Il taccuino di Bento

John Berger, Il taccuino di Bento,Neri Pozza – Narrativa,
pp. 174 – euro 20 (trad. it. Maria Nadotti).

L’ultimo libro edito in Italia di John Berger — famoso nel mondo sotto varie forme, come narratore, sceneggiatore cinematografico e teatrale, ma soprattutto come critico e giornalista d’arte —, dall’intrigante titolo Il taccuino di Bento (in inglese: Bento’s Sketchbook), ci segnala come la figura di Baruch, o Bento, Spinoza sia al centro dell’interesse di persone che non si definiscono certo filosofi.

Il taccuino di Bento è l’emblema di questo accostamento fra spiriti sensibili e la filosofia — a volte definita gelida e glaciale — di Spinoza.

In realtà Berger ci permette di capire — cosa che è capitata a molte delle persone che hanno letto e vissuto la filosofia di Spinoza — come quella filosofia, così schematica e geometrica, sia uno dei più grandi tentativi di spiegare la vita, di comprenderne i suoi rivoli.
All’autore viene regalato un taccuino da disegno (Berger è un disegnatore, ed anzi crede che il disegno e il processo creativo possano essere un modo molto privilegiato per addentrarsi nella realtà) e sa che Spinoza fu, molto probabilmente, a contatto con Rembrandt.
Quel taccuino, automaticamente, intonso e pieno di prospettive, diventa il taccuino di Baruch Spinoza che, dice l’autore, aveva il vizio del disegno. È così che Berger appunta su quel taccuino le sue riflessioni, le storie che si trova intorno, le emozioni che percepisce in una giornata di primavera disegnando alberi in attesa delle foglie e molto altro. Tutto questo è alternato a brani dell’Etica spinoziana, quei brani “chiari e distinti” del filosofo olandese, che permettono di fare luce intorno alle oscurità dell’esistenza.

Spesso l’autore si rivolge a Spinoza dicendogli: «…ma te mi hai insegnato che…», come fosse un figlio che si trova a parlare con il padre. Ad esempio Spinoza ha insegnato a Berger che è impossibile dare un nome ai destini delle persone: «spesso hanno la regolarità di figure geometriche, ma non si sa come chiamarli» (p. 71).
Berger rimane esterrefatto dall’evidenza dell’ineluttabilità dei destini delle persone, ne rimane meravigliato, cerca di andarne a fondo disegnandone i particolari, sia visivi che letterari. Chiedendo sempre un aiuto a Bento, a quell’uomo minuto che molava le lenti nelle sue stanze in affitto, e nel frattempo pensava il più grande e geniale sistema filosofico della modernità.
La vita e la filosofia, ancora una volta — non ci stancheremo mai di dirlo, e Berger dal suo lato non filosofico, ce lo conferma —, sono indissolubili: corrono sugli stessi binari.

Saverio Mariani è nato a Spoleto (PG) nel 1990, dove vive e lavora. È laureato in filosofia, lavora nel mondo della comunicazione e dell’organizzazione teatrale. Redattore di questa rivista, ha pubblicato il saggio filosofico Bergson oltre Bergson (ETS, Pisa, 2018). Il suo blog sito è: attaccatoeminuscolo.it

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