Meditare (μέδομαι)

Un po’ di etimologia
Una delle più antiche tra le pratiche filosofiche è il meditare (μέδομαι, in greco antico). Con questo articolo vorrei riproporre la meditazione all’attenzione e all’esercizio di chi frequenta la filosofia. Poiché anche io mi riconosco nel motto di questa rivista (“Noi siamo antichi”), ritengo che – nell’andare alla radice dei problemi che si affrontano – sia opportuno anche andare alla radice (etimologica) delle parole e dei concetti basilari che usiamo.

Il verbo greco μέδομαι [mèdomai], cui corrisponde il latino meditor, è costruito sulla radice indoeuropea “med” che connette il meditare con il medicare (in latino, medeor): tale nesso, così ben evidenziato nel latino, è rintracciabile soprattutto nell’antico avestano (la lingua liturgica dello Zoroastrismo). Prima di intervenire con la terapia è necessaria un’accurata diagnosi, bisogna individuare le cause della patologia. Bisogna pensare in profondità, alla radice, ciò che si sta per fare: l’intervento che cura e guarisce deve essere pensato “bene”, perché “solo il bene fa bene”; ignorare il bene e rischiare di fare male sono strettamente connessi (è noto che φάρμακον, pharmakon, può indicare sia il rimedio sia il veleno).

Ancora, nel sanscrito e in altre antiche lingue indoeuropee, le radici med e mad danno origine alla famiglia di quei verbi che hanno a che fare con il pensare, l’intendere, il conoscere, il sapere; sono connesse anche alle radici man, men, da cui prendono le mosse le latine mens e mensura, (“mente” e “misura”).

Non è un caso che, per il meditativo Platone, il penultimo grado dell’attività del pensare fosse l’esercitare la mente in quell’esercizio matematico che consiste nell’identificare e differenziare, nel “soppesare” le implicazioni dei concetti e delle loro articolazioni: la διάνοια (dianoia). Ma il pensare dianoetico (ancora costretto a partire da assunzioni, ossia da ipotesi) non può non rimandare a una fondazione che lo oltrepassa, non può non rimandare a un «pensiero non-ipotetico», alla νόησις (noesis) (Πολιτεία, VI, 510 b).

Excusatio non petita
La pratica del meditare è, oggi, piuttosto negletta, poiché in quelle filosofie declinate “dal complemento di specificazione” (filosofia della mente, filosofia della scienza, filosofia dell’arte, filosofia della politica, etc.) non è più ben chiaro in che cosa consista l’approccio propriamente “filosofico”; perciò, quei campi di indagine sono pacificamente invasi (e a volte brillantemente – anche se poco consapevolmente – indagati) anche da altri attori intellettuali (scienziati, politologi, critici d’arte…); questi, però, si preoccupano di indagare il “complemento di specificazione”, e generalmente rifuggono l’andare “alla radice” delle concettualizzazioni implicate, come si era soliti fare nella filosofia classica (fino alla husserliana filosofia come strenge Wissenschaft). Non è mio obiettivo, però, assumere un atteggiamento polemico nei confronti di chicchessia: alla meditazione non si addice la polemica, bensì il dialogo: laddove l’obiettivo della polemica è quello di “debellare l’avversario” con tutte le armi (dialettiche o retoriche poco importa) a disposizione, l’obiettivo del dialogo, al contrario, è il lasciarsi condurre dal λόγος (logos) alla ricerca della verità: «dove il λόγος, come un soffio di vento, ci porterà, là bisogna andare» (Platone, Πολιτεία, III, 394 d).

Il meditare è una pratica dialogica, anche se rigorosamente riflessiva: ne sono un emblema le famose meditazioni filosofiche di Marco Aurelio (veri e propri esercizi “spirituali”) non a caso chiamate Τὰ εἰς ἑαυτόν (Tà eis heautón), ossia “dialoghi tra sé e sé”.

Con la pratica filosofica del meditare, se non si interloquisce con qualche altro interlocutore, con chi si dialoga allora? Come mostrano l’opera di Marco Aurelio, le Confessioni di Agostino, le Meditationes di Descartes, se non compare esplicitamente un altro io, le meditazioni sono comunque dialoghi con quell’“altro” nell’Io che è costituito dalla domanda di verità, che non può non investire anche le opinioni e le credenze del meditante – non a caso dette in tedesco Meinungen, ossia “le mie”, quelle che sono in mio “possesso” – per saggiarne la fondatezza, il valore di verità, per “criticarle” (kantianamente: determinarne potenzialità e limiti).

Il meditare è allora quella “pratica” che intende riflettere per “andare alla radice” di ciò che si sta sostenendo. Esso è suscitato e orientato dall’intenzione di verità (così come ogni autentica ricerca); e solo l’intenzione di verità consente di relativizzare il relativo, proprio perché ne mostra “il limite” e, dunque, la non coincidenza con la verità “vera”, assoluta: «veritas norma sui et falsi» diceva Spinoza (Epistola 88). L’intenzione di verità ci spinge ad oltrepassare, a trascendere, ogni ipotesi, ogni definizione parziale.

Meditazioni di prima (e di seconda) filosofia
Facendo eco e sviluppando la tematica platonica della noesis, Agostino individua il principio orientante e fondante del meditare all’interno dello stesso cercante, e dianoeticamente ragionante, e ne mostra da par suo l’istanza di trascendimento. Nel celeberrimo brano del De vera religione (39.72) scrive: «Noli foras ire, in teipsum redi; in interiore homine habitat veritas; et si tuam naturam mutabilem inveneris, transcende et teipsum. Sed memento cum te transcendis, ratiocinantem animam te transcendere». Traducendo e parafrasando: “non cercare fuori di te la verità, la verità è ciò che è in te (come intenzione) e orienta la ricerca; ma, se trovi che ‘la tua natura è mutevole’ [ossia che i tuoi assunti, le tue ipotesi, sono relativi e perciò instabili], non puoi non ‘trascendere anche te stesso’”. Questo atto di trascendimento, però, non è “mistico”, perché è il tratto più razionale possibile della ricerca razionale del vero, quello che riesce a sapere il carattere finito del finito, la necessità del suo oltrepassamento: solo questo riduce l’“opinione” a Meinung, (creduta vera da me, non vera “in sé”).

Husserl, richiamandosi a questa nobile tradizione nei Discorsi parigini (non a caso posti ad exergo delle sue Meditazioni cartesiane), lapidariamente affermava:

C’è bisogno di una radicale riedificazione che soddisfi all’idea della filosofia come unità universale delle scienze nell’unità di una fondazione razionale assoluta […] chiunque voglia seriamente diventare filosofo deve almeno una volta nella sua vita ritirarsi in se stesso e cercare di distruggere in sé tutte le scienze esistenti per poterle ricostruire […] Le meditazioni cartesiane costituiscono […] il modello delle meditazioni che sono necessarie per ogni filosofo che ricomincia da capo.

Ogni autentico filosofo è (non una sola, ma più volte) costretto nel corso delle sue speculazioni a ricominciare “da capo”, perché ogni volta che si imbatte nella “insufficienza a sé del relativo”, non può non tornare a cercare di pensar(n)e il fondamento.

Le “ontologie regionali” (gli ambiti specifici di esperienza da cui parte l’indagine o la singola meditazione) connotano quelle che potremmo chiamare meditationes de secunda philosophia, ma tutte queste non possono non rimandare – come si è visto – alle meditationes de prima philosophia.

Di qui la riflessività costitutiva della “pratica” filosofica, di quella critica che continuamente (immer wieder, si direbbe in tedesco) saggia possibilità e limiti delle proprie e delle altrui credenze, delle proprie e altrui Weltanschauungen.

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Bibliografia

  • Platone, Πολιτεία, Repubblica.
  • Marco Aurelio, Τὰ εἰς ἑαυτόν, a se stesso.
  • Agostino, De vera religione.
  • Descartes, Meditationes de prima philosophia.
  • Husserl, Discorsi parigini (in Meditazioni cartesiane, tr. it. di F. Costa, Bompiani, Milano 1989).
  • A. Stella, Riflessioni teoretiche, Morlacchi U.P., Perugia 2023.

Foto di Greg Rakozy su Unsplash

Innegabile e inevitabile (III)

Nell’ultimo articolo, dicevamo che il finito, ancorché segnato dal limite, tuttavia non è sostituibile, proprio perché l’innegabile (il vero) non si colloca in continuità con l’inevitabile (le verità determinate, finite), sì che essi non sono fungibili.

Se l’innegabile sostituisse l’inevitabile, allora andrebbe ad occupare lo “spazio concettuale” che compete all’inevitabile e, dunque, decadrebbe ad inevitabile esso stesso. In questo senso, l’universo dei determinati, non essendo sostituibile, è imprescindibile, ma non per questo è intelligibile. Continue Reading

Appunti su Terra e mare

Due giorni prima del natale 1942, Ernst Jünger è sul fronte russo, impegnato in una enorme disfatta militare. Sul suo diario, però, ha il tempo e la lucidità di scrivere: «Carl Schmitt è tra i pochi che cercano di valutare gli eventi in base a categorie che non siano di breve respiro come le categorie nazionali, sociali, economiche» (Jünger 1983). Aveva ricevuto, sul Caucaso, quello che Carl Schmitt aveva detto all’amico essere un libricino. Si trattava di Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo (Schmitt 2002), volumetto a cui Schmitt lavorò proprio nel corso del 1942 – nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale –, quando la sua biografia politica lo aveva già ampiamente compromesso. Dedicato e indirizzato alla figlia Anima Louise, Terra e mare è però un libro che – malgrado il suo carattere apertamente divulgativo e didattico – conferma quanto Jünger aveva abbozzato sul suo diario. Terra e mare, infatti, è un libro sugli “elementi”, una riflessione in cui l’autore, nell’estraniarsi «dagli eventi del giorno, si arrovella intorno ai grandi destini del mondo, a trame di filosofia della storia, a visioni escatologiche. Guarda al fondamentale, all’originario, all’elementare», come scrive il compianto Franco Volpi nel saggio di accompagnamento all’edizione italiana (Schmitt 2002, p. 117). D’altra parte la filosofia è in un certo senso – fin dalle sue origini – studio degli elementi; non soltanto nel senso fisico o naturale, ma anche in quanto ricerca degli equilibri che si celano dietro agli eventi. Continue Reading

Filosofie & Scienze: pratiche, metodi e linguaggio

Questo articolo raccoglie le prime uscite della rubrica “Filosofie e scienze: pratiche e metodi” ed è stato pubblicato originariamente, “a puntate”, sulla pagina Facebook dell’Associazione Culturale METOPE, che ringraziamo insieme all’autore per la gentile concessione.

Premessa
Perché iniziare una riflessione sulla scienza e sulla filosofia oggi, e cosa c’entra questo con tutti noi? È innegabile che i traguardi delle scienze hanno aperto orizzonti di possibilità straordinarie che seguono un sogno iniziato in Grecia 2500 anni fa, rinato nel Rinascimento, proseguito con l’Illuminismo e Positivismo ed arrivato fino ai giorni nostri; un sogno che auspicava il raggiungimento di una conoscenza certa, razionale, utile, condivisibile a cui affidarsi nei momenti di incertezza e che avrebbe sollevato gli uomini dalle miserie fisiche, mentali e sociali.

È un sogno che si è avverato? O è una specie di mitologia, una forma di pensiero magico che vorrebbe il realizzarsi di un “paradiso tecnico” nel futuro (per dirla alla Severino) e noi in eterno cammino verso di esso? In un momento come questo, dove aspettiamo quotidianamente dalla scienza una risposta unica e certa nei confronti di un fenomeno planetario che ha cambiato le nostre vite, un fenomeno che si iscrive e descrive nel linguaggio scientifico di un’epidemia da virus, siamo dunque soddisfatti? Ci ha dato le risposte che più intimamente volevamo? O forse meglio, gli abbiamo posto le giuste domande, quelle a cui sa e può rispondere?

Questo ci spinge evidentemente ad interrogarci più a fondo sul nucleo fondante del pensiero scientifico, su cos’è scienza o forse sarebbe meglio dire scienze; sul metodo, o forse sarebbe meglio dire sui metodi scientifici. Sì perché è sempre più evidente che i metodi e le pratiche della biologia c’entrano poco con quelli della geologia o della fisica o della medicina, e non perché si condivida un comune metodo sperimentale, un fisico ne capisce “tout court” di agraria o biochimica. Certo ci sono paradigmi comuni, a volte richiami, sovente intersezioni, ma poi nella pratica le scienze sono saperi molto differenti e specializzati, con linguaggi differenti che molto spesso faticano a capirsi, se non arrivare a posizioni anche contraddittorie.

E come potremmo interrogarci su che tipo di sapere è un sapere scientifico, se non all’interno di una riflessione più ampia su cos’è sapere in generale? Su chi è e cosa sa l’umanità che sa? In questo la filosofia ci verrà in soccorso, sia per la sua propensione metodologica ad affilare ed affinare la domanda, sia per la sua storia di essere stata la prima sapienza razionale e critica e che, per certi aspetti, ha contribuito alla genesi del pensiero scientifico.

Quello che cercheremo di fare è usare il domandare filosofico, non tanto per seguire le posizioni dei vari pensatori, ma per “arroventare” e dunque evidenziare, le precondizioni necessarie, l’oramai assodato, le tacite premesse (non per complottismi vari, ma proprio per suo statuto), affinché funzioni un particolare metodo d’indagine.

Cercheremo di lavorare sui metodi e sulle pratiche del pensiero scientifico, servendoci dei contributi di filosofi, scienziati e divulgatori, consapevoli che: è dalle pratiche che si configurano i metodi e da questi le teorie e i paradigmi e che gli uni non stanno senza gli altri. 

Dividere le prime dalle ultime è sicuramente fonte di enorme confusione e di grossolani errori, è un peccato di “hybris” direbbero i greci, che corre il rischio di creare una descrizione del mondo (una narrazione scientifica) là dove invece ci sono metodi e pratiche di previsione. 

Quindi per concludere, tornando alla domanda iniziale, cosa c’entra questo con noi tutti? L’immagine che noi abbiamo del mondo, che ad oggi è planetariamente un’immagine scientifica, condiziona come pensarci o ri-pensarci nel mondo? Che valore dare alla nostra esperienza intima e vissuta, all’interno di una narrazione così vasta e pervasiva come quella scientifica?

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Il dislivello prometeico di Günther Anders

Il fulcro del pensiero di Anders risiede, come accennato nel precedente articolo, in uno dei temi più dibattuti della filosofia contemporanea – il problema della tecnica. La questione è affrontata in un passaggio del secondo volume della sua opera, in cui l’autore sostiene che «ciò che oggi dobbiamo chiederci è se disponiamo così liberamente della tecnica»; e prosegue: «può darsi benissimo che il pericolo che ci minaccia non consista nel cattivo uso della tecnica, ma sia implicito nell’essenza della tecnica in quanto tale» (Anders 1980, 113). Si evince così la sua postazione teoretica: la questione riguardo ad un uso “buono” o “cattivo” della tecnica è fuorviante in quanto pertiene ad una prospettiva antropocentrica, che non riconosce il suo statuto ontologico per sé. Una tale concezione lo accomuna, suo malgrado, ad autori coi quali tende a non comunicare o che critica esplicitamente; in particolare a Martin Heidegger. Il suo rapporto con la filosofia heideggeriana è infatti decisamente conflittuale; la critica all’ontologia heideggeriana, che si ritrova anche a più riprese nella sua opera principale, è esplicitata in diverse interviste ed è strutturata nel suo articolo On the Pseudo-Concreteness of Heidegger’s Philosophy (pubblicato per la prima volta in edizione italiana con il titolo Heidegger esteta dell’inazione nella rivista «MicroMega», 1996, 2, pp. 187-225 e successivamente nel volume collettaneo Anders, Arendt, Jonas, Löwith, Strauss 1988, 23-62).  Continue Reading

XXII Ritiro Filosofico — I conti con Schmitt

Dal 27 al 29 marzo 2026 si terrà il XXII Ritiro Filosofico, dal titolo I conti con Schmitt, e sarà guidato dal prof. Ernesto C. Sferrazza Papa (Sapienza – Università di Roma).

Nella presentazione del ritiro il prof. Sferrazza Papa scrive: «Le crisi sono da sempre banchi di prova per riflessioni radicali. Non è dunque per caso che in un’epoca di crisi quale la nostra, il pensiero di Carl Schmitt, nonostante la sua biografia politica a dir poco compromessa, sia tornato alla ribalta. Schmitt non ha solo proposto teorie radicali sul politico, ma ha anche profetizzato scenari geopolitici con i quali ci troviamo a fare i conti. Il tentativo di questo ritiro filosofico è di interrogare, a partire dall’opera di Carl Schmitt, la nostra epoca». 

Il ritiro, come al solito, si articolerà in tre sessioni (due al sabato, una alla domenica) dove si alterneranno momenti di riflessione a quelli più dinamici del dibattito tra i partecipanti. Le tre sessioni sono:

  1. Introduzione alla filosofia di Carl Schmitt: Il concetto di “politico” e la Teologia politica
  2. Figure del nostro tempo: il terrorista, il pirata, il partigiano
  3. Le guerre contemporanee: verso un nuovo paradigma della violenza globale

È già possibile prenotare la propria partecipazione: le iscrizioni sono aperte fino a mercoledì 18 marzo 2026.
Tutte le info su logistica, prezzi e modalità di partecipazione alla pagina dedicata: clicca qui.

Per ogni informazione: info@ritirifilosofici.it

Principio e fondamento (II)

Nel precedente articolo abbiamo detto che solo l’assoluto, dunque l’intero, può avere valore di fondamento. Rileviamo che molto spesso, anche in ambito filosofico, i termini “fondamento” e “principio” vengono assunti come sinonimi.

A nostro giudizio, essi possono bensì venire assunti come sinonimi, ma a condizione di precisare bene il significato che si intende assegnare all’espressione “principio”. Continue Reading

La fede insita nel Logos

C’è una parola del lessico filosofico che i filosofi utilizzano raramente e che viene spesso considerata con sospetto: si tratta della parola fede (pistis). Le ragioni di questa diffidenza sono diverse, alcune anche giustificate se si considera la circostanza che la fede si trova normalmente associata al lessico religioso. La fede è virtù teologale e, come dice San Paolo, argomento delle cose che non si vedono: quale definizione può essere più lontana da quella della filosofia che invece è amore per tutto ciò che, nella luce, si mostra in modo evidente? 

Eppure, per Eraclito, il fondatore (insieme a Parmenide) della filosofia occidentale, la fede si colloca al cuore stesso della sapienza filosofica, tanto da essere associata in modo indissolubile al Logos. Il Logos (il cui senso originario è il termine greco leghein, che significa tenere insieme, raccogliere), legge universale che non può non valere come verità obiettiva, designa l’unità che emerge dal legame che intercorre tra tutte le cose. Un’unità che, prendendo forma dalla coincidenza degli opposti, soggiace all’apparente disordine con cui il mondo si manifesta. Continue Reading

Totalità e assoluto (I)

L’assoluto non può venire confuso con la totalità, se per “totalità” si intende l’insieme di tutte le determinazioni. Un conto, infatti, è il “tutto” inteso come “intero”; altro conto è il “tutto” inteso come “insieme” e che viene sovente definito “totalità”, intendendo il “tutto-di-parti”.

Per chiarire la differenza indicata, prendiamo le mosse da questo punto: la totalità intesa come “insieme”, va notato prima facie, non comprende soltanto tutte le cose (determinazioni), ma anche tutte le relazioni che sussistono tra tutte le cose, almeno se la relazione viene intesa come medio, ossia in forma di ipostasi.

La totalità configura, quindi, un’infinità quantitativa, ossia numerica, tant’è che sarebbe più corretto definirla “indefinitività”.

Anche la totalità, pertanto, risulta non determinabile, ma non per la ragione che, essendo assoluta, non può venire limitata, ma perché, essendo “indefinita” – giacché non si è mai in grado di affermare di avere colto tutte le possibili determinazioni –, essa costituisce una quantità incrementabile e ciò non la rende mai determinabile in forma definitiva. Continue Reading

Lavoro e libertà nella società tecnocratica

Con questo contributo l’autore prosegue le riflessioni iniziate nell’articolo Anders e la natura occulta dei mass media, pubblicato sempre su RF nel maggio 2025 e che si può leggere qui.

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Il lavoro nella società conformistica
Anders radicalizza e approfondisce la metamorfosi di tempo libero in tempo occupato nel secondo volume della sua opera, sostenendo che l’occupazione caratterizzata dal consumo dei media sia essenzialmente lavoro. In questo testo, pubblicato 24 anni dopo il primo, il panorama costituito dal predominio delle macchine sull’uomo e della società tecnocratica si unisce all’idea dell’effetto massificante dei media, mostrando un mondo in cui tecnocrazia e conformismo esercitano unitamente il dominio sull’intera società. Il pericolo della sottomissione ai poteri conformistici è dall’autore percepito come incontrovertibile.

Quello della pubblicità è definito come un effetto “sirenico”, in quanto permea la società, agendo subliminalmente e inconsciamente. L’assenza di divieti e obblighi espliciti è il mezzo più efficace per ottenere la sottomissione dell’individuo, che accetta volontariamente di piegarsi al sistema conformistico. Ciò genera un’apparenza di libertà che vela un dominio ben più subdolo; con le parole dell’autore: «in nessuna epoca il dominio è mai stato esercitato con così buona coscienza come nella nostra» (Anders 1980, 183). Continue Reading

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