Innegabile e inevitabile (III)

Nell’ultimo articolo, dicevamo che il finito, ancorché segnato dal limite, tuttavia non è sostituibile, proprio perché l’innegabile (il vero) non si colloca in continuità con l’inevitabile (le verità determinate, finite), sì che essi non sono fungibili.

Se l’innegabile sostituisse l’inevitabile, allora andrebbe ad occupare lo “spazio concettuale” che compete all’inevitabile e, dunque, decadrebbe ad inevitabile esso stesso. In questo senso, l’universo dei determinati, non essendo sostituibile, è imprescindibile, ma non per questo è intelligibile.

Qualora fosse intelligibile, infatti, non si configurerebbe come la domanda stessa di intelligibilità: il fatto è la richiesta di una ragione autentica che possa legittimarlo. Non di meno, ancorché il fatto non sia di per sé intelligibile, tuttavia può venire sostituito solo da un altro fatto.

Tornando a riflettere sull’assoluto, rileviamo che, poiché di fatto esso può venire pensato – ammesso, ma assolutamente non concesso, che esso possa venire ridotto ad “oggetto” di pensiero – solo a muovere dall’universo dei determinati, il quale costituisce l’inevitabile proprio perché include inevitabilmente il cercante, anche all’assoluto si finisce per attribuire una funzione, perdendone così il valore autentico: ad esso viene attribuita una funzione precisamente per la ragione che viene costretto entro la relazione con ciò che pretende di determinarlo.

Da un certo punto di vista, pertanto, si impone la consapevolezza che il valore dell’assoluto impedisce innegabilmente di ridurlo a funzione, proprio perché la funzione lo riferisce ad altro da sé; da un altro punto di vista, invece, non si può non riconoscere che, muovendo dal relativo, si finisce inevitabilmente per attribuire all’assoluto proprio quella funzione che contraddice il suo stesso valore.

Ordinariamente, la funzione che viene attribuita al fondamento assoluto è quella di legittimare (fondare) i dati (le determinazioni) che costituiscono l’universo empirico-formale. Se non che, in questo modo l’assoluto si troverebbe a legittimare il finito, il quale invece è insufficiente a sé stesso e, quindi, non può essere legittimo né può venire legittimato.

L’unica funzione che può venire attribuita all’assoluto, se di “funzione” non si può evitare di parlare – e ciò per la ragione che lo si pensa a muovere dalla presupposizione del determinato –, è quella de-assolutizzante, cioè critica dell’apparenza: critica del relativo (del determinato).

Che è come dire: nella misura in cui i dati (le determinazioni, il finito) vengono assunti come inevitabili, la funzione del fondamento assoluto non può non essere quella del togliere la loro pretesa di valere come se fossero autonomi e autosufficienti, cioè come se essi stessi fossero assoluti.

Quanto detto mette in evidenza un nodo cruciale: seppure il cercante si collochi inevitabilmente nell’ordine della finitezza, la sua intenzione autentica è proprio quella di riferirsi all’assoluto, ma non dal punto di vista del finito, bensì dal punto di vista dell’assoluto stesso, perché solo così si supera innegabilmente il limite rappresentato dal “punto di vista”.

Stiamo parlando dell’“intenzione di verità”, la quale intende quella verità che si sa essere inoggettivabile e, pertanto, irraggiungibile. La domanda che ci poniamo è la seguente: che cosa attesta questo “intendere”, se la verità è inoggettivabile?

Per cercare di rispondere prendiamo avvio da questa precisazione: l’intenzione non può venire ridotta ad uno stato soggettivo, cioè al progetto di un soggetto che pretenda di pervenire alla verità, conservandosi però nella sua identità di soggetto e, quindi, nella sua irriducibile distanza da essa.

Di contro, l’intentio veritatis, lungi dal valere quale stato soggettivo, costituisce l’essenza stessa della coscienza, la sua dimensione trascendentale, che si esprime come trascendimento in atto del finito, dunque di ogni stato soggettivo nonché del soggetto in quanto tale.

L’intentio veritatis ha valore fondamentale perché indica l’intenzione di perdersi nella verità proprio per togliere ogni distanza da essa.

In tal modo, non soltanto la verità costituisce ciò che evoca e orienta l’intenzione, dunque opera in essa e mediante essa, ma inoltre il soggetto empirico subisce un’intrinseca trasformazione in virtù dell’intentio veritatis: il soggetto empirico si invera in senso trascendentale precisamente perché si essenzializza in quell’atto che è l’intenzione stessa.

Siamo così tornati al punto che è stato evidenziato più volte nei nostri articoli e che è decisivo: l’intenzione di verità si caratterizza non soltanto per il suo tendere alla verità, ma soprattutto per il suo intendere di togliersi in essa per essere “uno” con essa.

L’intenzione diventa intenzione di verità, insomma, quando è totalmente protesa alla verità, fino ad intendere di perdersi in essa per salvarsi veramente, che significa intendere di porsi dalla prospettiva della verità stessa.

Orbene, allorché si parla dell’assoluto, come se ci si potesse identificare con esso, si fa valere proprio questa intenzione che spinge il cercante oltre sé stesso, verso quella verità assoluta che permane fattualmente irraggiungibile, ma che idealmente è presente e operante nell’intenzione che alla verità si volge perché dalla verità è evocata.

Che è come dire: l’intenzione di porsi dal punto di vista dell’assoluto può avere valore soltanto ideale, perché fattualmente si permane sempre al di qua di esso.

E tuttavia, se non si intendesse coincidere con la stessa verità, allora in primo luogo si rinuncerebbe alla vera ricerca, che non può non essere ricerca della verità perché orientata dalla verità, e in secondo luogo non si potrebbe spiegare il coglimento del limite del finito.

Il finito viene colto nel suo limite perché tale limite è stato oltrepassato e, nell’oltrepassarlo, ci si è consegnati alla verità, che vale come il superamento di ogni “punto di vista”, incluso quello che impropriamente le viene attribuito quando la si pensa a muovere dal finito.

Precedenti articoli di questa serie
Totalità e assoluto (12 ottobre 2025)
Principio e fondamento (II) (9 novembre 2025)

Foto di Milad Fakurian su Unsplash

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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