Innegabilità del fondamento in Severino (III)

Innegabilità del fondamento in Severino

L’innegabilità del fondamento: introduzione
Nel trattare l’innegabilità del fondamento, così scrive Severino: «Alla struttura originaria compete […] quanto Aristotele rilevava a proposito del principio di non contraddizione: che la sua stessa negazione, per tenersi ferma come tale, lo deve presupporre. Sì che ad un tempo lo nega e lo afferma: lo nega in actu signato, e lo afferma in actu exercito; e quindi, proprio perché insieme lo afferma e lo nega, non riesce a negarlo» (Severino 1981, 107).
La negazione del principio (fondamento), come abbiamo detto negli articoli precedenti, deve investire il principio nella sua interezza e, pertanto, deve essere esterna ad esso; ma deve altresì essere interna, stante il suo costituire un momento del fondamento (principio) stesso: da questo punto di vista, la soluzione al problema della negazione sembrerebbe quella del suo sussistere in entrambe queste forme.
Se di esse si considera la prima, e cioè la negazione esterna che investe il fondamento nella sua interezza proprio per poterlo effettivamente negare, si deve rilevare che essa non può, a rigore, realizzare il proprio progetto, perché non riesce a negare il principio (fondamento): del fondamento, infatti, essa necessita, onde essere fondata come negazione.
Quello appena indicato costituisce un punto cruciale. Per comprenderlo adeguatamente, notiamo che, nel fare riferimento alla negazione del fondamento, viene a riproporsi la situazione descritta da Aristotele a proposito del principio di non contraddizione. Non per niente, Severino esordisce dicendo che, per mostrare l’innegabilità del principio, si deve procedere ad esporre la struttura originaria: «L’esplicitazione della qual cosa [l’impossibilità che la negazione neghi effettivamente il principio] esige però l’esposizione della struttura originaria (mostrare cioè che la negazione della struttura originaria è possibile solo presupponendo questa struttura stessa – o che la condizione della negazione è quello stesso che vien negato –: mostrare questo importa innanzitutto che la struttura originaria sia disvelata, esposta); e quindi esige un notevole sviluppo discorsivo» (Ibidem).
Severino insiste con il mostrare che «La storia del fondamento è un elemento o un momento essenziale al fondamento stesso» (Severino 1981, 110), e tale storia si configura come il succedersi delle negazioni del fondamento. Solo successivamente, egli torna ad esaminare il ruolo della negazione in ordine al fondamento e precisa questo ruolo in riferimento alla posizione del fondamento.
Si potrebbe, quindi, affermare che prima si mostra l’innegabilità del fondamento e poi la sua posizione e ciò è dovuto al fatto che un «contenuto» vale come fondamento «solo in quanto quella capacità [di togliere assolutamente la sua negazione] è posta» (Severino 1981, 111).

Autenticità del fondamento come sua innegabilità
Come detto nel passo precedente, «La storia del fondamento è un elemento o un momento essenziale al fondamento stesso» e tale storia altro non è che il succedersi delle negazioni del fondamento così come la storia della filosofia le ha presentate. La storia delle negazioni è, dunque, l’esplicitazione del contenuto espresso in forma icastica da quella negazione del fondamento, che fa parte della struttura originaria: «la posizione del fondamento implica essenzialmente il toglimento della negazione del fondamento; o che questo si realizza come apertura originaria della verità solo in quanto è in grado di togliere la sua negazione, e quindi solo in quanto sta in relazione con questa. Sì che il fondamento è posto solo in quanto la sua negazione è posta (come tolta)» (Severino 1981, 111).
Riteniamo che il passo citato sia davvero centrale, forse il più importante del I Capitolo, e per questo cercheremo di analizzarlo attentamente. In esso viene affermato, in forma esplicita, quanto Severino ha già anticipato, in una forma più criptica, nel passo che abbiamo citato all’inizio del paragrafo precedente, nel quale egli fa riferimento al principio di non contraddizione di Aristotele e cioè al fatto che la stessa negazione del principio, per tenersi ferma come negazione, lo deve presupporre.
Il concetto da cui partire è, dunque, quello per il quale il fondamento è tale se è in grado di mostrare di essere autentico. E mostrare l’autenticità equivale a mostrare l’innegabilità: il fondamento è autentico se, e solo se, è innegabile ed è innegabile se «è in grado di togliere la sua negazione». Questo è il punto da cui prende avvio la presente riflessione: per Severino, innegabile significa ciò che resiste alla negazione e, anzi, le impone di togliersi.
Qui egli non precisa che cosa debba intendersi per «negazione»: lo dà, come dire, per scontato e aggiunge soltanto che il fondamento che viene negato – e che deve togliere la sua negazione – può farlo perché «sta in relazione con questa». La relazione del fondamento alla sua negazione (sia che la si intenda come negazione interna che come negazione esterna ad esso) è la prima relazione che ci è dato di incontrare e sulla quale, dunque, si impone una attenta analisi.
Tale relazione costituisce la traduzione, in termini logico-teoretici, della struttura originaria stessa, dal momento che si instaura tra i due poli in cui si articola l’originario: il polo positivo, costituito dal fondamento, e il polo negativo, costituito dalla sua negazione. In effetti, come Severino preciserà in seguito, la negazione non rappresenta il polo assolutamente negativo, per la ragione, appunto, che si pone come un polo e, per questo suo porsi, vale come un positum, cioè come un positivo (positivum).
Che si tratti di una relazione di estrema importanza lo si evince anche da un altro passo, che concerne il fondamento inteso nella sua concretezza: «Esso è invece soltanto un momento astratto del fondamento, l’intero o il concreto del fondamento essendo appunto la relazione posizionale tra questo momento e la sua negazione» (Severino 1981, 111-112).
Poiché Severino parla di relazione del fondamento alla sua negazione (e, ripetiamo, ciò vale tanto per la relazione intrinseca quanto per quella estrinseca), a noi sembra che anche la negazione debba venire pensata in relazione al fondamento. Ciò ha un’enorme rilevanza, perché equivale a gettare un’ipoteca non di poco conto sul concetto di negazione: quest’ultima, infatti, viene intesa come relazione negativa, cioè come attività estrinseca o funzione logica del negare.

La negazione come essenziale al fondamento
Come detto poc’anzi, la negazione intesa come funzione logica è la relazione negativa. Se la negazione viene intesa come un’attività che si dispone estrinsecamente su ciò che viene negato, e per questa ragione parliamo di “relazione negativa”, allora si deve mettere in evidenza che, per quanto possa apparire sorprendente e contrario al modo ordinario di pensare, il negato non viene mai effettivamente negato. O, più precisamente, esso viene richiesto come essente perché si possa procedere alla sua negazione.
Che è come dire: la negazione viene a negare ciò che essa stessa è costretta a postulare. Se, infatti, il negato non fosse, allora la negazione non potrebbe venire determinata, dal momento che non si eserciterebbe su qualcosa e cesserebbe di essere negazione: valendo come negazione-di-nulla si capovolgerebbe in negazione-nulla.
Con questa conclusione: il negato è essenziale al costituirsi della negazione intesa come relazione negativa, dal momento che di questa relazione esso costituisce un termine, così che la relazione non lo può negare senza negare sé stessa.
Le considerazioni svolte sul concetto di negazione sono decisamente importanti, perché il discorso di Severino, svolto nei passi citati, comporta che la negazione risulti essenziale al costituirsi della struttura originaria, «l’intero o il concreto del fondamento essendo appunto la relazione posizionale tra questo momento e la sua negazione» (pp. 111-112).
Severino, quindi, afferma che ad essere innegabile è soltanto il fondamento; di contro, il discorso da noi svolto ha come conclusione che ogni determinazione resiste alla negazione, se questa viene intesa come negazione formale, cioè come negazione estrinseca. Come sappiamo, ogni significato (ente) per Severino è eterno e ciò, a nostro giudizio, non fa che confermare che la negazione formale risulta comunque inefficace. Detto con altre parole: ogni determinazione è innegabile proprio perché l’ente non può diventare un non-ente.
Per chiarire ulteriormente il concetto, riprendiamo ad indagare il rapporto che sussiste tra il fondamento (principio) e la sua negazione. Questo rapporto è essenziale, perché senza di esso il fondamento non potrebbe configurarsi in forma determinata.
Da un certo punto di vista, la negazione del fondamento (qui si fa riferimento alla negazione intrinseca) ne consente la posizione determinata; da un altro punto di vista, invece, la negazione di questa negazione (qui si fa riferimento alla negazione estrinseca) attesta l’innegabilità del fondamento stesso. Questo è il punto di vista di Severino, il quale non intende sottoporre a questione il concetto di negazione, ma intende affermare che l’innegabilità del fondamento consiste nel fatto che la negazione non può non richiederlo, in modo tale che, non potendo negarlo, non può non negare sé stessa: «Pertanto, non solo la negazione dell’originario è originariamente tolta in quanto intrinsecamente contraddittoria, e cioè in quanto per realizzarsi presuppone la struttura originaria […]; ma tale negazione presuppone ciò che essa nega» (Severino 1981, 127-128).
Per il fondamento, quindi, Severino ripropone il discorso che Aristotele fa per il principio di non contraddizione: come quest’ultimo, anche il fondamento viene richiesto dalla negazione che pretenderebbe di negarlo: «Di qui segue che la problematizzazione del fondamento è autocontraddittoria. Essa è un modo della negazione del fondamento» (Severino 1981, pp. 139-140, nota 1).
L’autocontraddittorietà della negazione del fondamento viene affermata anche nel sesto paragrafo del III Capitolo: «la negazione dell’incontraddittorietà [dell’essere] è autocontraddittoria» (Severino 1981, 177) e ribadita ulteriormente in Ritornare a Parmenide, dove viene messa in evidenza, inoltre, la caratteristica della negazione come tale, che noi abbiamo con forza sottolineato: «L’ἔλεγχος è appunto l’accertamento di questo autotoglimento della negazione, ossia è l’accertamento che la negazione non esiste come negazione pura, ossia come negazione che non abbia bisogno, per costituirsi, di affermare ciò che nega. Dire che l’opposizione [che in Ritornare a Parmenide costituisce il vero principio, in quanto opposizione di essere e nulla] “non può” essere negata, significa dunque rilevare che, proprio perché il fondamento della negazione è ciò che essa nega, essa consiste nella negazione di se medesima, nel suo togliersi come discorso» (Severino 1972, 44).

Conclusione: negativo come essenziale al positivo
In primo luogo, ci interessa sottolineare che per lo stesso Severino la negazione non può essere «pura», nel senso del valere «come negazione che non abbia bisogno, per costituirsi, di affermare ciò che nega». Ebbene, ciò dimostra che la negazione, per porsi (costituirsi), necessita del “negato”, così che non potrà mai effettivamente negarlo. In secondo luogo, come caso particolare dell’impossibilità di negare il “negato”, si dovrà affermare che la negazione non riesce neppure a negare il fondamento (principio). In tal modo, essa esibisce la propria inefficacia.
D’altro canto, invece, la negazione svolge, per Severino, una duplice e fondamentale funzione: consente di determinare il principio (fondamento) e consente di farne emergere l’innegabilità, togliendosi. Ciò significa che, senza la negazione, non si porrebbe il fondamento né emergerebbe la sua innegabilità, così che la negazione, anche se per venire negata, risulta essenziale al fondamento.
Ciò significa che, sempre per Severino, il negativo è essenziale al positivo o, in altre parole, l’errore è essenziale al costituirsi della verità o, ancora, all’essere è essenziale il non-essere. Ci domandiamo: risulta davvero intelligibile quella posizione teoretica che faccia poggiare il vero sul falso, capovolgendo così l’assunto spinoziano per il quale «veritas norma sui et falsi» (B. Spinoza, Ethica, parte II, prop. 43, scolio)?

Riferimenti bibliografici

  • Severino, Emanuele. 1972. “Ritornare a Parmenide”, in Essenza del nichilismo. Brescia: Paideia.
  • Severino, Emanuele. 1981. La struttura originaria. Milano: Adelphi.

 

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Democracy is like fun

The term democracy is used today to denote everything that is wholesome in the social world. Yet there is such a thing as too much democracy. By this I do not mean that democracy needs to be tempered by some autocratic or elitist political ideal. Rather, I mean that we must reserve space in our shared social lives for that which is not political at all. Even in a democracy, politics must be kept in its place.

Keeping democracy in its place is not easy. The very idea of collective self-government tempts us into thinking that citizens must be perpetually fixated on the task of ruling themselves. Accordingly, a central message of most democratic theory has been that our social lives as such should be driven by democratic aims and projects. And this theoretical message has clearly worked its way into practice. Democratic politics has thoroughly infiltrated our social lives. Our daily interactions, from coffee shops and street corners to comment threads and blog posts, are increasingly structured by our political allegiances, and those allegiances ever more frequently supply the content of our casual conversations.

It is no exaggeration to say that in the United States today, your choices about mundane matters – where to buy groceries, what television shows to watch, the sports teams you follow, how to get to work, where you go on vacation, how you spend Sunday mornings – are all deeply tied to your political profile. And this in turn means that your day-to-day interactions with others are limited to those who happen to also shop at those stores, watch that programme, follow that team, take that bus, and walk in that park. Our entire social worlds are shaped by the travails of contemporary politics. To put it dramatically, our social lives are tyrannised by democracy.

The saturation of civic life by democratic politics crowds out the fundamental bases for community and social cooperation that the democratic ethos needs in order to flourish. If we are to work together as a self-governing polity, we must cultivate a kind of civic friendship that enables us to regard each other as fellow citizens and sharers in a common fate. When we interact only on the battlefield of politics, our divisions erode civic friendship. Democracy is thus dismantled.

The tyranny of democracy undermines democracy. This is in no way an anti-democratic thought. It simply applies to democracy a general insight about value, namely that sometimes, in order to realise something of value, one must strive for something else. Certain values are undercut by our single-minded pursuit of them. In such cases, the pursuit of the value in question produces its opposite.

To see how this works, consider a value such as fun. Surely it’s good to have fun? But fun can be had only as a byproduct of participating in activities that have some other objective. We have fun when engaging in pursuits whose point is something other than fun: winning the game, dancing to the song, experiencing the plunge of the rollercoaster, completing the crossword. Accordingly, the persistent boredom of teenagers is the product of their not having anything to pursue but entertainment. When fun itself is the name of the game, everything’s a drag.

Friendship, too, has this general structure. We need friends. Consequently, we ought to form deep friendships. But one of the surest ways to fail at making friends is to try to make them. Friendships emerge from activities other than friend-seeking. One gains friends by sharing experiences, undertaking common projects, and caring about other persons. No matter how good it is to have friends, friendship itself cannot be our pursuit. When we take friendship itself as our goal, we wind up friendless.

The phenomenon has the flavour of paradox. In order to cultivate certain values, one must aim for something other than their cultivation. Yet to regard something as valuable is to be disposed to seek to produce it. Certain values, it seems, require us to develop an odd form of schizophrenia. We must to some degree turn our backs on the value in order to make it manifest.

As democracy rests on civic friendship, it is perhaps no surprise that in order to practise better democracy, we need to engage with each other on matters that are not political. Our civic lives must be structured around shared activities and common experiences that do not have politics at their core, arenas of social engagement that are not already structured and plagued by political categories. We must seek out activities that will involve us in cooperative endeavours with others who, for all we know, have opposing political views from our own. We must talk with strangers about matters of substance that are not at all political. We must create sites of social involvement in which party affiliation and platform allegiance are simply beside the point. We must ‘tune out’, not from society as such but from society as it is constructed by democratic politics. In short, if we want to do democracy right, we need sometimes to do something else entirely.Aeon counter – do not remove

Robert B Talisse

This article was originally published at Aeon and has been republished under Creative Commons.

Se mi lasci, non ti cancello

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non abbia avuto seri problemi coi suoi affetti cercando soluzioni di qualsiasi tipo. Religione, psicologia, psichiatria, farmaci: tutti rimedi contro l’oppressione degli affetti, coi quali viaggiamo a mille quando ci sono favorevoli ma ne siamo schiacciati, fino a voler demolire noi stessi e il mondo intero, quando ci sono contrari. I filosofi hanno sempre riservato al problema un’attenzione particolare, soprattutto nel periodo della filosofia moderna. Spinoza è uno di quelli che ha affrontato la questione in maniera più approfondita descrivendo in modo sistematico le modalità con le quali la ragione può e deve far fronte agli affetti. All’inizio della quinta parte dell’Etica (E5) il filosofo olandese elenca sette rimedi, ricavati dalla sola conoscenza della mente, in cui dimostra che se la mente non ha sugli affetti un dominio assoluto (come invece voleva Cartesio) essa può mitigarli e governarli affinché l’uomo viva una vita serena. Spinoza è chiarissimo nel dire che gli affetti non possono essere eliminati del tutto e rimangono presenti nella mente: con essi dunque ci dobbiamo convivere. Prima di vedere uno per uno tali rimedi bisogna aver chiaro che cosa s’intende per affetto che Spinoza definisce come quell’idea che segue alla modificazione del proprio corpo dovuta alla presenza o all’assenza di un altro corpo. Definizione materialissima in cui gli affetti sono distinti in attivi o passivi: la forza di quest’ultimi, chiamati anche passioni o sentimenti, è determinata dalla forza della causa esterna; la potenza dei primi è invece determinata dalla sola conoscenza, affermazione da cui si deduce che la ragione, lungi dall’essere asettica e neutrale, è in grado di produrre gli affetti più forti e duraturi. Vediamo come.

1. Formare un concetto chiaro e distinto dell’affetto (E5P3-P4)
Il primo rimedio è quello di avere un concetto chiaro e distinto dell’affetto in quanto, nel momento in cui la mente comprende le ragioni della sua comparsa, Spinoza sostiene che quell’affetto cessa automaticamente  di operare. Sembra troppo facile per essere vero! Questo significa che nel momento in cui comprendo le ragioni per cui ho un affetto di tristezza (ad esempio, la mia compagna mi ha lasciato per un altro uomo) io dovrei stare meglio perché ho capito le ragioni per cui ciò è avvenuto? Bisogna intendersi. Gli affetti passivi sono sempre idee confuse: la conoscenza che essi forniscono è una conoscenza per modo di dire, in quanto, essendo appunto una conoscenza confusa, non si riferisce mai alla mente. Alla mente si riferiscono solo gli affetti attivi, quelli cioè che ci danno una conoscenza chiara e distinta di una certa cosa e che, in quanto tali, esprimono la potenza della mente. La vera conoscenza della causa della mia sofferenza, tale da far scomparire quest’ultima una volta conosciuta nelle sue determinazioni causali, consiste nel comprendere che essa è soltanto un’immaginazione (con il che s’intende la modificazione che un corpo riceve a seguito della pressione di un altro corpo) che, in quanto tale, non riguarda la mente. Infatti, nel caso specifico, qualsiasi sia l’immaginazione, essa proviene dai sensi, cioè dalle tracce rimaste impresse nel mio corpo della persona amata e che ora non c’è più, mai però dalla mente che percepisce solo in modo chiaro e distinto. Nel momento in cui la mente si forma un concetto adeguato di quell’affetto, quell’affetto semplicemente scompare in quanto la causa che mi fa soffrire (affetto o conoscenza confusa) è sempre qualcosa di immaginato. Questo qualcosa scompare nel momento in cui si viene a sapere che la tristezza nasce sempre dall’opinione la quale, per definizione, non può che essere non vera. Raggiungere un concetto chiaro e distinto dell’affetto costituisce il rimedio più importante sul quale si fondano tutti gli altri rimedi.

2. Separare un affetto dal pensiero di una causa esterna (E5P2)
Il secondo rimedio (primo in ordine di esposizione) è quello di separare un affetto dal pensiero della sua causa esterna associandola ad altri pensieri: in questo modo l’emozione che ne deriva, così come le fluttuazioni dell’animo che ne conseguono, sarà annullata. Esempio: se sono triste (affetto) per la perdita dell’affetto di una persona (causa esterna), bisogna pensare che la vera causa della tristezza non è la perdita dell’affetto di questa persona ma un’altra causa. La psicologia del resto conferma che la tristezza, soprattutto quando questa è prolungata e ricorrente, non è mai collegata all’evento scatenante. In questo modo il rimedio consiste nella corretta attribuzione di un certo evento alla sua vera causa, rimedio che passa necessariamente per la rimozione di quella apparente.

3. Conoscere la cosa come necessaria e non come libera (E5P5-P6)
Siccome l’affetto è tanto più grande quanto più una certa cosa è immaginata come libera, ecco che il rimedio è quello di conoscere quella certa cosa come necessaria e non come libera. In questo modo la mente si svincola dalla causa esterna, immaginata come qualcosa che produce oppressione e pesantezza, per riacquistare la propria libertà, che per Spinoza coincide sempre con la necessità. Ora, quale follia si potrebbe concepire come maggiore di quella che vuole modificare la necessità delle cose? Questo principio nasce in quanto la mente intende solo le cose che sono necessarie, ovvero quelle che sono determinate ad esistere e ad agire da un nesso infinito di cause. Questo è il solo modo di operare della mente, non essendovi alcun altro. Esempio: vediamo che la perdita dell’affetto di una persona viene mitigata non appena ci si rende conto che quello stesso affetto non si sarebbe potuto conservare in alcun modo. Si tratta del rimedio più semplice e ragionevole da attuare in base all’idea che la mente conosce solo le cose che hanno una chiara connessione causale. Tutto ciò che non è necessità, in altre parole, è per la mente qualcosa di irricevibile e, in quanto tale, pura immaginazione.

4. Sapere che gli affetti che nascono dalla ragione sono più duraturi (E5P7)
Gli affetti che nascono dalla ragione, cioè gli affetti attivi, sono più potenti di quelli che nascono dalle cose singole, cioè gli affetti passivi. Il motivo di questa maggiore potenza consiste nella stabilità di questo tipo di conoscenza rispetto a quella fluttuante che deriva dalla conoscenza delle cose singole. Nel Trattato sull’emendazione dell’intelletto (§23-25) Spinoza spiega attraverso un esempio tratto dai numeri il significato di questo rimedio che consiste nel fatto che la conoscenza dell’essenza di una cosa (cioè della sua natura) è più stabile della conoscenza di una cosa singola. Questa stabilità porta l’intelletto a non arrestarsi mai e a giungere alla causa ultima che spiega la cosa in modo necessario. Nietzsche aveva ragione quando diceva che la vita è solo un mezzo di conoscenza: è quest’ultima che comanda, non la prima.

5. Associare un affetto con un numero più grande di cause (E5P8-P9)
In queste due proposizioni sembra esserci una contraddizione. In E5P8 si dice che un affetto è tanto più forte, quanto maggiori sono le cause che lo producono. In E5P9 si aggiunge che questo stesso numero elevato di cause rende un affetto meno nocivo. Si tratta allora di distinguere il concetto di forza da quello di nocività: se un affetto è il prodotto di tante cause, esso è più forte ma allo stesso tempo meno nocivo. Si potrebbe allora dire che la nocività risiede proprio negli affetti meno forti, in quanto essi finiscono o per essere tollerati o per agire indisturbati, provocando nel lungo periodo danni maggiori rispetto ad affetti più forti ma allo stesso tempo più facili da individuare e da combattere.
L’affetto passivo perde vigore se riferito a più cause invece che ad una singola causa. In primo luogo perché, rimuovendo una causa singola, si rimuove l’oggetto che tiene oppressa la mente impedendole di pensare. La mente infatti ha più difficoltà a pensare quando è occupata esclusivamente da un solo oggetto che da più oggetti. Da notare a questo proposito che l’amante che dice all’altro di pensarlo continuamente non è nella posizione ottimale per continuare il suo amore verso di lui (a dispetto di quanto si potrebbe pensare e di quanto, nella pratica, gli amanti credono di confessarsi). Quando la mente di una persona è occupata solo dal pensiero di un’altra persona, questo finirà per creare un senso di soffocamento che la condurrà, per motivi inerenti alla natura stessa della mente, a liberarsi da quell’unico oggetto per riacquistare la sua libertà.

6. Adottare una regola di vita (E5P10-P14)
Siccome l’allineamento delle immagini del corpo con le idee dell’intelletto è molto difficile, Spinoza suggerisce di adottare una regola di vita con precetti imparati a memoria per applicarli alle varie situazioni della vita. L’esempio è quello dell’odio che deve essere ricambiato dall’amore: siccome questo è difficile, allora si deve meditare sulle conseguenze generate dall’odio tra cui il fatto che le offese che gli uomini si fanno non migliorano ma anzi peggiorano le cose. Non bisogna dimenticare, aggiunge Spinoza, che una retta regola di vita significa prestare attenzione alle virtù e non ai vizi, ovvero il contrario di quello che normalmente fanno gli uomini sempre intenti a biasimare anziché lodare, lagnarsi e recriminare anziché rallegrarsi e compiacersi.

7. Amare Dio (E5P15-P20)
In quest’ultimo rimedio Spinoza riprende sostanzialmente il primo in quanto, chi intende i propri affetti, conoscendo la potenza della mente di concepire cose chiare e distinte, ama maggiormente Dio. Sia chiaro che con il termine Dio, Spinoza non intende il Dio cristiano, ma la serie infinita delle cause con le quali conosciamo. L’amore intellettuale di Dio è l’amore riposto nel bene ultimo e più stabile, mai oggetto di oscillazione. Da sottolineare la Proposizione 18 secondo la quale nessuno può odiare Dio perché non si può dare tristezza associata alla sua idea. La conoscenza di Dio è sempre conoscenza adeguata e distinta, cioè gioia; la tristezza è un affetto, quindi sempre conoscenza confusa; ma se si conoscono le vere cause della tristezza, la tristezza cessa di essere tale e diventa conoscenza chiara e distinta, cioè gioia. Ogni teodicea, come si può ben capire, è spazzata via alla radice.

Uscire dalla tristezza in qualsiasi modo, purché sia fatto con gioia
Comunque la si metta, che i rimedi siano efficaci oppure no, Spinoza dice chiaramente che dalla tristezza, che nasce dall’opinione e dall’immaginazione, dobbiamo uscirne in un modo o nell’altro. Per quale motivo? Perché la tristezza impedisce la capacità di agire dell’uomo, capacità che è a fondamento del piacere e della gioia. Due sono i modi per uscire dalla tristezza. Se c’è la possibilità, cercando di riacquistare il bene la cui perdita è all’origine della tristezza. Se questo però non è possibile (e nel caso si tratti di persone, come spesso accade, si tratta di un’opzione impraticabile perché gli uomini non hanno alcun potere nei confronti degli altri uomini) allora bisogna uscirne ugualmente. In che modo? Attraverso una modifica dell’intelletto che, a prescindere dal modo in cui essa si produca, deve essere fatta con gioia. Dalla tristezza (cioè dagli affetti di odio, invidia, gelosia ecc.) non si esce aggiungendo affetti simili ma soltanto con gioia, cioè con l’aumento di potenza del nostro essere che associamo all’idea di una causa esterna. In questo modo anche la passione che più ci ha dato dispiacere rimarrà in noi ma senza produrre conseguenze negative, anzi sarà come legna per meglio far ardere il fuoco degli affetti attivi.
Tutti i rimedi elencati da Spinoza, vale la pena ricordare, si applicano per coloro che facciano della ragione la loro guida. Una ragione che produce l’affetto più forte e capace di vincere su tutti gli altri affetti. Se per Epicuro era preferibile essere infelice servendosi della ragione che essere felice non servendosene (il che è già di per sé una solidissima regola di vita), per Spinoza la strada dell’infelicità è lastricata solo dalle passioni e la felicità una necessità prodotta dall’uso della ragione.

Why sexist and racist philosophers might still be admirable

Admiring the great thinkers of the past has become morally hazardous. Praise Immanuel Kant, and you might be reminded that he believed that ‘Humanity is at its greatest perfection in the race of the whites,’ and ‘the yellow Indians do have a meagre talent’. Laud Aristotle, and you’ll have to explain how a genuine sage could have thought that ‘the male is by nature superior and the female inferior, the male ruler and the female subject’. Write a eulogy to David Hume, as I recently did here, and you will be attacked for singing the praises of someone who wrote in 1753-54: ‘I am apt to suspect the Negroes, and in general all other species of men … to be naturally inferior to the whites.’

We seem to be caught in a dilemma. We can’t just dismiss the unacceptable prejudices of the past as unimportant. But if we think that holding morally objectionable views disqualifies anyone from being considered a great thinker or a political leader, then there’s hardly anyone from history left.

The problem does not go away if you exclude dead white establishment males. Racism was common in the women’s suffrage movement on both sides of the Atlantic. The American suffragette Carrie Chapman Catt said that: ‘White supremacy will be strengthened, not weakened, by women’s suffrage.’ Emmeline Pankhurst, her British sister in the struggle, became a vociferous supporter of colonialism, denying that it was ‘something to decry and something to be ashamed of’ and insisting instead that ‘it is a great thing to be the inheritors of an empire like ours’. Both sexism and xenophobia have been common in the trade union movement, all in the name of defending the rights of workers – male, non-immigrant workers that is.

However, the idea that racist, sexist or otherwise bigoted views automatically disqualify a historical figure from admiration is misguided. Anyone who cannot bring themselves to admire such a historical figure betrays a profound lack of understanding about just how socially conditioned all our minds are, even the greatest. Because the prejudice seems so self-evidently wrong, they just cannot imagine how anyone could fail to see this without being depraved.

Their outrage arrogantly supposes that they are so virtuous that they would never be so immoral, even when everyone around them was blind to the injustice. We should know better. The most troubling lesson of the Third Reich is that it was supported largely by ordinary people who would have led blameless lives had they not by chance lived through particular toxic times. Any confidence we might have that we would not have done the same is without foundation as we now know what people then did not know. Going along with Nazism is unimaginable today because we need no imagination to understand just what the consequences were.

Why do so many find it impossible to believe that any so-called genius could fail to see that their prejudices were irrational and immoral? One reason is that our culture has its own deep-seated and mistaken assumption: that the individual is an autonomous human intellect independent from the social environment. Even a passing acquaintance with psychology, sociology or anthropology should squash that comfortable illusion. The enlightenment ideal that we can and should all think for ourselves should not be confused with the hyper-enlightenment fantasy that we can think all by ourselves. Our thinking is shaped by our environment in profound ways that we often aren’t even aware of. Those who refuse to accept that they are as much limited by these forces as anyone else have delusions of intellectual grandeur.

When a person is so deeply embedded in an immoral system, it becomes problematic to attribute individual responsibility. This is troubling because we are wedded to the idea that the locus of moral responsibility is the perfectly autonomous individual. Were we to take the social conditioning of abhorrent beliefs and practices seriously, the fear is that everyone would be off the hook, and we’d be left with a hopeless moral relativism.

But the worry that we would be unable to condemn what most needs condemnation is baseless. Misogyny and racism are no less repulsive because they are the products of societies as much, if not more, than they are of individuals. To excuse Hume is not to excuse racism; to excuse Aristotle is not to excuse sexism. Racism and sexism were never okay, people simply wrongly believed that they were.

Accepting this does not mean glossing over the prejudices of the past. Becoming aware that even the likes of Kant and Hume were products of their times is a humbling reminder that the greatest minds can still be blind to mistakes and evils, if they are widespread enough. It should also prompt us to question whether the prejudices that rudely erupt to the surface in their most infamous remarks might also be lurking in the background elsewhere in their thinking. A lot of the feminist critique of Dead White Male philosophy is of this kind, arguing that the evident misogyny is just the tip of a much more insidious iceberg. Sometimes that might be true but we should not assume that it is. Many blindspots are remarkably local, leaving the general field of vision perfectly clear.

The classicist Edith Hall’s defence of Aristotle’s misogyny is a paradigm of how to save a philosopher from his worst self. Rather than judge him by today’s standards, she argues that a better test is to ask whether the fundamentals of his way of thinking would lead him to be prejudiced today. Given Aristotle’s openness to evidence and experience, there is no question that today he would need no persuading that women are men’s equals. Hume likewise always deferred to experience, and so would not today be apt to suspect anything derogatory about dark-skinned peoples. In short, we don’t need to look beyond the fundamentals of their philosophy to see what was wrong in how they applied them.

One reason we might be reluctant to excuse thinkers of the past is because we fear that excusing the dead will entail excusing the living. If we can’t blame Hume, Kant or Aristotle for their prejudices, how can we blame the people being called out by the #MeToo movement for acts that they committed in social milieus where they were completely normal? After all, wasn’t Harvey Weinstein all too typical of Hollywood’s ‘casting couch’ culture?

But there is a very important difference between the living and the dead. The living can come to see how their actions were wrong, acknowledge that, and show remorse. When their acts were crimes, they can also face justice. We just cannot afford to be as understanding of present prejudices as we are of past ones. Changing society requires making people see that it is possible to overcome the prejudices they were brought up with. We are not responsible for creating the distorted values that shaped us and our society but we can learn to take responsibility for how we deal with them now.

The dead do not have such an opportunity, and so to waste anger chastising them is pointless. We are right to lament the iniquities of the past, but to blame individuals for things they did in less enlightened times using the standards of today is too harsh.Aeon counter – do not remove

Julian Baggini

This article was originally published at Aeon and has been republished under Creative Commons.

Non è un Paese per Weber

Non amiamo celebrare gli anniversari. Oggi però facciamo un’eccezione per Max Weber, di cui ricorre il centenario della morte avvenuta il 14 giugno del 1920.  Nato nel 1864 ad Erfurt, cuore duro della Germania, Weber è uno di quei pochi pensatori in cui il rigore e la sobrietà intellettuale si coniuga alla passione per la ricerca. Nei suoi testi, scritti con la chiarezza tipica dei professori di una volta, c’è sempre la sensazione di un’indagine mai conclusa, l’invito al lettore a continuare lui la ricerca: il detto secondo cui noi camminiamo sulle spalle dei giganti, trova nel suo caso il significato più pregnante. Tre sono i temi che costituiscono le chiavi di lettura di questo pensatore, utili anche per capire la crisi contemporanea.

La vanità dei politici dell’etica della convinzione
La politica come professione, testo di una conferenza tenuta a Monaco di Baviera nel gennaio del 1919,  è uno di quei saggi da comodino che non si smette mai di leggere e di consultare. Weber inizia con l’analisi dei rapporti di dominio tra gli uomini, il fondamento dei vari tipi di autorità: l’eterno ieri, cioè la tradizione; il dono di grazia, ovvero il carisma; il riconoscimento della legge, cioè la legalità. Dopo aver passato in rassegna la tipologia dei politici di professione, Weber indica le qualità del vero politico, cioè di «colui al quale è consentito di mettere le mani negli ingranaggi della storia». Queste qualità sono tre: la passione, intesa come dedizione ad una causa, la responsabilità, che guida quella dedizione, e la lungimiranza, intesa come la capacità di lasciare che la realtà operi su di noi. Quest’ultima è possibile soltanto quando tra le cose e gli uomini viene posta una certa distanza, quando cioè il politico rinuncia al coinvolgimento emotivo nelle vicende che è chiamato a risolvere. Cinismo? No, dice Weber. Piuttosto, quando quel distacco viene a mancare, si compie uno dei peccati mortali dell’uomo politico, la vanità. Nemica di ogni dedizione e di ogni distanza (cioè delle caratteristiche del vero politico) la vanità produce dei personaggi superflui capaci soltanto di celebrare se stessi con degli ammiccamenti, magari tramite selfie e dirette Facebook con le quali diffondere la propria squallida immagine. Pratica questa che, detto per inciso, nata dal mito della democrazia proveniente dal basso, si traduce in un evidente svuotamento della rappresentanza politica.
La vanità accompagna l’etica della convinzione che, a differenza dell’etica della responsabilità, è tipica di chi spaccia i propri valori come verità assoluta. Chi agisce in questo modo ha l’attitudine di attribuire ad altri, dice Weber, i mali della società, senza mai assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Ecco allora il ricorso alla spiegazione dei poteri forti e alle trame dei complottisti di turno secondo i quali esiste sempre qualcuno che dirige il mondo (dimenticando che sono proprio i supposti manovratori ad essere sorpresi dagli eventi della storia). L’etica della convinzione, rispetto all’etica della responsabilità, è incline a dimenticare il problema tragico che dimora al cuore della politica: l’uso della violenza. Essendo anche a fondamento della religione (l’eterno problema teologico-politico), la violenza è il paradosso di chi esercita il potere. Che cos’è dunque la politica? Un lento quanto tenace superamento di difficoltà, guidati dall’impossibile per ottenere il possibile: il politico, per Weber, è colui che deve reggere al crollo di tutte le speranze con l’atteggiamento di chi, guardando al futuro, esclama: «Non importa, continuiamo!». Oggi anche queste parole sono state sequestrate dai superflui di cui si diceva prima ma il problema per loro è che operari sequitur esse e da ciò saranno riconosciuti (ma in fondo bastano i discorsi inconcludenti e gli occhi acquosi che li contraddistinguono).

Il mantello e la gabbia d’acciaio
La burocrazia come inveramento del processo di razionalizzazione del mondo moderno è al centro del pensiero di Weber. Essa, così come tutto il lavoro professionale moderno, è nata nelle celle dei monaci medievali secondo quello che egli definisce l’ideale ascetico. Questa espressione non indica tanto una ricerca vagamente intesa in senso mistico religioso, quanto piuttosto la preoccupazione reale e concreta per la ricerca dei mezzi di sussistenza. Quello che era un normale compito della vita costituito dall’esigenza di reperire beni esteriori, si è trasformato in un’attività opprimente fuori dalle celle monastiche. Nella metafora di Weber (enunciata nelle pagine finali dell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo), il leggero mantello («che si poteva sempre togliere») è diventato una gabbia d’acciaio. Ecco il punto d’arrivo del processo di razionalizzazione dell’Occidente: l’avvento della burocrazia, aspetto del più generale avvento della Tecnica. Weber porta avanti il proprio discorso su diversi livelli ma quello che più colpisce è la lucida analisi del conflitto tra politica e burocrazia nelle democrazie moderne. Quel conflitto si può sintetizzare come lo scontro tra responsabilità e irresponsabilità, tra l’agire inteso come capacità di comando e l’agire vissuto come perenne subordinazione.  Per Weber il dominio della gabbia d’acciaio è inevitabile tanto che anche il capitalismo, che pure ha creato la burocrazia come strumento per i propri scopi, non può sussistere senza di essa. In Italia lo scontro tra politica e burocrazia è alla radice dei tanti mali che pervadono il nostro sistema, anche perché la gabbia di ferro ha molte facce: dalle miriadi di leggi, che pretendono di disciplinare qualsiasi comportamento pubblico e privato, alle sentenze del potere giudiziario il quale, grazie all’ideologia di una svuotata legalità, governa da tempo senza alcuna direzione politica. A ciò si aggiunge il fatto che ormai lo spirito burocratico pervade migliaia di cittadini i quali, grazie ad un malinteso senso di legalità (che si manifesta, ad esempio, nella perenne interpretazione delle circolari più insignificanti) collaborano attivamente e supinamente nell’esercizio dell’irresponsabilità generale. 

Contro i profeti della cattedra: non un requiem ma un esame di coscienza
Un posto particolare nel pensiero di Weber, discusso nel saggio La scienza come professione, trova la critica di quegli intellettuali che intendono il loro ruolo come esercizio di leaderaggio politico. Nei loro confronti Weber ha parole di commiserazione perché «la profezia formulata dalla cattedra potrà forse dar vita a sette fanatiche, mai però ad una autentica comunità». Esempio recente di simile posizione è quella di un noto intellettuale che ha pensato bene di intonare un requiem per gli studenti e di equiparare i docenti che accettano la digitalizzazione scolastica e universitaria a quei professori universitari che nel 1931 giurarono fedeltà al fascismo.  Intellettuali simili, anche in nome delle celebrazioni che essi stessi invocano, farebbero bene (direbbe Weber) a rifugiarsi in chiesa piuttosto che cantare litanie dal loro comodo scranno. Il requiem per gli studenti, se in questi termini si deve parlare, è stato già intonato da questi stessi docenti che, esibendo qualità di capi, non sono stati mai maestri riducendo le aule universitarie a laboratori di conformismo e servilismo. Quelli della mia età hanno conosciuto bene le leggi non scritte del mondo accademico: l’indifferenza nei confronti degli studenti, sempre sottoposti a continuo disorientamento per ogni genere di informazione; il deserto dei dipartimenti, soprattutto il lunedì e il venerdì; la medesima subordinazione degli studenti, sia di quelli pronti all’affiliazione al sistema (il portaborsismo nasce negli Atenei), sia di quelli che, giocando alla rivoluzione, si divertivano ad imbrattare i muri delle città; la deferenza verso un sistema cerimonioso, segreto e in definitiva infantile; il docente come depositario di un potere esclusivo e intoccabile. Lasciamo stare. Il vero filosofo, direbbe Weber, non pronuncia requiem ma rimane saldo nella coscienza del suo ruolo. «Sentinella, sentinella, quanto resta della notte? Verrà l’alba ma è ancor notte: se volete domandare domandate ma tornate un’altra volta». In questa citazione biblica del profeta Isaia ci sono i caratteri del vero pensatore, uno cioè che non si ritira dal mondo né contesta a buon mercato il sistema, ma ne assume tutte le contraddizioni: non un ritorno a valori del passato o decrescite che lasciano l’uomo peggio di quando le aveva iniziate, ma uno sguardo al futuro che trova fondamento nella fedeltà verso il proprio compito. Da Weber impariamo, oggi come cento anni fa, che gli slanci non sono più possibili e che è il momento di stare in apnea. Tuttavia non disperiamo, come invece ha scritto Cacciari (autore di un recente saggio sul filosofo tedesco), che la sentinella sia sparita e che sia impossibile rispondere alla domanda su quando finirà la notte. Personalmente l’ho scritta anche sui lenzuoli: essa segna l’incipit tragoedia del lavoro intellettuale che si adempie soltanto (dice Weber in modo sibillino) «quando ognuno abbia trovato e segua il demone che tiene i fili della sua vita».

Riferimenti bibliografici
– Weber, Max. 1980. Il lavoro intellettuale come professione. Torino: Einaudi.
– Weber, Max. 1993. Parlamento e governo, Bari-Roma: Laterza.
– Weber, Max. 1991. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Milano: Rizzoli.
– Cacciari, Massimo. 2019. Quando finirà il sabba delle streghe? Milano: Il Sole 24 Ore. 3 febbraio.
– Cacciari, Massimo. 2020, Il lavoro dello spirito. Milano: Adelphi.

Le aporie della negazione nella Struttura originaria di Severino (II)

aporie negazione severino

Alterità e negazione: ripresa tematica
Per cercare di comprendere meglio il concetto di “negazione” e il suo legame con il concetto di “differenza”, così come tali concetti si presentano nel primo Capitolo de La struttura originaria di Emanuele Severino (Adelphi, Milano 1981), ci pare opportuno tornare a quanto eravamo andati dicendo nell’articolo pubblicato domenica 8 marzo. L’approfondimento di tali concetti ci consentirà di tematizzare adeguatamente l’innegabilità del fondamento, della quale ci occuperemo nel prossimo articolo.

Severino, per lo meno inizialmente, non parla espressamente della negazione, ma dell’alterità. Poiché a livello formale l’altro dal fondamento è momento del fondamento, egli dice, ciò rende possibile «la relazione tra il fondamento e l’altro». In tal modo, si giustifica l’articolazione intrinseca del fondamento, cioè la relazione (che postula sempre la differenza) come interna al fondamento, che dovrebbe accompagnarsi, negli intendimenti di Severino, con la sua immediatezza, che dipenderebbe dal fatto che l’altro è interno ad esso.

Se non che, Severino va avanti con il suo discorso e così scrive: «Ciò in cui il fondamento non si trova immediatamente può essere di due tipi differenti, a seconda che esso sia immediatamente presente come negazione del fondamento, oppure che la negazione da esso implicata non sia un’immediatezza, ma sia soltanto come progettata, o come negazione possibile. L’originario toglimento dell’altro ha in questi due casi un diverso valore. Per il primo tipo di alterità, l’affermazione che l’altro è «ciò di cui non si vede immediatamente la coincidenza col fondamento» […] è scorretta, in quanto, in questo caso, si vede immediatamente la relazione di esclusione reciproca tra l’altro e il fondamento. Quell’affermazione è invece corretta in quanto viene riferita al secondo tipo di alterità» (pp. 140-141).

Se l’altro dal fondamento è la negazione del fondamento ed è anche ciò in cui il fondamento non si trova, e per questa ragione il fondamento «lo allontana e lo respinge immediatamente fuori di sé», si potrebbe ipotizzare che questo altro esterno sia l’altro interno al fondamento in quanto espulso all’esterno dal fondamento stesso. Poiché parlare di alterità è, in qualche modo, parlare di negazione, anche la negazione potrebbe venire pensata come interna al fondamento e poi allontanata e posta come esterna.

Ebbene, questa interpretazione avvalorerebbe l’ipotesi di due forme di negazione che noi abbiamo in precedenza sostenuta: la forma interna e la forma esterna. Di tale duplicità di forme Severino, tuttavia, non parla espressamente e, pertanto, possono soltanto venire ipotizzate, appunto sulla base del discorso che egli svolge sull’alterità e, dunque sulla differenza.

Il tema della differenza
Il tema della differenza è centrale: essa è innegabilmente richiesta. Si può parlare di «struttura originaria», infatti, solo a condizione di postularla. Del resto, l’unità di un molteplice, se espressa nella forma più semplice ed essenziale, è proprio la relazione, intesa appunto come costrutto. La relazione si pone perché i termini sono due e, dunque, perché l’uno è diverso dall’altro.

Dire che l’uno è diverso dall’altro equivale a dire che l’uno non è l’altro, in modo tale che la negazione è necessariamente implicata dalla differenza. L’intrinseco legame che sussiste tra differenza e negazione viene così espresso da Severino, allorché egli parla della negazione che investe il fondamento: «Orbene, questa negazione non è un’astratta universalità, ma è il sistema concreto delle negazioni possibili. E questo sistema è appunto la storia possibile del fondamento – il termine “storia” includendo nel suo significato, come si diceva, il prodursi della differenza, e perciò della negazione. Poiché il fondamento è tale solo in quanto implica come tolta la propria negazione, questo sistema di negazioni è dunque essenziale al fondamento» (p. 112).

La prima considerazione che il passo ci suggerisce è questa: tanto l’alterità quanto la differenza implicano necessariamente la negazione. Anzi, dire differenza è dire negazione: l’un termine, infatti, non è l’altro. Se non che, Severino sostiene l’«originarietà della relazione», non solo quando intende il fondamento come «struttura originaria», ma anche quando afferma che «Negare l’irrelatività significa intendere la relazione come originaria» (p. 223) e quando afferma che «Il distinto infatti è proprio ciò che è cooriginario all’altro distinto, onde gli conviene immediatamente» (p. 207).

Ora, poiché la relazione è in sé differenza (tra i termini che costituiscono la relazione) e poiché la differenza è negazione (l’un termine non è l’altro), come potrà la relazione essere originaria? La negazione, per lo meno la negazione come la intende Severino e cioè la negazione formale, è tale solo se si esercita su qualcosa, così che non potrà mai valere come originaria, dovendo presupporre il negato. Se non è originaria la negazione, come può essere originaria la differenza e come può essere originaria la relazione, che sulla differenza poggia?
Del resto, anche se si volesse parlare dell’originarietà dei distinti, che è altro modo per affermare l’originarietà della relazione, come non avvedersi che l’uno si pone perché si pone l’altro (la loro «convenienza» è «necessaria»)? In tal modo, però, l’uno non solo è cooriginario all’altro, ma anche ad esso coessenziale, e ciò significa che l’uno trova nell’altro la propria essenza: l’uno è in sé l’altro, dunque è il proprio essere sé stesso negandosi.

Anche per questa via, si perviene non all’originarietà della differenza, dunque della relazione, ma al venir meno originariamente e della differenza e della relazione.

Le funzioni della negazione
Affrontato il tema del rapporto che sussiste tra differenza e negazione, torniamo alla tema della funzione svolta dalla negazione in ordine al fondamento. La negazione viene richiesta, e richiesta innegabilmente, dalla struttura originaria, affinché si costituisca l’articolazione di quell’immediato che è il fondamento, l’originario. Nel precedente articolo abbiamo discusso la problematicità tanto di una negazione intrinseca al fondamento quanto di una negazione estrinseca ad esso.

Ora vogliamo riflettere sull’altra funzione messa in luce da Severino: la negazione è essenziale al costituirsi del fondamento perché esso risulta veramente tale solo se è in grado di togliere la sua negazione: «il contenuto posto è il fondamento appunto in quanto mostra (= è posta) la sua capacità di togliere assolutamente la sua negazione; o che si può affermare che quel contenuto è il fondamento solo in quanto quella capacità è posta» (p. 111).

Ciò significa che, per Severino, la negazione del fondamento è essenziale al suo costituirsi come fondamento non soltanto perché ne costituisce un momento essenziale, ma anche perché consente di far emergere l’innegabilità del fondamento stesso: «se invece tale capacità non è posta – e ciò deve accadere nel caso in cui il fondamento sia posto senza che sia posta la sua negazione – allora non solo quel contenuto non si mostra come fondamento, ma non lo è nemmeno» (Ibidem).

Egli deve contemplare questa possibilità perché deve indicare in cosa consiste l’astrattezza del fondamento: il fondamento è astratto in quanto separato dalla negazione.

Ci domandiamo: se il fondamento è posto indipendentemente dalla negazione, è astratto oppure non è posto affatto? A nostro giudizio, senza la negazione non si configura una posizione, la quale non può non essere determinata, dunque fatta essere dalla negazione. Di contro, Severino assume il fondamento senza la negazione come «momento astratto del fondamento, l’intero o il concreto del fondamento essendo appunto la relazione posizionale tra questo momento e la sua negazione» (pp. 111-112).

La negazione, quindi, non solo lascia emergere l’innegabilità del fondamento, ma anche la sua concretezza, che è data dalla relazione che sussiste tra il fondamento, assunto a prescindere dalla relazione, e cioè posto come «momento astratto», e la negazione stessa.

Se non che, ciò che vorremmo sottolineare con forza è questo punto: a noi sembra che la funzione svolta dalla negazione non sia soltanto legata all’emergenza dell’innegabilità e della concretezza del fondamento, ma anche della sua determinatezza. Se, infatti, non si ponesse la negazione, non si porrebbe né la determinatezza ab extra del fondamento, ossia ciò che lo distingue da altro da esso, e che è il nulla – stante che ogni altra determinazione è inclusa in esso –, né la determinatezza ab intra, che lo identifica nella complessità suddetta.

La prima forma di complessità, va quindi ribadito, è quella descritta dalla relazione che sussiste tra il fondamento e la sua negazione. Ma a questa forma di complessità fa poi seguito quella rappresentata dagli «elementi della struttura del fondamento» (p. 108), tra i quali Severino individua, inizialmente, il binomio di origine aristotelica costituito dal «principio di non contraddizione» e dalla «conoscenza immediata». Per poi aggiungere: «Ma gli elementi non sono che i momenti astratti del fondamento» (Ibidem).

Ebbene, come si ottengono tali elementi? La risposta non può che essere la seguente: in forza dell’analisi, che è l’attività dello scomporre, del dividere, dunque del distinguere. E la distinzione non può non implicare la differenza, dunque la negazione.

Ci chiediamo: per quale ragione Severino non spende una parola sulla funzione determinante svolta dalla negazione, ossia sul ruolo che essa ha nel determinare il principio? A noi pare di poter rispondere dicendo che a suo giudizio la negazione deve essere bensì considerata come essenziale al fondamento (principio), ma come «tolta» in esso: «Poiché il fondamento è tale solo in quanto implica come tolta la propria negazione, questo sistema di negazioni è dunque essenziale al fondamento» (p. 112).

Egli, insomma, da un lato dice che la negazione è essenziale al costituirsi del fondamento, ma poi fa riferimento soltanto a quella negazione che pretenderebbe di negarlo come fondamento e non fa valere in alcun modo quella negazione che è la condizione del suo porsi determinato.

 

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Una lezione del professor Henri Bergson su Spinoza

Henri Bergson è stato, oltre che un grande filosofo, un grande insegnante. Molte delle sue lezioni ci sono pervenute grazie a dei resoconti stenografici, non certo pensati per la pubblicazione. Tuttavia ripercorrere quelle argomentazioni ci permette di cogliere un retroterra ricchissimo, di colmare alcuni naturali vuoti delle opere bergsoniane e vedere il filosofo nel corpo a corpo con la storia della filosofia.

Le lezioni su Spinoza, numerose e distribuite lungo tutto il corso della carriera da insegnante di Bergson, rappresentano per chi scrive un elemento rilevante. Alcuni dei motivi ho provato a spiegarli in un libro del 2018, qui vorrei proporre – per la prima volta – la traduzione parziale di una lezione di Henri Bergson su Spinoza, tenuta nel corso del 1884-1885 al liceo di Clermont-Ferrand. Farne un commento puntuale avrebbe richiesto una contestualizzazione maggiore qui inopportuna. È in ogni caso di grande interesse incunearsi nelle argomentazioni e nelle parole del filosofo francese.

Questa lezione è un sorvolo sulla vicenda biografica e filosofica di Spinoza, operato con notevole acume. Essa ci permette di apprezzare l’approccio bergsoniano nei confronti dello spinozismo, il quale appare agli occhi dei più l’opposto della filosofia dell’èlan vital. Oltre questa semplificazione storicistica, però, ricordiamo ciò che Bergson scrive in una lettera a Brunschvicg: ognuno torna ad essere spinozista ogni volta che legge l’Etica, «perché si ha la netta impressione che quella sia l’esatta attitudine nella quale la filosofia deve posizionarsi, tale è l’atmosfera dove realmente la filosofia respira. In questo senso, si potrebbe dire che tutti i filosofi hanno due filosofie: la propria e quella di Spinoza».

I Cours di Bergson sono stati interamente pubblicati in Francia e sono in corso di traduzione in Italia, grazie al lavoro coordinato da Rocco Ronchi. Qui, qui e qui alcune delle ultime traduzioni uscite.

Il metodo geometrico
Se c’è un punto in cui Bergson si distanzia da Spinoza è certamente il metodo geometrico di cui l’olandese si serve. Spiega il professor Bergson ai suoi allievi:

Per comprendere la filosofia di Spinoza sono necessarie delle osservazioni preliminari sul metodo geometrico e la natura esatta degli oggetti che la geometria studia. Consideriamo una proprietà della circonferenza, per esempio. Ci sono molteplici maniere di conoscere questa proprietà. Ce ne sono quattro (sic) per Spinoza: innanzitutto, per un sentito dire: questa è la semplice credenza. Si può averla dimostrata, ovvero averla collegata ad altre proprietà della circonferenza o di altre figure. Ma l’ultimo modo di conoscere è il solo perfetto, è quello ci conduce attraverso il pensiero all’interno della definizione stessa della circonferenza, percependo per semplice intuizione la proprietà della circonferenza, il teorema che ne è risultato e del quale è l’espressione nuova.

Metodo geometrico che però trova, immediatamente, nella sua parte più legata alla gnoseologia, un gancio con la filosofia bergsoniana: l’ultimo modo di conoscenza assomiglia molto all’intuizione sintetica del francese.

E la conoscenza matematica, la conoscenza perfetta, sarebbe quella possibile per un matematico molto esercitato, perfetto, che si porterebbe con un sol balzo nella definizione, percependo tutte le conseguenze infinitamente multiple che da essa si deducono. 

La causalità
Il meccanicismo spinoziano è un altro grande elemento di distanza fra i due filosofi, eppure sul tema del possibile e reale, Spinoza – attraverso la voce di Bergson – esprime una tesi molto vicina a quella che il filosofo francese declinerà prima ne L’evoluzione creatrice e poi nel saggio Il possibile e il reale

La causalità, qui, si avvicina all’identità. Qui l’effetto non è più posteriore alla sua causa, poiché senza dubbio per noi, spiriti imperfetti obbligati a considerare le cose nel dettaglio, i teoremi della circonferenza si susseguono, essi prendono posto nella durata. Ma un’intelligenza perfetta, come detto prima, li percepirebbe tutti in una volta all’interno della definizione stessa da cui essi emergono. Una volta posta la definizione sono posti tutti i teoremi possibili, in altre parole, per utilizzare l’espressione di Spinoza, essi sono coeterni alla definizione. 

Infine, noi distinguiamo abitualmente il possibile dal reale. Che una cosa sia possibile, che essa non sia in contraddizione con un’altra cosa, non segue il fatto che essa esista realmente. Diverso è in matematica, dove se una figura geometrica è possibile, e non implica una contraddizione, essa è reale, esiste o almeno l’oggetto definito da essa esiste, e prende posto nel mondo degli oggetti matematici. Posta la definizione delle rette parallele, si dimostra che due rette di questo genere sono possibili, esse esistono matematicamente, sono reali. Tutte le possibili conseguenze che derivano dalla definizione delle parallele esistono, anche se la nostra intelligenza non le potrà cogliere interamente. Pertanto, il mondo matematico ha ciò di straordinario: che il possibile e il reale sono uno, tra la possibilità e l’esistenza non c’è differenza. 

La sostanza infinita è Dio
L’incedere argomentativo di Bergson è molto esplicativo e, come si può notare, il testo ricalca il parlato. Ma la chiarezza è cristallina: Bergson non solo si inserisce nel concetto di cui sta parlando, ma lo fa suo, si avvicina al suo oggetto grazie a un’importante sensibilità pedagogica e filosofica. Ora il discorso, dalle premesse sul metodo geometrico e le implicazioni gnoseologiche, si sposta sul piano teoretico. 

Poste queste idee preliminari, sarà più facile comprendere lo spinozismo, poiché il sistema di Spinoza non è altro che l’applicazione di questo sguardo alla conoscenza della totalità delle cose. Egli è partito da questi due postulati: il numero delle cose è infinito; esse sono universalmente connesse. Ecco i postulati del sistema. In questo quadro, ci soffermeremo a conoscere una cosa particolare? Sarebbe infantile, poiché per conoscerla perfettamente si dovrebbe rendere conto dei rapporti che essa intrattiene con tutte le altre infinite cose. Questi rapporti sono in numero infinito e l’enumerazione non terminerebbe mai. Ma c’è un altro modo di conoscere perfettamente, adeguatamente come dice Spinoza, è trasportarsi col pensiero al cuore del principio unico, indivisibile, da cui queste conseguenze particolari si deducono come un teorema si deduce da una definizione; e, in seno a questo principio, il filosofo contempla non solo la cosa particolare ma l’infinità delle cose di cui il principio non è che il sostituto o l’equivalente. Tale principio è chiamato da Spinoza sostanza […].

Ponete la definizione e la sostanza e subito ponete l’esistenza di tutte le cose particolari che conseguono dalla sua essenza; in altre parole le cose non sono che un’espressione infinitamente varia di Dio. In questo senso, possiamo dire che le cose sono state create? No. Perché data la definizione della sostanza divina, è impossibile che tutte le conseguenze possibili di questa essenza non esistano immediatamente. Si può dire che questa derivazione delle cose in rapporto a Dio ha luogo nel tempo? Che Dio, l’essere infinito, uno, indivisibile esista prima delle cose particolari? Senza alcun dubbio no. […]

Nel mondo non c’è dunque posto né per la contingenza, né per il libero arbitrio, né per la finalità. Nessuna contingenza, innanzitutto, perché se una cosa potesse essere altro o essere in altro modo rispetto a quel che è, se fosse stato possibile che fosse altro da ciò che è, tutte le possibilità non sarebbero state realizzate, e una conseguenza possibile della definizione non emergerebbe, il che sarebbe assurdo. Nessun libero arbitrio, Nè finalità, perché nei due casi si suppone la possibilità di una scelta, si suppongono due ipotesi ugualmente possibili, si ammette, in altri termini, la contingenza di possibili non realizzabili. […]

Natura Naturante
Al termine della ricognizione intorno alla sostanza, la lezione di Bergson si trova davanti a due strade da trattare quasi parallelamente. I due ambiti che il filosofo dovrà approfondire sono quelli legati alla visuale che si ha sulle cose e che lo stesso Spinoza articola nelle sue opere: la Natura Naturante, e la Natura Naturata. Rispetto alla prima la questione centrale è la libertà di Dio. Spiega Bergson: 

Dio è libero? Se per libertà intendiamo il libero arbitrio, sarebbe insensato ammettere un solo istante una cosa simile perché ciò che Dio fa segue necessariamente dalla sua essenza, come il fatto che i tre angoli di un triangolo corrispondono a due retti, segue necessariamente dalla definizione del triangolo. Ma Dio è libero di una libertà infinita, nel senso in cui il suo sviluppo consegue solamente dalla sua essenza, senza l’intervento di alcun elemento esterno. Esso è libero nel senso in cui esiste assolutamente per lui stesso, e che tutte le possibili conseguenze derivanti dalla sua definizione esistono non appena sono possibili.

Natura Naturata
All’inizio di questo paragrafo Bergson dà conto del senso di tre parole fondamentali per lo spinozismo: sostanza, attributo e modo. Ma più che concentrarci su questa spiegazione, ascoltiamo come Bergson affronta – dopo aver spiegato in cosa consiste e su quali basi si fonda il parallelismo fra estensione e pensiero – il corno etico della filosofia spinoziana. 

Così l’anima umana è l’idea del corpo al quale essa è legata. Se è così, più il corpo sarà completo, più intratterrà dei rapporti con tutte le altre cose, più l’anima sarà complicata, poiché al modo dell’estensione corrisponde un modo del pensiero. E a corpi più complessi corrispondono le anime più elevate. […]

Fermiamoci all’anima umana. Questa anima è l’idea del suo corpo, e questo corpo intrattiene una molteplicità infinita di rapporti con gli altri e a ciascuno di questi rapporti corrisponde un’idea, da qua la necessità per un’anima umana di un grande numero di idee che Spinoza chiama idee inadeguate. In effetti, finché siamo nella sfera del particolare, finché consideriamo le cose nei loro rapporti con le altre cose, noi abbiamo a che fare con una enumerazione interminabile, e l’idea che noi avremo della cosa particolare, finché essa manterrà dei rapporti con le altre cose particolari, sarà sempre inadeguata, incompleta. Per essere completa, dovrebbe trovarsi in seno alla deduzione grazie alla quale le cose sgorgano dall’essenza divina. Dovremmo conoscerla sub specie aeternitatis, sotto l’aspetto dell’eternità, poiché è solo allora che l’idea diviene eterna tanto quanto è coeterna all’essenza pura e semplice. Ora, del fatto che la nostra anima contiene delle idee inadeguate, ne segue che noi siamo soggetti a delle passioni, alcune buone e altre cattive.

Cos’è la Passione? Non è altro che l’idea inadeguata. […]

Le passioni buone sono quelle che ci ampliano e ci avvicinano alla gioia; le cattive sono quelle che ci diminuiscono e ci avvicinano alla tristezza. E Spinoza, partendo da queste premesse, costruisce una ammirevole teoria delle passioni. Teoria superiore rispetto a quella formulata dai più grandi psicologi. Egli mostra come tutte le passioni non sono che gioia o tristezza, prendendo oggetti differenti accompagnati da idee differenti; e questa riduzione della sensibilità a intelligenza gli ha permesso di penetrare con una profondità sconosciuta, fino all’essenza e alla natura intima degli stati dell’anima. […]

Conclusioni
Il cerchio si completa e la lezione bergsoniana va verso la chiusura. Il professor Bergson rende merito alla filosofia spinoziana con un’ultima, grande, spiegazione. In queste ultime battute lo spinozismo e il bergsonismo non sembrano così distanti ma, anzi, sono più vicini che mai. La libertà acquisita per mezzo della speculazione filosofica, l’eternità del processo “naturante” e la possibilità di installarsi in Dio con un semplice sforzo intuitivo, sono tracce ben presenti in Bergson e che segnano la differenza con la tradizione cartesiana-kantiana operante lungo tutto il corso del Novecento. 

Infatti, dal momento che un’idea è tanto più perfetta quanto essa esprime un più grande numero di rapporti, poiché l’idea adeguata è quella che contiene l’espressione di una infinità di rapporti sebbene una e indivisibile, un’idea non si avvicina alla perfezione, alla potenza estrema, che alla condizione di riavvicinarsi all’idea adeguata; da ciò concludiamo che la potenza più grande è quella di un essere che si rappresenta adeguatamente le parti della realtà, quelle riferite al suo corpo. Quindi, quale sarà lo stato dell’anima che, grazie alla speculazione filosofica, conoscerà adeguatamente se stessa, si installerà col pensiero nel seno della deduzione attraverso cui le cose fuoriescono dall’essenza divina, che si posizionerà in Dio e soprattutto conoscerà la necessità matematica in virtù della quale essa proviene dall’essenza divina? È qui la libertà assoluta per l’uomo: essere libero, è conoscere la necessità universale e soprattutto ricollocarvisi col pensiero, è, noi diremo con uno sforzo (par un effort), poiché noi non possiamo attendere questo stato, è riprendere posto al cuore dell’essenza considerata nella sua unità, nella sua indivisibilità, l’infinità dei modi particolari. […]

Noi siamo liberi in quanto partecipanti di questa necessità, non solo è la libertà perfetta per l’uomo, anche la suprema beatitudine poiché essere felici è amare Dio, ovvero ricollocarsi in lui e noi possiamo riposizionarci in lui grazie al pensiero che fa parte della sua essenza. 

Infine, e per concludere, è in ciò che consiste l’eternità. Infatti, ciò che rende eterna la nostra anima, è il fatto di coincidere con l’idea adeguata di Dio. Non tutte le anime sono eterne, ma solamente quelle che si trovano ad aver conosciuto nettamente, perfettamente il luogo che esse occupano nel seno di Dio, quelle che sono libere, in una parola. […]

L’eternità per l’anima consiste nella libertà e la sua libertà consiste nella conoscenza assoluta che essa acquisisce della necessità universale.

 

Bibliografia
H. Bergson, Cours III. Leçons d’histoire de la philosophie moderne. Théories de l’âme, PUF, Paris, 1995
S. Mariani, Bergson oltre Bergson, ETS, Pisa, 2018

 

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Con la tecnica l’asservimento è servito. Ma non è detta l’ultima parola

Quella di Günter Anders è per sua stessa ammissione una vera e propria filosofia della tecnica. Nato a Breslavia nel 1902 da una famiglia di origini ebraiche, Anders fu allievo di Heidegger e poi assistente di Scheler all’Università di Colonia. Sposato per un breve periodo con Hannah Arendt, Anders non ebbe successo nel mondo universitario finendo per scegliere una mezza carriera nel mondo del giornalismo. Definito “un filosofo controvoglia”, sono due le tesi antropologiche che devono essere premesse per la comprensione del suo pensiero.

La prima è quella secondo cui l’uomo non ha una natura stabilita una volta per tutte, non ha una sua essenza propria: di conseguenza, egli può mutare nel tempo e assumere configurazioni prima sconosciute. Oggi assistiamo a questo evento: l’uomo, così come lo conosciamo, è qualcosa di superato e al suo posto emerge un individuo con altri caratteri.

La seconda tesi è il rifiuto dell’idea secondo la quale gli strumenti tecnici (dalla televisione, alla radio, dai computer agli smartphone) siano neutrali e che gli uomini possano utilizzarli secondo finalità morali: nessun mezzo è soltanto mezzo. «La tesi della neutralità morale (dei mezzi tecnici, ndr) è un’illusione a cui l’homo technicus si abbandona solo perché sente il bisogno di conservare una buona coscienza nei confronti dell’insieme dei suoi apparecchi, che si accumulano di giorno in giorno fino a sopraffarlo».

Da queste premesse seguono le sue tesi contenute in L’uomo è antiquato, opera in due volumi apparsa nel 1956 e nel 1979. In essa è sviluppata una tesi che l’autore illustra riprendendo e trasformando la nota formulazione di Schopenhauer: dal mondo come volontà e rappresentazione al mondo come fantasma e matrice.

Il mondo come fantasma
La tesi centrale, da cui scaturiscono le altre, è il mutamento che si è avuto nel rapporto con il mondo, inteso come quel complesso di cose e di eventi con il quale l’uomo interagisce. Per Anders questa relazione si consuma tra le pareti domestiche con il mondo che viene ormai fornito a domicilio. Oggi, grazie ad un’ulteriore accelerazione della tecnologia, quel mondo ce lo portiamo dietro, in auto, ovunque, ma la sostanza non cambia (con voce ferma e suadente un recente spot informa che «capirai che non può esistere un mondo lì fuori senza la tua casa dentro»). Ecco la nascita di un nuovo tipo di individuo, l’eremita di massa, isolato nel proprio guscio, oggi sempre più sigillato, in cui si compie la trasformazione da persona a monade grazie al meccanismo consumo-produzione che si autoalimenta di continuo.

In questo contesto assume importanza centrale il ruolo dell’immagine. Essa (in greco “fantasma”) è diventata la categoria principale della nostra vita. Il mondo come fantasma significa che il rapporto uomo mondo è diventato unidirezionale, senza più alcuna reciprocità. Grazie al potere dell’immagine, veicolo incessante di idee, si realizza uno schema di indottrinamento che nemmeno gli stati totalitari erano riusciti a mettere in atto in quanto non avviene con la persuasione, né in modo forzato, ma con la stessa zelante collaborazione dei dominati. La società funziona come un sistema armonico prestabilito e il risultato è un conformismo di massa in cui «il meccanismo di omologazione funziona così bene che non ha bisogno di misure speciali per funzionare». L’esperienza diventa superflua in quanto il rapporto dell’uomo con il mondo è plasmato dalla sostituzione di eventi e immagini al posto della realtà vera e propria: anche il viaggiare, piuttosto che scoperta e avventura, consiste ormai nella volontà di onnipresenza.

Il segreto del meccanismo con il quale il mondo diventa fantasma risiede nella natura della notizia. Essa ha la funzione di mettere al corrente su cose che per colui che viene informato sono assenti. Dire che c’è una guerra in Siria equivale ad informare qualcuno di una cosa che a lui manca nella sua esperienza. Una cosa soltanto la notizia rende presente: il comportamento del destinatario, il fatto cioè che questi viene messo in condizione di agire come se l’oggetto fosse presente. Non risultando più chiaro se siamo in presenza di un oggetto (la guerra in Siria) o di un fatto (la notizia della guerra in Siria), accade che viene meno la differenza tra esperienza diretta e informazione indiretta. Il mondo reale (l’oggetto) viene fatto coincidere con la notizia (il dato di fatto).

Con questa sostituzione del mondo reale con il mondo narrato si introduce nella mente umana una struttura di schemi fissi, di strutture a priori, che nemmeno il più sofisticato filosofo speculativo poteva prevedere. Scopo delle notizie, dice Anders, non è informare bensì pretendere determinati comportamenti (il fatto che la sapienza biblica maledisse il portatore di cattive notizie era meno ingenuo di quanto si potesse pensare). Questo non significa che ora ce la dobbiamo prendere con i giornalisti (per carità) ma prendere atto che il sistema dell’informazione ha come scopo di essere una matrice del mondo, cioè di determinare i comportamenti. Se per Hegel il vero è l’intero, si deve ora dire che la coincidenza del mondo reale con la notizia produce un mondo in cui la menzogna è l’intero.

Il mondo come matrice
Il senso di questo processo è riassunto nella storiella che Anders premette all’inizio del primo volume dell’opera: «Il re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, girasse per le campagne per formarsi un giudizio personale sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli. “Ora non hai più bisogno di andare a piedi” furono le sue parole. “Ora non ti è più consentito di farlo” era il loro significato. “Ora non puoi più farlo” fu il loro effetto». Il mondo funziona come matrice in quanto prescrive ciò che si deve o non si deve fare. Gli apparecchi tecnici ci tolgono la facoltà di parlare cosicché gli uomini si ritrovano nella condizione opposta a quella descritta da Aristotele: se questi intendeva l’uomo come animale dotato di linguaggio, ora l’uomo è diventato muto e subordinato con la parola che gli viene fornita direttamente dall’esterno.

Il mondo può ormai comandare sull’individuo dopo aver distrutto la sua sfera privata. Anche in questo caso il fenomeno ha a che fare con l’esistenza mediale dell’uomo: se non esiste più nessuna parete che separa il mondo domestico da quello esterno, anche il contenuto della vita psichica coincide interamente con i contenuti forniti da fuori. In questo processo di espropriazione, l’uomo è derubato con il concorso della sua volontà, meglio dire che egli si consegna spontaneamente ai suoi sorveglianti (ogni commento sull’irrilevanza della cosiddetta difesa della privacy è superfluo). Il mondo della rete a questo proposito ha realizzato (in una maniera fin troppo evidente) questa previsione di Anders. La frase tipica del nostro tempo è «Io non ho nulla da nascondere», espressione fornita direttamente dal sistema totalitario dell’informazione. Rimosso il senso del pudore, diventato ormai sinonimo di immoralità, la spudoratezza, ormai sdoganata sotto il nome di franchezza, viene spacciata come la vera autenticità.

La morale in questo contesto non è altro che un aiuto affinché l’uomo si conformi prima e meglio possibile al mondo come matrice. Anders a questo proposito attinge da Nietzsche almeno tre argomenti. Prima di tutto l’idea secondo cui la morale è una menzogna necessaria decisa dalla gerarchia dei beni, ed in quanto tale derivato della struttura patrimoniale da cui si dipende. In secondo luogo la morale come luogo in cui si compie l’autoscissione dell’uomo: da individuum l’uomo diventa un dividuum attraverso la pluralità di funzioni non comunicanti tra loro imposte dalla vita odierna. Infine il tema della morale come istinto del gregge nel singolo, in virtù del fatto che negli esseri umani prevale la volontà di essere funzione piuttosto che l’assunzione di responsabilità.

Ritrovare la nostra umanità accostandosi alla fonte
Quali indicazioni trarre dall’analisi di Anders? Escludiamo quelle dei filosofi critici della società, i quali, sempre a caccia di visibilità e onori personali, non cessano per un momento di riversare la loro bile contro qualcuno o “contro il sistema” senza mai insegnare nulla. Certo, quella di Anders è un’analisi che sembra non lasciare scampo a nessuna speranza di salvezza per l’uomo, ormai condannato all’angoscia e all’infelicità del paradiso della tecnica. Eppure esiste uno spiraglio. Esso risiede nei destinatari a cui Anders rivolge la sua analisi, ovvero a coloro che si sono fatti la seguente domanda: «Ma che cosa sto facendo? Che cosa mi si sta davvero facendo?». In questa consapevolezza c’è un primo cenno di risveglio, il segnale per cui l’uomo non è poi così antiquato come vorrebbe lo stesso filosofo nella sua premessa. Anders suggerisce che l’unico modo per riacquistare un po’ di umanità è uno stile di vita in cui la distinzione tra mezzi e scopi non appare più in quanto «l’accostarsi alla fonte è altrettanto gradevole quanto il bere». Se la radice dell’alienazione è tutta nella dissociazione tra mezzi e scopi, in cui risiede l’essenza stessa della tecnica, il rimedio dev’essere allora altrettanto radicale. Esso consiste nella messa in questione della distinzione che le sta a fondamento, quella tra causa ed effetto, non per abolirla, ma per comprendere i due momenti nella loro simultaneità. Si tratta di un’affermazione che andrebbe detta sottovoce, con tutte le cautele del caso (che ci riserviamo di indagare), e che tuttavia rivela quella profonda apertura a cui si accennava. Non si può non vedere infatti come la dimensione in cui l’uomo può sfuggire alla tirannia della tecnica, e continuare a vivere, è l’uscita dalla dimensione temporale e l’entrata nella dimensione dell’eterno che consegue necessariamente alla tesi della simultaneità di causa ed effetto. Questo è possibile grazie ad una nuova quanto antica considerazione della mente: non la mente delle neuroscienze, non la mente del cervello, ma la mente che assume l’eterno come ciò che la abita nel suo nucleo più intimo. Massima controintuitività. Un eterno capace di riassumere passato, presente e futuro come autentica dimensione umana e orizzonte pratico della nostra vita. Quell’eterno in cui sono riposti anche i nostri affetti più segreti da cui spesso preferiamo nasconderci e fuggire. L’eterno non è illuminazione, né grazia né dono ma lavoro che si compie all’interno della verità. Noi siamo pronti. E visto che ad Anders piacevano le frasi in inglese, chiudo facendone una anch’io che suona come augurio a tutti i nostri lettori: «Let’s find our true way home!».

Damasio e l’ambiguità della rappresentazione

Il tema della “costruzione” o della “ricostruzione” dell’oggetto è della massima importanza. Se, infatti, si parla di “costruzione”, allora si riconosce che l’oggetto non è assolutamente indipendente dal soggetto, ma solo relativamente indipendente. La sua indipendenza, cioè, consiste nel fatto che il soggetto non crea l’oggetto, ma lo modella, cioè ne rileva la presenza nelle forme che sono proprie del sistema di rilevamento che egli è in quanto “soggetto”.
Di contro, se si parla di “ricostruzione” dell’oggetto, allora ci si rifà ad una posizione realista, giacché si pensa che l’oggetto sia assolutamente indipendente dal soggetto, il quale ricostruisce l’oggetto nella sua mente, riproducendolo proprio così come esso è nella sua indipendenza.
Abbiamo già fatto notare, nello scorso articolo, come a noi sembri insostenibile questa tesi: se l’oggetto è presupposto nella sua assoluta indipendenza dal soggetto, allora cosa si può cogliere di esso? Qualunque cosa venisse colta, si negherebbe eo ipso la sua indipendenza, perché si finirebbe per determinarlo, laddove esso, se è effettivamente indipendente, non può in alcun modo venire determinato, poiché verrebbe comunque determinato dal soggetto.
Per approfondire questo tema, esaminiamo la concezione di Antonio Damasio, che ci sembra quanto mai significativa e in grado di fornire utili indicazioni per differenziare la concezione realista dalla concezione antirealista, che sostiene appunto la non assoluta indipendenza dell’oggetto dal soggetto.

La concezione di Antonio Damasio
Damasio, in particolare nell’opera Emozione e coscienza, così scrive in Appendice: «Le immagini vengono costruite quando attiriamo un oggetto – una persona, un luogo o un mal di denti – dall’esterno del cervello verso il suo interno, oppure quando ricostruiamo un oggetto in base ai ricordi, dall’interno verso l’esterno, per così dire» (The Feeling of What Happens. Body and Emotion in the Making of Consciousness, Harcourt Brace, New York 1999; trad. it. di S. Frediani, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano 2000, p. 383).

Qui vengono usati proprio i due verbi che noi abbiamo indicato, e cioè “costruire” e “ricostruire”. Orbene, secondo le parole di Damasio, la costruzione attiene alle immagini: esse vengono costruite, potremmo anche dire “prodotte”, quando l’oggetto viene trasferito dall’ambiente all’interno del cervello.
Di contro, la ricostruzione attiene all’oggetto, ma solo quando lo riproduciamo in base a immagini, così che qui il movimento è dall’interno verso l’esterno: si parte dalle rappresentazioni contenute nel magazzino della memoria, e dunque inscritte nel cervello, per pervenire a un oggetto che prende forma nel cervello, ma viene riferito a qualcosa che è stato esterno rispetto al cervello stesso. Proprio a muovere da questo “qualcosa di esterno” si sono formate le rappresentazioni (immagini) conservate in memoria.

La posizione sostenuta qui da Damasio sembra quella tipica del realismo: l’oggetto si pone indipendentemente dal soggetto e solo mediante il suo venire tradotto in immagini esso fa la sua comparsa nel cervello, cioè nel soggetto.
Le immagini, che possono anche venire dette “rappresentazioni”, sono la traduzione nel cervello dell’oggetto. La rappresentazione, infatti, è la «configurazione associata in modo regolare a qualcosa» (p. 384) e questo suo significato non costituisce di certo un problema, giacché una rappresentazione è un segno e, come ogni segno, si pone in riferimento a qualcosa di diverso da sé.

Tuttavia, nell’uso del termine “rappresentazione” si nasconde un ulteriore significato, che Damasio così precisa: «Il problema del termine rappresentazione non è l’ambiguità, poiché chiunque può intuire che cosa significa, ma il sottinteso che, in qualche modo, l’immagine mentale o la configurazione neurale [che è un’altra forma di “rappresentazione”] rappresentino, nella mente e nel cervello, con un certo grado di fedeltà, l’oggetto al quale si riferisce la rappresentazione, come se la struttura dell’oggetto venisse riprodotta nella rappresentazione» (pp. 384-385).

Siamo al punto. Damasio ci invita a riflettere sulla convinzione che la rappresentazione riproduca l’oggetto e lo riproduca «con un certo grado di fedeltà». Questa convinzione, in effetti, è condivisa dalla stragrande maggioranza dei ricercatori e degli scienziati nonché da molti filosofi che oggi si interrogano sul concetto di “realtà”.
Il fatto veramente interessante è che proprio Damasio, che pure è uno scienziato, si sente di dover sottolineare che questa posizione, ancorché comunemente condivisa, nasconde un sottinteso che presenta una certa ambiguità, legata al modo di intendere la realtà e il rapporto della rappresentazione con essa.

Per illustrare il sottinteso, egli apporta una significativa precisazione, che ha come suo obiettivo quello di evitare l’ambiguità. A suo parere, quando si dice che la rappresentazione «riproduce» l’oggetto, non si può intendere che la rappresentazione costituisca lo specchio fedele dell’oggetto, come se «la struttura dell’oggetto venisse riprodotta nella rappresentazione» (p. 385).
Ecco il punto cruciale: Damasio esclude che la rappresentazione mentale «riproduca» l’oggetto e aggiunge: «Non voglio affatto suggerire che le cose stiano così quando uso la parola rappresentazione. Non ho la più pallida idea di quanto siano fedeli le configurazioni neurali e le immagini mentali rispetto agli oggetti ai quali si riferiscono. Inoltre, quale che sia il grado di fedeltà, le configurazioni neurali e le corrispondenti immagini mentali sono nella stessa misura creazioni del cervello e prodotti della realtà esterna che ne induce la creazione» (Ibidem).

Oggetto come causa e oggetto come risultato del processo percettivo-elaborativo
Configurazioni neurali e immagini mentali corrispondenti, che potremmo definire anche “simboliche”, sono creazioni del cervello per la ragione che esprimono come il cervello reagisce a determinati stimoli e, secondo la prospettiva cognitivista, alle informazioni in essi contenute.

In forza di stimoli provenienti dall’ambiente, e delle informazioni in essi contenute, si determinano “forme”, che possono essere neurali o simboliche. Tali forme costituiscono le rappresentazioni, le quali non dovrebbero venire definite, a nostro parere, rappresentazioni dell’oggetto, stante che l’oggetto non è ciò che induce tali forme né è il referente di tali forme, ma è ciò che da tali forme emerge.

Damasio, invece, continua a definire “oggetto” ciò a cui quelle “forme interne” si riferiscono e che si colloca nel mondo “esterno”: esterno al soggetto, al cervello e alla mente, se di mente si vuole parlare: «Quando voi e io osserviamo un oggetto esterno a noi, le immagini che formiamo nel cervello sono paragonabili. Lo sappiamo bene, poiché possiamo descrivere l’oggetto in modi molto simili, fino ai dettagli minuti» (Ibidem).

Le immagini che ciascuno di noi si forma nel proprio cervello non sono arbitrarie, nel senso che ognuno si forma la propria immagine dell’oggetto. Sono paragonabili, nel senso che ciascuno si forma immagini molto simili dello stesso oggetto, fino ai dettagli più minuti. Che cosa significa questo? Lo spiega Damasio: «Ma questo non significa che l’immagine che vediamo sia la copia di ciò che è l’oggetto in questione. Che cosa sia, in termini assoluti, non lo sappiamo. L’immagine che vediamo si basa su cambiamenti che hanno avuto luogo nel nostro organismo – compresa la parte dell’organismo chiamata cervello – quando la struttura fisica dell’oggetto interagiva con il corpo. I dispositivi di segnalazione situati in ogni parte della struttura del nostro corpo – nella cute, nei muscoli, nella retina e così via – contribuiscono alla costruzione di configurazioni neurali che costituiscono la mappa dell’interazione tra l’organismo e l’oggetto» (Ibidem).

Nel passo citato, Damasio aggiunge ulteriori precisazioni, esse stesse molto significative, che meritano adeguata attenzione. La prima precisazione concerne l’impossibilità di indicare che cosa siano in effetti, cioè «in termini assoluti», l’immagine e il rapporto che essa intrattiene con l’oggetto. Ciò è conseguenza del fatto che non è possibile cogliere l’oggetto “in sé”, ossia nel suo essere indipendente dal venire percepito.

Fermiamoci per un attimo su questa precisazione, che Damasio apporta con disinvoltura, ma che invece è di estrema rilevanza.
Come si può definire, allora, l’oggetto, in base a quanto afferma Damasio? Da un lato, sembra che l’“oggetto” valga come il presupposto della nostra percezione, ossia esprima ciò che si postula come essente in sé e per sé e come in grado di “causare” una risposta nel nostro organismo. Questo sembra valere anche in considerazione del fatto che le immagini che ci formiamo di esso (e cioè dell’oggetto «esterno a noi») sono «paragonabili» e sostanzialmente molto simili.

Dall’altro, Damasio ha affermato con chiarezza che l’oggetto in sé non può venire colto, poiché cosa esso sia «in termini assoluti» non è dato sapere. Ci pare che le due posizioni non si possano conciliare, così che sembrano configurare un’antilogia.

Realtà oggettiva e realtà oggettuale
Questa ci sembra l’unica interpretazione possibile: la realtà oggettiva, che appunto è dichiarata inattingibile, viene inesorabilmente ridotta alla (e risolta nella) realtà oggettuale, cioè viene ridotta all’oggetto che percepiamo come se fosse fuori di noi, ma che si colloca comunque dentro il campo percettivo. Tale riduzione è inevitabile e la si può cogliere se, e solo se, viene adeguatamente esplicitata la fondamentale distinzione, che sussiste tra l’oggettivo e l’oggettuale, distinzione che è innegabile, poiché ciò che è in sé e per sé (kata physin, in se) non può non (necessariamente, innegabilmente) venire distinto da ciò che vale come fenomeno (pros hemas, quoad nos).

L’oggettivo è assolutamente indipendente dal soggetto e per questa ragione permane indeterminabile. L’oggettuale, invece, è solo relativamente indipendente, cioè esso non viene creato dal soggetto, ma viene modellato da esso, e per questa ragione vale anche come relativamente dipendente dal soggetto stesso. Dal momento che non viene riconosciuta la distinzione, non si vede nemmeno la riduzione.

Precisamente per la ragione che la riduzione dell’oggettivo all’oggettuale non viene riconosciuta, l’oggetto viene assunto come la fonte (causa) del processo percettivo e non come il suo prodotto (risultato), ancorché il processo che perviene a tale risultato sia innescato dagli stimoli provenienti dall’ambiente e dalle informazioni in essi contenute. Se non che, gli stimoli sono forme di energia, che diventano forme oggettuali solo in virtù del processo percettivo ed elaborativo del soggetto.
Affinché l’equivoco, consistente nella pretesa di assumere l’oggettivo come l’oggettuale, venga smascherato, è necessario tenere presente che noi non vediamo l’oggetto, bensì le “sue” rappresentazioni. Queste ultime, e solo queste ultime, sono l’oggetto della nostra percezione, ossia ciò che noi percepiamo. Proprio tra queste rappresentazioni percepite, inoltre, è possibile instaurare un confronto, onde stabilire che sono molto simili.

Ebbene, poiché le rappresentazioni sono molto simili, si è portati a pensare che provengano dal medesimo oggetto, il quale sembrerebbe così la fonte delle rappresentazioni. Questo è il punto di vista ordinario.
Se non che, in tal modo non si tiene in conto un aspetto decisivo: cosa sia e come sia l’oggetto indipendentemente dalla percezione, cioè dalle nostre rappresentazioni, non è dato sapere: le configurazioni neurali valgono soltanto come la «mappa dell’interazione tra l’organismo e l’oggetto» e dicono nulla dell’oggetto in sé.

Ciò non può non comportare che, quando si parla di oggetto-percepito, non si può intendere l’oggetto-reale. L’oggetto-percepito, con tutte le sue proprietà, che potremmo definire primarie (quantitative) e secondarie (qualitative), appartiene pertanto al “campo della percezione” del soggetto e non può venire identificato con l’oggetto in sé.

Il “fuori di noi”, cioè quella realtà che Damasio definisce «esterna», non indica, insomma, il “fuori dal campo percettivo del soggetto”. Fuori da tale campo si pone solo quella realtà in sé che, proprio per questo, non è determinabile affatto.
Del resto, per poter dire che oggetto-reale e oggetto-percepito coincidono, si dovrebbe cogliere l’oggetto-reale, onde poterlo poi confrontare con l’oggetto percepito e stabilire la loro coincidenza.

Se, però, si ha a che fare soltanto con l’oggetto-percepito, allora l’unica “realtà” che si offre è quella “oggettuale”, così che l’oggetto non potrà più venire considerato come la fonte delle rappresentazioni – la fonte sono gli stimoli –, essendo piuttosto il risultato dei nostri processi di ricezione e di elaborazione.

Non ha senso, dunque, parlare di ricostruzione dell’oggetto, come se la mente ricostruisse la realtà e come se la realtà ricostruita coincidesse con la realtà effettiva, cioè con la realtà oggettiva (che, come dice Damasio, è indefinibile «in termini assoluti»).
L’ingenuità di questo modo di pensare è duplice: si riduce la realtà effettiva alla realtà cosiddetta “ricostruita” e si identifica l’esito del processo, che a rigore è “costruttivo”, con il dato presupposto, come se quest’ultimo potesse valere, a un tempo, come premessa del processo e come esito dello stesso.

 

Riferimenti bibliografici
A. Damasio, The Feeling of What Happens. Body and Emotion in the Making of Consciousness, Harcourt Brace, New York 1999; trad. it. di S. Frediani, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano 2000.

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Il duro destino che attende sempre i migliori

Nel De providentia Seneca risponde alla domanda di Lucilio sul perché la provvidenza divina consenta che mali terreni capitino anche alle persone per bene. Nel rispondere, il filosofo assumerà l’incarico di «avvocato degli dèi»: mostrerà che nessun male può capitare a un uomo buono e che quelli che sono considerati dei mali, in realtà non siano altro che un esercizio per la propria virtù. Soltanto passando attraverso le prove della vita è possibile fare esperienza di sé e del proprio valore. Per questa ragione gli dèi mettono alla prova gli animi migliori perché si rafforzino nella virtù. Perciò il saggio si offre alle avversità della vita, dà il suo assenso alla legge eterna, ovvero al suo destino.

Seneca, l’avvocato degli dèi
«Tu mi hai chiesto, o Lucilio, per quali motivi (così come è possibile vedere), se dalla provvidenza è retto il mondo, molti mali capitano alle persone dabbene». Con questa domanda ha inizio il dialogo De providentia. Seneca non farà un lungo discorso per mostrare che la provvidenza governa il cosmo; prenderà invece le parti della provvidenza divina e si assumerà l’incarico d’«avvocato degli dèi». E non tratterà della esistenza della provvidenza, perché Lucilio vi crede, sebbene tuttavia se ne lamenti.
Seneca enuncia subito una legge di natura: «nulla di male è possibile capiti all’uomo dabbene». Stando così le cose, le avversità che le persone oneste pure incontrano devono essere considerate diversamente: «tutte le avversità – dice Seneca – [l’uomo dabbene] le considera come esercizi», come esercizi per rafforzare la propria virtù. E l’analogia cui Seneca ricorre è quella dell’atleta: così come l’atleta si tiene in forma gareggiando con i più forti, anche la virtù si rafforza con avversità più dure. Gli dèi allora, come educatori severi, tengono in esercizio l’uomo onesto per avvicinarlo alla divinità.
Per questa ragione la divinità, che ama l’uomo onesto, assegna alle persone dabbene un «destino di vita che serva d’esercizio», per godere dello spettacolo di uomini grandi in lotta con le avversità. Allora il compito che spetta agli uomini onesti è quello di «non fuggire impauriti davanti situazioni dure e difficili e di non lamentarsi del destino, qualunque cosa capita di interpretarla come bene, volgerla al bene», infatti – aggiunge lapidario Seneca – «non che cosa, ma in che modo tu la sopporti è importante». L’analogia questa volta è con la figura di un padre che, proprio perché ama i suoi figli, li tiene in esercizio costante perché imparino a sopportare la fatica ed esercitino al meglio la virtù. E l’esempio massimo di questa virtù che Seneca porta a Lucilio è inevitabilmente quello di Catone: colui che «se ne resta in piedi, saldo fra le macerie dello Stato». Lo «spettacolo di Catone» è gradito alla divinità. Anche nella disgrazia più grande, Catone ha una via di uscita, per esercitare la sua libertà: con il togliersi la vita «la libertà che non è stato in grado di dare alla patria, la darà a Catone» stesso.

La disgrazia è occasione di virtù
Altra tesi di Seneca è che le avversità che capitano alle persone buone non sono affatto dei mali. Egli intende mostrare che le avversità avvengono a vantaggio di coloro cui capitano e che avvengono proprio alle persone migliori a vantaggio di tutto il genere umano, di cui gli dèi hanno maggior cura. E paradossalmente aggiunge: l’uomo onesto «è possibile sia detto infelice, non è possibile lo sia». L’analogia cui ricorre in questo caso Seneca è quella medica: come si amputano parti di un corpo per farlo guarire, allo stesso modo alcune disgrazie avvengono a coloro che grazie a queste guariscono. Seneca coglie l’occasione per citare la sentenza del cinico Demetrio: «Nulla – egli ha detto – mi sembra più infelice di colui, al quale nulla mai è capitato di contrario» e Seneca spiega, perché a costui «non gli fu infatti possibile fare esperienza di sé». Passerà quindi in rassegna casi famosi e ne dedurrà tale tesi: all’uomo onesto «è motivo di consolazione sopportare, in nome di una causa onesta, duri tormenti, ed alla causa volge l’occhio, allontanandolo dalla sofferenza»; ciò non può il disonesto. Le avversità non sono mali per l’uomo virtuoso. Infatti, le vicende favorevoli capitano a chiunque, l’affrontare virtuosamente le disgrazie è proprio di uomo dotato di virtù.
Chiede appunto Seneca: «ma da dove posso sapere [che sei uomo virtuoso] se a te la fortuna non dà la possibilità di mostrare le tue qualità?» Soltanto durante la tempesta si mette alla prova il buon pilota, il buon soldato nel combattimento, e analogamente l’uomo virtuoso nelle avversità della vita. E Seneca sentenzia: la «disgrazia è occasione di virtù». D’altra parte le avversità son mal sopportate da chi non ne ha mai fatto esperienza: con una metafora agreste aggiunge Seneca: «pesante è il gioco su un collo morbido». E il saggio ammonisce: «chiunque sembra essere stato lasciato andare libero, è solo una dilazione che gli è stata concessa», le avversità della vita sogliono infatti capitare, prima o poi, tanto ai buoni che ai malvagi. E si badi, conclude Seneca, l’albero più saldo è «quello contro cui frequente si scatena l’attacco del vento, proprio per le scosse si rassoda e con maggiore certezza conficca le sue radici».

Volere il proprio destino
Ora, continua Seneca, è per l’utile di tutto il genere umano che «la fatica chiami i migliori». Questi infatti sanno affrontare le avversità e, rispondendo alle disgrazie con la virtù, sono modello per i più. L’uomo virtuoso non si lascia trascinare dalle vicende sfavorevoli della vita ma vi adeguano il passo. Seneca cita di nuovo il cinico Demetrio: «questo solo motivo – egli disse – io ho di lamentarmi a vostro riguardo, o dei immortali, perché non mi avete precedentemente fatto nota la vostra volontà; per primo io sarei venuto a questa situazione, nella quale ora mi trovo ad essere, perché chiamatovi […] Vi sarebbe stato possibile riceverlo, ma neppure ora lo strapperete, poiché nulla è sottratto, se non a chi lo trattiene». E su ciò riportiamo il breve e decisivo passo del De providentia di Seneca: «A nulla sono costretto, nulla sopporto contro voglia, e non sono servo della divinità, ma do il mio assenso, tanto più perché so che ogni cosa scorre giù in base ad una legge determinata e stabilita per l’eternità». Di fronte alle vicende della vita accetta infatti il saggio senza riserve il proprio destino.
Che il destino sia per Seneca quel fato stoico è presto chiaro leggendo ciò che segue: «il destino ci conduce e quanto tempo resti per ciascuno, è la prima ora della nascita che lo ha stabilito». Destino individuale, fato stoico e idea di provvidenza divina vengono a coincidere e a sovrapporsi tra loro: «una causa è appesa ad una causa, fatti privati e pubblici, è una lunga sequenza che li trascina». È questa l’idea di fato stoico di Crisippo, così come riferita da Aulo Gellio in un capitolo delle sue Notti attiche: «il fato è una sempiterna e inderogabile serie di eventi, una catena che da sé si snoda e si riavvolge attraverso le eterne successioni di conseguenze di cui è contesta e intrecciata». E continua Gellio riportando una definizione di fato data da Crisippo proprio nel suo libro Sulla provvidenza: «è un naturale ordinamento di tutti quanti gli elementi che dall’eternità si succedono gli uni agli altri e stanno insieme, essendo tale ordinamento ineluttabile». A questa provvidenza divina, a questo fato stoico, a questo destino senecano non è possibile altro che dare il proprio assenso, ovvero l’amor fati.
Se già da tempo il destino di ognuno è stabilito, perché indignarsi o lamentarsi della provvidenza? Che cosa è allora proprio dell’uomo virtuoso? Risponde Seneca: «Offrirsi al destino. Grossa consolazione è l’essere portato via insieme all’universo: qualunque cosa ci ha ordinato di vivere così, di morire così, con il medesimo vincolo ha legato anche gli dèi. Un irrevocabile corso trascina le cose ed egualmente quelle divine: persino lui, il fondatore e reggitore di tutte le cose, ha scritto sì le regole del destino, ma le segue: sempre ubbidisce, una volta per tutte ha comandato». Ma se si chiede perché abbia costui comandato che avversità colpiscano anche gli uomini virtuosi, risponde di nuovo Seneca: «non è in grado l’artista di mutare la materia», il demiurgo è soggetto alla sua stessa legge sempiterna. L’uomo virtuoso sopporta allora le disgrazie e serve da modello ai molti. Nella sopportazione si riconosce all’uomo di essere persino superiore della divinità che nulla di malvagio ha da sopportare.
E, qualora lo voglia, nulla impedisce all’uomo virtuoso di uscire da questa esistenza dandosi la morte.

Riferimenti bibliografici
Le citazioni del De providentia senecano sono tratte dall’edizione a cura di G. Viansino: Lucio Anneo Seneca, I Dialoghi. Lettere morali a Lucilio, Mondadori, Milano, 2008, pp. 123-139.
Le citazioni di Crisippo sono tratte dal libro settimo, capitolo secondo di Aulo Gellio, Notti attiche, a cura di G. Bernardi-Perini, Utet, Torino 2007, vol. I, pp. 618-627.