Un atteggiamento filosofico, e coraggioso

Ad un giorno (per chi scrive, ed ora che scrive) dal nuovo ritiro ho deciso di scrivere qualcosa che rendesse l’idea di ciò che contraddistingue chi frequenta i Ritiri Filosofici.
L’altra mattina, insieme a Giovanni (altro frequentatore, e “socio-fondatore” potrei dire di Ritiri Filosofici) parlavamo di come fosse fondamentale, e determinante, in un appassionato di filosofia, in uno studente di filosofia o – diciamolo – in un filosofo, anche se non alla ribalta, l’atteggiamento.
Per atteggiamento, perlomeno io, intendo le modalità con le quali si guarda il mondo, lo si scruta, lo si espone a rischi, lo si interroga, e perfino lo si affronta. Ebbene, l’atteggiamento filosofico fa proprio questo, non si accontenta, vuole squarciare il velo di Maya che c’è sopra le cose, guarda le cose con interesse perché ne va di lui stesso, ed in questo si mette in gioco.
Colui che intende esporsi con un atteggiamento filosofico non ha paura di incastrarsi dentro ad un doloroso dubbio. Perché sa che sopravvivere nell’ingannevole certezza è altrettanto doloroso e quanto di più lontano dalla verità.

Saverio Mariani

Considerazioni finali sul ritiro

A chiusura postuma del ritiro vorrei esporvi le seguenti considerazioni.

La scelta di studiare da vicino il Trattato sull’emendazione dell’intelletto è stata fatta per diversi motivi.

Innanzitutto esso costituisce un ottimo esempio per comprendere in che modo nasce e si sviluppa una filosofia. Tesi, obiezioni, ricerca di concetti, strade intraprese e poi interrotte per prenderne delle altre, precisazioni ecc. Il pensiero, in questo senso, non è qualcosa di statico bensì un qualcosa di estremamente vivo che si nutre soltanto tramite il confronto con altri pensieri tra cui il proprio. In questo senso la filosofia non è sistema e non è ideologia: il fatto che essa sia decaduta a ciò consiste nel fatto che essa si sia ridotta a slogan, schema, compendio, disciplina tra le altre discipline. Solo il il confronto con un testo, seguendo il modo in cui si sviluppa la costruzione dell’argomentazione (tema che noi moderni abbiamo completamente smarrito in quanto non ci viene più insegnata l’arte della retorica), è in grado di restituirci l’idea originaria della filosofia come verità e non come sapere astratto. Noi abbiamo preso il TIE ma lo stesso sarebbe stato se avessimo preso un testo come la Critica della ragion pura, ingiustamente accusata, tra l’altro, di essere un’opera sistematica quando invece presenta curve, difficoltà e aporie proprie. Molto probabilmente anche in questo caso siamo in presenza di una delle caratteristiche degli odierni filosofi (che io chiamo piuttosto intellettuali) che si dicono tali senza aver letto e meditato i testi.
Riguardo a Spinoza ho ritenuto doveroso confrontarsi con il suo primo testo che, come avete visto, risente in maniera decisiva della sua formazione iniziale; formazione che Spinoza prima accoglie, poi comincia a discutere e infine la rifiuta nel momento in cui capisce che c’è qualcosa che non può essere compatibile con la verità dell’essere e del pensiero. Gli excursus da me posti sul concetto di idea e di ente si sono resi indispensabili per iniziare ad introdurci alla dottrina compiuta di Spinoza che, ricordo ancora, presenta un pensiero e delle categorie che (come ricorda lo stesso Mignini) non sono state accolte dalla tradizione occidentale (o, laddove ciò è stato fatto, lo si è fatto al prezzo di grandi stravolgimenti, riduzioni o modifiche).

Conosciamo lo slogan “ritornare a Parmenide”. Ebbene io proporrei il “ritornare a Spinoza” il quale, rispetto all’eleate di cui ci restano soltanto alcuni frammenti, presenta un’estesa applicazione della verità dell’essere al regno dell’esperienza.

Questa mia osservazione deve essere colta come parziale critica ad un filosofo come Severino il quale, quando si tratta di porre mano alle questioni essenziali, o rimanda ad altri testi ed altri luoghi oppure finisce per utilizzare metafore o concetti altrui (il castello di Diderot o la celeberrima frase dell’Etica: sentimus experimurque nos aeternos esse).

Un’ultima osservazione. Il dibattito ha fatto emergere valutazioni diverse in ordine soprattutto alla politica, tema imprenscindibile in quanto altro fondamentale aspetto della filosofia è quello di confrontarsi con il potere e di porre domande ai potenti. Ora io credo che il problema non sia tanto quello di dividersi in fautori di un ideale platonico rispetto ad uno di tipo machiavellico. Credo che sia inutile e perniciosa una diatriba consistente nel parteggiare per un governo di filosofi oppure per un governo di realisti senza prima considerare attentamente gli uomini e il particolare periodo storico che deve essere governato. L’unico fine che ci indica Spinoza è il conseguimento della perfezione umana, da conseguirsi tramite la filosofia, la filosofia morale, la pedagogia, la medicina e la meccanica (oggi diremmo l’informatica?). Questo deve essere fatto altrettanto nei confronti della politica. Dove per perfezione (anche in questo caso è necessario un lessico, come per l’idea, l’ente ecc.) s’ intende non un ideale morale bensì la beatitudine che scaturisce dal riconoscimento della necessità ed eternità della propria e delle altrui esistenze.

Pasano, 4-5 dicembre 2010

Ecco un sintetico memorandum di quanto detto durante l’ultimo incontro, arricchito da alcuni contenuti extra.




4 dicembre 2010
Sessione aperta alle 17,45.
Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM, AC.
Introduzione di MM sulla storia di Pasano e sui suoi componenti.
MM
La fede nel divenire è la follia per Severino. Spinoza costruisce il sistema più eccentrico rispetto all’eterno. Spinoza, a differenza di altri grandi pensatori, non ha avuto una sua scuola. I massimi pensatori del divenire sono stati, nel XIX secolo, Hegel e Marx. A proposito di Hegel, secondo Schopenhauer, l’hegelismo è una lanterna magica di allucinazioni. Il divenire è l’avanzata e lo scomparire degli eterni. La testimonianza del destino è la filosofia futura.
Dice Severino che bisogna andare oltre il il linguaggio perché la filosofia non ha sviluppato un linguaggio tale da cogliere la verità; allo stesso tempo, però, afferma che il linguaggio proviene dalla semina della filosofia e nell’ambito del quale tutte le altre tecniche si muovono. Qui si individua una contraddizione, a meno di non voler cogliere una sostanziale fine della filosofia. Ne discende che il linguaggio non può esprimere la verità.
GM
L’ episteme di Severino, se assunto come fondamento della conoscenza, spazzerebbe via ogni altra filosofia. Il fatto che questa verità non sia dicibile non implica che essa non sia fondata. Il problema è che viviamo in un mondo strutturato sul postulato del divenire.
LM
La mente è eterna perché concepisce le cose sub specie aeternitatis. Vive eterno colui che vive nel presente: è affermazione fondamentale perché dimostra…
MM
La percezione della propria eternità è concetto rivoluzionario. Severino esprime con formule lucenti concetti che si trovano già in altri autori (vedi il castello di Diderot). Concetti già presenti sono stati espressi con formule elementari, in cui il linguaggio ha la responsabilità di semplificazioni che mantengono in piedi l’alienazione del divenire.
GM
Severino in molti suoi libri si dilunga, in maniera apparentemente contraddittoria rispetto al suo pensiero, in analisi di tipo storicistico o sociologico, a mio avviso solo al fine di evidenziare, rinnovandola senza sosta, la struttura originaria della Verità, che reclama per ogni forma di espressione del divenire la sua inessenzialità. Sorgono e tramontano, o sono des-tinate a farlo, quasi in un passaggio di testimone, le varie modalità in cui la Follia si è incarnata, Cristianesimo, Comunismo, Capitalismo, civiltà della Tecnica. Nel mostrarne, anche dettagliatamente, genesi ed eclissi, il suo intento assume quasi un connotato didascalico. L’essere umano in profondità, non può che arrendersi all’evidenza insuperabile dell’eternità del tutto, anche se la realtà sensibile, le strutture mentali e culturali nelle quali ognuno di noi è immerso dalla nascita tendono a smentirne l’esistenza, mentre l’eterno è evidente sotto il profilo logico-ontologico.
MG
Quando si dice che tutto è eterno a cosa si riferisce? Io avevo capito che questa penna è eterna, sennò a che serve?
MM
Dire che questa penna è eterna è fondamentalmente cristianesimo, perché è basata sul fenomeno. Il tempo non è una dimensione oggettiva, è un a priori della mia mente, dunque l’eterno non deve essere inteso in senso cronologico. Già Spinoza osservava che o si è nella verità oppure ci si trova fuori ed in questo caso nessun percorso vale per raggiungerla.  Non esiste un metodo per arrivare alla verità, perché  la verità ci è data: idea vera data. Dice un detto buddista: la sanità del corpo deriva dalla purezza della mente. Questa enfasi sull’intelletto da noi in occidente è malvista: si confonde l’intelletto con l’intellettualismo. Intelletto significa penetrare il senso particolare di una cosa. La conoscenza effettiva di una cosa è possibile solo tramite la conoscenza intellettuale.
GM
Forse la soluzione non è nell’insistere sull’asse parmenideo-severiniano dell’eternità del tutto, anche perché il senso dell’eterno come dicevo in precedenza è controintuitivo, ed è una verità di validità più ontologica appunto che esistenziale. Forse il vero percorso da seguire e da approfondire per noi ormai, dopo aver “lavorato” e affinato per anni quello appena descritto,  è nella direzione dell’altro asse, che chiamerei spinoziano-schopenhaueriano, della necessità del tutto
MM
Ma non c’e contrapposizione bensì maturazione.
LM
In questo senso la filosofia del futuro è la morte del linguaggio, perché individua l’eterno che vive nel presente.
Sessione chiusa alle 19,53.
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Sessione aperta alle 22,11.

Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM.
SC
Cartesio: non tutto è come lo descriviamo, così il dubbio diventa il punto di partenza. La banalità di Cartesio sta nel suo ritorno al cristianesimo. Dall’inizio si capisce che lui non ha dubitato niente. La sua res cogitans è preziosissima, resta un salto fra il piano teoretico e il piano pratico viene annullato solo da Spinoza. Cartesio poca fare dell’uomo l’essere più grande, ma si è ridotto ad essere uno scolastico.
MM
Spinoza dice che mente (res cogitans) e corpo (res extensa) sono diversi attributi della medesima sostanza, al contrario di quanto sostenuto da Cartesio, che le riteneva due sostanze. Nella concezione di Spinoza Dio è il nesso causale.
GM
La percezione del divenire delle cose e la presunta sensazione di libertà (esperienze fondanti e universali di ogni esistenza umana) contraddicono radicalmente la effettiva consistenza della Verità e della conoscenza: cioè l’eternità del tutto e dunque l’inesistenza di alcuna libertà. E’ questa la vera rivoluzione, quella che scardinerebbe alla radice non solo la storia del pensiero, ma le stesse strutture economico-politiche su cui si fondano oriente e occidente… Al punto che  l’accettazione di questa Verità al momento non può che configurarsi come un atto di fede, una rivelazione per iniziati, un segreto dalla portata potenzialmente devastante.
MM
Severino riconosce la grandezza di Parmenide, ma definisce costui anche come colui che ha intravisto per primo la verità e che poi l’ha tradita. L’uomo non è sostanza (qualcosa che sta sotto, che è causa sui) e dunque è un fenomeno dell’apparire dell’essere eterno.
GM
Eternità e determinismo. Dobbiamo avere il coraggio, quasi l’imprudenza di fare una dichiarazione di fede sulla assoluta assenza di libertà. Ogni effetto e ogni manifestazione non poteva che accadere se non in quella determinata forma. Ciò richiede un pronunciamento sull’accettazione della necessità. Nella convinzione che l’accettazione della necessità, a differenza di quello che chiunque tenderebbe a credere… è l’inizio della gioia. Ogni desiderio infatti, nel suo nocciolo, è una violenza imposta alle cose, un  volere che le cose siano o diventino qualcosa di diverso da quello che sono, in contrasto con l’accettazione della mancanza di libertà. Questa consapevolezza fa sì che una persona possa vedere la propria vita scorrere davanti a sé come un film, nei suoi momenti felici ed in quelli tristi, senza l’ansia procurata dal voler gestire e indirizzare il corso degli eventi. Nessun gesto, né i piccoli né i grandi, è frutto di una effettiva libertà e decisione. Questa consapevolezza è invece l’inizio di una nuova vita, quella che Nietzsche indicava dicendo che l’unico compito, il più difficile, nella vita di ognuno, coincide con il diventare se stessi (“Diventa ciò che sei”).
MG
Forse il tutto è eterno e tutto è determinato, ma se è così non ci interessa. Se tu arrivi alla consapevolezza dell’inesistenza di libertà, nella vita di tutti i giorni dovrai comunque vivere come se la tua libertà esistesse effettivamente. Vivere la vita con la consapevolezza della inesistenza della libertà è un approccio che probabilmente va contro la nostra natura umana.
GM
La mia intenzione sarebbe provare a dimostrarvi domani, spinozianamente, se mi permettete l’ardire, come la negazione del libero arbitrio non coincida con una vita immobile e fatalista, ma con un diverso modo di “attraversare” la vita stessa, più sereno e consapevole, e perciò autenticamente gioioso.
Sessione chiusa alle 23,45.

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5 dicembre 2010.
Sessione aperta alle 9,30.
Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM.
MG
Non credo che nella filosofia si possa ricercare le risposte ultime alle questioni dell’uomo. Oggi credo che le risposte ultime le possano dare altre discipline, come la fisica, la matematica.
MM
Secondo me però la filosofia deve essere intesa non come ricerca di risposte ultime. La filosofia, in realtà, è la ricerca della domande corrette e l’onesta con se stessi. Il filosofo, diceva Schopenhauer, è come un lago svizzero: i suoi connotati sono calma, chiarezza, nitidezza.
GM
La filosofia è per sua natura interrogante. La domanda è la risposta. Il gesto del domandare è atto sommamente umano, il più umano di tutti. La vera filosofia è nella  domanda sistematica, nella consapevolezza che le risposte chiudono il pensiero, mentre le domande lo aprono. Chi dice che la filosofia dà risposte ne tradisce la natura profonda.
La storia è stata: in un’ottica rigidamente determinista non può insegnarci niente, perché, come dice Wittgenstein, “il mondo è tutto ciò che accade” (altrove tradotto con “il mondo è la totalità dei fatti”); questa sentenza, apparentemente innocua, se interiorizzata è l’inizio di quella rivoluzione di cui parlavo… La storia non potrà mai diventare uno strumento di valutazione della prassi. E personalmente ne ritengo, in quest’ottica, lo studio sopravvalutato (il che non significa ovviamente negarne tout court l’importanza ed il valore pedagogico nella costruzione delle biografie personali e collettive di ognuno di noi..); con Schopenhauer mi dico convinto che studiarne una porzione sia sufficiente a delinearne i caratteri archetipici, nonché le costanti di ciclicità e di universalità.
MG
La storia non è maestra di vita. Gli uomini ripetono inevitabilmente gli stessi comportamenti. Lo studio della storia aiuta a capire la natura umana e può dare qualche indicazione, ma nulla più, sugli accadimenti futuri.
 
GM dimostra l’inesistenza del libero arbitrio
 
SM
Secondo Cartesio l’unica vera libertà è quella di porsi come un io. Egli distingue fra il libero arbitrio e la libertà del volere umano. La libera scelta (il libero arbitrio) è una scelta aut aut fra termini già posti. La libertà del volere assoluta è l’identità fra intelletto e volontà. Tale libertà è possibile solo a dio perché è pura azione. La scienza è esplosa dopo che la natura è stata intesa come un artefatto di dio. La praxis greca non avrebbe consentito lo sviluppo scientifico. Il creazionismo ha consentito la misurabilità del mondo e dunque lo sviluppo della scienza e della tecnica moderna.
Sessione chiusa alle 12,46.

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Incontro chiuso alle 15,03.
 

 

Pasano Republic

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Nel ringraziare e sommamente lodare Mauro, creatore di questo spazio finalmente di (apparente) facile utilizzo (ma ciò che appare…si mostra o esiste e basta?…mumble mumble…),
apro subito un post di inclinazione a-filosofica…per ricordare a tutti che il DONO più bello di queste giornate è e sarà sempre l’esperienza umana di incontrare belle facce e belle persone…così davvero rara e preziosa di questi tempi.

Indi per cui direi di aprire una top ten, o five, o quello che vi pare, per cui ricorderemo questa edizione estiva 2009. Io metterei in pole:

  • 6 uomini e un barbecue
  • come andare in overdose di carne
  • il “Giona” biblico riletto e interpretato da Maurizio

Fatevi sotto….

Pasano, 4-5 luglio 2009.

4 luglio 2009

L’approccio domenicano alla filosofia pensa ad una filosofia per la quale la ragione può comprendere in modo incontrovertibile: dopo la parte razionale c’è la fede che riempie quanto la ragione non riesce a conoscere. Il domenicano pensa che può conoscere il mondo con la sua ragione.
L’approccio francescano (quello oggi dominante, che ha un approccio “istantaneo”, “esperienziale” alla fede), pensa che la ragione abbia bisogno della fede: non c’è ragione prima della fede. Se la ragione non si associa subito alla fede si risolve in una esperienza tecnica, non umana. L’approccio francescano è fondamentalmente irrazionale: credo quia absurdum.
L’approccio francescano è quello attualmente dominante.
La posizione di S è invece quella domenicana, la ragione può affrontare la realtà, che è una e non molte.
La filosofia moderna tende ad una visione francescana: la verità, ove pure univocamente esistente, può essere avvicinata approssimativamente, ma non può mai essere raggiunta.
S. ha fatto il suo percorso scolastico con gente che vedeva la filosofia in termini invece domenicani. Studia con Bontarini, che era un neo-scolastico. Questi ha sempre cercato di non far influire la sua fede religiosa sulla sua ricerca filosofica. S invece riempie consapevolmente la sua ricerca filosofica con la fede religiosa. Specialmente nelle sue prime opere, la filosofia di S. è imbevuta di religiosità.
Se la filosofia conosce il bene dell’uomo, la filosofia si deve occupare anche della politica.
Se la felicità dell’uomo è Dio, la società deve permettere la contemplazione (?) sempre maggiore di Dio, e dunque il filosofo si deve preoccupare dell’organizzazione della società.
Il S. della prima fase è cristiano, contigentista (l’uomo deve rispettare il progetto di Dio) ha fede nel divenire.
Il S. della seconda fase (post 1952 ed espressamente dal 1958 “La struttura originaria”) è ateo, Dio non interviene nel mondo, tutto è necessario, non esiste libertà, non esiste scelta, non si può orientare l’azione in un modo invece che in un altro (e in questo riprende lo stoicismo più radicale).
Il principio di non contraddizione aristotelico afferma che una cosa non può essere sé e il contrario di sé allo stesso tempo e nel medesimo rispetto. Così è anche S. del primo periodo.
Nel secondo periodo S. radicalizza tale principio, affermando che di qualcosa esistente non si può predicare la non esistenza, perché si incorrerebbe in contraddizione. Dunque ciò di cui si predica l’esistenza non può divenire nulla. Il nulla non esiste. Ciò che esiste non finisce nel nulla, al massimo scompare, esce dalla nostra vista, ma non entra in uno stato di non-esistenza.
Ciò che è, è per sempre. L’essere in quanto tale è immutabile.
In questo senso, il nesso di causalità non esiste. Si possono vedere l’interazione fra corpi, ma non il nesso di causalità. E questo è lo stesso discorso di Hume. La connessione causale non è sperimentabile e ciò fa cadere il determinismo. Affermare la sussistenza del nesso di causalità è fare metafisica.
I punti fermi veritativi:
  • principio di non contraddizione parmenideo (logico): ogni cosa è sé, non può essere altro, quindi ogni cosa è eterna;
  • il nesso di causalità non esiste.
Il divenire è la vicenda dell’apparire e dello scomparire dell’essere. Più precisamente: l’essere è sempre e anche l’apparire dell’essere è sempre: la percezione che abbiamo del divenire è l’apparire dell’apparire dell’essere.
L’insussistenza del nesso di causalità è, sostanzialmente, l’ultimo passo della distruzione della ragione, ma S non ha interesse alla prassi e alle conseguenze della sua tesi.
Per le teorie volontaristiche, anche conoscendo il bene, puoi fare il male. Mentre per le teorie intellettualistiche la conoscenza del bene non consente di fare del male: se conosci il bene necessariamente indirizzi le tue azioni in quella direzione; per tale teoria il male discende dall’agire senza conoscere esattamente quale sia il bene. In questo senso bisogna precisare che la percezione del bene non è solo razionale ma discende dall’intero complesso di pulsioni, anche irrazionali, dell’individuo.
In realtà no perché ciò non implica che poi non si debbano valutare la azioni.
In realtà, questa impostazione abolisce la volontà.
La differenza nella concezione della necessità.
Per Spinoza tutto è necessario perché c’è una causa unica ex nihilo e tutto il resto discende necessariamente. Tutti noi siamo creta nelle mani del vasaio.
Per S. invece la necessità è l’esser sé dell’essente. L’essente non può che essere sé stesso e così sarà per sempre: in questo senso è necessario.


5 luglio 2009



Epitteto è un filosofo neo-stoico. non costruisce sistemi ma propone una riflessione e una proposta filosofica sulla prassi.

Il manuale inizia con questa definizione:

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e in cose non soggette al nostro potere

 

L’uomo si deve impegnare con tutte le sue forze sulle cose in suo potere.
Sei vuoi che il mondo vada secondo le tue voglie sei un illuso e vivrai una vita di sofferenza.
Se lego la mia felicità a ciò che non dipende da me sarò sempre infelice. Devo legare la mia conformazione morale (la mia felicità) alle cose che dipendono da me.
L’idea di felicità in Seneca è quella dell’uomo che non viene turbato dalle vicissitudini della vita.
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