L’inevitabilità del Fondamento (V)

Dicevamo che non si può che scegliere l’affermazione “la verità è indeterminabile”, stante che la contraria, e cioè “la verità è determinabile”, impone la contraddizione nell’essere stesso della verità, la quale viene richiesta bensì come assoluta, ma poi viene determinata e cioè viene negata nella sua assolutezza.

L’affermazione “la verità è indeterminabile” risulta, pertanto, inevitabile. La sua inevitabilità, tuttavia, non può venire scambiata per verità, la quale invece non appartiene a nessuna affermazione, proprio in quanto affermazione: la verità, che è innegabile, è dell’assoluto, perché solo l’assoluto è vero in quanto non dipendente da altro da sé, ma autonomo e autosufficiente.

L’esito della scelta, pertanto, non può non essere quello di pronunciare l’affermazione indicata, affiancandole non di meno la consapevolezza critica o teoretica del suo limite intrinseco, in modo tale che non si sospende il dire, ma non per questo gli si attribuisce un valore che non gli compete.

Il valore del linguaggio non è fattuale, ma intenzionale: non consiste in ciò che dice, ma nell’intenzione che sostiene il dire.

Esso, infatti, intende essere espressione della realtà che lo trascende, così che l’espressione non va intesa come “positivizzazione” della verità assoluta (realtà oggettiva), ma come innegabile rinvio ad essa.

Ebbene, solo questa consapevolezza critica consente di evitare il duplice rischio di negare la verità determinandola e di negare la verità rinunciando a ricercarla perché indeterminabile: la rinuncia alla verità è la rinuncia al fondamento, quindi alla legittimazione, così che è precisamente questa rinuncia che risulta illegittima.

Allo stesso modo, non si compie la scelta del silenzio, che configura la pretesa cancellazione empirica del linguaggio; si usa, invece, il linguaggio, sapendo il limite che lo connota come linguaggio, dunque evitando di assolutizzarlo. Che equivale ad usare il linguaggio senza subirlo.

Lo si usa per dire che ogni dire, pur ineliminabile, non per questo è l’innegabile, dal momento che ciò che si dice si oppone ad altro dire, senza poter emergere oltre il dire in quanto tale.

Se, dunque, la verità non può non (innegabilmente) costituire la vera meta dell’intenzione, quest’ultima non può non (inevitabilmente) venire espressa mediante una ricerca, la quale non può non (ancora inevitabilmente) venire praticata (indicata, detta).

Tuttavia, tale ricerca e il dire di essa richiedono un sapere: sapere che la verità non può non emergere oltre la ricerca e il dire di essa, giacché solo in quanto emergente la verità costituisce il senso di entrambi. Un sapere, inoltre, che è condizionato (illuminato) dalla condizione incondizionata, che è appunto la verità stessa.

La verità, insomma, non si oppone al dire, poiché è il dire che si oppone a sé stesso, dunque si contraddice, sia quando pretende di valere come verità, cioè come asserto indiscutibile, incontrovertibile, sia quando dice una qualunque cosa (determinazione, contenuto), perché la ipostatizza e la nega nel suo trascendersi.

Ogni asserto, ecco il punto, è controvertibile, se non altro per la ragione che si pone opponendosi all’asserto contrario, e ogni dire è un dire la contraddizione intendendo non dirla: quindi, è un contraddirsi.

Se ci si colloca dal punto di vista dell’inevitabile, allora si dirà che da questo contraddirsi dell’asserto emerge l’incontraddittorietà della verità.

Di contro, se ci si colloca, almeno idealmente, dal punto di vista dell’innegabile, allora si dirà che è in virtù dell’incontraddittorietà della verità che risulta l’intrinseca contraddittorietà dell’asserto e, in particolare, dell’asserto che pretende di determinare (dire) la verità assoluta.

Quando si parla dell’incontraddittorietà della verità, non ci si riferisce ad un principio, il principio di non contraddizione, il quale, essendo determinato, si pone perché nega la contraddizione, così che della contraddizione perennemente abbisogna.

Ci si riferisce, invece, a quel principio che è tutt’uno con la verità stessa, così da valere come ragione dell’intrinseco contraddirsi di ciò che, non essendo la verità, non è mai veramente.

Un principio, pertanto, che fonda l’intrinseco contraddirsi dell’estrinseco e che, dunque, più che valere come un principio costituisce, piuttosto, il fondamento, che è l’incontraddittorio stesso.

Precedenti articoli di questa serie già pubblicati
La dialettica di certezza e verità (I) (13 aprile 2025)
Verità, certezza e realtà oggettiva (II) (11 maggio 2025)
Coscienza trascendentale e verità oggettiva (III) (8 giugno 2025)
La verità dell’incontraddittorio (IV) (13 luglio 2025)

Foto di Priscilla Du Preez 🇨🇦 su Unsplash

 

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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