Vittiano, 3-4 dicembre 2011

Ecco un sintetico riepilogo dei contenuti affrontati durante il ritiro del 3-4 dicembre 2011.

3 dicembre 2011 h. 16,30.

 Presenti: MM ML GM SM AM OP

MM
Iniziamo dagli aspetti storici (§ 3). Il TTP venne stampato sotto falso nome. All’interno della repubblica olandese l’unica confessione proibita era quella cattolica. Ciò ha implicato una accettabile tolleranza nei confronti di Spinoza. Si veda, nel settembre 1665 la lettera a Oldenburg.
Lettura del passaggio degli Atti degli Apostoli in cui si riporta il discorso di Paolo nell’Aeròpago di Atene.
Come Paolo usa lo stoicismo greco-romano per introdurre il cristianesimo, Spinoza usa la religione consolidata alla sua epoca per reintrodurre la filosofia in Europa ormai diventata una sorta di cittadella dei teologi.
Richiamo al § 3.2. Le motivazioni che spingono Spinoza a scrivere il TTP:
1. il pregiudizio dei teologi;
2. l’ opinione del volgo;
3. la libertà di filosofare.

 SM
Anche se sono da lui detestati, Spinoza ha il massimo rispetto per i teologi, non solo per paura, ma anche per coerenza con il suo pensiero. In altre parole, se lo stato deve proteggere la mia libertà di pensiero, deve proteggere anche la libertà dei teologi di esporre la loro. Ciò implica una visione senechiana della vita politica: il vero filosofo fa quello che pensa.

 MM
Non sono tanto convinto che Spinoza abbia il massimo rispetto per I teologi, come tu dici, anche perché una volta che la teologia costituisce il fondamento della società politica, essa tende ad escludere  la libertà degli altri. Invece, per assicurare la libertà lo stato deve diventare assicurare l’esercizio della filosofia. Attenzione: in questo Spinoza non è neanche liberale. Il principio liberale parte dall’idea che lo stato deve garantire le libertà individuali. In Spinoza, in realtà, non si tratta di assicurare il semplice gioco delle passioni (che vanno piuttosto disciplinate) quanto è lo stato che assicura la libertà di tutti.

 OP
quindi una filosofia di stato?

 MM
No. Ma capisco che dobbiamo fare un’opera di expurgatio. E’ lo stato che assicura la filosofia ma ciò non implica una “filosofia” di stato che costituirebbe una contraddizione in termini. L’unica filosofia di stato, se proprio dobbiamo esprimerci in questi termini, è l’assenza di una qualsiasi filosofia di Stato intesa come dogma.

 GM
come fai a garantire la libertà d’opinione? Inseriamo la libertà della ragione in un contesto di tutela generale  di ogni opinione, anche di quella del volgo?

 MM
In realtà, secondo me, come accennavo sopra, non vedo una particolare tolleranza di Spinoza nei confronti dei teologi proprio perché questi negano la libertà di tutti di esprimere il proprio pensiero.

SM
Probabilmente Spinoza ha un atteggiamento per il quale, siccome vive per la ragione, riesce a guardare ai teologi come un pregiudizio, come un ostacolo, pur giudicandoli analiticamente attraverso il metodo teologico.

GM
Forse questa parte del TTP è ormai un dato acquisito dalla nostra civiltà

ML
Io invece ho trovato questi primi quindici capitoli come uno strumento importantissimo per comprendere i meccanismi di destrutturazione del pensiero non analitico, della superstizione e del pensiero magico. Attenzione che tali forme di pensiero, sotto varie forme, sono oggi più vive che al tempo di Spinoza.

MM
lettura dell’introduzione al TTP.
Spinoza non fa una critica alla religione in senso classico (vedi Epicuro). Spinoza separa la superstizione dalla religione.

GM
Spinoza non ti dà la forma per dire non sono ateo per i seguenti motivi mi chiedo: perché non ha fatto outing del tutto? Non saprò mai se l’ha fatto per paura o che altro.

MM
Che abbia salvato la forma può essere un problema; tuttavia egli non ha affatto salvaguardato la sostanza del suo ateismo (inteso ovviamente in senso cristiano): ed infatti sappiamo la sorte che gli è stata riservata.
Spinoza considera la bibbia un libro politico. Mosé è un legislatore. La divinità di dio c’è finché sussiste lo stato di Israele. Per questo la bibbia va studiata con la bibbia (VII, 2).

GM
perché citare la lettera di Giovanni all’inizio? Non sono convinto che Spinoza abbia avuto effettivamente intenzione di dirsi ateo, anche in termini ebraico-cristiani. In questo senso Spinoza è fortemente connotato in termini d’ebraismo.

MM
Ah, questo l’ha detto anche Schopenhauer! Forse Spinoza non vuole dirsi ateo perché salva la religione dei semplici. Nel momento in cui dice che la vera religione è agire con giustizia e carità, anche il semplice può agire così e dunque essere religioso.

GM
Perché non è detto che la connessione causale è la causa immanente di tutte le cose?

MM
Veramente Spinoza lo dice a più riprese, in particolare nell’Etica. Nel momento in cui l’intelletto comprende questo, gode di eterna beatitudine, dunque gode di quella caratteristica che l’erronea teologia attribuisce alla divinità.
Spinoza è stoico, ma non nel senso di accettare la dottrina dell’anima mundi, in nome della concatenatio causarum: non una provvidenza da amare (volere ciò che dio vuole: amor fati), non un voler essere ciò che si è; si tratta invece e semplicemente dell’esercizio della propria ragione: comprensione del tutto razionale che produce gli effetti di cui si è appropriata la tradizione implicandone effetti religiosi.
Spinoza consegna la scrittura allo storicismo (VII, 2), nega alla scrittura un messaggio universale e valido in ogni tempo, al contrario di quanto deve essere la filosofia. La ragione/filosofia deve avere un messaggio valido e universale, eterno e necessario: la scrittura al contrario non ha alcun valore filosofico.
Mi faccio un’obiezione (che è quella che gli ha rivolto Oldenburg nell’epistolario): se Spinoza interpreta la scrittura letteralmente, perché egli non interpreta letteralmente anche la resurrezione invece di farne una lettura allegorica?  Qui probabilmente Spinoza abbandona il metodo dell’interpretazione letterale per far prevalere il presupposto in base al quale nulla è ammissibile se è sopra o contro natura, principio che evidentemente esclude la possibilità della resurrezione.

ML
Più che di sospensione del metodo in favore del presupposto, direi che Spinoza pone come metodo fondamentale quello dell’assoluta razionalità del sistema concettuale che pone. All’interno di questo sistema si colloca il metodo dell’interpretazione letterale, ma evidente che l’inaccettabilità della resurrezione, in quanto fenomeno above the reason, discende in primo luogo dal contrasto con la razionalità.

MM
La legge divina naturale è la necessità della natura/bene massimo/conoscenza e amore di dio. La legge divina naturale  è (IV, 6):
1. universale:
2. non esige fede in racconti storici (scrittura);
3. non esige cerimonie (il rito è deresponsabilizzante);
4. il massimo premio della legge divina naturale è la legge stessa.

MM
Gli slittamenti semantici di Spinoza. Il filosofo è dogmatico; il religioso è scettico. Bel capovolgimento, no? Dà fastidio a qualcuno?

4 dicembre 2011, h. 9,00.

Presenti: MM ML GM SM OP.

MM
Riepilogo:
• metodo di interpretazione della scrittura: non differisce dal metodo di interpretazione della natura;
• non è dunque necessario il lume soprannaturale;
• interpretazione secondo l’evidenza naturale, accompagnata dalla comparazione sistematica della scrittura;
• il senso finale è che il messaggio dei profeti è giustizia e carità;
• dunque la scrittura esige solo obbedienza e non impone adesione a principi speculativi: la scrittura non serve a fare luce sulla conoscenza.

ML
Per riferirsi al disinteresse di Spinoza per questioni di democrazia richiamo il seguente passo “giacché tutti possono certamente obbedire, ma solo pochissimi (se comparati con tutto il genere umano) possono acquisire l’abito della virtù per la sola guida della ragione”.
Voglio dire che la filosofia costituisce un’opera di continua autodisciplina, diretta all’esercizio della virtù, dunque sostanzialmente indifferente alle questioni di uguaglianza formale fra cittadini.

MM
La conoscenza è l’unico e vero processo di liberazione. La conoscenza serve a liberarti dalla servitù delle passioni/opinioni. Invito tutti a meditare profondamente il capitolo VI, quello sui miracoli.

 ML
Il capitolo VI mi pare costituisca un pilastro della fisica moderna, perché delinea la metodologia per la conoscenza della natura, che trova i suoi strumenti soltanto nell’osservazione della natura stessa, escludendo ogni possibilità di intervento soprannaturale.

MM
Cap 1-2. profezia/rivelazione: conoscenza certa di una cosa rivelata da dio (I, 1).

OP
La conoscenza di Dio nell’idea di Spinoza è palesemente gradualistica e si svolge per successive approssimazioni.

MM
Sì, ma tieni presente che tuttavia non c’è mai il passaggio dalla non verità alla verità. La conoscenza di Dio si ha nel momento in cui ci appropriamo del nostro intelletto il quale, per sua natura, ha direttamente conoscenza di Dio.

ML
Tanto più vero intendendo la conoscenza di dio come conoscenza della natura (deus sive natura). Idea fondamentale della scienza moderna.

MM
Sul determinismo di Spinoza faccio notare il rapporto con il calvinismo (Introduzione, 5.2). Per Spinoza lo sfondo sul quale è posta la dottrina del determinismo è l’uomo come parte del tutto; per Calvino questo sfondo è l’idea dell’uomo radicalmente peccatore.
Noto che il determinismo calvinista, che espone una teologia ancor più radicale di quella cristiana, non si è trasfuso in un sistema politico. A mio parere, la teocrazia calvinista si incardina oggi nel capitalismo, vera religione “segreta” e dominante del nostro tempo.

 MM
Spinoza, dal determinismo, trae l’inescusabilità (ingiustificabilità) dell’uomo di fronte a dio (Spinoza a Oldenburg, lettera 25). In realtà, Spinoza sta dicendo che il problema non è quello di stabilire se l’uomo agisca o meno sotto il dominio di Dio o per rigido determinismo, ma piuttosto quello di liberarsi da speranza e timore. In altre parole, sposta il problema togliendolo dal terreno infido dei teologi (non dimentichiamo che anche Lutero nega il libero arbitrio, per non parlare di Calvino). La risposta di Spinoza (lettera 27) è una manifesta dichiarazione di irricevibilità della religione nel suo pensiero. Di fronte a Oldenburg che sostiene la non giustificabilità morale delle azioni dell’uomo, se intese in termini rigidamente deterministici, Spinoza risponde chiaramente che il problema del giudizio di valore sulle azioni dell’uomo è un problema tipicamente religioso, come tale del tutto irrilevante nell’ambito della filosofia.

MM
L’uomo che vive secondo la ragione è libero dalla legge. La scrittura è dunque la legge per il volgo, che non ha uso della ragione.

GM
Distinzione fra dogmatici e scettici (cap. 15). Domando: non è la richiesta di sempre di Spinoza quella di leggere la scrittura secondo ragione? Perché è dogmatico chi vuole leggere la scrittura con la ragione (presupponendo una connotazione negativa di dogmatismo)?

MM
Il realtà l’obiettivo dialettico di Spinoza è Maimonide, che dice che la scrittura va letta con la ragione fino a un certo punto, perché poi serve comunque l’illuminazione, quindi la scrittura andrebbe letta sia con ragione che con la fede. Spinoza dice invece che la scrittura va letta solo con la Scrittura, senza ricorrere né ad un elemento naturale né ad un elemento soprannaturale.

OP
Per leggere la scrittura non devo abbandonare un certo dogmatismo razionale? Ciò per entrare nella logica di questo testo.

MM
Vero, e Spinoza giunge ad una conclusione radicale. Proprio leggendo la scrittura solo per mezzo della scrittura si evidenzia che la scrittura non ha senso razionale. Ma la Scrittura non va mai letta preliminarmente solo con la ragione.

GM
Ho l’impressione che la volontà di Spinoza di combattere l’idea della conciliabilità di fede e ragione si risolva paradossalmente nel tenere in vita l’idea stessa di questa conciliabilità.
Un’ultima cosa: a che serve salvare l’idea di Spinoza su Mosé? Che ci interessa?

ML
Mosè per Spinoza è il grande legislatore dell’ebraismo: per questo ci interessa. In generale credo che l’utilità del pensiero di Spinoza sia duplice: da un lato, ci ha fatto comprendere che la scrittura è inintelligibile, ma di questo ormai abbiamo preso atto e ciò ha quindi un’utilità marginale, ma ci ha consegnato un metodo che è invece ancora oggi pienamente vivido e fecondo, cioè l’idea che l’uomo possa e debba condursi solo in base alla ragione.

Vittiano, 3 – 4 dicembre 2011

Alcune foto del ritiro appena concluso, che ha generato una serrata discussione sui primi quindici capitoli del Trattato Teologico Politico di Baruch Spinoza. Di seguito, alcune foto. A breve, la consueta relazione. Stay tuned!

 Vittiano

 Filosofi en plein air!

 

Filosofi all’opera

 

Un atteggiamento filosofico, e coraggioso

Ad un giorno (per chi scrive, ed ora che scrive) dal nuovo ritiro ho deciso di scrivere qualcosa che rendesse l’idea di ciò che contraddistingue chi frequenta i Ritiri Filosofici.
L’altra mattina, insieme a Giovanni (altro frequentatore, e “socio-fondatore” potrei dire di Ritiri Filosofici) parlavamo di come fosse fondamentale, e determinante, in un appassionato di filosofia, in uno studente di filosofia o – diciamolo – in un filosofo, anche se non alla ribalta, l’atteggiamento.
Per atteggiamento, perlomeno io, intendo le modalità con le quali si guarda il mondo, lo si scruta, lo si espone a rischi, lo si interroga, e perfino lo si affronta. Ebbene, l’atteggiamento filosofico fa proprio questo, non si accontenta, vuole squarciare il velo di Maya che c’è sopra le cose, guarda le cose con interesse perché ne va di lui stesso, ed in questo si mette in gioco.
Colui che intende esporsi con un atteggiamento filosofico non ha paura di incastrarsi dentro ad un doloroso dubbio. Perché sa che sopravvivere nell’ingannevole certezza è altrettanto doloroso e quanto di più lontano dalla verità.

Saverio Mariani

Considerazioni finali sul ritiro

A chiusura postuma del ritiro vorrei esporvi le seguenti considerazioni.

La scelta di studiare da vicino il Trattato sull’emendazione dell’intelletto è stata fatta per diversi motivi.

Innanzitutto esso costituisce un ottimo esempio per comprendere in che modo nasce e si sviluppa una filosofia. Tesi, obiezioni, ricerca di concetti, strade intraprese e poi interrotte per prenderne delle altre, precisazioni ecc. Il pensiero, in questo senso, non è qualcosa di statico bensì un qualcosa di estremamente vivo che si nutre soltanto tramite il confronto con altri pensieri tra cui il proprio. In questo senso la filosofia non è sistema e non è ideologia: il fatto che essa sia decaduta a ciò consiste nel fatto che essa si sia ridotta a slogan, schema, compendio, disciplina tra le altre discipline. Solo il il confronto con un testo, seguendo il modo in cui si sviluppa la costruzione dell’argomentazione (tema che noi moderni abbiamo completamente smarrito in quanto non ci viene più insegnata l’arte della retorica), è in grado di restituirci l’idea originaria della filosofia come verità e non come sapere astratto. Noi abbiamo preso il TIE ma lo stesso sarebbe stato se avessimo preso un testo come la Critica della ragion pura, ingiustamente accusata, tra l’altro, di essere un’opera sistematica quando invece presenta curve, difficoltà e aporie proprie. Molto probabilmente anche in questo caso siamo in presenza di una delle caratteristiche degli odierni filosofi (che io chiamo piuttosto intellettuali) che si dicono tali senza aver letto e meditato i testi.
Riguardo a Spinoza ho ritenuto doveroso confrontarsi con il suo primo testo che, come avete visto, risente in maniera decisiva della sua formazione iniziale; formazione che Spinoza prima accoglie, poi comincia a discutere e infine la rifiuta nel momento in cui capisce che c’è qualcosa che non può essere compatibile con la verità dell’essere e del pensiero. Gli excursus da me posti sul concetto di idea e di ente si sono resi indispensabili per iniziare ad introdurci alla dottrina compiuta di Spinoza che, ricordo ancora, presenta un pensiero e delle categorie che (come ricorda lo stesso Mignini) non sono state accolte dalla tradizione occidentale (o, laddove ciò è stato fatto, lo si è fatto al prezzo di grandi stravolgimenti, riduzioni o modifiche).

Conosciamo lo slogan “ritornare a Parmenide”. Ebbene io proporrei il “ritornare a Spinoza” il quale, rispetto all’eleate di cui ci restano soltanto alcuni frammenti, presenta un’estesa applicazione della verità dell’essere al regno dell’esperienza.

Questa mia osservazione deve essere colta come parziale critica ad un filosofo come Severino il quale, quando si tratta di porre mano alle questioni essenziali, o rimanda ad altri testi ed altri luoghi oppure finisce per utilizzare metafore o concetti altrui (il castello di Diderot o la celeberrima frase dell’Etica: sentimus experimurque nos aeternos esse).

Un’ultima osservazione. Il dibattito ha fatto emergere valutazioni diverse in ordine soprattutto alla politica, tema imprenscindibile in quanto altro fondamentale aspetto della filosofia è quello di confrontarsi con il potere e di porre domande ai potenti. Ora io credo che il problema non sia tanto quello di dividersi in fautori di un ideale platonico rispetto ad uno di tipo machiavellico. Credo che sia inutile e perniciosa una diatriba consistente nel parteggiare per un governo di filosofi oppure per un governo di realisti senza prima considerare attentamente gli uomini e il particolare periodo storico che deve essere governato. L’unico fine che ci indica Spinoza è il conseguimento della perfezione umana, da conseguirsi tramite la filosofia, la filosofia morale, la pedagogia, la medicina e la meccanica (oggi diremmo l’informatica?). Questo deve essere fatto altrettanto nei confronti della politica. Dove per perfezione (anche in questo caso è necessario un lessico, come per l’idea, l’ente ecc.) s’ intende non un ideale morale bensì la beatitudine che scaturisce dal riconoscimento della necessità ed eternità della propria e delle altrui esistenze.

Pasano, 4-5 dicembre 2010

Ecco un sintetico memorandum di quanto detto durante l’ultimo incontro, arricchito da alcuni contenuti extra.




4 dicembre 2010
Sessione aperta alle 17,45.
Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM, AC.
Introduzione di MM sulla storia di Pasano e sui suoi componenti.
MM
La fede nel divenire è la follia per Severino. Spinoza costruisce il sistema più eccentrico rispetto all’eterno. Spinoza, a differenza di altri grandi pensatori, non ha avuto una sua scuola. I massimi pensatori del divenire sono stati, nel XIX secolo, Hegel e Marx. A proposito di Hegel, secondo Schopenhauer, l’hegelismo è una lanterna magica di allucinazioni. Il divenire è l’avanzata e lo scomparire degli eterni. La testimonianza del destino è la filosofia futura.
Dice Severino che bisogna andare oltre il il linguaggio perché la filosofia non ha sviluppato un linguaggio tale da cogliere la verità; allo stesso tempo, però, afferma che il linguaggio proviene dalla semina della filosofia e nell’ambito del quale tutte le altre tecniche si muovono. Qui si individua una contraddizione, a meno di non voler cogliere una sostanziale fine della filosofia. Ne discende che il linguaggio non può esprimere la verità.
GM
L’ episteme di Severino, se assunto come fondamento della conoscenza, spazzerebbe via ogni altra filosofia. Il fatto che questa verità non sia dicibile non implica che essa non sia fondata. Il problema è che viviamo in un mondo strutturato sul postulato del divenire.
LM
La mente è eterna perché concepisce le cose sub specie aeternitatis. Vive eterno colui che vive nel presente: è affermazione fondamentale perché dimostra…
MM
La percezione della propria eternità è concetto rivoluzionario. Severino esprime con formule lucenti concetti che si trovano già in altri autori (vedi il castello di Diderot). Concetti già presenti sono stati espressi con formule elementari, in cui il linguaggio ha la responsabilità di semplificazioni che mantengono in piedi l’alienazione del divenire.
GM
Severino in molti suoi libri si dilunga, in maniera apparentemente contraddittoria rispetto al suo pensiero, in analisi di tipo storicistico o sociologico, a mio avviso solo al fine di evidenziare, rinnovandola senza sosta, la struttura originaria della Verità, che reclama per ogni forma di espressione del divenire la sua inessenzialità. Sorgono e tramontano, o sono des-tinate a farlo, quasi in un passaggio di testimone, le varie modalità in cui la Follia si è incarnata, Cristianesimo, Comunismo, Capitalismo, civiltà della Tecnica. Nel mostrarne, anche dettagliatamente, genesi ed eclissi, il suo intento assume quasi un connotato didascalico. L’essere umano in profondità, non può che arrendersi all’evidenza insuperabile dell’eternità del tutto, anche se la realtà sensibile, le strutture mentali e culturali nelle quali ognuno di noi è immerso dalla nascita tendono a smentirne l’esistenza, mentre l’eterno è evidente sotto il profilo logico-ontologico.
MG
Quando si dice che tutto è eterno a cosa si riferisce? Io avevo capito che questa penna è eterna, sennò a che serve?
MM
Dire che questa penna è eterna è fondamentalmente cristianesimo, perché è basata sul fenomeno. Il tempo non è una dimensione oggettiva, è un a priori della mia mente, dunque l’eterno non deve essere inteso in senso cronologico. Già Spinoza osservava che o si è nella verità oppure ci si trova fuori ed in questo caso nessun percorso vale per raggiungerla.  Non esiste un metodo per arrivare alla verità, perché  la verità ci è data: idea vera data. Dice un detto buddista: la sanità del corpo deriva dalla purezza della mente. Questa enfasi sull’intelletto da noi in occidente è malvista: si confonde l’intelletto con l’intellettualismo. Intelletto significa penetrare il senso particolare di una cosa. La conoscenza effettiva di una cosa è possibile solo tramite la conoscenza intellettuale.
GM
Forse la soluzione non è nell’insistere sull’asse parmenideo-severiniano dell’eternità del tutto, anche perché il senso dell’eterno come dicevo in precedenza è controintuitivo, ed è una verità di validità più ontologica appunto che esistenziale. Forse il vero percorso da seguire e da approfondire per noi ormai, dopo aver “lavorato” e affinato per anni quello appena descritto,  è nella direzione dell’altro asse, che chiamerei spinoziano-schopenhaueriano, della necessità del tutto
MM
Ma non c’e contrapposizione bensì maturazione.
LM
In questo senso la filosofia del futuro è la morte del linguaggio, perché individua l’eterno che vive nel presente.
Sessione chiusa alle 19,53.
________________________

Sessione aperta alle 22,11.

Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM.
SC
Cartesio: non tutto è come lo descriviamo, così il dubbio diventa il punto di partenza. La banalità di Cartesio sta nel suo ritorno al cristianesimo. Dall’inizio si capisce che lui non ha dubitato niente. La sua res cogitans è preziosissima, resta un salto fra il piano teoretico e il piano pratico viene annullato solo da Spinoza. Cartesio poca fare dell’uomo l’essere più grande, ma si è ridotto ad essere uno scolastico.
MM
Spinoza dice che mente (res cogitans) e corpo (res extensa) sono diversi attributi della medesima sostanza, al contrario di quanto sostenuto da Cartesio, che le riteneva due sostanze. Nella concezione di Spinoza Dio è il nesso causale.
GM
La percezione del divenire delle cose e la presunta sensazione di libertà (esperienze fondanti e universali di ogni esistenza umana) contraddicono radicalmente la effettiva consistenza della Verità e della conoscenza: cioè l’eternità del tutto e dunque l’inesistenza di alcuna libertà. E’ questa la vera rivoluzione, quella che scardinerebbe alla radice non solo la storia del pensiero, ma le stesse strutture economico-politiche su cui si fondano oriente e occidente… Al punto che  l’accettazione di questa Verità al momento non può che configurarsi come un atto di fede, una rivelazione per iniziati, un segreto dalla portata potenzialmente devastante.
MM
Severino riconosce la grandezza di Parmenide, ma definisce costui anche come colui che ha intravisto per primo la verità e che poi l’ha tradita. L’uomo non è sostanza (qualcosa che sta sotto, che è causa sui) e dunque è un fenomeno dell’apparire dell’essere eterno.
GM
Eternità e determinismo. Dobbiamo avere il coraggio, quasi l’imprudenza di fare una dichiarazione di fede sulla assoluta assenza di libertà. Ogni effetto e ogni manifestazione non poteva che accadere se non in quella determinata forma. Ciò richiede un pronunciamento sull’accettazione della necessità. Nella convinzione che l’accettazione della necessità, a differenza di quello che chiunque tenderebbe a credere… è l’inizio della gioia. Ogni desiderio infatti, nel suo nocciolo, è una violenza imposta alle cose, un  volere che le cose siano o diventino qualcosa di diverso da quello che sono, in contrasto con l’accettazione della mancanza di libertà. Questa consapevolezza fa sì che una persona possa vedere la propria vita scorrere davanti a sé come un film, nei suoi momenti felici ed in quelli tristi, senza l’ansia procurata dal voler gestire e indirizzare il corso degli eventi. Nessun gesto, né i piccoli né i grandi, è frutto di una effettiva libertà e decisione. Questa consapevolezza è invece l’inizio di una nuova vita, quella che Nietzsche indicava dicendo che l’unico compito, il più difficile, nella vita di ognuno, coincide con il diventare se stessi (“Diventa ciò che sei”).
MG
Forse il tutto è eterno e tutto è determinato, ma se è così non ci interessa. Se tu arrivi alla consapevolezza dell’inesistenza di libertà, nella vita di tutti i giorni dovrai comunque vivere come se la tua libertà esistesse effettivamente. Vivere la vita con la consapevolezza della inesistenza della libertà è un approccio che probabilmente va contro la nostra natura umana.
GM
La mia intenzione sarebbe provare a dimostrarvi domani, spinozianamente, se mi permettete l’ardire, come la negazione del libero arbitrio non coincida con una vita immobile e fatalista, ma con un diverso modo di “attraversare” la vita stessa, più sereno e consapevole, e perciò autenticamente gioioso.
Sessione chiusa alle 23,45.

________________________
 
5 dicembre 2010.
Sessione aperta alle 9,30.
Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM.
MG
Non credo che nella filosofia si possa ricercare le risposte ultime alle questioni dell’uomo. Oggi credo che le risposte ultime le possano dare altre discipline, come la fisica, la matematica.
MM
Secondo me però la filosofia deve essere intesa non come ricerca di risposte ultime. La filosofia, in realtà, è la ricerca della domande corrette e l’onesta con se stessi. Il filosofo, diceva Schopenhauer, è come un lago svizzero: i suoi connotati sono calma, chiarezza, nitidezza.
GM
La filosofia è per sua natura interrogante. La domanda è la risposta. Il gesto del domandare è atto sommamente umano, il più umano di tutti. La vera filosofia è nella  domanda sistematica, nella consapevolezza che le risposte chiudono il pensiero, mentre le domande lo aprono. Chi dice che la filosofia dà risposte ne tradisce la natura profonda.
La storia è stata: in un’ottica rigidamente determinista non può insegnarci niente, perché, come dice Wittgenstein, “il mondo è tutto ciò che accade” (altrove tradotto con “il mondo è la totalità dei fatti”); questa sentenza, apparentemente innocua, se interiorizzata è l’inizio di quella rivoluzione di cui parlavo… La storia non potrà mai diventare uno strumento di valutazione della prassi. E personalmente ne ritengo, in quest’ottica, lo studio sopravvalutato (il che non significa ovviamente negarne tout court l’importanza ed il valore pedagogico nella costruzione delle biografie personali e collettive di ognuno di noi..); con Schopenhauer mi dico convinto che studiarne una porzione sia sufficiente a delinearne i caratteri archetipici, nonché le costanti di ciclicità e di universalità.
MG
La storia non è maestra di vita. Gli uomini ripetono inevitabilmente gli stessi comportamenti. Lo studio della storia aiuta a capire la natura umana e può dare qualche indicazione, ma nulla più, sugli accadimenti futuri.
 
GM dimostra l’inesistenza del libero arbitrio
 
SM
Secondo Cartesio l’unica vera libertà è quella di porsi come un io. Egli distingue fra il libero arbitrio e la libertà del volere umano. La libera scelta (il libero arbitrio) è una scelta aut aut fra termini già posti. La libertà del volere assoluta è l’identità fra intelletto e volontà. Tale libertà è possibile solo a dio perché è pura azione. La scienza è esplosa dopo che la natura è stata intesa come un artefatto di dio. La praxis greca non avrebbe consentito lo sviluppo scientifico. Il creazionismo ha consentito la misurabilità del mondo e dunque lo sviluppo della scienza e della tecnica moderna.
Sessione chiusa alle 12,46.

________________________

Incontro chiuso alle 15,03.
 

 

Pasano Republic

>
Nel ringraziare e sommamente lodare Mauro, creatore di questo spazio finalmente di (apparente) facile utilizzo (ma ciò che appare…si mostra o esiste e basta?…mumble mumble…),
apro subito un post di inclinazione a-filosofica…per ricordare a tutti che il DONO più bello di queste giornate è e sarà sempre l’esperienza umana di incontrare belle facce e belle persone…così davvero rara e preziosa di questi tempi.

Indi per cui direi di aprire una top ten, o five, o quello che vi pare, per cui ricorderemo questa edizione estiva 2009. Io metterei in pole:

  • 6 uomini e un barbecue
  • come andare in overdose di carne
  • il “Giona” biblico riletto e interpretato da Maurizio

Fatevi sotto….

Pasano, 4-5 luglio 2009.

4 luglio 2009

L’approccio domenicano alla filosofia pensa ad una filosofia per la quale la ragione può comprendere in modo incontrovertibile: dopo la parte razionale c’è la fede che riempie quanto la ragione non riesce a conoscere. Il domenicano pensa che può conoscere il mondo con la sua ragione.
L’approccio francescano (quello oggi dominante, che ha un approccio “istantaneo”, “esperienziale” alla fede), pensa che la ragione abbia bisogno della fede: non c’è ragione prima della fede. Se la ragione non si associa subito alla fede si risolve in una esperienza tecnica, non umana. L’approccio francescano è fondamentalmente irrazionale: credo quia absurdum.
L’approccio francescano è quello attualmente dominante.
La posizione di S è invece quella domenicana, la ragione può affrontare la realtà, che è una e non molte.
La filosofia moderna tende ad una visione francescana: la verità, ove pure univocamente esistente, può essere avvicinata approssimativamente, ma non può mai essere raggiunta.
S. ha fatto il suo percorso scolastico con gente che vedeva la filosofia in termini invece domenicani. Studia con Bontarini, che era un neo-scolastico. Questi ha sempre cercato di non far influire la sua fede religiosa sulla sua ricerca filosofica. S invece riempie consapevolmente la sua ricerca filosofica con la fede religiosa. Specialmente nelle sue prime opere, la filosofia di S. è imbevuta di religiosità.
Se la filosofia conosce il bene dell’uomo, la filosofia si deve occupare anche della politica.
Se la felicità dell’uomo è Dio, la società deve permettere la contemplazione (?) sempre maggiore di Dio, e dunque il filosofo si deve preoccupare dell’organizzazione della società.
Il S. della prima fase è cristiano, contigentista (l’uomo deve rispettare il progetto di Dio) ha fede nel divenire.
Il S. della seconda fase (post 1952 ed espressamente dal 1958 “La struttura originaria”) è ateo, Dio non interviene nel mondo, tutto è necessario, non esiste libertà, non esiste scelta, non si può orientare l’azione in un modo invece che in un altro (e in questo riprende lo stoicismo più radicale).
Il principio di non contraddizione aristotelico afferma che una cosa non può essere sé e il contrario di sé allo stesso tempo e nel medesimo rispetto. Così è anche S. del primo periodo.
Nel secondo periodo S. radicalizza tale principio, affermando che di qualcosa esistente non si può predicare la non esistenza, perché si incorrerebbe in contraddizione. Dunque ciò di cui si predica l’esistenza non può divenire nulla. Il nulla non esiste. Ciò che esiste non finisce nel nulla, al massimo scompare, esce dalla nostra vista, ma non entra in uno stato di non-esistenza.
Ciò che è, è per sempre. L’essere in quanto tale è immutabile.
In questo senso, il nesso di causalità non esiste. Si possono vedere l’interazione fra corpi, ma non il nesso di causalità. E questo è lo stesso discorso di Hume. La connessione causale non è sperimentabile e ciò fa cadere il determinismo. Affermare la sussistenza del nesso di causalità è fare metafisica.
I punti fermi veritativi:
  • principio di non contraddizione parmenideo (logico): ogni cosa è sé, non può essere altro, quindi ogni cosa è eterna;
  • il nesso di causalità non esiste.
Il divenire è la vicenda dell’apparire e dello scomparire dell’essere. Più precisamente: l’essere è sempre e anche l’apparire dell’essere è sempre: la percezione che abbiamo del divenire è l’apparire dell’apparire dell’essere.
L’insussistenza del nesso di causalità è, sostanzialmente, l’ultimo passo della distruzione della ragione, ma S non ha interesse alla prassi e alle conseguenze della sua tesi.
Per le teorie volontaristiche, anche conoscendo il bene, puoi fare il male. Mentre per le teorie intellettualistiche la conoscenza del bene non consente di fare del male: se conosci il bene necessariamente indirizzi le tue azioni in quella direzione; per tale teoria il male discende dall’agire senza conoscere esattamente quale sia il bene. In questo senso bisogna precisare che la percezione del bene non è solo razionale ma discende dall’intero complesso di pulsioni, anche irrazionali, dell’individuo.
In realtà no perché ciò non implica che poi non si debbano valutare la azioni.
In realtà, questa impostazione abolisce la volontà.
La differenza nella concezione della necessità.
Per Spinoza tutto è necessario perché c’è una causa unica ex nihilo e tutto il resto discende necessariamente. Tutti noi siamo creta nelle mani del vasaio.
Per S. invece la necessità è l’esser sé dell’essente. L’essente non può che essere sé stesso e così sarà per sempre: in questo senso è necessario.


5 luglio 2009



Epitteto è un filosofo neo-stoico. non costruisce sistemi ma propone una riflessione e una proposta filosofica sulla prassi.

Il manuale inizia con questa definizione:

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e in cose non soggette al nostro potere

 

L’uomo si deve impegnare con tutte le sue forze sulle cose in suo potere.
Sei vuoi che il mondo vada secondo le tue voglie sei un illuso e vivrai una vita di sofferenza.
Se lego la mia felicità a ciò che non dipende da me sarò sempre infelice. Devo legare la mia conformazione morale (la mia felicità) alle cose che dipendono da me.
L’idea di felicità in Seneca è quella dell’uomo che non viene turbato dalle vicissitudini della vita.