Il castello del destino di Emanuele Severino

Prendendo a prestito un’immagine tratta da Jacques le fataliste di Diderot, Schopenhauer ricorda, come sintesi della sua dottrina dell’eternità dell’individuo, la metafora del castello sul cui ingresso c’era scritta la seguente frase: «Non appartengo a nessuno e appartengo a tutti: c’eravate prima di entrarvi, ci sarete ancora quando ne uscirete». Non sappiamo se Leonardo Messinese avesse in mente questa metafora, ma l’immagine del castello utilizzata nel suo ultimo saggio per introdurre e descrivere la filosofia di Emanuele Severino è sicuramente appropriata. In poco meno di 200 pagine, il libro di Messinese si rivolge sia ai lettori e frequentatori delle pagine culturali e dei festival filosofici, che conoscono Severino per i suoi interventi essoterici e di grande impatto evocativo, sia agli addetti ai lavori, coloro che, dopo una frequentazione dei testi severiniani particolarmente intensa, sono dei veri e propri iniziati ad un linguaggio esoterico arduo ed impegnativo. Il tentativo può dirsi riuscito anche perché il libro alterna in modo sapiente le pagini facili a quelle difficili di Severino, descrivendo genesi ed evoluzione del suo pensiero.

L’identità e il pensiero dell’eterno
Dopo il primo capitolo dedicato alla vita e alle opere, Messinese inizia a trattare il pensiero di Severino cominciando dal pensiero dell’eterno. Emerge quella che viene definita la contraddizione pre-ontologica del divenire: l’impossibilità del divenire altro di ogni cosa (la legna non diventa cenere). Questa impossibilità nasce dal fatto che l’idea stessa di identità, così come comunemente intesa, è radicalmente sbagliata. Si tratta di un punto decisivo. L’identità di ogni essente per Severino non può mai essere escludente ma deve sempre  essere intesa in relazione a ciò che l’identità apparentemente nega (cioè l’altro). In sostanza: per stabilire la vera natura del mio io, devo dire io e non io come relazioni determinate che avvengono nella medesima totalità (vedi a questo proposito quanto da noi già detto sul principio d’identità in Severino colto nell’ambito della storia del pensiero filosofico). Il discorso sull’identità è il primo luogo teoretico da affrontare per chi voglia inoltrarsi nel castello di Severino e fa bene Messinese a metterlo adeguatamente in risalto (sebbene non faccia lo stesso per le critiche che, soprattutto su questo sito, abbiamo più volte messo in evidenza proprio in merito all’identità dei distinti).
Dalla Struttura Originaria fino a Testimoniando il Destino, Messinese ripercorre le opere che hanno contraddistinto il percorso di Severino con attenzione particolare a Destino della necessità, l’opera che costituisce la svolta del pensiero del filosofo bresciano scomparso l’anno scorso. In essa l’Assoluto, costituito dal tutto concreto infinito e necessario degli essenti, è il destino che rimuove ogni dimensione etica e religiosa. Rimuove l’etica perché essa implica il nichilistico prodursi degli enti: l’etica tradizionale non è altro che una volontà di verità destinata ad essere vinta da quella che oggi è la forma suprema dell’etica, cioè la tecnica. Rimuove la religione perché il suo contenuto, tradizionalmente inteso come Dio che domina il divenire, viene sostituito da quello che Severino definisce il vero inconscio dei mortali, ovvero (in termini spinoziani) il loro sentimus experimur que nos aeternos esse. In questo senso la prospettiva di Severino si precisa (per così dire) con il detto di Eraclito: «Attendono gli uomini, quando sian morti, cose che essi non sperano né suppongono».
Le opere più difficili del percorso di Severino (come giustamente le definisce Messinese) si hanno a partire dalla Gloria. L’esito finale è quella che viene chiamata la terra che salva, cioè l’apparire del tutto infinitamente concreto, la terra della beatitudine. Parole altisonanti, addirittura escatologiche (come qualcuno comincia a dire) nelle quali appare che la morte è la stessa vita del mortale, sonno accompagnato da sogni e incubi. Non c’è più spazio quindi né per letterature di contestazione (che dichiarano il mondo irredimibile) né a volontà di redenzione più o meno possibili: nel castello di Severino, il mondo è di per sé già salvo.

Le aporie del pensiero filosofico dell’Occidente
Il discorso di Severino, come sa ogni suo lettore, si sviluppa costantemente come critica radicale al pensiero della tradizione filosofica. Le aporie di questo pensiero, che in realtà non è altro che la follia della stessa vicenda della filosofia occidentale, si riassumono nel contrasto tra immutabile e divenire ricostruito da Messinese in quattro tappe:

  • all’inizio il divenire implica necessariamente l’immutabile in quanto è impossibile e contraddittorio che le cose escano dal nulla (ex nihilo nihil) e quindi devono trovare un ambiente (per così dire) che le racchiuda;

  • poi la filosofia giunge a comprendere che il divenire e l’immutabile non possono essere armonizzati in quanto se il diveniente si conformasse all’immutabile, significa che il diveniente si adeguerebbe in modo necessario all’immutabile e non sarebbe più diveniente;

  • la conseguenza necessaria di questo ragionamento è che il tutto è necessariamente diveniente, secondo quella che è la tesi di Hegel: ma anche in questo caso il processo del divenire sarebbe ancora un’apparenza;

  • lo sbocco inevitabile della più rigorosa teoria del divenire si ha così con Nietzsche e Gentile, ma in particolar modo con l’attualismo di quest’ultimo il quale intende scongiurare qualunque determinazione preesistente che limiti il divenire.

In questo modo il divenire, per Severino, finisce per porsi come l’unico dio e l’unico immutabile che finisce per distruggere ogni altro dio e la stessa filosofia. Quest’ultima, venuta meno come sapere epistemico, deve piuttosto essere compresa come l’autoconsapevolezza (ancora da realizzare) della scienza e della tecnica del nostro tempo. La civiltà della tecnica è così l’approdo inevitabile del primo passo compiuto dalla filosofia occidentale, cioè la riflessione nichilistica greca sul senso dell’essere e del niente: nichilistica perché dominata dalla persuasione che gli enti (fin da Parmenide) siano niente.

Le aporie del cristianesimo e la ricerca del dialogo
Nei confronti del cristianesimo storico, Severino è critico implacabile, soprattutto per la sua ferrea argomentazione contro la fede cristiana di cui segnala almeno due contraddizioni.
La prima riguarda la tesi dell’armonia tra fede e ragione sostenuta dalla Chiesa cattolica. Tale tesi, secondo Severino, crolla nel momento in cui si tenta di rispondere alla domanda se quell’armonia sia un atto di fede o un atto di ragione. Se è un atto di fede, allora la fede cristiana è ridotta a mito equivalente a quello di altre religioni; se invece si risponde che è un atto di ragione, allora la Chiesa è costretta a rinunciare alla propria unicità. In altre parole, la Chiesa cattolica vuole difendere l’autonomia della ragione e al tempo stesso è costretta a negarla.
La seconda contraddizione riguarda il rapporto tra fede e dubbio: la fede infatti pretende di essere certezza indubitabile ed invece non può non essere legata al dubbio, sicché quella del credente è una fede impossibile in quanto fede legata alla sua negazione. Due sono le conseguenze una volta stabilito questo presupposto: da una parte la fede è una forma di prevaricazione, vera e propria violenza che vuole l’impossibile; dall’altra il fatto che la fede emerge dall’isolamento dell’uomo dalla verità (tipico gergo severiniano che indica la volontà dell’uomo di separarsi dal Tutto): in quanto tale, la fede cristiana è possibile solo sul fondamento della separazione della terra dal destino della verità.
Se si prescinde da tali critiche di Severino formulate alla fede cristiana, rimane aperta per Messinese una domanda: qual è la determinazione della verità originaria dell’essere all’interno della quale deve essere accolta la parola di Dio? In questa domanda c’è lo spiraglio che il pensiero cattolico lascia oggi aperto per il dialogo con il pensiero di Severino. Messinese osserva che questo intreccio di verità e salvezza resterà inalterato nel suo pensiero, nonostante gli indurimenti che si realizzano in modo definitivo a partire da Destino della necessità. La salvezza dell’uomo infatti, a partire da quel testo, si realizza in modo radicalmente diverso rispetto al cristianesimo: non più l’agire umano bensì l’inoltrarsi nell’apparire della totalità di ciò che è destinato ad apparire. Per Severino la verità propriamente non sceglie ma è lo sguardo che vede la non verità della scelta.
Queste contraddizioni non impediscono al pensiero cattolico la ricerca di una sintesi con il pensiero di Severino. Lo dimostra, come ultimo esempio, il seminario tenutosi a Padova la scorsa settimana in cui il tema fondamentale era quello di esplorare il confronto tra approcci filosofici e teologici delle due prospettive.

 

1 Comment

  1. E’ importante in questo momento per gli attuali “mortali” poter approfondire il pensiero e il messaggio che Emanuele Severino ci ha donato. Sono eventi che non si misurano nell’immediato , ma a distanza; ma questo vale per la futura storia ed interessano più che altro a coloro che si identificano nel loro ruolo di “abitatori del tempo”. Per quanto mi riguarda sono felice di essere entrato nel Castello del Filosofo perchè là che si incontrano tanti altri amici, forse molto diversi dal Filosofo, ma davvero utili in ogni momento della nostra vita ( in quelli alti e quelli bassi) quali Samkara, Raphael, Assagioli, Jung e tanti altri. Il Castello del Prof. Severino è indistruttibile e – sotto molti aspetti – monolitico. Ma è solo apparenza: è ricco di porte la cui chiave è a disposizione e – una volta che riuscissimo a prendere il sentiero del Giorno alla intercultarità e alla sintesi, all’Uno e agli infiniti universi, ci offre la possibilità di dare la corretta importanza e la giusta dimensione al nostro vivere. Contro ogni nichilismo.

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