Severino e la Contraddizione C

Con le dovute precauzioni, possiamo semplificare la dialettica interna alla storia delle idee (e quindi della filosofia) attraverso delle coppie di concetti contrapposti: determinismo-libertà, monismo-pluralismo, verità-errore, idealismo-realismo, finito-infinito.  Tuttavia, le più geniali e straordinarie configurazioni filosofiche si danno e si sono date nel momento in cui il pensiero non è schiacciato su uno dei due termini. L’estremizzazione, infatti, contiene spesso un fondamento dogmatico che è, per sua stessa natura, limitante.
Il sistema filosofico di Emanuele Severino è il maggiore e più raffinato tentativo di sganciarsi da ogni estremismo concettuale. All’interno della coppia Idealismo-Realismo, ad esempio, Severino rimane in costante equilibrio fra i due estremi. Questo equilibrio è in evidenza nel decisivo passaggio in cui il filosofo bresciano affronta la questione della Contraddizione C, in cui il piano “ideale” e quello “reale” (piani che nel destino della verità coincidono in un monismo dall’esplicazione pluralista) si tengono insieme e vengono oltrepassati.

 

Contraddizione C, nello specifico, «è la forma astratta della verità, è la stessa verità del destino, ma in quanto astratta, ossia è il destino della verità in quanto presenza finita dell’apparire infinito della totalità dell’essente e pertanto del destino della verità» (Fondamento della contraddizione, p. 88). In altre parole, la Contraddizione C è la “condizione” nella quale si mostra l’infinito in forma finita, essa descrive una mancanza, quella relativa all’apparire di ogni determinazione, in quanto ciascuna determinazione che appare all’interno della terra isolata dal destino appare contestualmente come verità ed errore. È verità perché essa è un eterno, ma è errore perché è un finito e non può apparire insieme a tutte le relazioni con le altre determinazioni e al suo statuto ontologico fondamentale. Nell’apparire finito, com’è facilmente intuibile, non può darsi l’apparire infinito; perciò quel che appare nell’apparire finito (le determinazioni) è “viziato” da una fallacia.
Ciò non vuol dire che il finito — che il piano di realtà — sia pertanto falso; tutt’altro, «la Contraddizione C è il destino della verità, in quanto apparire finito dell’infinito» (Fondamento della contraddizione, p. 88). E nonostante l’infaticabile processo a cui siamo destinati, ovvero quello di testimoniare il destino ossia di portare alla luce l’essenza eterna di ogni determinazione, malgrado l’allagamento costante del campo dell’apparire finito del destino — che coincide con il toglimento continuo della contraddizione —, il destino della verità non appare mai nella sua concretezza totale delle sue determinazioni. Il tramonto della terra isolata, che coincide con l’oltrepassamento della contraddizione, non conduce mai l’infinito ad apparire nel finito. Ciò che appare allora è un apparire che è totalità e non totalità, e in questo contesto l’apparire infinito (ovvero il destino della verità) rappresenta una tensione, non una determinazione. In definitiva: l’apparire dell’infinito ha sempre una struttura “visiva” finita, e per questo è contraddizione: C.

«La Contraddizione C consta di un’affermazione (o posizione) esplicita e di una negazione implicita di S» (La struttura originaria, p. 349).

Nella concretezza di ogni determinazione — la quale invece appare come finita, dando così corpo all’idea che il mondo sia governato da un divenire nichilistico —risiede la totalità delle relazioni che ciascuna determinazione intrattiene con la totalità infinita delle determinazioni stesse. Questa infinità di relazioni non appare mai nella sua concretezza, ma solamente in modo astratto-formale. Tuttavia il complesso infinito di relazioni è ciò che compete ad ogni determinazione in quanto eterno (se una cosa non fosse in relazione con la totalità delle altre cose, non sarebbe infinita e quindi eterna, sarebbe un nulla).

E dunque, poiché ogni determinazione è ciò che è alla luce dell’intera relazione che essa ha con la totalità infinita delle altre determinazioni, in questo risiede la sua concretezza che non appare mai nella sua essenza concreta, appunto. La Contraddizione C allora porta all’evidenza anche questo dato: le determinazioni sono tali nella misura in cui vi è una relazione fra loro; o meglio: la relazione è necessaria poiché ogni determinazione è eterna (quindi infinita) e prescinde dalla relazione con ogni altro eterno. Scrive Severino in Testimoniando il destino: «ogni determinazione finita appare, essa, come ciò che non mostra il proprio contenuto concreto, ossia il proprio implicare la totalità concreta degli essenti: appare come Contraddizione C» (Testimoniando il destino, p. 68). Sta in questa separazione e in questo “difetto” il nodo cruciale che porta gli uomini a credere alla finitezza delle cose, a definirle come enti e quindi come oscillanti fra l’essere e il nulla.

In questo senso le cose che viviamo, ciò che tocchiamo, esperiamo e noi stessi, sono Contraddizione C, poiché ciascuna cosa appare «nel suo essere e non essere ciò che esso è» (Fondamento della contraddizione, p. 88). Potremmo dire, utilizzando il titolo di un romanzo di Jonathan Safran Foer che ogni cosa è illuminata ma anche limitata, o meglio non pienamente esposta.

Ciononostante è bene chiarire un punto: il contenuto della Contraddizione C non è né contraddittorio né un nulla. Piuttosto il contenuto della contraddizione normale è un nulla, poiché il suo fondamento risiede interamente nella terra isolata dal destino nella quale non si ausculta la voce e il rimbombo della tesi scandalosa, ovvero che tutto è eterno.

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Si oltrepassa la Contraddizione C? Per rispondere a questa domanda occorre partire dal presupposto che, come già detto più volte, la Contraddizione C è «la contraddizione che si costituisce perché non appare il tutto concreto» (La Gloria, p. 44); e che il toglimento della contraddizione, ovvero il tramonto della terra isolata dal destino, è ciò che è destinato ad apparire affinché il destino della verità appaia concretamente. Tuttavia non è impossibile che l’infinito destino della verità appaia nell’apparire finito del destino, nel cerchio finito del destino della verità? Com’è possibile che appaia la totalità concreta delle determinazioni, ivi comprese le infinite relazioni che le costituiscono in quanto eterne?

Eppure, scrive Severino, «il toglimento concreto e compiuto della contraddizione è destinato ad apparire, [e] allora esso non può essere che il dispiegamento all’infinito del destino finito della verità» (La Gloria, p. 44). In questo quadro pare evidente che «il carattere astratto-formale della destinazione» sia inevitabilmente «la sintassi del concreto» (Testimoniando il destino, p. 210) e che il superamento di questa astrattezza non si definisca da ultimo come una negazione del contenuto del destino.

Come lo stesso Severino dice a chiare lettere nel suo ultimo volume, testimoniare il destino è dunque continuamente togliere la contraddizione, mostrarne il suo carattere manchevole, e quindi oltrepassare l’astrattezza della destinazione, sciogliere la Contraddizione C. Se già in questo (infinito) processo risieda la Gloria, o almeno un suo mormorio, è questione a cui dobbiamo ancora rispondere.

 

Saverio Mariani è nato a Spoleto (PG) nel 1990, dove vive e lavora. È laureato in filosofia, lavora nel mondo della comunicazione e della formazione. Redattore di questa rivista, ha pubblicato il saggio filosofico Bergson oltre Bergson (ETS, Pisa, 2018). Il suo blog sito è: attaccatoeminuscolo.it

1 Comment

  1. Buongiorno Saverio. Ho trovato su Scienzadellaparola.it di Faioni questa riflessione critica: da “La Struttura Originaria”:
    ‘ (D=π)=(π=D), dove “π”significa “immediatamente presente”. Dice che, perché tutto questo funzioni, occorre che D e π non siano tenuti separati, cioè non si faccia astrazione ma lo si consideri come il concreto, cioè come un qualche cosa che tiene conto dell’identità, della stessità delle due affermazioni. c) Appare dunque, da quanto si è detto, che D, come distinto da π nel senso qui sopra indicato, non può valere o non può stare a indicare tutte le determinazioni che sono immediatamente presenti, perché la totalità della presenza è appunto la sintesi di D e π. È un modo di risolvere il problema un po’ arbitrario. Se tengo distinto D da π, cioè il D come totalità dal π come immediata presenza, non posso più dire che D è immediatamente presente; quindi, devono essere tenuti insieme. Ciò significa che la proposizione: “L’essere è immediatamente presente” non può che essere analitica… Eh, sì, però questo lo dice dopo. …qualora col termine “essere” si intenda la totalità dell’essere immediatamente presente: perché se il predicato non è incluso nel soggetto, nell’atto stesso in cui il predicato è riferito al soggetto (se cioè D non è posto come D= π), il soggetto è negato quanto alla sua valenza semantica, e cioè non è più la totalità del F-immediato. Come dire: io ho stabilito questo; se poi questo non si verifica allora non va bene. Non è soddisfacente questa sua dimostrazione, cioè devo porre D= π, devo dire che D è l’immediato presente.
    Ma è proprio questo che si tratta di dimostrare!

    La ringrazio se può aiutarmi a togliermi il dubbio.
    Alessandro

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