La quadruplice radice di Schopenhauer

La scorsa settimana dal 15 al 16 novembre, si è tenuto a Naumburg, un centro non lontano da Lipsia in Germania, un convegno internazionale per l’anniversario della pubblicazione della Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente di Arthur Schopenhauer. “Nichts ist ohne Grund warum es sey” il titolo, ovvero “nulla esiste senza ragione”, così come si potrebbe tradurre il celebre principio wolfiano-leibniziano utilizzato e discusso dal filosofo tedesco nella sua Dissertazione di dottorato presentata 200 anni fa all’Università di Jena. La Schopenhauer Gesellschaft ha voluto giustamente ricordare l’avvenimento organizzando due giorni di lavoro nella piccola cittadina sassone sede, accanto alla storica Nietzsche-Haus, del sobrio centro di documentazione dedicato al filosofo dello Zarathustra.

Il problema del nesso causale.
Per capire  l’importanza dell’opera, che trovò scarso riscontro in ambito accademico, ci si deve domandare qual è il problema che Schopenhauer intende risolvere.  Per fare questo non basta sapere che egli suddivide il principio di ragion sufficiente in quattro classi di oggetti (così come li chiama sostituendo il vecchio nome di categorie) ovvero il divenire, la conoscenza, la sensibilità e l’agire morale. Il punto essenziale non consiste tanto nella quadripartizione del principio (del resto problematica anche nello stesso sistema schopenhaueriano), quanto nella formula causa seu ratio, ovvero l’accusa mossa all’intero pensiero occidentale di aver identificato la causa della ragion d’essere di una cosa con la causa della sua esistenza. È questo il punto da cui partire. Schopenhauer stabilisce la necessità di distinguere la ragione (Grund) in quanto principio logico, dalla causa (Ursache) in quanto principio fisico. In base a ciò l’essere di una cosa non ha più nulla a che vedere con il suo esistere: il cristallo spinoziano, tanto per usare una metafora a noi nota, va in frantumi perché l’ordine logico non corrisponde più all’ordine materiale. Già Leibniz aveva anticipato il principio ma lo aveva applicato alle cosiddette verità di fatto, salvando le verità teoretiche. Schopenhauer no. Il principio causale vale solo per il mondo della rappresentazione, cioè per i fenomeni che scorrono nella totalità diveniente dell’esperienza. Per questo motivo gran parte dell’opera è dedicata al principio di causalità, comprendere il quale costituisce la porta stretta da attraversare per intendere il sistema di pensiero del filosofo di Danzica.

La dottrina della causalità e il principio di ragion sufficiente.
Non è ovviamente possibile fare qui la storia di questo concetto. Tuttavia vale la pena soffermarsi su alcuni passaggi fondamentali. Nel libro della Metafisica, Aristotele sostiene che conoscere qualcosa significa conoscere la sua causa. La conoscenza del nesso causale coincide dunque con l’essenza della conoscenza in un processo a ritroso che si arresta fino alla scoperta della causa prima. Si tratta di un particolare importante perché coloro che, al contrario, pongono il processo causale all’infinito sopprimono anche la realtà del bene, del sapere e della conoscenza. Per questo motivo, la dottrina di Aristotele può esibire la stretta connessione tra la nozione di causa e quella di sostanza. La causa è il fondamento ed essa contiene la spiegazione della cosa di cui è causa (Anal. Post.I, 2): essa è altresì ragione giacché fa comprendere, oltre al suo accadere, la sua necessità razionale. Questa nozione rimane sostanzialmente inalterata durante il medioevo e costituisce il presupposto da cui parte anche la filosofia moderna. La novità in quest’ambito è l’identificazione, operata da Cartesio, tra ragione e causa. Quest’ultima diventa ciò che dà ragione dell’effetto, ne dimostra l’esistenza esibendo le sue giustificazioni, ed è ciò che permette di spiegarlo dando ragione a tutto ciò che esiste: questa è appunto la definizione del “principio di ragion sufficiente” formulata da Leibniz sulla base delle verità di fatto. Grazie al grande filosofo di Lipsia, la nozione acquista però un significato specifico che si distingue nettamente da quello tradizionale di causa o sostanza necessaria. Il principio di ragion sufficiente infatti designa una connessione priva di necessità e tale da giustificare la cosa sulla base della possibilità del suo accadere: il fondamento non spiega più la necessità ma la semplice possibilità di una cosa, cioè la ragione per cui essa si comporta in un certo modo. Rimane però l’esigenza che già Aristotele aveva evidenziato: e cioè che la causa prima debba costituire il principio della deduzione di tutti i suoi effetti possibili. Per questo motivo Leibniz pone il principio di ragion sufficiente tra le verità contingenti o verità di fatto lasciando alle verità eterne il principio di non contraddizione.
Il colpo finale alla dottrina della causa viene dato da David Hume. Il filosofo inglese, nei confronti del quale Schopenhauer è in continuo Auseinandersetzung, cioè in colloquio così come dicono i tedeschi, nega la causalità facendo osservare la sua totale appartenza alla dimensione empirica: la relazione causale è costituita da eventi posti uno accanto all’altro soltanto dalla nostra abitudine, per via della loro regolarità. Secondo Hume le idee nascono dalle affezioni (o impressioni sensibili) che l’intelletto ha il compito di collegare tra loro; nel fare ciò, istituendo quindi il nesso causale, esso non è tuttavia in grado di dare una valida giustificazione del suo operato. La causalità non è  legittimata da un punto di vista metafisico in quanto nasce dall’esperienza e i limiti della sua applicazione sono dubbi: di conseguenza anche il pensiero della necessità non trova più fondamento.
Detronizzata dalle verità eterne, la metafisica doveva essere riformulata su nuove e più modeste basi da Kant con la sua dottrina dell’apriori: riconoscendo a Hume la potenza della sua osservazione, il filosofo di Königsberg cercò prima di tutto di convincere che lo scetticismo, prima di essere combattuto logicamente, doveva essere negato moralmente per evitare che esso dissolvesse il pensiero e la stessa società. Un’esigenza di carattere pratico dunque, prima che logico, è a fondamento della nascita dell’apriori kantiano, ovvero la riproposizione moderna dell’antico innatismo platonico ad uso strettamente empirico: la conoscenza si fonda sui principi costitutivi dell’intelletto il quale deve restringere l’ambito della sua operatività all’esperienza al di là della quale non ha alcun significato.
Schopenhauer accoglie questa intuizione kantiana dando vita ad una nuova sistematica dell’apriori (come indicato in un noto lavoro di Morgesten presente al convegno) che tenta di superare la rivoluzione copernicana di Kant salvaguardando e anzi ripristinando l’ambito della metafisica. Hume è confutato di fatto con l’osservazione che proprio la più antica di tutte le successioni, cioè quella di giorno e notte, da nessuno è mai stata ritenuta causa ed effetto l’una dell’altra. Riguardo a Kant l’obiezione è quella secondo la quale il principio causale, non essendo applicabile al di là dell’esperienza, non è nemmeno utilizzabile per collegare la cosa in sé e i fenomeni, e che dunque esso ha validità sul piano meramente immanente ed empirico: curioso come in questo caso della causalità immanente, Schopenhauer finisca per avvicinarsi a quello che da sempre è stato considerato il suo opposto, cioè Spinoza. Se tutto ciò è vero, Schopenhauer è davvero quel distruttore dell’episteme così come lo dipinge la storia della filosofia? Questione interessante a cui fornire una risposta.

Gli interventi al convegno.
La Dissertazione del 1813 fu sensibilmente modificata nella forma e nel contenuto nel 1847, soprattutto in relazione al problema della causalità. Gli interventi al convegno, moderati dal prof. Matthias Koßler dell’Università di Mainz e direttore dello Schopenhauer Forschungsstelle e della stessa Schopenhauer Gesellschaft, si sono così incentrati non tanto sui rapporti con le altre dottrine, quanto piuttosto sulle differenze tra le due edizioni dell’opera. Il concetto di causa per Schopenhauer corrisponde interamente a quello del cambiamento. La sua originalità (come notava Martin Morgenstern dell’Università di St. Wendel) consiste nell’aver indicato contemporaneamente due criteri per designarla. Da una parte il fatto che causa ed effetto si susseguano in modo regolare e non necessitaristico (il che, aggiungiamo noi, lo avvicina a Hume contro Spinoza e la tradizione filosofica); dall’altra la mancanza di inizio della catena causale (che invece lo accomuna a Spinoza e lo allontana decisamente dalla tradizione, in particolare da Aristotele). Se ci sono delle oscillazioni, anche importanti tra la prima e la seconda edizione (così come evidenziato nel puntuale intervento di Jürgen Brunner dell’Università di Monaco di Baviera), rimane che quattro sono le classi di oggetti a cui applicare il principio: una quadruplice distinzione che lo avvicina a quella di un pensatore, Cristiano Augusto Crusio (1715-1775), vissuto almeno cinquanta anni prima, la cui influenza è stata però esclusa nella relazione di Katsutoshi Kawamura dell’Università giapponese di Hyogo. Oltre agli interventi dello stesso Morgenstein, di Yasuo Kamata dell’Università di Kyoto (noto per i suoi studi sul giovane Schopenhauer), del decano dell’Università di Düsseldorf, Dieter Birnbacher e di Ludger Lütkehaus (curatore di una delle numerose edizioni delle opere dell’autore),  da segnalare anche la presenza del prof. Matteo D’Alfonso dell’Università di Ferrara che ha tenuto una relazione sulla dottrina delle categorie. Nella Dissertazione del 1813 essa ha infatti un ruolo fondamentale per la costituzione dell’esperienza: Kant, il faro dell’ orientamento filosofico di Schopenhauer, è criticato non per l’impostazione di fondo quanto per il modo in cui è strutturata la teoria. Gradualmente però questa posizione muta fino a diventare esplicita nell’Appendice critica alla filosofia kantiana contenuta nell’opera principale di Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione del 1819, nella quale egli finisce per sostenere che o le categorie non si lasciano affatto pensare a priori (come nel caso del concetto dell’azione reciproca) oppure esse coincidono soltanto con il principio della causalità che assume ormai il ruolo di categoria fondamentale (tanto che, nell’espressione del filosofo di Danzica, si possono gettare direttamente dalla finestra le restanti undici). Se proprio devono rimanere, le categorie possono essere lasciate alle capacità della ragione e quindi non rivestire quella capacità conoscitiva che è invece riservata all’intelletto.

Considerazioni a margine.
Quello di Schopenhauer è un pensiero che attende ancora una sistemazione definitiva (se mai fosse possibile una sistemazione del pensiero di un grande filosofo). Nonostante riscuota sempre un vasto interesse, nel nostro paese il suo studio è ristretto ancora ad un numero limitato di ricercatori (alcuni di loro tra l’altro scomparsi recentemente nel pieno della loro attività come Sandro Barbera e Franco Volpi). Nota più per alcune parole d’ordine (pessimismo e irrazionalismo sopra a tutto) che per il suo effettivo contenuto, la filosofia di Schopenhauer è stata di fatto estromessa per lungo tempo dalla cultura idealistica italiana a partire dal duro giudizio di Croce che la definì una filosofia facile e banale. In realtà, oltre alla complessità e alla sua fecondità teoretica (riconosciuta già da uno studioso hegeliano del calibro di Kuno Fischer ben prima di Croce), Schopenhauer, non certo un campione di simpatia ma sicuramente onesto intellettualmente, dovrebbe essere invece riscoperto e studiato, non foss’altro per la sua vicinanza a Leopardi (non a caso relegato nell’ambito della letteratura anziché in quello della filosofia) e per le sue qualità di tedesco atipico, cosmopolita e liberale (che ovviamente gli valsero l’accusa di pensatore reazionario da parte delle menti illuminate della sinistra).
Per finire non possiamo non segnalare la cornice entro la quale si è svolto l’incontro. Se è nota la vulgata del cattivo gusto tedesco in questioni di cibo e vestiario, deve però essere ricordata la sensibilità tecnologica e architettonica che contraddistingue la Germania e che le consente oggi di essere praticamente senza rivali in Europa: le sue strutture ed infrastrutture non solo sono pratiche ed attente al minimo dettaglio ma anche di grande impatto estetico. La sciatteria e la volgarità italica in questi due settori essenziali della vita contemporanea (si pensi soltanto agli stadi di calcio) deve al contrario soltanto indurci a delle profonde riflessioni.

Torna RF Edizioni

Maurizio Morini ha pubblicato con RF Edizioni un nuovo, denso studio, dal titolo Unica sostanza è il mondo. Spinoza in Schopenhauer.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -ribadiamo: orrore- stampabile) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.).

Sulla necessità dello studio degli antichi

Il nostro sito reca la scritta “Noi siamo antichi”. A motivo di ciò, ci siamo imposti il compito di segnalare brani o testi che si pronunciano sulla necessità di studiare prima di tutto gli autori greci e latini. Questa volta presentiamo un filosofo, Schopenhauer, la cui dimensione antica deve ancora essere scoperta. Notare la sua condanna ante litteram delle storpiature linguistiche ed intellettuali di cui certi filosofi tedeschi del novecento si resero protagonisti.
«Le opere degli antichi sono la stella polare per ogni aspirazione artistica o letteraria: se la perdete di vista, siete perduti. (…) Uno dei maggiori benefici dello studio degli antichi è che esso ci preserva dalla prolissità, dato che gli antichi si sforzano sempre di scrivere in modo conciso e pregnante, mentre il difetto di quasi tutti i moderni è la prolissità, a cui i modernissimi cercano di rimediare sopprimendo sillabe e lettere. Bisogna quindi proseguire per tutta la vita lo studio degli antichi, sia pure limitando il tempo da dedicarvi. Gli antichi sapevano che non si deve scrivere come si parla, mentre i moderni hanno addirittura l’impudenza di far stampare le lezioni che hanno tenute. Molto opportunamente si dà allo studio degli scrittori dell’antichità il nome di studi umanistici, giacché grazie ad essi lo scolaro ridiventa prima di tutto un uomo, in quanto entra in un mondo che era ancora puro da tutte le smorfie del medioevo e del romanticismo, le quali penetrarono poi così a fondo nell’umanità europea, che ancor oggi ognuno viene al mondo intonacato con esse e deve prima raschiarsele di dosso per ridiventare prima d’ogni altra cosa un uomo. Non pensate che la vostra sapienza moderna possa mai rimpiazzare quell’iniziazione all’essere uomini; voi non siete come i Greci e i Romani, uomini nati liberi, figli ingenui della natura. Voi siete anzitutto figli ed eredi del rozzo medioevo e della sua assurdità, dell’ignominioso inganno pretesco e della cavalleria per metà brutale e per metà fatua (…). Senza la scuola degli antichi la vostra letteratura degenererà in chiacchiera volgare e piatto filisteismo. Per tutte queste ragioni dunque il mio consiglio benintenzionato è che si ponga subito fine ai sopra biasimati intedescamenti».  (Il Mondo come volontà e rappresentazione, II, cap.12)

Il “bilioso” Schopenhauer e l’impudenza nascosta

Lo scorso 13 luglio è apparso un editoriale sul Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “Una perfetta impudenza” con la tesi in base alla quale in Italia, paese del “tutti innocenti”, ostacolo principale a qualsiasi progresso è l’oblio autoassolutorio e la mancanza di autocritica verso le pratiche di corruzione di cui tutti cittadini si sono resi responsabili a partire dal proprio piccolo. L’articolo iniziava con un riferimento al “bilioso” Schopenhauer (aggettivo utilizzato da Francesco De Sanctis in una sua opera) secondo il quale gli italiani rappresentano l’esempio di una perfetta impudenza.  Il giudizio di Schopenhauer nei confronti dell’Italia, nonostante quella valutazione, in realtà non è mai stato di particolare antipatia (come invece Galli della Loggia ipotizza). In una delle lettere scritte nei due viaggi fatti nel nostro Paese, Schopenhauer osservava che “con l’Italia si vive come con un’amante, oggi in lite furibonda, domani in adorazione: con la Germania invece si vive come con una massaia, senza troppa rabbia e senza troppo amore”. E questo è ancora niente a confronto con il giudizio espresso verso il  suo paese: “disprezzo la nazione tedesca a causa della sua esagerata stupidità e mi vergogno di appartenervi”.

Riguardo al tema del suo articolo, Galli della Loggia non è nuovo nel rimproverare che i mali della politica italiana risiedono prima di tutto e principalmente nel suo corpo sociale. Lo aveva sostenuto anche in altri articoli apparsi sul Corriere della Sera (in particolare “La corruzione e le sue radici“ del 17.02.2010 e  “Qualche domanda all’Italia ipocrita” del 21.02.2010). Quello che fa specie è però il giudizio di un docente universitario, qual è appunto Galli della Loggia, che nell’elenco delle responsabilità non menziona mai l’istituzione alla quale egli stesso appartiene, cioè l’Università. Egli parla dei partiti, dei sindacati, del sistema dell’informazione e poi di tutti gli italiani. Nessuna parola sull’Università, depositaria dell’educazione e della formazione del Paese e della sua classe dirigente. Un’istituzione di cui già dalla fine degli anni ottanta si denunciavano i mali endemici (ricordiamo in particolare le giuste analisi di Raffaele Simone sul Mulino relative al sistema di selezione feudale simile al mandarinato cinese) e di cui, negli anni successivi, è stata scoperta la cattiva gestione a tutti i livelli. Secondo il nostro punto di vista non basta additare sempre le responsabilità degli altri, divenendo così comodamente generici. Dove era il professore ai tempi della spartizione e della distruzione di cui è stata fatta oggetto l’Università italiana? I concorsi truccati, i posti assegnati su base clientelare, le cattedre create ad personam. Senza contare il fatto che, anche dal punto di vista finanziario, guardando i bilanci dei singoli atenei, l’università italiana si è rivelata nel suo complesso fallimentare. L’autocritica dunque si abbia il coraggio di farla a casa propria traendone le giuste conseguenze. Vorremmo poi aggiungere altre cose. Innanzitutto, pur non negando che il problema della corruzione risieda anche nel corpo sociale, vorremmo che si cominciasse a comprendere che si deve pur sempre denunciare partendo dall’alto. E questo in nome del principio realistico espresso da Machiavelli secondo il quale i popoli seguono i costumi di chi li governa (Discorsi III, 29: Che gli peccati de’ popoli nascono dai principi). Nella stessa direzione è giusto ricordare poi che soltanto le leggi fanno buoni gli uomini (Platone, Machiavelli, Spinoza) e che dunque è moralistico (questo sì) additare il popolo come fonte di tutti i mali. In secondo luogo, bisognerà pur dire che i processi mediatici che nel nostro Paese vengono periodicamente indetti contro la classe politica (che Galli della Loggia ha spesso giustamente denunciato) si fanno a motivo del fatto che in Italia non si svolgono i processi veri, quelli di fronte al giudice. Anche in questo caso Machiavelli aiuta: “usasi più questa calunnia dove si usa meno l’accusa, e dove le città sono meno ordinate a riceverle” (Discorsi I, 8): in tal modo il popolo è soddisfatto ed i politici restano impuniti. Infine osserviamo che non è vero, come dice Galli della Loggia, che tutti i cittadini sono responsabili di quanto accaduto. Esistono cittadini, intellettuali e gente comune che, a prezzo di notevoli disagi e di veri costi personali (senza ridursi a quella “minoranza di veri poveri senza diritti” di cui parla il professore), non hanno accettato e non si riducono alle pratiche clientelari e di corruttela vigenti. Nonostante ciò non vanno in piazza, non rompono niente e non fanno vittimismo ma continuano la loro opera lontano dalle luci della ribalta mediatica. Bisognerà prima o poi tenere conto di queste persone se si vuole una reale prospettiva di rinascita del Paese.

Il Problema Spinoza

Dopo quelli su Nietzsche e Schopenhauer, lo scrittore Irving Yalom dedica il suo ultimo romanzo a Spinoza. Il titolo è Il problema Spinoza, una frase tratta, come spiega nell’intervista rilasciata a Susanna Nirenstein apparsa oggi su Repubblica, dal rapporto dei nazisti che avevano requisito la biblioteca del pensatore di origine ebraica conservata in Olanda. Yalom ha compreso benissimo, come afferma nell’intervista, che “al centro del pensiero spinoziano c’è l’idea che ogni cosa abbia un nesso causale e che la causa possa essere colta non solo negli eventi esterni ma anche nei fenomeni mentali”. Per questo motivo il filosofo olandese può essere considerato un precursore di Freud. Quello che a noi salta agli occhi è però il fatto che, dopo il romanzo su Schopenhauer, Yalom abbia sentito la necessità di scrivere un libro su Spinoza. Casualità o, appunto, necessità?

Teste scadenti

Alcune sere fa, un ex ministro della repubblica salmodiava alla radio circa il futuro dell’universo mondo con granitica sicumera. Ovviamente, tanti anni di pubblica responsabilità non gli avevano lasciato il tempo di avvedersi che il mondo aveva preso tutt’altra direzione. Ma quello che più impressionava era in realtà la povertà terminologica e lessicale, e un misero vocabolario inchiodato a maldigeriti concetti ottocenteschi. Ci è allora venuta in mente la definizione di “teste scadenti” (“Die schlechten Köpfe“) che un grande pensatore ha mirabilmente scolpito ormai due secoli fa: «Le teste scadenti non sono tali soltanto per il fatto di giudicare falsamente; lo sono innanzitutto per la vaghezza di tutto quanto il loro pensiero, che è paragonabile al guardare attraverso un cannocchiale cattivo, nel quale tutti i contorni appaiono indistinti e come cancellati, e i diversi oggetti si confondono tra loro. L’esigenza della perspicuità dei concetti queste teste nemmeno se la pongono: si arrangiano con un chiaroscuro, per acquietarsi nel quale danno volentieri piglio a certe parole, specialmente quelle che designano concetti indeterminati, molto astratti ecc. Spargono fiduciosamente intorno a sé, a piene mani, siffatte parole, credendo che esse esprimano pensieri. Questo incredibile appagarsi delle parole è per le teste scadenti assolutamente caratteristico (…)».

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Supplementi al Libro I, cap. 15.

La rivoluzione copernicana di Kant

Secondo Kant non è la conoscenza umana a regolarsi sulla natura degli oggetti ma, all’opposto, sono gli oggetti a regolarsi sulla natura della conoscenza. In altre parole è l’esperienza (gli “oggetti”) che si regola sulla struttura dell’intelletto umano il quale (ne segue), prima che gli siano dati gli oggetti dell’esperienza, ha una sua natura a priori, cioè indipendente dall’esperienza.

Questa impostazione al problema della conoscenza conduce, come riconosce subito lo stesso Kant, a due risultati inaspettati: da una parte il fatto che il nostro potere di conoscere non ci permette di oltrepassare i confini dell’esperienza possibile (questa sarà la sua stessa definizione di idealismo trascendentale o realismo empirico); dall’altra il fatto che la conoscenza della ragione arriva solo ai fenomeni, ovvero agli oggetti così come si presentano all’intelletto umano, lasciando gli stessi oggetti come non conosciuti per quanto riguarda la loro essenza in sé. L’analisi del filosofo ha così scisso la conoscenza in due elementi assai diversi: quelle delle cose in quanto fenomeni (possibile per la ragione) e quello delle cose in quanto cose in sé (impossibile alla ragione). Per questo motivo si è data a questa impostazione la qualifica, polemica, di “fenomenismo” o di “dualismo gnoseologico”.

Sarebbe meglio chiamare l’idealismo di Fichte-Schelling-Hegel come “filosofia dell’identità” anziché idealismo in senso stretto in quanto già quello di Kant è idealismo (che deve essere qualificato come “trascendentale”) così come lo era quello di Cartesio; l’idealismo “in senso stretto” infatti, secondo me altro non è che un realismo di segno diverso, il quale più che criticare, aggira l’impostazione di Kant. Ripeto che sarà un problema su cui tornare, in quanto è un problema enorme e fondamentale perché proprio da tale critica si “accantonerà” Kant mentre tutta la filosofia, specialmente quella italiana, comincerà ad essere debitrice dell’idealismo in senso stretto.

Schopenhauer si pone invece nell’alveo dell’impostazione kantiana cominciando la sua opera dicendo che il mondo è mia rappresentazione e mantenendo la distinzione tra fenomeno e cosa in sé. La differenza, o il passo innanzi, sta nel sostenere che la cosa in sé non è inconoscibile come sosteneva Kant, bensì conoscibile, anzi conoscibilissima. Allora, si obietterà, perché mantenere la distinzione tra fenomeno e cosa in sé o, nel linguaggio di Schopenhauer, tra rappresentazione e volontà? Perché si tratta di due conoscenze di diverso genere: la conoscenza dei fenomeni spetta all’intelletto, ed è sottoposta al principio di necessità; la conoscenza della cosa in sé, che Schopenhauer chiama volontà, avviene immediatamente attraverso il corpo.

Si noti che parlo di “ragione” ed “intelletto” che Kant non distingue, ponendo anzi la ragione su un piano talmente astratto che sarà a buon gioco sfruttata, questa volta sì per i suoi fini, dall’idealismo. Schopenhauer invece, così come Spinoza ma come anche buona parte della tradizione filosofica, distingue l’intelletto, che si riferisce all’esperienza ed è la prima rappresentazione, dalla ragione che è la seconda rappresentazione, ovvero la rappresentazione della rappresentazione e che si esprime mediante concetti.

Pensieri

 

La presenza di un pensiero è come la presenza di una donna amata. Noi crediamo che non potremo mai dimenticare questo pensiero, che questa amante non potrà mai diventarci indifferente. Purtroppo, lontano dagli occhi, lontano dal cuore! Il più bel pensiero corre il rischio di venire irrevocabilmente dimenticato, se non è stato fermato sulla carta, e la donna amata corre il rischio di essere abbandonata, se non l’abbiamo sposata.


Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena,  Tomo II, n.268.