimane fa. In essa si domanda se l’esito del sistema di Severino possa rientrare nella dimensione della Grazia in quanto «il fatto che la contraddizione permanga insuperata, cioè sia di fatto insuperabile, non è in contraddizione con la superabilità della contraddizione stessa. Se allora la permanenza della contraddizione nella storia è possibile, non si dovrà dire che, se si ha l’avvento della Gloria della Gioia, esso è un accadimento di Grazia?». La nostra risposta a questo interrogativo, se abbiamo correttamente inteso il quesito, è negativa per le ragioni che andiamo ad illustrare di seguito.

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La politica di Abramo

The politics of the binding of Isaac, letteralmente “la politica della legatura di Isacco”, è un articolo apparso lo scorso 14 gennaio sull’Opinionator del New York Times (pessimo nome per un’ottima rubrica filosofica) a firma di Omri Boehm, giovane assistente di filosofia presso la New School for Social Research di New York. Aggiungiamo per inciso che non abbiamo trovato altri termini in italiano, come quello appunto di legatura, per indicare l’atto del legare qualcuno (forse però si potrebbe anche tradurre “legamento”).

L’articolo discute un tema oggetto di acceso dibattito al nostro ultimo Ritiro Filosofico, ovvero il cosiddetto “sacrificio di Isacco” così come è conosciuto l’episodio contenuto nel capitolo 22 del libro della Genesi. Il fatto è noto: una volta ricevuto l’ordine di sacrificare il proprio figlio, Abramo, attraverso continue quanto false rassicurazioni, conduce Isacco sul monte Moriah secondo il comando ricevuto. Dopo aver legato il bambino all’altare sacrificale, Abramo viene fermato all’ultimo momento dall’angelo di Dio che interviene per impedire la consumazione del rito.

Le ragioni per cui il racconto è conosciuto come il sacrificio di Isacco sono numerose. Esse tuttavia sono ingiuste in quanto nessun sacrificio viene perpetrato: sono quindi da respingere interpretazioni legate al proposito iniziale (seppure fatto sotto il comando di Dio) o alla presunta “psicopatologia” di un padre che pur si dirige sul monte per compiere l’uccisione del proprio figlio. Semmai si deve al contrario interpretare il fatto come una prima reazione contro il rito dei sacrifici umani delle religioni pagane, rito inizialmente praticato anche in ambito giudaico. In questo senso la mancata consumazione del sacrificio del bambino segnala il passaggio da una religione arcaica ad una religione più matura e decisamente più umana.

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Un dialogo fittizio

Il dibattito che si è generato dopo l’elezione di papa Francesco è significativo e richiede, nella nostra visione, una lettura un po’ più pacata e approfondita.
In primo luogo va vista, nella sua complessità, la figura di questo papa: quello che incarna per la Chiesa ora (che, storicamente e strategicamente, ha sempre saputo leggere i tempi in modo lucido e pragmatico; per ciò ha una storia di duemila anni che continua a durare), gli atteggiamenti che tiene, le interviste che dà, le lettere che scrive, le telefonate e il fatto di aver stabilito in modo netto il ruolo della Chiesa. Anzi: della nuova Chiesa, come molti la chiamano.

Papa Francesco – fin da subito, in modo molto estrinseco, ovvero con i suoi atteggiamenti e con la sua disponibilità interlocutoria – ha delimitato, da nuovo, il campo di azione della Chiesa. Ed è un campo di azione diverso da quello che eravamo soliti conoscere con, almeno, i suoi tre predecessori.

Il nuovo ambito entro cui si muove l’operato di quella gigantesca macchina teologico-politica, che è la Chiesa, non ha più in sé quegli aspetti e quelle tematiche di tipo accademico o culturale che riguardano il problema del fondamento razionale della fede.

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