Sull’intraducibilità automatica dei testi e i giochi linguistici di Wittgenstein

Il contributo che pubblichiamo oggi, ricevuto a seguito del CFP sul linguaggio, ci è stato inviato (così come ammesso e anzi auspicato nella call) interamente in lingua tedesca. Per tale motivo, riteniamo opportuno farne una breve introduzione in italiano.
L’articolo si concentra, come dice il titolo, sulla critica alla traduzione prendendo spunto sia dai dati empirici che dalla grammatica filosofica dei giochi linguistici di Wittgenstein. In questo senso, considerata l’intraducibilità automatica dei testi (così come dimostrato fin dal noto esperimento dell’IBM del 1954) e l’essenzialità della correzione umana,  appare di grande aiuto la prospettiva di Wittgenstein, così come espressa nelle Ricerche filosofiche, in cui viene elencato anche l’esercizio di tradurre una lingua in un’altra. Nella teoria dei giochi linguistici di Wittgenstein, il carattere denotativo del linguaggio è soltanto una delle sue funzioni in quanto il significato non dipende dalle parole ma dall’uso che ne viene fatto in un certo contesto: scopo degli enunciati linguistici, per il filosofo austriaco, non è di raffigurare il mondo ma di preparare ad una determinata attività. Come nota l’autore del presente saggio, per Wittgenstein il segno funge come dichiarazione che appare nella forma della descrizione di un fatto.
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La natura delle regole in Wittgenstein

Questo lavoro intende mostrare come la filosofia di Wittgenstein, tutta tesa al riconoscimento ossessivo dell’onestà intellettuale, morale ed esistenziale, possa essere un utile strumento per prendere le distanze dal pensiero conservatore a livello etico-politico. Lo fa riflettendo sul ruolo delle regole che riguardano la costruzione dei giochi linguistici con i quali, ad esempio, calcoliamo, pensiamo e agiamo. Si mostra come le regole non siano calate dall’alto e trascendenti i giochi ma siano invece ad essi immanenti. Esse rispondono alle urgenze vitali, esistenziali e quotidiani dell’uomo. L’orizzonte di senso, la forma di vita, ne determina la loro applicazione, tuttavia questa nozione non è intesa in senso immutabile. Seguendo infatti l’argomentare wittgensteiniano, in particolar modo in Della Certezza, si mostra come le regole, l’alveo del fiume, si possono spostare sotto la forza dell’acqua, cioè delle urgenze vitali che, potenzialmente possono anche ribaltare l’ordine costituito in senso etico-politico.

«Se uno non mente, è originale quanto basta»
Ludwig Wittgenstein

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Il linguaggio politico e la necessità del ritorno della retorica

È possibile discutere dei temi della retorica classica, di logos, ethos e pathos, della loro commistione e del loro uso (ed abuso) nel discorso pubblico, senza scadere in un polveroso sfoggio di erudizione? Mark Thompson, già direttore generale di BBC e amministratore delegato del New York Times, ci ha provato nel 2016 pubblicando un importante saggio sulla retorica e sullo stato generale del discorso pubblico contemporaneo, che è stato tradotto in Italia da Feltrinelli (La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia, Feltrinelli, 2017, p. 426). Va subito detto che la traduzione italiana del titolo lascia fortemente a desiderare, a causa di una connotazione negativa del concetto di retorica che nel libro e nello stesso titolo originale (Enough Said. What’s gone wrong with the language of politics, St Martin Pr, 2016) è del tutto assente. Thompson, difatti, ha un concetto alto di retorica, mutuato dai classici del canone occidentale, e il libro è un vero e proprio appello al suo uso consapevole, come rimedio al degrado della politica contemporanea. Definita come lo studio accademico del linguaggio pubblico nonché dell’arte di insegnare e padroneggiare i meccanismi che lo articolano, il termine retorica viene usato da Thompson, per traslazione, anche come sinonimo dello stesso linguaggio pubblico.

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Dovremmo rinunciare alla metafisica?

La metafisica, per sua stessa definizione e per come nei secoli la filosofia occidentale ha inteso tale “disciplina”, ha sempre avuto un rapporto diretto con concetti quali Tutto, totalità, infinito, assoluto.
La fisica al contrario, e quindi le scienze in generale, in quanto dottrine specializzate di un particolare settore del reale, hanno invece sempre avuto a che fare col finito. Con il reale, appunto, ovvero con una dimensione tangibile per lo spirito conoscitivo dell’uomo.
Questa può sembrare una semplicistica divisione dei lavori e degli ambiti di indagine, o meglio una separazione dei compiti che non tiene conto delle possibili sovrapposizioni. Possiamo accogliere un’osservazione di questo tipo solo in maniera parziale poiché, se è vero che questa suddivisione netta non dà ragione di una serie di possibili convergenze, e se è vero che sono plausibili alcune rivendicazioni della scienza di indagare la natura e la conformazione del Tutto, non possiamo negare l’indissolubile legame della metafisica con l’infinito. Continue Reading

L’ozio di Seneca contro la corruzione dello Stato

Come deve comportarsi il filosofo se lo Stato è ormai irrimediabilmente corrotto e la politica un campo di conflitti pericoloso e violento? Si tratta di una domanda drammatica in un quel contesto storico e culturale dell’impero romano che vedeva il filosofo, come ogni cittadino, prendere parte attiva alla vita pubblica. Per Seneca, dopo un primo accomodamento con la dottrina stoica, non ci sono dubbi: prima che il filosofo si spenda in sforzi che non giungeranno ad alcun esito, prima di impegnarsi in un aiuto che sarà sistematicamente violato o rifiutato, è possibile ed anzi necessario affidarsi interamente agli studi e vivere una vita ritirata. Perché la vera vocazione del filosofo non è la politica ma l’educazione.

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