Nell’analisi del rapporto tra Oriente e Occidente un ruolo fondamentale spetta a due grandi figure del pensiero del novecento: Julius Evola e René Guénon. Come ha scritto lo storico e filosofo Andrea Scarabelli, «i due furono attenti diagnosti della crisi della modernità, costituendo quasi un unicum in quel panorama frastagliato ed eterogeneo che siamo soliti chiamare Kulturcrisis». Ai due si può aggiungere anche il nome del tedesco Oswald Spengler soprattutto a motivo della distinzione, utilizzata da tutti e tre per leggere lo sviluppo storico delle società umane, tra Kultur (Civiltà) e Zivilisation (Civilizzazione). Si tratta di un’opposizione nata nell’ambito della cultura tedesca in cui il termine negativo è quello di Zivilisation in quanto indica, secondo le parole dello stesso Guénon, «la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista quantitativo, tendenza talmente radicata nelle concezioni scientifiche degli ultimi secoli (…) da permettere di definire la nostra epoca il regno della quantità».
Ma sono le opere e i testi di Evola e Guénon quelli che si richiamano maggiormente tanto che uno che inizi a leggere i saggi del filosofo francese non può fare a meno di studiare quelli del filosofo italiano e viceversa. Entrambi, a differenza di Spengler, hanno preso sul serio l’Oriente tanto da includerlo in maniera organica nelle proprie elaborazioni intellettuali. Al tedesco, secondo Evola, è mancato poi completamente il senso metafisico della trascendenza tanto che la sua influenza su di lui è stata pressoché nulla.
Ben più importante dunque il rapporto tra Evola e Guénon, rapporto segnato da grande stima, anche se non sono mancati momenti di disaccordo derivanti da alcuni temi specifici e soprattutto da quelle che il filosofo italiano definiva diverse equazioni personali. Evola considera Guénon come «maestro senza pari della nostra epoca», colui grazie al quale egli è riuscito a sistemare le sue idee ed ad elaborare un sistema di pensiero compiuto.
Evola è stato il traduttore di diverse opere del filosofo francese. La più importante è La crisi del mondo moderno, apparsa nel 1927 (ma pubblicata in italiano solo dieci anni più tardi) richiamata da Evola con il titolo della sua opera principale Rivolta contro il mondo moderno del 1934. Nell’introduzione all’edizione italiana dell’opera del pensatore francese, Evola traccia alcune linee di sviluppo del pensiero di Guénon riassunte nella formula del “coraggio dell’incondizionato”, atteggiamento consistente nello stabilire tutto il suo pensiero a partire da un principio assoluto, indeterminato e metafisico da cui derivano tutti gli elementi del suo sistema. Si tratta di un punto importante in quanto i due filosofi insistono in maniera costante su un atteggiamento teoretico che può essere definito di trascendenza immanente e che ha pochi punti di contatto con l’immanentismo radicale in voga nella filosofia contemporanea.
Il concetto di tradizione
Il concetto fondamentale da cui entrambi i pensatori partono è quello di tradizione. Al fine di evitare equivoci e malintesi, è importante stabilire che cosa esso non è. Ebbene, tradizione non è tradizionalismo, inteso come conformismo rispetto a determinate usanze e modi di pensare, né il recupero nostalgico di valori e usanze del passato.
Per tradizione si deve intendere la struttura di una civiltà organica, differenziata e gerarchica, termini che si pongono in diretta antitesi con la cultura moderna democratica ed egalitaria. In particolare, è proprio il concetto di gerarchia quello che maggiormente disturba ad una coscienza moderna, concetto che Guénon e lo stesso Evola utilizzano come presa d’atto che gli uomini, così come la natura, non sono uguali e di conseguenza bisogna riconoscere loro una certa posizione e una determinata funzione nella società.
La tradizione non implica il ritorno ad una età dell’oro della storia umana né tantomeno il ricorso a schemi che l’opinione comune considera come dati originari (come ad esempio improbabili ritorni a società patriarcali): queste tendenze, che si definiscono appunto come tradizionaliste, sono semmai il prodotto di mentalità moderne e antitradizionali.
Il concetto di tradizione inoltre fonda il ricorso al metodo tradizionale il quale procede in modo opposto a quello della scienza profana e si fonda sul concetto di corrispondenza tramite il quale si stabiliscono analogie tra i vari fenomeni culturali riconducibili alle medesime radici. In altre parole, più che il discorso razionale e l’accertamento positivo del dato, conta l’aspetto del simbolo e del mito in cui la filosofia viene sostituita da un approccio super-razionale fondato sull’ intuizione intellettuale.
Oriente e occidente
Come suggerisce Evola, per comprendere lo spirito tradizionale bisogna rifarsi all’insegnamento fondamentale delle due nature. Da una parte vi è un ordine fisico per natura mortale e contingente; dall’altra un ordine metafisico per natura immortale ed eterno. Si tratta della contrapposizione tra divenire ed essere, o meglio tra due diverse esperienze reali entrambe ricomprese nella sfera dell’essere. Le due nature assumono nomi e indicazioni diverse nelle culture degli uomini, e ciò vale invariabilmente dall’oriente ad occidente, da nord a sud.
Ecco allora che il conflitto tra tradizione e anti-tradizione si diversifica e assume connotati linguistici di vario tipo. Uno di questi è proprio il rapporto tra oriente e occidente. Semplificando al massimo, l’oriente indica il mondo della tradizione, l’occidente il mondo moderno. L’occidente comprende tutti quei valori che hanno assimilato il mito del progresso, i valori della democrazia e del materialismo; la cultura dell’ultimo uomo, messa in ridicolo in modo efficace ed insuperabile da Nietzsche. L’oriente è invece espressione di quella mentalità metafisica e spirituale che viene anche definita come tradizionale.
Non è un caso che i due filosofi abbiano pubblicato dei saggi con lo stesso titolo, Oriente e Occidente appunto. Si tratta infatti di categorie che meglio di altre rappresentano il conflitto indicato sopra insieme ad una determinata legge storica, quella della decadenza. L’epoca moderna, per usare le parole di Guénon, è l’epoca del Kali-Yuga, ovvero l’età oscura che rappresenta il periodo di assoluta decadenza.
Autorità spirituale e potere temporale
Uno degli aspetti più carichi di suggestione è il rapporto tra autorità spirituale e potere temporale. Si tratta dell’argomento rispetto al quale Evola e Guénon differiscono maggiormente anche a motivo della diversa prospettiva con la quale i due pensatori affrontano il rapporto tra conoscenza e azione.
Entrambi i poteri hanno un’origine comune. L’autorità spirituale deriva dalla conoscenza ed incarna gli aspetti dell’insegnamento a cui è connessa la funzione di conservazione e trasmissione delle dottrine. Il potere temporale o regale indica invece tutti quegli aspetti legati all’esercizio del governo.
La rottura tra i due poteri si origina nel momento in cui viene meno la differenziazione sociale istituita con il principio delle caste, che indica la natura individuale degli uomini e le loro differenze. Da quel momento inizia l’opposizione tra conoscenza e azione, rappresentate rispettivamente dal sacerdozio e dalla regalità.
Ora, per Guénon rimane la prevalenza del primo rispetto al secondo, conseguenza della superiorità della conoscenza sull’azione. Per quanto i rapporti siano organici, il predominio della conoscenza (secondo Guénon) è mostrata in modo inequivocabile dallo stesso Aristotele e dal suo motore immobile, ovvero la conoscenza come principio propulsivo dell’azione. Ad Oriente, questa superiorità è rappresentata dal principio «dell’agire nel non agire» teorizzato e testimoniato lungo tutto il Tao Te Ching di Lao Tzu. Il non agire grazie al quale agire altro non è che l’abolizione del dualismo tra soggetto e oggetto con l’immediata identificazione del conoscente al conosciuto, unica garanzia di effettiva conoscenza quanto di effettiva azione.
Per Evola invece i rapporti tra le due istanze sono paritarie. Questo non solo perché l’azione può in sé conseguire i medesimi effetti spirituali di quelli prodotti dalla conoscenza; ma anche e soprattutto perché Evola premette una diversa valutazione del potere regale, il quale per sua natura non è subordinato a niente e nessuno, men che meno al potere sacerdotale o clericale.
Da ciò tutta una serie di conseguenze che vanno dal vero e proprio ghibellinismo politico del filosofo italiano fino alle diverse valutazioni che i due dettero in merito al ruolo giocato dal cristianesimo nella società: positivo in quanto restauratore dei valori tradizionali nel caso di Guénon, negativo e antitradizionale per Evola.
Riferimenti bibliografici
— Guénon, René. 2015. La crisi del mondo moderno. Roma: Edizioni mediterranee.
— Guénon, René. 2014. Autorità spirituale e potere temporale. Milano: Adelphi.
— Evola, Julius. 2018. Il cammino del Cinabro. Roma: Edizioni mediterranee.
— Evola, Julius. 1977. La Torre. Roma: Il Falco.
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