Teste scadenti

Alcune sere fa, un ex ministro della repubblica salmodiava alla radio circa il futuro dell’universo mondo con granitica sicumera. Ovviamente, tanti anni di pubblica responsabilità non gli avevano lasciato il tempo di avvedersi che il mondo aveva preso tutt’altra direzione. Ma quello che più impressionava era in realtà la povertà terminologica e lessicale, e un misero vocabolario inchiodato a maldigeriti concetti ottocenteschi. Ci è allora venuta in mente la definizione di “teste scadenti” (“Die schlechten Köpfe“) che un grande pensatore ha mirabilmente scolpito ormai due secoli fa: «Le teste scadenti non sono tali soltanto per il fatto di giudicare falsamente; lo sono innanzitutto per la vaghezza di tutto quanto il loro pensiero, che è paragonabile al guardare attraverso un cannocchiale cattivo, nel quale tutti i contorni appaiono indistinti e come cancellati, e i diversi oggetti si confondono tra loro. L’esigenza della perspicuità dei concetti queste teste nemmeno se la pongono: si arrangiano con un chiaroscuro, per acquietarsi nel quale danno volentieri piglio a certe parole, specialmente quelle che designano concetti indeterminati, molto astratti ecc. Spargono fiduciosamente intorno a sé, a piene mani, siffatte parole, credendo che esse esprimano pensieri. Questo incredibile appagarsi delle parole è per le teste scadenti assolutamente caratteristico (…)».

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Supplementi al Libro I, cap. 15.

La rivoluzione copernicana di Kant

Secondo Kant non è la conoscenza umana a regolarsi sulla natura degli oggetti ma, all’opposto, sono gli oggetti a regolarsi sulla natura della conoscenza. In altre parole è l’esperienza (gli “oggetti”) che si regola sulla struttura dell’intelletto umano il quale (ne segue), prima che gli siano dati gli oggetti dell’esperienza, ha una sua natura a priori, cioè indipendente dall’esperienza.

Questa impostazione al problema della conoscenza conduce, come riconosce subito lo stesso Kant, a due risultati inaspettati: da una parte il fatto che il nostro potere di conoscere non ci permette di oltrepassare i confini dell’esperienza possibile (questa sarà la sua stessa definizione di idealismo trascendentale o realismo empirico); dall’altra il fatto che la conoscenza della ragione arriva solo ai fenomeni, ovvero agli oggetti così come si presentano all’intelletto umano, lasciando gli stessi oggetti come non conosciuti per quanto riguarda la loro essenza in sé. L’analisi del filosofo ha così scisso la conoscenza in due elementi assai diversi: quelle delle cose in quanto fenomeni (possibile per la ragione) e quello delle cose in quanto cose in sé (impossibile alla ragione). Per questo motivo si è data a questa impostazione la qualifica, polemica, di “fenomenismo” o di “dualismo gnoseologico”.

Sarebbe meglio chiamare l’idealismo di Fichte-Schelling-Hegel come “filosofia dell’identità” anziché idealismo in senso stretto in quanto già quello di Kant è idealismo (che deve essere qualificato come “trascendentale”) così come lo era quello di Cartesio; l’idealismo “in senso stretto” infatti, secondo me altro non è che un realismo di segno diverso, il quale più che criticare, aggira l’impostazione di Kant. Ripeto che sarà un problema su cui tornare, in quanto è un problema enorme e fondamentale perché proprio da tale critica si “accantonerà” Kant mentre tutta la filosofia, specialmente quella italiana, comincerà ad essere debitrice dell’idealismo in senso stretto.

Schopenhauer si pone invece nell’alveo dell’impostazione kantiana cominciando la sua opera dicendo che il mondo è mia rappresentazione e mantenendo la distinzione tra fenomeno e cosa in sé. La differenza, o il passo innanzi, sta nel sostenere che la cosa in sé non è inconoscibile come sosteneva Kant, bensì conoscibile, anzi conoscibilissima. Allora, si obietterà, perché mantenere la distinzione tra fenomeno e cosa in sé o, nel linguaggio di Schopenhauer, tra rappresentazione e volontà? Perché si tratta di due conoscenze di diverso genere: la conoscenza dei fenomeni spetta all’intelletto, ed è sottoposta al principio di necessità; la conoscenza della cosa in sé, che Schopenhauer chiama volontà, avviene immediatamente attraverso il corpo.

Si noti che parlo di “ragione” ed “intelletto” che Kant non distingue, ponendo anzi la ragione su un piano talmente astratto che sarà a buon gioco sfruttata, questa volta sì per i suoi fini, dall’idealismo. Schopenhauer invece, così come Spinoza ma come anche buona parte della tradizione filosofica, distingue l’intelletto, che si riferisce all’esperienza ed è la prima rappresentazione, dalla ragione che è la seconda rappresentazione, ovvero la rappresentazione della rappresentazione e che si esprime mediante concetti.

Pensieri

 

La presenza di un pensiero è come la presenza di una donna amata. Noi crediamo che non potremo mai dimenticare questo pensiero, che questa amante non potrà mai diventarci indifferente. Purtroppo, lontano dagli occhi, lontano dal cuore! Il più bel pensiero corre il rischio di venire irrevocabilmente dimenticato, se non è stato fermato sulla carta, e la donna amata corre il rischio di essere abbandonata, se non l’abbiamo sposata.


Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena,  Tomo II, n.268.