Il conflitto alle origini della polis

brigugliaNel film The Revenant l’individuo è immerso in una natura maestosa, totalmente indifferente, e l’umanità resta sullo sfondo, pronta a dissolversi in quella stessa natura da cui proviene ed a cui appartiene integralmente. L’uomo è silenzioso e ferino: la parola e la cottura del cibo sono eventualità totalmente improbabili (e forse inutili) e la sopravvivenza è legata all’arbitrio delle condizioni atmosferiche e all’incontro casuale con animali feroci, umani e non. In questo primordiale stato di natura, la celebre frase di Margareth Thatcher («there is no such thing as society») che Gianluca Briguglia usa nell’introduzione del suo ultimo libro (L’animale politico. Agostino, Aristotele e altri mostri medievali, Salerno Editrice, 2015, pp. 96, euro 7,90) suona come un monito: se è vero che non esiste la società ma solo gli individui, quanto gli uomini possono contare di sopravvivere, senza società? Quali sono i connotati fondamentali dell’uomo come costruttore di società e, dunque, come animale politico?

Gianluca Briguglia (professore di Filosofia medievale e del rinascimento all’Università di Strasburgo) tratteggia l’idea di uomo quale animale politico che prende forma nel medioevo, quando la riscoperta della Politica di Aristotele si mescola, con la rinascita del pensiero giuridico romano, al tronco delle categorie ebraico-cristiane di uomo e di politica. L’effetto è potente ed originale, visto che determina l’emersione di categorie concettuali nelle quali ancora oggi risultiamo immersi, più o meno consapevolmente.

Grazie all’eredità del pensiero antico, gli intellettuali medievali vedono nell’uomo un animale politico per natura ((Briguglia, 16.)). Il cammino mondano dell’homo viator è connotato dai vari stadi della costruzione della civiltà, dal nucleo base della famiglia alla città, lasciandosi alle spalle il puro individualismo dello stato di natura. La città è la comunità perfetta perché costituisce il perimetro all’interno del quale l’uomo può esprimere nella massima pienezza la sua umanità, appunto in quanto animale politico ((Briguglia, 17.)). La perfezione terrena dell’uomo può essere riconosciuta soltanto all’interno della comunità politica, ossia nella civitas: e la fragilità del singolo (nonché delle sue più dirette emanazioni, come la famiglia) risiede nell’essere portatore di interessi parziali, imperfetta parte di un tutto più vasto ed organico. Tommaso aveva scolpito definitivamente tale dato, appoggiandosi alla Politica di Aristotele: solo nella civitas, in quanto communitas perfecta, si realizza il bene comune, massima aspirazione dell’uomo ((Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, I, II, q. 90, art. 3, ad tertium.)) e l’elemento che innesca la naturale pulsione politica dell’uomo è la parola: di essa non si servono né i selvaggi sub umani, né i santi eremiti, categorie dunque escluse per definizione dal consesso umano ((Briguglia, 18.)).

Se l’eredità classica si concentra sulla ottimistica costruzione della polis/civitas, il pensiero politico medievale subisce tuttavia gli effetti di un elemento disgregatore, sconosciuto agli antichi: il peccato ((Briguglia, 25.)). Il problema del peccato, inteso come connotato della strutturale insufficienza umana, ossessiona gli uomini del medioevo. Come nota esattamente Briguglia, «contro un peccato che è problema politico permanente e ineliminabile si costruiscono gli strumenti, gli istituti, i mezzi, i rimedi della politica» ((Briguglia, 33.)). Nella costruzione di questi strumenti la parola ― e, in particolare, la parola giuridica, il discorso normativo ― diventa allora cardine della salvezza, perché consente di definire un ambito di razionalità all’interno del quale l’uomo può esprimere, nella massima misura consentita dalla sua finitezza, la sua intrinseca e positiva natura politica. In tale contesto, il punto di riferimento per i medievali è essenzialmente ciceroniano. Nell’universo concettuale di Cicerone, la fondazione della civiltà è legata all’emersione «dell’uomo virtuoso e sapiente, vir magnus et sapiens, che con la sua eloquenza e saggezza trascina gli uomini fuori dalle foreste in cui vivono come animali» ((Briguglia, 43.)). Nella visione ciceroniana recepita dagli intellettuali del medioevo, dunque, l’uscita dallo stato di natura e dalla condizione di sub-umanità consiste in una modificazione antropologica, probabilmente speculare a quella indotta, in negativo, dal peccato; mutazione che implica l’abbandono della condizione di perenne conflittualità pre-civile e quindi pre-verbale, e l’accettazione di uno stato di concordia, dal quale il conflitto è definitivamente svanito. Nella città ideale dell’uomo del medioevo, immagine del paradiso terrestre, la legge posta dal fondatore è, prima di tutto, regola interiore di vita dell’uomo buono.

Nella poliedrica civiltà comunale del XIII secolo, però, non tutti cedono all’incanto tranquillizzante dell’origine del diritto e della civiltà grazie alla retorica del vir magnus et sapiens, traduttore in linguaggio umano della legge naturale e dunque della mente divina.

Sullo sfondo di tale originale elaborazione sta la rinascita degli studi giuridici e la conseguente emersione dell’imponente retaggio della giurisprudenza romana, all’interno del quale Cicerone era l’autore più facilmente adattabile alla costruzione patristica prima e canonistica poi. A ben vedere, difatti, era proprio nell’idea ciceroniana di un diritto naturale razionale, originato in uno alla mente divina e ordinato alle esigenze di vita di creature razionali, che veniva a fondarsi il sistema pubblicistico cristiano, costituito intorno ai due fuochi della razionalità della legge naturale («est quidem vera lex recta ratio naturae congruens, diffusa in omnes, costans, sempiterna») ((Marco Tullio Cicerone, De Re Publica, III, 22,23.)) e della razionalità dei suoi destinatari, in quanto essi stessi partecipi della ratio intrinseca alla natura («quibus enim ratio a natura data est, isdem etiam recta ratio data est: ergo etiam lex, quae est recta ratio in jubendo et vetando») ((Marco Tullio Cicerone, De Legibus, I, 33.)). Con la ovvia conseguenza che in tale logica ordinamentale la disubbidienza alla legge naturale costituiva non soltanto atto di insubordinazione all’autorità civile ma rinnegamento della più profonda natura umana, meritevole dunque dell’espunzione dal trasgressore dalla stessa comunità umana e, dunque, dalla civitas che ne costituisce il precipitato storico ((Piero Bellini, Respublica sub Deo. Il primato del sacro nella esperienza giuridica della Europa preumanistica, Firenze, 1981, 45.)).

Nella poliedrica civiltà comunale del XIII secolo, però, non tutti cedono all’incanto tranquillizzante dell’origine del diritto e della civiltà grazie alla retorica del vir magnus et sapiens, traduttore in linguaggio umano della legge naturale e dunque della mente divina. Boncompagno da Signa afferma che il diritto nasce (e la civiltà sorge) perché esistono le contese: la civiltà si coagula intorno a un nucleo di potere che emerge per la soluzione delle controversie, le quali naturalmente insorgono fra gli uomini ((Briguglia, 47.)). Per Boncompagno la parola che fonda la città non è quindi una parola che persuade, ma una parola che giudica: «al cuore della civitas umana non c’è un uomo grandiosamente sapiente; c’è un giudice» ((Briguglia, 49.)).

Il passaggio è cruciale, perché consente di osservare l’emergere di un’impostazione di grande originalità, destinata tuttavia a dissolversi rapidamente. La visione di Boncompagno mette difatti l’accento sull’individuo, ma il tessuto concettuale degli uomini del medioevo non poteva accettare individualismi. In questo momento storico l’individuo, cioè il soggetto autosufficiente le cui energie possono diventare elemento fondativo di un ordine costituzionale generale, è senz’altro un’astrazione. Il mondo degli intellettuali e sopratutto dei giuristi medievali è un mondo di cose e non di individui. Il singolo, o è attratto dalla cosa fino a divenire quasi una pertinenza di questa, o è attratto nel gruppo intermedio, che solo può dargli protezione e possibilità di sviluppo ((Paolo Grossi, L’ordine giuridico medievale, Bari-Roma, 2011, 73.)). È certo vero che l’esperienza giuridica medievale è essenzialmente a-legislativa e l’espressione normativa del potere politico va rinvenuta nell’esercizio della giurisdizione, non nella formazione della legge. Ed è altrettanto vero che il governante appare allora non come colui che crea il diritto, ma come il soggetto che dice il diritto ((Grossi, op. cit., 95.)). Ma il connotato giurisdizionale del potere politico, che è al centro della riflessione di Boncompagno, non deve far dimenticare come la nozione basilare di iurisdictio, che pure caratterizza come prevalentemente interpretativa la potestà politica, coglie il potere politico quale interprete di una dimensione preesistente e sovraordinata, e quindi non come produttore del diritto, ma come attento lettore e interprete della legge razionale che risiede nella mente di dio, di cui il mondo delle cose e degli uomini è calco fedele.

L’originale tentativo di Boncompagno, diretto a valorizzare l’esperienza soggettiva come pilastro dell’origine della città e, dunque, della fondazione dell’esperienza politica, non poteva che cedere all’attrazione della legge naturale, vero centro gravitazionale del pensiero medievale. Così, una generazione dopo, Brunetto Latini si impegnerà a ricollocare il pensiero di Cicerone (se mai avesse avuto bisogno di riprendersi il centro della scena) a fondamento delle libertà comunali. Nella traduzione del De Inventione, che Brunetto intitola, in volgare toscano, Rettorica, il mito del fondatore è ripreso alla lettera come quello dell’uomo eccezionale che, in forza della sua sapienza, “ssì li arecò umili e mansueti dalla fierezza e dalla crudeltà che aveano”: «la conseguenza immediata è la volontaria sottomissione alla ragione e alle virtù nel vivere associato» ((Briguglia, 52.)). Alla fondazione della città consegue allora la nascita della buona fede, intesa come fiducia fra consociati, tanto che Brunetto allude celebre definizione paolina di fede e, fondendo san Paolo e Cicerone, individua nella costruzione della fiducia pubblica il cardine intorno a cui ruota il racconto del vir magnus et sapiens ((Briguglia, 52-53.)).

Concordia e buona fede: in altre parole, espunzione del conflitto e della controversia dall’orizzonte della vita associata. Posta in questi termini, la controversia (la contesa, nelle parole di Boncompagno da Signa) ha sempre una connotazione intrinsecamente negativa: perché idonea a minare la retorica del fondatore, per dirla in termini ciceroniani e perché opera del peccato, antitesi della fiducia e della buona fede, a volerla inquadrare in prospettiva cristiana. Ed in effetti neanche Boncompagno sfugge a tale  impostazione, visto che individua la prima contesa in quella posta in essere dagli angeli nei confronti di Dio. Ma si tratta, evidentemente, di una aspirazione del tutto improvvida: la visione ciceroniana e cristiana implica la costruzione di una narrazione fondativa del tutto a-storica (se non antistorica), diretta alla ricerca, sempre frustrata, di un’inarrivabile stato di concordia come modello di perfezione civile.

In questo modo la capacità di costruzione politica si arresta: l’aspirazione ad un’inattingibile concordia impedisce alle turbolente città italiane dell’epoca di riconoscere nel conflitto e nella controversia il motore primario della costruzione della libertà cittadina. Paradossalmente, il perseguimento della concordia a tutti i costi produce il risultato contrario di legittimare lo scontro tra fazioni. Il mancato riconoscimento della parola che giudica (e quindi della contesa ordinata) come elemento originario della vita associata, in luogo della evanescente parola ordinante di un fondatore mitico, porta a considerare come estranei alla fisiologia della vita civile gli ambiti costituzionali destinati alla gestione del conflitto, così poi finendo per soccombere alla guerra per bande, che non può che condurre, come in effetti è stato, distruzione della civitas.

Volendo, si può affermare che l’originale intuizione di Boncompagno da Signa porti dritto al Machiavelli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, laddove il Segretario ridisegna l’uscita dallo stato di natura come fenomeno sostanzialmente utilitaristico: gli uomini bruti si radunano e fondano la città non per l’opera di un vir magnus et sapiens, ma avendo sperimentato la maggior sicurezza e comodità della vita associata ((«(…) agli abitatori dispersi in molti e piccoli parti non pare vivere securi (…) talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi da loro medesimi o da alcuno che sia infra loro di maggiore autorità, si ristringono ad abitare insieme in luogo eletto da loro, più conmodo a vivere e più facile a difendere»: Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, I, 1, 4; dove, si noti, l’intervento di un soggetto ordinante è legato al fatto oggettivo della maggior autorità, ossia della maggior conoscenza della realtà empirica, e non alla maggior virtù, quale effusione della ragione naturale.)). Nei Discorsi la crescita in potenza della città va di pari passo con la capacità dei cittadini di strutturare forme adeguate di gestione delle contese, cioè dei conflitti. Il conflitto non è dunque il veleno della città ma, paradossalmente, il suo motore primo, a patto che esso sia riconosciuto e incanalato all’interno di una adeguata struttura costituzionale. All’inizio del XVI secolo, quando ormai l’esperienza dei liberi comuni volgeva al termine, disintegrata dallo scontro per bande (ognuna di esse convinta tuttavia di essere portatrice della concordia ordinum, premessa del paradiso terrestre vagheggiato dagli epigoni di Cicerone) un rassegnato Machiavelli individuerà nella fisiologia della controversia l’autentico momento anti-disgregativo e quindi fondativo della polis, affermando che l’unico antidoto al veleno delle fazioni consiste in un sistema di soluzione delle controversie costituzionalmente robusto, ben strutturato e soprattutto pubblico, come quello che aveva caratterizzato le vicende centrali della repubblica romana; e che le calunnie, cioè le accuse prive di regolamentazione giudiziaria e radice della mala pianta delle fazioni, portano inevitabilmente alla distruzione delle libertà cittadine e alla caduta sotto il giogo del tiranno ((Discorsi, I, 7-8.)).

Il libro di Briguglia, i cui temi e personaggi sono ben più numerosi dei pochi utilizzati come spunto per queste brevi riflessioni, è una veloce passeggiata (una lezione introduttiva, secondo le stesse parole dell’autore) nei boschi narrativi della politica occidentale, alla scoperta delle sue più profonde radici, delle quali il discorso politico contemporaneo sembra aver smarrito il senso. Il libro è dunque un ottimo compagno di viaggio, piacevole alla lettura, ed utile per esplorare un mondo intellettuale tanto distante da noi quanto essenziale per la comprensione delle origini ormai nascoste del nostro orizzonte di pensiero.

Il supereroe della ragione

Tra le molte interpretazioni di Spinoza la più accreditata è quella del pensatore razionalista, cristallo puro della filosofia, grazie al quale è possibile ricostruire l’intera realtà del mondo tramite una rigida e perfetta connessione causale, dalla macchia che appare sul pavimento fino a Dio. Lo Spinoza di Della Rocca, testo pubblicato per le edizioni della Routledge nel 2008, si inserisce in questo filone. Secondo il docente americano il principio di ragion sufficiente, in base al quale niente può darsi senza una causa, è il fondamento dell’intera speculazione del filosofo ebreo-olandese. Variamente enunciato nel corso della storia del pensiero filosofico, il principio di ragion sufficiente viene attribuito a Leibniz che ne ha elaborato la forma definitiva e maggiormente conosciuta. Spinoza, oltre a darne una interpretazione più radicale, ne fa il punto di partenza per costruire tutto il suo pensiero. Suddiviso in otto capitoli, il libro di Della Rocca mostra come il principio in oggetto sia lo strumento per comprendere qualsiasi area tematica spinoziana: epistemologia, metafisica, etica, politica, religione. A motivo di questa coerenza del sistema, Spinoza è davvero il supereroe della ragione.

L’impossibilità dell’irrazionale

Della Rocca, docente alla Yale University, è esplicito fin dalle prime pagine: «Spinoza’s philosophy is characterized by perhaps the boldest and most thoroughgoing commitment ever to appear in the history of philosophy to the intelligibility of eveything. For Spinoza, no why-question is off limits, each why-question – in principle – admits of a satisfactory answer» ((M. Della Rocca, Spinoza, London and New York, Routledge, p. 1.)). Questo impegno emerge in due luoghi specifici. Il primo nella Proposizione 11 della prima parte dell’Etica (inizio dell’aliter 1) secondo cui «Di ciascuna cosa si deve assegnare la causa, o ragione, tanto del perché esiste, quanto del perché non esiste. Ad esempio, se un triangolo esiste ci dev’essere una ragione, o causa, per cui esso esiste; e se non esiste deve parimente esserci una ragione, o causa, che impedisce che quel triangolo esista o che elimina la sua esistenza. Questa ragione o causa deve trovarsi o nella natura della cosa considerata o fuori di essa». Spinoza utilizza una endiadi: si deve dare una causa o ragione dell’esistenza di ogni cosa precisando, allo stesso tempo, che questa causa determinata si deve dare anche della non esistenza della cosa. Come infatti non si danno esistenze contingenti, non si possono nemmeno dare non esistenze contingenti. Coloro che conoscono il pensiero di Spinoza, sanno che questa impossibilità è enunciata anche nel Breve Trattato (KV I, 3-6) dove il principio di ragion sufficiente (PRS) viene indicato in altri modi ovvero come Dio causa di tutto, opera necessaria di Dio, provvidenza e predestinazione divina. In tutti i casi non c’è nulla che sfugga alla domanda “perché esiste?”:  il principio di ragion sufficiente vuole che se una ragione non è interna alla cosa, se ne dia comunque una esterna ((Cfr. M. Guéroult, Spinoza I: Dieu (Éthique, I) , Aubier-Montaigne, Paris 1968, p. 12)).

Il secondo luogo in cui emerge il principio in esame è l’assioma 2 della prima parte dell’Etica secondo cui «Ciò che non può essere concepito per altro deve essere concepito per sé». Con tale assioma Spinoza inserisce la nozione di intelligibilità nel cuore del suo sistema, nozione che lo conduce al naturalismo e all’impossibilità di parlare di qualcosa che sia contro o sopra natura (che per Spinoza non divergono nel loro significato ultimo). Nessuna menzione viene riservata al fatto che questo assioma non sia stato utilizzato nell’Etica sollevando così dubbi sulla sua funzione: per usare una metafora, è come se Spinoza avesse posto delle fondamenta senza costruirci sopra. Omero Proietti, dopo una lunga ed erudita analisi filologica, sostenne trent’anni fa che esso (a differenza di quanto pretendeva la critica) era lungi dall’essere inutile e che non costituisse una mera ripetizione dell’assioma che lo precede ((O. Proietti, Sul problema di un assioma inutile in Spinoza, Vita e Pensiero, vol.75, no.2, aprile-giugno 1983, pp.223-242)).  L’articolo di Proietti suggeriva l’idea che l’assioma riguardasse la natura dell’attributo in quanto fosse da riferire alla proposizione 10 della prima parte. In questo modo, l’attributo doveva essere considerato come avente natura concettuale rendendo inutile la contrapposizione post-hegeliana tra i fautori dell’interpretazione realista e quelli dell’interpretazione nominalista. Questione storiografica enorme e scabrosa. Per ora ci basti dire che prendere sul serio l’assioma 2 significa fare i conti anche con l’incompletezza dell’Etica la quale, se è cristallo puro riguardo alla logica concettuale, non lo è in relazione al testo pervenutoci il quale mancherebbe di una parte essenziale.

In tutti i casi non c’è nulla che sfugga alla domanda “perché esiste?”:  il principio di ragion sufficiente vuole che se una ragione non è interna alla cosa, se ne dia comunque una esterna.

La vittoria contro lo scetticismo

Il PRS viene utilizzato da Spinoza in due modi. Da una parte per la spiegazione della causa, la quale consiste nel rendere intelligibile un suo effetto. Dall’altra nella spiegazione di questa intelligibilità: «For Spinoza, to be is to be intelligible. This is the most fundamental statement of his rationalism, and it is the most fundamental instance of the twofold use of the Principle of sufficient reason» ((M. Della Rocca, op. cit., p. 9)).  Si tratta della spada che sconfigge lo scetticismo: la ragione, in quanto contenga l’idea vera data, origine delle idee chiare e distinte, è in grado di affermare o negare qualcosa. Come scrive Popkins «un’idea per Spinoza è un modo di pensare la cui verità o falsità si mostra. Non occorre nessun regresso all’infinito di metodi, perché avere un’idea vera è lo stesso che conoscere perfettamente una cosa (…). Qui non può sussistere nessun problema scettico: o si conosce, e si sa di conoscere, o si è nell’ignoranza» ((R. Popkin, Storia dello scetticismo (tit. orig. The history of skepticism, 1979) Milano, Mondadori, 2000, 279.)). La verità è indice suo e del falso. Lo scettico radicale, spiega Della Rocca, separa il carattere rappresentativo delle idee (cioè la chiarezza e distinzione) dal loro carattere epistemico, cioè quanta conoscenza esse contengano effettivamente. In questo modo i due momenti possono non coincidere e da ciò la conseguenza scettica. Spinoza rifiuta questa distinzione in quanto inesplicabile, allo stesso modo in cui rifiuta la biforcazione tra mente e corpo, intelletto e volontà, coscienza e rappresentazione.

PRS forte vs PRS debole

Le tesi di Della Rocca hanno generato un certo dibattito. Nel numero di giugno 2015 del Journal of the History of Philosophy (sezione Notes and Discussion)negando la premessa a loro fondamento consistente in una presunta purezza teorica del sistema, Daniel Garber, docente dell’Università di Princeton, ha sostenuto che lo Spinoza storico è al contrario impegnato a risolvere problemi etico-religiosi e politici del suo tempo. In altre parole, Spinoza avrebbe scritto non tanto per interessi speculativi quanto piuttosto con finalità di carattere educativo, teologico o politico tali da subordinare ad esse qualsiasi interpretazione metafisica. Di conseguenza viene contestata l’esistenza di una chiave unica per comprendere il suo pensiero. In particolare, riguardo alla proposizione 11 della prima parte dell’ Etica sopra indicata, il docente di Princeton afferma che l’effettivo campo di applicazione del principio di ragion sufficiente è più ristretto rispetto a quello che ne fa il collega di Yale. Esso, una volta posta la distinzione tra cose e fatti, si applicherebbe ai primi ma non ai secondi con la conseguenza di avere un principio di ragion sufficiente più debole rispetto a quello forte invocato da Della Rocca e tale da essere più vicino al modo in cui l’intese Leibniz (che vedremo meglio la prossima settimana). Punto cruciale dell’argomentazione di Garber consiste nell’affermare che è la stessa natura di Dio ad essere il principale fatto bruto: perché infatti, sostiene lo studioso, essa è tale per cui (ad esempio) Harry esiste ed Eunice no? Anche se si volesse sostenere che tutto è intelligibile, ciò non esclude almeno un fatto bruto consistente nella stessa natura di Dio. L’argomentazione ricorda così quella di Bertrand Russel che proprio sull’esistenza dei fatti finiva non solo per negare il principio di ragion sufficiente ma rifiutava addirittura di considerare come filosofia quella di Spinoza.

Nella risposta Della Rocca ha contestato al suo interlocutore la possibilità di distinguere tra fatti e cose nella dottrina di Spinoza (punto sul quale concordiamo). Riguardo alla natura di Dio come fatto bruto, Della Rocca ha ribattuto che l’esistenza di Harry non solo spiega Harry ma anche la circostanza che Harry discende dalla natura di Dio: se esistesse Eunice, esisterebbe un’altra natura di Dio e ciò implicherebbe direttamente contraddizione perché si avrebbero due sostanze nella natura stessa di Dio. Cerchiamo di spiegarlo in altri termini. La proposizione 33 della prima parte dell’Etica si preoccupa di correggere il pregiudizio secondo il quale la potenza di Dio si manifesta al di fuori di leggi e regole. Per Spinoza, la potenza di Dio non può manifestarsi capricciosamente o attraverso mutazioni: se infatti ammettessimo cambiamenti nella sua potenza, allora Dio potrebbe fare diversamente da quello che fa, o aver potuto fare diversamente da quello che ha fatto, o aver potuto non fare quello che ha fatto o, ancora, poter cancellare quello che ha fatto: tutto ciò per cui si dice che Dio può ogni cosa e cioè anche fare il contrario di quello che ha fatto. Spinoza dice che questo è assolutamente impossibile. La dimostrazione, fatta per assurdo, si fonda sull’implicazione relativa alla natura di Dio a partire dagli effetti: siccome la natura di Dio è assoluta, se gli effetti prodotti da questa natura fossero diversi anche la sua natura dovrebbe essere diversa. Il fondamento dell’obiezione di Garber (secondo cui l’esistenza di Eunice non è spiegabile dalla natura data di Dio) è l’idea dominante secondo la quale Dio debba avere una volontà infinita: mentre cioè nell’intelletto infinito di Dio ci sono le idee di tutte le cose, la volontà non dà luogo all’attuazione di tutte le idee dell’intelletto ma soltanto ad alcune di esse. Solo sul presupposto che ci sia una volontà diversa e superiore all’intelletto è possibile chiedersi, come fa Garber, le ragioni del perché la natura sia così e non un’altra. Ma nel momento in cui questo presupposto non si dà, in quanto per Spinoza volontà e intelletto coincidono, la domanda di Garber diventa superflua e il principio di ragion sufficiente è fatto salvo.

Il confronto con la tradizione filosofica

Nell’ultimo capitolo vi è una discussione sull’eredità lasciata dal filosofo. Della Rocca sottolinea il grande impatto di Spinoza sul pensiero occidentale evidenziando però che, a differenza di altri grandi filosofi (Aristotele, Hume o Kant), egli non ha avuto una tradizione di pensiero equivalente tanto che in pochi sono oggi coloro che si identificano come spinozisti. La ragione di ciò è che «Spinoza’s philosophy functions as a challenge: almost all philosophers want to avoid his conclusions», ovvero ciò che abbiamo sottolineato recentemente con il nostro Tutti pazzi per Spinoza. But…  Le conclusioni che discendono dalla sua filosofia e che molti evitano sono quelle maggiormente indigeste al pensiero dominante e al senso comune: il determinismo assoluto, la negazione del libero arbitrio, l’uguaglianza tra diritto e potenza, l’identità di intelletto e volontà, il timore di negare gli enti finiti in nome dell’infinito (“Spinoza non è ateo perché di Dio in lui ce n’è fin troppo” scrisse una volta Hegel). Proprio con quest’ultimo Della Rocca illustra un esempio che può illuminare. Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel scrive che «Il vero è il tutto. Il Tutto però è solo l’essenza che si compie mediante il proprio sviluppo. Dell’Assoluto bisogna dire che è essenzialmente un risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità» ((F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, §§ 20)). Questo  sarebbe inaccettabile per Spinoza per il quale l’Assoluto non ammette dentro di sé alcun divenire, tanto meno qualsiasi finalità. Della Rocca si domanda correttamente da dove deriverebbe la maggiore potenza che implica il considerare l’Assoluto un risultato, l’idea cioè secondo la quale Dio divenga più perfetto di quanto era prima. Le risposte possibili a questa domanda sono due: o la potenza viene da Dio oppure viene da fuori Dio. Entrambe le risposte però sono escluse: la maggiore potenza non può venire da Dio perché altrimenti essa già sarebbe in Dio il quale, a quel punto, non avrebbe necessità di diventare più potente; ma la potenza non può neppure venire da fuori Dio perché l’aumento di potenza in sé considerato costituirebbe un fatto bruto e questo, secondo il principio di ragion sufficiente (secondo cui nulla si produce da nulla), deve essere escluso in modo radicale. Risultato: non esiste in Dio alcun divenire, l’Assoluto non ha bisogno di alcun compimento.
Più controverso il rapporto con Nietzsche a cui Della Rocca dedica il maggior numero di pagine. Se da una parte il filosofo tedesco è a tratti irrisorio verso l’ebreo, dall’altra non mancano motivi che li accomunano. Quello principale è costituito dal fatto che Nietzsche riconosce che la ragione di Spinoza è l’affetto predominante, vera e propria espressione della volontà di potenza. In questo modo per Nietzsche, così come per Spinoza, guardare altrove per cercare valori è fare violenza alla propria natura (la quale consiste, per entrambi, nella realizzazione della potenza del proprio essere). Ma, come si è detto, altrettanto forti sono i motivi di inconciliabilità il principale dei quali è il prospettivismo nietzscheano (il fatto cioè che la verità è tale solo per i singoli punti di vista) contro l’oggettivismo spinoziano (la verità è una e non può essere che una).

La conclusione di Della Rocca è ancora una volta dedicata al PRS perché tutto ciò che Spinoza ha da dire nasce e muore con esso: «If we cannot demonstrate the power of PSR, then Spinoza’s philosophy can have no pull on us». E la potenza del principio consiste nella coerenza e nell’interconnessione con la quale esso lega qualsiasi aspetto della sua filosofia. In fondo, conclude lo studioso, nessuno desidera (soprattutto se si è filosofi) un pensiero minato da contraddizioni interne che ne compromettano stabilità e credibilità.

 

Filosofia significa fare felicità

Leggendo alcune delle considerazioni di Alain Badiou contenute nel suo ultimo testo, Metafisica della felicità reale, potremmo dire che lo sforzo filosofico dell’autore francese ha principalmente finalità esistenzialistiche. Con ciò, però, non esaudiremmo completamente la reale portata filosofica di questo breve volumetto nel quale l’autore cerca di rispondere a quella domanda che sempre l’amico/nemico Deleuze ripeteva nella sua testa: Che cos’è filosofia? Si dirà che è impossibile evadere tale questione in un libro di meno di 100 pagine, ma è anche vero che lo stesso Platone, in tutti i suoi dialoghi, non ha totalmente risolto il problema. Ciò è un bene per la filosofia, come lo stesso Badiou ha riconosciuto nel suo testo su Deleuze ((A. Badiou, Deleuze. «Il clamore dell’essere», Einaudi, 2004.)). La filosofia deve sempre chiedersi la sua possibilità, il suo essere realmente uscita dallo stato di minorità rappresentato dalla «doxa». Come Deleuze, in questo e in molte altre considerazioni teoretiche, Badiou è “un antico” (un «classico» viene detto nel testo); ovvero pensa il fare filosofia come un qualcosa di inscindibile col vivere la filosofia. Ogni sforzo filosofico, perché sia tale, è rivolto a una felicità reale che nulla ha a che vedere con la soddisfazione terrena che sembra la mèta della maggior parte degli uomini; in questo «la vera filosofia non è un esercizio astratto» ((A. Badiou, Metafisica della felicità reale, DeriveApprodi, 2015, p. 11.)).

 

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Quel che resta di Heidegger

I “Quaderni neri” di Heidegger 1931-1948. Clicca sull’immagine per il programma completo.

Dopo la pubblicazione e le prime ricezioni dei Quaderni neri, Heidegger continua a far parlare di sé. Ne è testimonianza il grande convegno svoltosi a Roma tra il 23 e il 25 novembre dal titolo i “Quaderni neri” di Heidegger, che, organizzato da Donatella Di Cesare (Università La Sapienza), ha richiamato studiosi e interessati da tutta Europa. La lista degli invitati è sorprendente (solo per citare i più in vista, Peter Sloterdijk, Gianni Vattimo, Peter Trawny, Vincenzo Vitiello, Gérard Bensussan) e gli interventi hanno chiarito le posizioni dei vari studiosi heideggeriani dopo la pubblicazione dei quaderni. Ovviamente, l’attenzione si è concentrata sull’analisi del coinvolgimento accidentale o strutturale del filosofo con il nazionalsocialismo, sul ruolo che svolge l’ebreo e l’antisemitismo all’interno del sistema heideggeriano, e di conseguenza, sulla verifica di che cosa possa essere salvato (ove possibile) del pensiero di Heidegger. Continue Reading

L’emersione di vecchi e nuovi apparati per una nuova schiavitù

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1.— Apparati ieri e oggi. 2.— Registrazione e mobilitazione nell’epoca del dopo-Jobs. 3.— L’apparato oggi. 4.— L’emersione. 5.— I nuovi apparati e la critica che non deve abdicare.

1.— Apparati ieri e oggi.

Immediata, nel titolo, l’associazione con il celebre saggio di Ernst Jünger La mobilitazione totale (1930), autore che, con le sue teorie su temi cruciali come la guerra e la tecnica, ha influenzato filosofi del calibro di Martin Heidegger — il sodalizio tra i due è testimoniato dal volume pubblicato in italiano, a cura di F. Volpi, con il titolo Oltre la linea (Adelphi, Milano 1989) — ed è proprio da qui che muove l’analisi di Ferraris sul rovesciamento di mezzi e fini nel mondo contemporaneo ((M. Ferraris, Mobilitazione totale (2015), Laterza, Roma-Bari. Le semplici indicazioni del numero di pagina tra parentesi nel testo si riferiscono a questo libro.)).
È una chiamata alle «ARMI (propongo questo acronimo per il nome generico dei terminali della mobilitazione: Apparecchi di Registrazione e di Mobilitazione dell’Intenzionalità)» (p. 4), scrive Ferraris, quella che avviene nel nostro rapporto con gli apparecchi che lo sviluppo tecnico-scientifico ci mette a disposizione. La chiamata ha sia carattere religioso che militare e la declinazione che Ferraris conferisce alla sua analisi è tanto uno «svolgimento sul terreno pratico delle tesi del nuovo realismo» (p. 6) ((Per ciò che concerne il cuore della elaborazione filosofica di Ferraris, cfr. M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo (2012), Laterza, Roma-Bari. Il punto di vista di Ferraris è tutto intessuto del dialogo con la posizione ermeneutica e debolista di G. Vattimo, che ha espresso il suo punto di vista sul tema nel suo Della realtà. Fini della filosofia, Garzanti, Milano 2012.)), che una «antropologia del nostro essere nel mondo» (p. 7), realizzata attraverso «una versione aggiornata degli “esistenziali” heideggeriani» (ibid.), di cui è possibile trovare un glossario di Parole chiave in fondo al volume.

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Lo Spinoza di Bernard Malamud

Nel 1966 lo scrittore americano Bernard Malamud, figlio di due ebrei russi immigrati in America,  dà alle stampe uno dei suoi migliori romanzi, The Fixer (in italiano il titolo è L’uomo di Kiev). Il romanzo valse al suo autore il National Book Award e il premio Pulitzer, due dei maggiori riconoscimenti ai quali uno scrittore americano possa aspirare.

L’uomo di Kiev, al di là del suo indiscutibile valore letterario, evidenzia un aspetto filosofico degno di nota. Continue Reading

L’islam tra pregiudizi, donne e scherno

Slavoj Žižek, L’islam e la modernità

La recensione di due settimane fa al libro di Reza Aslan, Non c’è dio all’infuori di Dio, ha generato diversi commenti che hanno mostrato il desiderio di approfondire non solo le tesi sostenute dall’autore ma anche un tema, quello della religione, che rimane al centro del dibattito politico e culturale del nostro tempo e che sarà oggetto del nostro prossimo ritiro filosofico di settembre. Per questa ragione abbiamo ritenuto necessario ritornare su alcune delle questioni sollevate prendendo a pretesto il pamphlet di Slavoj Žižek, L’Islam e la modernità, edito dall’editrice Ponte alle grazie ed uscito nei primi mesi del 2015. Figura nota nei dibattiti televisivi e non, Žižek riveste numerose cariche accademiche: wikipedia lo indica come docente dello European Graduate School e Direttore del Birnbeck Institute di Londra, nonché insegnante in diverse università americane e asiatiche. Tra le sue pubblicazioni di maggior successo in Italia segnaliamo In difesa delle cause perse. Materiali per la rivoluzione globale (2009), Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (2013), Fare i conti con il negativo. Kant, Hegel e la critica dell’ideologia (2014). Dichiaratamente comunista-leninista, Žižek si inserisce in quel numero di pensatori che fanno della critica al capitalismo la loro fortuna confermando in tal modo la nota osservazione di Schumpeter secondo cui gli stessi intellettuali generati e prodotti dal capitalismo, unico sistema sociale ed economico che meglio riesce a produrli e a tollerarli, finiscono poi per essere i suoi maggiori avversari. Prima di vedere le sue tesi però iniziamo con l’analisi di alcune questioni sollevate dai nostri lettori.

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Averroismo, esegesi biblica ed «estatutos perpetuos». Il caso Uriel da Costa.

Uriel da Costa (Porto 1583 – Amsterdam 1640) è famoso a causa di un falso scritto autobiografico, l’Exemplar humanae vitae, del quale si sono occupati anche studiosi del calibro di Leo Strauss. Nel 1993 venne scoperto e pubblicato nel suo originale testo portoghese, l’Esame delle tradizioni farisee. Un testo che adesso Omero Proietti (il quale insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea all’Università di Macerata) pubblica in versione originale, traduce e introduce per le edizioni EUM. Con questa aggiornata e minuziosa edizione si intende certamente correggere una lunga serie di dati biografici di Da Costa, i quali però – necessariamente – fanno anche chiarezza sul percorso delle sue idee e dei suoi scritti.

Nel prezioso saggio introduttivo Proietti mostra come l’itinerario “marrano” di Da Costa, condotto nel 1614, non sia stato quello sulla direttrice “Porto – Amsterdam”, ma si indirizzò inizialmente verso Amburgo; da dove poi, nel luglio del 1623, Da Costa si spostò effettivamente verso la capitale olandese. Commerciante di zucchero, collegato commercialmente e non solo alla sua base portoghese-ispanica, Da Costa non è certamente l’autore dell’Exemplar, il quale viene definito da Proietti «uno spregevole scritto dal titolo classico-oraziano» ((p. 27.)), che «ad un’analisi fredda e disincantata si rivela un testo cristiano-antisemita, che si inserisce agevolmente nella tematica “proto-nazista” degli “ebrei come stato nello stato”. Esso aveva il fine – dichiarato testualmente per ben cinque volte – di togliere ogni giurisdizione penale alla comunità ebraico-portoghese di Amsterdam» ((Ibidem.)).

Uriel da Costa liberato dal fardello, posticcio, di questo scritto può finalmente essere letto senza alcun pregiudizio. Così, allora, è possibile analizzare il suo studio più rilevante, l’Esame delle tradizione farisee appunto. Il testo viene scritto da Uriel a partire dal 1623, in seguito ad una denuncia che un altro portoghese, residente ad Amburgo, tale Semuel Da Silva, aveva mosso contro Da Costa. Con questo testo Uriel pertanto «intende rispondere alle accuse e al “plagio” di Da Silva, che sono divenute un atto giuridico, pubblico e ufficiale, di condanna e di censura» ((p. 38.)). Ma soprattutto con l’Esame si esprime la necessità di sostenere alcune tesi “scandalose”, e «attraverso una serrata critica delle “adulterazioni farisee”, Da Costa è giunto alla conclusione che la Torah, il nucleo originale della tradizione ebraica, esclude ogni concetto di retribuzione ultraterrena, nega ogni dottrina dell’immortalità dell’anima» ((Ibidem.)). L’opera dunque si iscrive all’interno di una disputa non solo filosofica, ma anche di accusa vera e propria verso i farisei e le loro “adulterazioni”, e sottotraccia una mirata critica nei confronti della loro capacità politica di utilizzo del testo sacro.

La Scrittura diventa il terreno sul quale confrontarsi, e nella sua rilettura e vera interpretazione Da Costa intende mostrare la falsità di ciò che i farisei e i cristiani professano alle masse. Anticipando Spinoza (e si trova qui uno dei motivi di maggiore interesse di questo testo, ovvero nella possibilità di rintracciare una certa tradizione averroistica, legata ad una certa esegesi biblica, potremmo dire anche qui disincantata, di cui fa parte evidentemente anche l’autore dell’Etica), Da Costa descrive un mondo, o più propriamente un universo, infinito ed eterno, dove «la perfezione di Dio si esplica con estatutos perpetuos, decreti eterni e immutabili in cui le cose esistono “eternamente”» ((p. 40.)).

In un orizzonte di eternità, in un mondo che altro non è se non un’opera eterna di Dio, Da Costa espone la sua “condanna” ai farisei antichi – valida anche per quelli moderni – rifiutando e abbandonando ogni dottrina e testo cristiano. Fariseismo e cristianesimo sono infatti le «deviazioni messianiche dell’autentica Legge di Mosè» ((p. 49.)) secondo Da Costa. Il percorso di libertà fondato sulla luce naturale della ragione è ciò che Uriel invece propone come alternativa, precedendo così temi e tesi che di lì a pochi anni saranno professate a gran voce e condannate in tutta Europa con ancora maggiore violenza ((Non dimentichiamo comunque che già una ventina di anni prima, il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno, ricercato in tutta Europa, venne bruciato in Campo de’ Fiori a Roma, proprio perché empio e sostenitore di tesi affini a queste di Da Costa. E in Spagna, nel 1619, anche Giulio Cesare Vanini fu condotto alla medesima fine. Da Costa quindi appare pienamente dentro una possibile sacca di pensiero che si è opposta sia alla tradizione religiosa in quanto tale, ma soprattutto alla sua valenza e forza politica.)).

L’esegesi biblica di Da Costa approda a conclusioni completamente diverse rispetto a quelle che le religioni rivelate traggono dalla Scrittura, e – in opposizione a ciò che si dice nel falso Exemplare – «non è la “paura della morte”, né un qualsiasi tipo di epicureismo […] a condurre Da Costa alla scoperta dell’autentica “tradizione ebraica”. Senza che vi sia mai paura della morte o terapia scientifico-epicurea dei suoi terrori, l’idea della “creazione eterna” (che Spinoza tradurrà nel concetto di ordo naturae) guida tutto il percorso dacostiano, orienta la stessa “interpretazione averroistico-allegorica” dei testi sacri, spinge al conseguente ripudio di tutte le religione positive» ((pp. 41-42.)).

L’intreccio di motivi averroistici e serrata esegesi fanno di Da Costa uno dei personaggi centrali di una certa tradizione filosofica che si è decisamente opposta ad ogni rivelazione. Di questa tradizione Spinoza appare come il terminale più avanzato, ma l’olandese trova argomenti e una sponda filosofica nell’Esame, del quale egli, come mostra Proietti, era a conoscenza.

Poster_Convegno_Da_Costa

Il lavoro introduttivo di Proietti dà infine sostanza a questo nesso Da Costa-Spinoza, evidenziando non solo la continuità filosofica fra i due, ma ponendo in relazione passi del TTP e del TP spinoziani pienamente congruenti con alcuni dell’Exame. In una granitica negazione del miracolo, nell’affermazione di un ordine eterno della natura, sia l’Exame che i testi spinoziani, colpiscono al cuore le argomentazioni (fallaci) che tengono in piedi i monoteismi, e la loro “auto-legittimazione” politica.

Il parallelo con Spinoza ovviamente non si esaurisce nell’introduzione, ma prosegue lungo tutto il testo dacostiano, all’interno di uno spaventoso apparato di note il quale riesce ad aprire varchi in luoghi che, a primo impatto, sembrano gineprai inestricabili. In questa “maniacale” ricerca e nella sua estrema fruibilità sta certamente uno dei grandi meriti del lavoro di curatela. La rinnovata edizione portoghese e la relativa traduzione sono infatti corredate da oltre 700 note a piè pagina, con una serie di rimandi infra-testuali ed esterni che permettono al lettore di incamminarsi su moltissime strade di ricerca. Il lavoro di Proietti sull’Esame delle tradizioni farisee di Uriel da Costa ha infatti il pregio, e l’onere, di condurre verso innumerevoli vie di indagine. Ne è ulteriore testimonianza il convegno internazionale organizzato per il prossimo 29 e 30 settembre all’Università di Macerata, nel quale si cercherà di dare voce ai molteplici aspetti tematici sul piano storico, esegetico e strettamente filosofico, che l’Esame delle tradizioni farisee pone in questione.

 

Exame das tradiçoes phariseas
Esame delle tradizioni farisee (1624)
saggio introduttivo, testo critico, traduzione e commento a cura di Omero Proietti.
EUM, Macerata, 2015, pp. 723, €30.

 

 

In attesa di un Trattato teologico politico islamico

3142964-9788817080521Nell’anno 2022, secondo il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq uscito il giorno della strage di Charlie Hebdo a Parigi, un governo islamico vince le elezioni in Francia e inizia un processo di islamizzazione della società. L’Occidente, ormai stanco dei Lumi, si rassegna a comprendere che la libertà è troppo impegnativa e preferisce così sottomettersi ad una legge religiosa nella quale in fondo si vive comodi e senza tante preoccupazioni. Numerosi intellettuali, battendo altre strade, hanno preconizzato scenari simili secondo una tendenza spesso isterica nata all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle quando il cielo limpido di New York fu offuscato dal fumo dovuto al crollo di quegli enormi edifici, metafora dell’inquietante sfida dell’islam all’occidente. Il libro di Reza Aslan, Non c’è Dio all’infuori di Dio, contiene al contrario una previsione che va nella direzione opposta, quella cioè di una crescente occidentalizzazione dell’islam a partire dal presupposto secondo cui il conflitto in corso, anziché essere scontro di civiltà, è un conflitto interno tra musulmani. Apparso per la prima volta nel 2006, il libro è giunto nel 2011 alla terza edizione ed è stato tradotto in sette lingue. In undici capitoli l’autore dipana un affascinante viaggio di scoperta nella storia della religione di Maometto della quale vengono narrate origini, conflitti, eredità e possibili sviluppi futuri alla luce dei più recenti avvenimenti. Oltre a dottrine, personaggi storici e vicende che costituiscono il patrimonio di notizie indispensabili per la conoscenza dell’islam, il saggio aggiunge racconti biografici ed incursioni sull’attualità (sebbene non si parli dello Stato Islamico proclamatosi lo scorso anno) che rendono le 380 pagine del testo di lettura facile e scorrevole. Reza Aslan, 41 anni, nato e cresciuto in Iran, conta nel suo curricolo diversi titoli accademici ed insegna attualmente all’Università della California. Giornalista e scrittore è diventato celebre per il best seller Gesù. Il ribelle a lungo tra i top ten più venduti negli Stati Uniti. Educato dai gesuiti e cristiano di formazione confessa egli stesso di essersi avvicinato all’Islam. Il libro (No god but God è il titolo originale) non ha note ma nell’appendice sono aggiunte diverse pagine per ogni capitolo nelle quali l’autore dichiara le sue fonti e la storiografia seguita. Il quadro che ne esce è quello di un saggio a metà strada tra la pubblicazione scientifica e quella divulgativa in cui emerge una religione in continuo movimento, per niente chiusa in se stessa, in viaggio verso la propria riforma democratica.

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«Pluralismo = Monismo». Letture deleuziane

Spostarsi agilmente tra le pieghe della filosofia deleuziana non è affatto facile. Il filosofo francese, infatti, è nei suoi testi spesso criptico, difficile, ostico e volutamente scostante. Rocco Ronchi nel suo Gilles Deleuze. Credere nel reale, testo edito nella collana “Eredi”, diretta da Massimo Recalcati, di Feltrinelli, riesce al contrario a penetrare in quelle pieghe, le quali – in fondo – si mostrano nella loro lucentezza.

Il testo di Ronchi, che insegna Filosofia teoretica all’Università de L’Aquila, non è un’introduzione al pensiero di Deleuze; non si tratta nemmeno di un facile (nel senso di banale) testo di approccio alla filosofia deleuziana. Esso è piuttosto uno sguardo a tutto tondo sull’opera di un filosofo dai mille interessi speculativi, profondamente teoretico e non solo osservatore, acuto, del suo tempo. Deleuze è qui visto come l’approdo naturale e inevitabile di una riflessione teoretico-metafisica che ha attraversato tutta la modernità, in una linea minore come la chiama Ronchi, e che ha trovato riverberi importanti nel Novecento. Tale linea minore ha come tratto essenziale un diverso approccio nei confronti sia del pensiero che della storia della filosofia.

Per essa, così come per Deleuze, «la storia della filosofia non ha la forma irenica del racconto» ((p. 10.)), ma è piuttosto «la scena di una battaglia di cui non si conosce anticipatamente lo scioglimento» ((Ibidem.)), volta – in modo antico – alla lotta contro il senso comune, la doxa, alla ricerca della possibilità stessa di un pensiero “puro”, assoluto, sciolto. Perché ciò sia possibile occorre abbandonare ogni dato presupposto, praticare un’epoche radicale. Tutto ciò conduce la linea minore a vedere l’attività filosofica non come un fatto stabilito e immutabile, ma come un atto in atto (come si ripete nel testo) che riattiva costantemente la problematicità di fondo del pensiero “puro” e della sua possibilità.

Le conseguenze di questa frantumazione della trascendenza (di qui l’idea di credere nel reale, perché è nel reale stesso che vi è l’essenziale) sono radicali sia sul piano filosofico, ma soprattutto sul piano etico.

Questo presupposto è condiviso da Deleuze con una serie di pensatori che, come in parte anche Roberto Esposito nel suo Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero aveva scritto, hanno frantumato il dispositivo di persona, riportando ogni trascendenza all’interno di un piano d’immanenza radicale. Essi, in misura eterogenea ma continua, dice Ronchi, sono Plotino, Cusano, Bruno, Spinoza, Bergson e il contemporaneo di Deleuze, Whitehead. Tali filosofi affermano la coincidenza del divenire del mondo con la sua essenza, senza che essa si ponga distante dal suo prodotto. A tutti loro, ricorda Ronchi, ogni teologo intellettuale ha, nel corso dei secoli, contestato sempre la stessa cosa: «voi incoronate l’anarchia e, come un’orda di nomadi senza-dio, rigettate ogni identità costituita nella notte dell’indifferenziato» ((pp. 14-15.)).

Le conseguenze di questa frantumazione della trascendenza (di qui l’idea di credere nel reale, perché è nel reale stesso che vi è l’essenziale) sono radicali sia sul piano filosofico, ma soprattutto sul piano etico. L’indifferenza ontologica conduce a delegittimare ogni gerarchia che si intende come “innata”, l’univocità del reale e l’uguaglianza nell’essere ci consegnano un assoluto infinito nel quale il negativo è “tolto”. L’idea di univocità deleuziana è proprio questa – sulla scorta di Cusano e Bruno ricorda Ronchi –: «l’uguaglianza degli enti è assoluta perché nell’essere infinito coincide tutto quanto nel finito differisce» ((p. 17.)). In questo quadro bisogna leggere i concetti di differenza e ripetizione, i quali dànno il titolo ad una delle maggiori opere di Deleuze. La differenza in sé è la «differenza dell’assolutamente infinito» ((p. 18.)); la ripetizione per sé è la differenza che si manifesta nella infinita molteplicità del reale, nel quale necessariamente l’infinito si dà.

Lo scoppiettante inizio del testo di Ronchi ci porta subito al nodo ontologico, quale presupposto di tutto il programma filosofico deleuziano. Nell’idea di univocità del reale, così come nei concetti di differenza e ripetizione, Ronchi rintraccia una «purissima “affermazione” ontologica» ((p. 33.)), all’interno della quale il ruolo della negazione non è più quello assegnatogli dal concetto di contingenza classico. Lo sguardo dell’assolutamente infinito e indifferente, indeterminato diremmo noi, è oramai «liberato dall’ipoteca del nulla che la metafisica ha sempre fatto gravare su di esso» ((Ibidem.)), esso «è il nome dell’infinito in atto di Cusano e Bruno, della sostanza spinoziana, della durata creatrice di Bergson» ((Ibidem.)), in due parole: immanenza assoluta.

La conquista metafisico-ontologica di questa immanenza assoluta, ricorda però Ronchi, ha portato Deleuze a riflettere sul rischio etico dell’indifferenziato, come assenza di leggi, di mediazioni. Egli potrebbe apparire come una, pericolosa, notte nera. A tale rischio deve porre rimedio la pratica politica, pare di capire. La metafisica, per sua stessa natura, non può limitarsi perché pericolosa in ambito etico. La verità, in buona sostanza, non è pericolosa in sé.

L’analisi del metodo deleuziano è solo una premessa, o forse un pretesto, che permette a Ronchi di tornare sulla questione ontologica. In queste pagine dense e ben bilanciate con le citazioni dai testi di Deleuze, l’autore ci riconduce al problema/paradosso enunciato nel Parmenide di Platone su quale sia il rapporto fra l’Uno e i Molti, su quando l’Uno è Uno, e “poi” è i Molti, su quale sia la soglia tra la quiete e il movimento. La difficoltà, dice Deleuze – anche nei testi con Guattari –, di questo modo di far filosofia sta tutta nel credere che Uno e Molti siano cose separate. Il dualismo è probabilmente più intuitivo, appare come più aderente alla realtà. L’occhio filosofico non può però che pervenire a qualcosa che va ben oltre il dualismo, a ciò che lo fonda, all’immanenza assoluta: «pluralismo = monismo – è allora la realizzazione dell’ontologia» ((p. 79.)).

L’anti-platonismo deleuziano, e della linea minore a cui in un qualche modo appartiene, è tutto qua, nel riproporre la possibilità (e necessità) della filosofia stessa, intesa come pensiero “puro”, capace di affondare i piedi nell’assoluto (citando Bergson). Chi è stato, però, nella storia della filosofia colui che ha contribuito in maniera decisiva a far sì che l’univocità dell’essere non venga “tradita” nella sua manifestazione molteplice? Per Deleuze, ricorda Ronchi, «l'”intercessore” dell’univocità è stato Spinoza» ((p. 83.)); infatti «con la sua nozione di attributo Spinoza opererebbe una distinzione nell’infinito in atto della sostanza che non ne pregiudica l’unità infinita. […] Gli attributi non dividono cioè la sostanza, come fanno le differenze specifiche con il genere, piuttosto ne esprimono, ciascuno nel loro genere, l’infinità. L’uno è così distinto senza che la sua unità sia compromessa» ((pp. 84-85.)).

L’autore, con Deleuze, rintraccia dunque in Spinoza il fulcro di un’ontologia nella quale l’uno è i molti; in linea con la riflessione sull’infinito bruniano, e con l’idea di coincidentia oppositorum cusaniana.

L’autore, con Deleuze, rintraccia dunque in Spinoza il fulcro di un’ontologia nella quale l’uno è i molti; in linea con la riflessione sull’infinito bruniano, e con l’idea di coincidentia oppositorum cusaniana, Spinoza – riletto alla luce di Nietzsche e Bergson – permette a Deleuze di fondare e legittimare un’immanenza assoluta che, ora seguendo l’altro grande suo maestro, Bergson, deve portarci a costruire un’ontologia del vivente. Quest’ultimo si presenta ora come integrato nella pienezza del reale, totalmente facente parte dell’uno. L’uno, così come i molti, necessariamente, non si perde, non degrada. Egli piuttosto si fa nei molti, nell’esplicazione costante di sé e della sua potenza pura, eliminando così ogni idea aristotelica di una potenza di, la quale contiene in sé anche il suo contrario, ovvero la potenza di non.

Al pari di Bergson, ricorda Ronchi, Deleuze ha delineato quel dispositivo chiamato virtuale, atto a colmare la lacuna – dualistica – del rapporto fra possibile e reale. Non esiste nessuna contingenza nell’equazione “pluralismo = monismo”, quest’ultima al contrario si tiene sul concetto di virtuale, nozione che ha a che fare, aristotelicamente, «proprio con l’energheia, con la pura attività» ((p. 92.)). Pesi e contrappesi affinché l’equazione sia autoevidente e autofondata.

Indicandoci la via per oltrepassare ogni dualismo, lottando costantemente con la doxa e con la possibilità stessa del suo stesso porsi, la filosofia trova in Deleuze un suo paladino. Egli, si continua a spiegare nel testo di Ronchi, ha provato ad analizzare gli eventi del suo tempo mediante lo sguardo filosofico. È stato così per il cinema, e per i movimenti politici che tra gli anni ’60 e ’80 hanno modificato, volenti o nolenti, lo status quo di buona parte dell’Europa.

Il libro di Ronchi ci regala un’analisi disincantata del progetto deleuziano, con una scrittura forte ma estremamente comprensibile. A nostro modo di vedere, però, il maggiore contributo di questo libro – e probabilmente quello più originale – sta nell’aver posizionato Deleuze all’interno di una tradizione filosofica minore e in parte dimenticata, «segno di contraddizione» lungo tutto un arco temporale nel quale il sentire religioso si è perpetuato nel pensiero filosofico, alimentando varie forme di dualismo e trascendenza che hanno tradito il senso, antico, della filosofia: la ricerca costante di un pensiero “puro” e univoco.

 

Rocco Ronchi, Gilles Deleuze. Credere nel reale, Milano, Feltrinelli, 2015, pp. 137, € 14

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