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Maurizio Morini ha pubblicato con RF Edizioni un nuovo, denso studio, dal titolo Unica sostanza è il mondo. Spinoza in Schopenhauer.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -ribadiamo: orrore- stampabile) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.).

Sulla necessità dello studio degli antichi

Il nostro sito reca la scritta “Noi siamo antichi”. A motivo di ciò, ci siamo imposti il compito di segnalare brani o testi che si pronunciano sulla necessità di studiare prima di tutto gli autori greci e latini. Questa volta presentiamo un filosofo, Schopenhauer, la cui dimensione antica deve ancora essere scoperta. Notare la sua condanna ante litteram delle storpiature linguistiche ed intellettuali di cui certi filosofi tedeschi del novecento si resero protagonisti.
«Le opere degli antichi sono la stella polare per ogni aspirazione artistica o letteraria: se la perdete di vista, siete perduti. (…) Uno dei maggiori benefici dello studio degli antichi è che esso ci preserva dalla prolissità, dato che gli antichi si sforzano sempre di scrivere in modo conciso e pregnante, mentre il difetto di quasi tutti i moderni è la prolissità, a cui i modernissimi cercano di rimediare sopprimendo sillabe e lettere. Bisogna quindi proseguire per tutta la vita lo studio degli antichi, sia pure limitando il tempo da dedicarvi. Gli antichi sapevano che non si deve scrivere come si parla, mentre i moderni hanno addirittura l’impudenza di far stampare le lezioni che hanno tenute. Molto opportunamente si dà allo studio degli scrittori dell’antichità il nome di studi umanistici, giacché grazie ad essi lo scolaro ridiventa prima di tutto un uomo, in quanto entra in un mondo che era ancora puro da tutte le smorfie del medioevo e del romanticismo, le quali penetrarono poi così a fondo nell’umanità europea, che ancor oggi ognuno viene al mondo intonacato con esse e deve prima raschiarsele di dosso per ridiventare prima d’ogni altra cosa un uomo. Non pensate che la vostra sapienza moderna possa mai rimpiazzare quell’iniziazione all’essere uomini; voi non siete come i Greci e i Romani, uomini nati liberi, figli ingenui della natura. Voi siete anzitutto figli ed eredi del rozzo medioevo e della sua assurdità, dell’ignominioso inganno pretesco e della cavalleria per metà brutale e per metà fatua (…). Senza la scuola degli antichi la vostra letteratura degenererà in chiacchiera volgare e piatto filisteismo. Per tutte queste ragioni dunque il mio consiglio benintenzionato è che si ponga subito fine ai sopra biasimati intedescamenti».  (Il Mondo come volontà e rappresentazione, II, cap.12)

Il “bilioso” Schopenhauer e l’impudenza nascosta

Lo scorso 13 luglio è apparso un editoriale sul Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia dal titolo “Una perfetta impudenza” con la tesi in base alla quale in Italia, paese del “tutti innocenti”, ostacolo principale a qualsiasi progresso è l’oblio autoassolutorio e la mancanza di autocritica verso le pratiche di corruzione di cui tutti cittadini si sono resi responsabili a partire dal proprio piccolo. L’articolo iniziava con un riferimento al “bilioso” Schopenhauer (aggettivo utilizzato da Francesco De Sanctis in una sua opera) secondo il quale gli italiani rappresentano l’esempio di una perfetta impudenza.  Il giudizio di Schopenhauer nei confronti dell’Italia, nonostante quella valutazione, in realtà non è mai stato di particolare antipatia (come invece Galli della Loggia ipotizza). In una delle lettere scritte nei due viaggi fatti nel nostro Paese, Schopenhauer osservava che “con l’Italia si vive come con un’amante, oggi in lite furibonda, domani in adorazione: con la Germania invece si vive come con una massaia, senza troppa rabbia e senza troppo amore”. E questo è ancora niente a confronto con il giudizio espresso verso il  suo paese: “disprezzo la nazione tedesca a causa della sua esagerata stupidità e mi vergogno di appartenervi”.

Riguardo al tema del suo articolo, Galli della Loggia non è nuovo nel rimproverare che i mali della politica italiana risiedono prima di tutto e principalmente nel suo corpo sociale. Lo aveva sostenuto anche in altri articoli apparsi sul Corriere della Sera (in particolare “La corruzione e le sue radici“ del 17.02.2010 e  “Qualche domanda all’Italia ipocrita” del 21.02.2010). Quello che fa specie è però il giudizio di un docente universitario, qual è appunto Galli della Loggia, che nell’elenco delle responsabilità non menziona mai l’istituzione alla quale egli stesso appartiene, cioè l’Università. Egli parla dei partiti, dei sindacati, del sistema dell’informazione e poi di tutti gli italiani. Nessuna parola sull’Università, depositaria dell’educazione e della formazione del Paese e della sua classe dirigente. Un’istituzione di cui già dalla fine degli anni ottanta si denunciavano i mali endemici (ricordiamo in particolare le giuste analisi di Raffaele Simone sul Mulino relative al sistema di selezione feudale simile al mandarinato cinese) e di cui, negli anni successivi, è stata scoperta la cattiva gestione a tutti i livelli. Secondo il nostro punto di vista non basta additare sempre le responsabilità degli altri, divenendo così comodamente generici. Dove era il professore ai tempi della spartizione e della distruzione di cui è stata fatta oggetto l’Università italiana? I concorsi truccati, i posti assegnati su base clientelare, le cattedre create ad personam. Senza contare il fatto che, anche dal punto di vista finanziario, guardando i bilanci dei singoli atenei, l’università italiana si è rivelata nel suo complesso fallimentare. L’autocritica dunque si abbia il coraggio di farla a casa propria traendone le giuste conseguenze. Vorremmo poi aggiungere altre cose. Innanzitutto, pur non negando che il problema della corruzione risieda anche nel corpo sociale, vorremmo che si cominciasse a comprendere che si deve pur sempre denunciare partendo dall’alto. E questo in nome del principio realistico espresso da Machiavelli secondo il quale i popoli seguono i costumi di chi li governa (Discorsi III, 29: Che gli peccati de’ popoli nascono dai principi). Nella stessa direzione è giusto ricordare poi che soltanto le leggi fanno buoni gli uomini (Platone, Machiavelli, Spinoza) e che dunque è moralistico (questo sì) additare il popolo come fonte di tutti i mali. In secondo luogo, bisognerà pur dire che i processi mediatici che nel nostro Paese vengono periodicamente indetti contro la classe politica (che Galli della Loggia ha spesso giustamente denunciato) si fanno a motivo del fatto che in Italia non si svolgono i processi veri, quelli di fronte al giudice. Anche in questo caso Machiavelli aiuta: “usasi più questa calunnia dove si usa meno l’accusa, e dove le città sono meno ordinate a riceverle” (Discorsi I, 8): in tal modo il popolo è soddisfatto ed i politici restano impuniti. Infine osserviamo che non è vero, come dice Galli della Loggia, che tutti i cittadini sono responsabili di quanto accaduto. Esistono cittadini, intellettuali e gente comune che, a prezzo di notevoli disagi e di veri costi personali (senza ridursi a quella “minoranza di veri poveri senza diritti” di cui parla il professore), non hanno accettato e non si riducono alle pratiche clientelari e di corruttela vigenti. Nonostante ciò non vanno in piazza, non rompono niente e non fanno vittimismo ma continuano la loro opera lontano dalle luci della ribalta mediatica. Bisognerà prima o poi tenere conto di queste persone se si vuole una reale prospettiva di rinascita del Paese.

Il Problema Spinoza

Dopo quelli su Nietzsche e Schopenhauer, lo scrittore Irving Yalom dedica il suo ultimo romanzo a Spinoza. Il titolo è Il problema Spinoza, una frase tratta, come spiega nell’intervista rilasciata a Susanna Nirenstein apparsa oggi su Repubblica, dal rapporto dei nazisti che avevano requisito la biblioteca del pensatore di origine ebraica conservata in Olanda. Yalom ha compreso benissimo, come afferma nell’intervista, che “al centro del pensiero spinoziano c’è l’idea che ogni cosa abbia un nesso causale e che la causa possa essere colta non solo negli eventi esterni ma anche nei fenomeni mentali”. Per questo motivo il filosofo olandese può essere considerato un precursore di Freud. Quello che a noi salta agli occhi è però il fatto che, dopo il romanzo su Schopenhauer, Yalom abbia sentito la necessità di scrivere un libro su Spinoza. Casualità o, appunto, necessità?

Teste scadenti

Alcune sere fa, un ex ministro della repubblica salmodiava alla radio circa il futuro dell’universo mondo con granitica sicumera. Ovviamente, tanti anni di pubblica responsabilità non gli avevano lasciato il tempo di avvedersi che il mondo aveva preso tutt’altra direzione. Ma quello che più impressionava era in realtà la povertà terminologica e lessicale, e un misero vocabolario inchiodato a maldigeriti concetti ottocenteschi. Ci è allora venuta in mente la definizione di “teste scadenti” (“Die schlechten Köpfe“) che un grande pensatore ha mirabilmente scolpito ormai due secoli fa: «Le teste scadenti non sono tali soltanto per il fatto di giudicare falsamente; lo sono innanzitutto per la vaghezza di tutto quanto il loro pensiero, che è paragonabile al guardare attraverso un cannocchiale cattivo, nel quale tutti i contorni appaiono indistinti e come cancellati, e i diversi oggetti si confondono tra loro. L’esigenza della perspicuità dei concetti queste teste nemmeno se la pongono: si arrangiano con un chiaroscuro, per acquietarsi nel quale danno volentieri piglio a certe parole, specialmente quelle che designano concetti indeterminati, molto astratti ecc. Spargono fiduciosamente intorno a sé, a piene mani, siffatte parole, credendo che esse esprimano pensieri. Questo incredibile appagarsi delle parole è per le teste scadenti assolutamente caratteristico (…)».

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Supplementi al Libro I, cap. 15.

La rivoluzione copernicana di Kant

Secondo Kant non è la conoscenza umana a regolarsi sulla natura degli oggetti ma, all’opposto, sono gli oggetti a regolarsi sulla natura della conoscenza. In altre parole è l’esperienza (gli “oggetti”) che si regola sulla struttura dell’intelletto umano il quale (ne segue), prima che gli siano dati gli oggetti dell’esperienza, ha una sua natura a priori, cioè indipendente dall’esperienza.

Questa impostazione al problema della conoscenza conduce, come riconosce subito lo stesso Kant, a due risultati inaspettati: da una parte il fatto che il nostro potere di conoscere non ci permette di oltrepassare i confini dell’esperienza possibile (questa sarà la sua stessa definizione di idealismo trascendentale o realismo empirico); dall’altra il fatto che la conoscenza della ragione arriva solo ai fenomeni, ovvero agli oggetti così come si presentano all’intelletto umano, lasciando gli stessi oggetti come non conosciuti per quanto riguarda la loro essenza in sé. L’analisi del filosofo ha così scisso la conoscenza in due elementi assai diversi: quelle delle cose in quanto fenomeni (possibile per la ragione) e quello delle cose in quanto cose in sé (impossibile alla ragione). Per questo motivo si è data a questa impostazione la qualifica, polemica, di “fenomenismo” o di “dualismo gnoseologico”.

Sarebbe meglio chiamare l’idealismo di Fichte-Schelling-Hegel come “filosofia dell’identità” anziché idealismo in senso stretto in quanto già quello di Kant è idealismo (che deve essere qualificato come “trascendentale”) così come lo era quello di Cartesio; l’idealismo “in senso stretto” infatti, secondo me altro non è che un realismo di segno diverso, il quale più che criticare, aggira l’impostazione di Kant. Ripeto che sarà un problema su cui tornare, in quanto è un problema enorme e fondamentale perché proprio da tale critica si “accantonerà” Kant mentre tutta la filosofia, specialmente quella italiana, comincerà ad essere debitrice dell’idealismo in senso stretto.

Schopenhauer si pone invece nell’alveo dell’impostazione kantiana cominciando la sua opera dicendo che il mondo è mia rappresentazione e mantenendo la distinzione tra fenomeno e cosa in sé. La differenza, o il passo innanzi, sta nel sostenere che la cosa in sé non è inconoscibile come sosteneva Kant, bensì conoscibile, anzi conoscibilissima. Allora, si obietterà, perché mantenere la distinzione tra fenomeno e cosa in sé o, nel linguaggio di Schopenhauer, tra rappresentazione e volontà? Perché si tratta di due conoscenze di diverso genere: la conoscenza dei fenomeni spetta all’intelletto, ed è sottoposta al principio di necessità; la conoscenza della cosa in sé, che Schopenhauer chiama volontà, avviene immediatamente attraverso il corpo.

Si noti che parlo di “ragione” ed “intelletto” che Kant non distingue, ponendo anzi la ragione su un piano talmente astratto che sarà a buon gioco sfruttata, questa volta sì per i suoi fini, dall’idealismo. Schopenhauer invece, così come Spinoza ma come anche buona parte della tradizione filosofica, distingue l’intelletto, che si riferisce all’esperienza ed è la prima rappresentazione, dalla ragione che è la seconda rappresentazione, ovvero la rappresentazione della rappresentazione e che si esprime mediante concetti.

Pensieri

 

La presenza di un pensiero è come la presenza di una donna amata. Noi crediamo che non potremo mai dimenticare questo pensiero, che questa amante non potrà mai diventarci indifferente. Purtroppo, lontano dagli occhi, lontano dal cuore! Il più bel pensiero corre il rischio di venire irrevocabilmente dimenticato, se non è stato fermato sulla carta, e la donna amata corre il rischio di essere abbandonata, se non l’abbiamo sposata.


Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena,  Tomo II, n.268.