L’applicabilità della filosofia (I)

L’applicabilità di una materia, di un regolamento giuridico, o più semplicemente di un teorema, è la sua capacità di essere, appunto, applicabile. Ovvero di passare da un piano teorico a uno pratico; in filosofia si direbbe “dall’universale al particolare”. Alla filosofia, per sua costituzione, è connaturata questa esigenza di applicabilità; essa si è sempre occupata non solo dell’universale, ma anche del particolare. Dell’Essere, ma anche della polis, cioè della struttura politica e dei rapporti tra le persone che al suo interno possono così mantenere un equilibrio più o meno stabile. Credere, però, che la filosofia si debba interessare solo ed esclusivamente di ciò che abbiamo appena chiamato la struttura politica, e che i filosofi siano chiamati a dare indicazioni concrete riguardo alla scelte politiche, sembra una forzatura. La richiesta è infatti manchevole di alcuni passaggi essenziali che la storia della filosofia stessa ci ha insegnato con grande chiarezza.

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In attesa di un Trattato teologico politico islamico

3142964-9788817080521Nell’anno 2022, secondo il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq uscito il giorno della strage di Charlie Hebdo a Parigi, un governo islamico vince le elezioni in Francia e inizia un processo di islamizzazione della società. L’Occidente, ormai stanco dei Lumi, si rassegna a comprendere che la libertà è troppo impegnativa e preferisce così sottomettersi ad una legge religiosa nella quale in fondo si vive comodi e senza tante preoccupazioni. Numerosi intellettuali, battendo altre strade, hanno preconizzato scenari simili secondo una tendenza spesso isterica nata all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle quando il cielo limpido di New York fu offuscato dal fumo dovuto al crollo di quegli enormi edifici, metafora dell’inquietante sfida dell’islam all’occidente. Il libro di Reza Aslan, Non c’è Dio all’infuori di Dio, contiene al contrario una previsione che va nella direzione opposta, quella cioè di una crescente occidentalizzazione dell’islam a partire dal presupposto secondo cui il conflitto in corso, anziché essere scontro di civiltà, è un conflitto interno tra musulmani. Apparso per la prima volta nel 2006, il libro è giunto nel 2011 alla terza edizione ed è stato tradotto in sette lingue. In undici capitoli l’autore dipana un affascinante viaggio di scoperta nella storia della religione di Maometto della quale vengono narrate origini, conflitti, eredità e possibili sviluppi futuri alla luce dei più recenti avvenimenti. Oltre a dottrine, personaggi storici e vicende che costituiscono il patrimonio di notizie indispensabili per la conoscenza dell’islam, il saggio aggiunge racconti biografici ed incursioni sull’attualità (sebbene non si parli dello Stato Islamico proclamatosi lo scorso anno) che rendono le 380 pagine del testo di lettura facile e scorrevole. Reza Aslan, 41 anni, nato e cresciuto in Iran, conta nel suo curricolo diversi titoli accademici ed insegna attualmente all’Università della California. Giornalista e scrittore è diventato celebre per il best seller Gesù. Il ribelle a lungo tra i top ten più venduti negli Stati Uniti. Educato dai gesuiti e cristiano di formazione confessa egli stesso di essersi avvicinato all’Islam. Il libro (No god but God è il titolo originale) non ha note ma nell’appendice sono aggiunte diverse pagine per ogni capitolo nelle quali l’autore dichiara le sue fonti e la storiografia seguita. Il quadro che ne esce è quello di un saggio a metà strada tra la pubblicazione scientifica e quella divulgativa in cui emerge una religione in continuo movimento, per niente chiusa in se stessa, in viaggio verso la propria riforma democratica.

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Considerazioni sul Principe

Il 24 gennaio 2014, presso la Scuola di Roma dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nell’ambito di un ampio ciclo semestrale di lezioni e seminari, il prof. Gennaro Sasso ha tenuto una lezione dal titolo “Considerazioni sul Principe”.

Prendendo spunto dalla celebre lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, Sasso ha decisamente smentito l’opinione -qualificandola come leggendaria, anche se propugnata da autorevolissimi studiosi- secondo la quale Machiavelli non conoscesse il latino. Si tratta di un’affermazione costruita “nel più schietto spirito controriformistico”, perché -al contrario- dalla stessa voce di Machiavelli apprendiamo come egli leggesse correntemente i poeti latini. D’altro canto, il relatore ha anche richiamato una circostanza spesso dimenticata, seppur di evidenza documentale: la trascrizione integrale che Machiavelli fece, durante gli studi giovanili, del De rerum natura di Lucrezio, di cui è attualmente conservata la stessa copia autografa e firmata. Ne risultano inficiate, dunque, tutte le teorie secondo le quali Machiavelli si sarebbe impadronito della cultura classica soltanto post res perditas, e dal cui miracoloso apprendimento in un brevissimo lasso di tempo sarebbe poi discesa la stesura non solo del Principe, ma anche dei Discorsi e delle Istorie fiorentine.

Dalla lettera a Vettori Sasso ha estratto ancora un dettaglio: quello cioè che l’opera viene nominata da Machiavelli con il titolo De principatibus. Il dettaglio non è irrilevante, giacché fino al capitolo XI (De principatibus ecclesiasticis), il testo si occupa non della singola individualità del principe, ma della struttura costituzionale dei principati. Se ne deduce che al momento in cui viene scritta la lettera a Vettori (dicembre 1513), Machiavelli aveva composto un’opera di sostanziale classificazione dei principati. Affermazione confermata dalla circostanza per cui il capitolo XI si chiude con una sorta di dedica a Leone X (e si apre, osservo io, con un’espressione che lascia ritenere come si tratti di un capitolo conclusivo: “Restaci solamente al presente a ragionare de’ principati ecclesiastici”). Nel dicembre 1513, dunque, Machiavelli aveva composto un trattato intitolato De principatibus in undici capitoli e pensava di chiuderlo qui. La prosecuzione dell’opera e la sua trasformazione nel Principe che oggi conosciamo avvenne per ragioni ignote: e nella seconda parte del testo sono contenuti i temi che si presentano come i più scandalosi.

Qui sorge l’annosa questione dei rapporti fra politica e morale e che però, nella riflessione di Machiavelli, non si presenta proprio in termini di rapporto, perché -tragicamente- soltanto in un universo che comprenda etica e politica ci sarà un problema di rapporti: anche laddove l’etica soccomba totalmente alla politica, l’etica è (almeno concettualmente) una presenza. Nel pensiero di Machiavelli invece tale rapporto non esiste, perché l’etica non c’è. Questo è il punto che ha sempre fatto gridare allo scandalo. Quello di Machiavelli è un universo in cui non si dà etica e dunque non v’è rapporto con la politica: e un lettore che non voglia ingannare se stesso con i sortilegi della dialettica deve riconoscere che questo è il mondo, seppur scabro e difficile, di Machiavelli. Il bene esce dall’orizzonte dalla politica, e vi entra soltanto quando occorra, sicché anche in tal caso non è bene, ma è identico al male: strumento per il perseguimento di un determinato obiettivo politico.

A questo punto del ragionamento, Sasso ha ancora una volta chiamato in causa la celebre frase del fine che giustifica i mezzi. Si tratta, com’è noto, di una frase che ha avuto una fortuna immensa in chiave di contrasto al pensiero di Machiavelli, ma che egli tuttavia non ha mai pronunciato. D’altro canto, si tratta di una frase che è intrinsecamente assurda e inapplicabile al mondo di Machiavelli. Sotto il profilo della logica, affermare che un mezzo è giustificato dal fine, assegnando dunque a quest’ultimo un valore, è un non-senso. Se il mezzo resta nell’ambito del fine ed incluso nel suo valore, anche il mezzo è valido di per sé, e non ha dunque bisogno di giustificazione: ha la stessa natura del fine.

In realtà, nel XVIII capitolo del Principe (vers. 18) Machiavelli dice altro: “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo”. In questa frase c’è tutto, salvo la giustificazione del mezzo attraverso il fine. In realtà Machiavelli dice che il giudice dei mezzi non è l’etica, ma il vulgo, cioè il popolo, e cioè -in ultima analisi- l’esistenza di coloro che devono sopravvivere ai venti della fortuna. E, attenzione, è del tutto estraneo all’orizzonte concettuale di Machiavelli che una struttura politica (lo stato o, addirittura, lo stato etico, che in epoca contemporanea ha consentito di giustificare ogni nefandezza) possa dialetticamente risolvere la questione della morale nell’azione politica. In nessun modo dunque il pensiero di Machiavelli è inquadrabile alla luce di filosofie dialettiche o stataliste, perché lo stato non è affatto un valore, ma è soltanto un assestamento dell’esistenza entro confini certi e su fondamenta garantite.

Nel pensiero di Machiavelli quindi è centrale la difesa di se stessi dall’insidia della sorte: e in questa difesa i mezzi si equivalgono. La fortuna è la minaccia fondamentale portata all’esistenza e la virtù è dunque l’insieme dei mezzi con cui si cerca di controbattere questo nemico sostanzialmente invincibile. In questo passaggio, certamente tragico, Machiavelli smentisce tutti i luoghi comuni ottimistici e piccolo borghesi, diretti a ricostruire nell’ottica di un necessitato lieto fine lo scontro tra uomo e fortuna nel pensiero rinascimentale. L’uomo -e in particolare l’uomo politico- è tragicamente condannato a non sbagliare mai, ed anche un solo errore condanna alla rovina irreparabile. In tale contesto, la figura di Cesare Borgia tratteggiata nel VII capitolo (De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur), malamente letto come l’elogio del politico spregiudicato, è invece la tragica conferma di questo destino dell’uomo. Cesare Borgia, pur estremamente dotato e capace, sbaglia una solta volta, quando acconsente all’elezione di Giulio II, ma questo “fu cagione dell’ultima ruina sua”: rovina irreversibile.

La conclusione di Sasso è dunque che il Principe sia un’opera che si presta ad una sostanziale tripartizione: una prima parte dedicata alle strutture ordinamentali degli stati; una seconda parte avente a oggetto i connotati individuali del principe; ed una terza parte, che attraversa trasversalmente tutta l’opera, spesso da leggere in filigrana, e che fonda l’esperienza politica nel drammatico scontro fra i colpi della fortuna e la virtù, quest’ultima appunto intesa come la capacità dell’uomo di rispondere ai colpi della fortuna stessa.

Alla lezione è seguita un’approfondita discussione.
È stato affrontato il tema della decadenza che, sia sotto il profilo storico che sotto quello filosofico, è difficilmente definibile, per la difficoltà di individuare un orizzonte entro cui iscriverla, orizzonte che -per contrasto- deve necessariamente includere elementi di positività. Machiavelli è un pensatore fortemente impregnato dal concetto di decadenza, che sperimenta concretamente sul piano storiografico. Gli fa da contraltare il pensiero dell’altro grande storico del periodo, Francesco Guicciardini, che si sforza di costruire una storiografia in cui l’idea decadenza è assente, pur a rischio di “congelare” la visione storica dell’Italia allo status quo 1492.

Un articolato intervento del prof. Gaetano Calabrò ha consentito a Sasso di ribadire l’assenza, nel pensiero di Machiavelli, di alcuna soluzione dialettica dei rapporti etica-politica, tanto meno quando tale prospettiva dialettica si dovesse considerare risolta nell’ottica statuale. Machiavelli è un grande conoscitore della politica francese, ma la traduzione dell’esperienza politica italiana nella grande monarchia nazionale non entra nell’orizzonte del Principe. Quest’opera è innervata dalla drammatica impossibilità, per il politico, di commettere anche solo un errore: in questo senso il Principe è un dramma in atto. Anche Gramsci, nel teorizzare il principe nuovo (cioè il partito),  che trasfigura il bene e il male e li rifonde, non fa altro che tentare un assorbimento dialettico della tragicità della politica in un orizzonte statuale, dialetticamente risolutivo. Ma anche con Gramsci siamo pur sempre nell’ambito di una tradizione che non riesce ad accettare che l’orizzonte di Machiavelli sia tragico e senza possibilità di redenzione, tanto meno di natura dialettica.

La discussione si è conclusa con un cenno alla nota questione dell’ateismo di Machiavelli, che è indiscutibilmente provato dagli scritti maggiori. Nei Discorsi, ad esempio (Libro II, Capitolo V) Machiavelli afferma che il mondo è eterno. Questa è la prova del suo aristotelismo radicale (come si dice oggi) ovvero del suo averroismo, giacché esclude la creazione del mondo. La questione era incontestata già in epoca risalente, tanto che in un’edizione del 1559 dei Discorsi quel capitolo venne brutalmente espunto. E ciò, incidentalmente, consente di affermare che questa è la ragione per cui il pensiero di Machiavelli è spesso estraneo alla sensibilità italiana, notoriamente (e spesso inconsapevolmente) intrisa di cristianesimo.

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Abstract —  In a conference held in Rome, Prof. Gennaro Sasso (University of Rome “La Sapienza” – Accademia dei Lincei) pointed out how, in November 1513, the text of the Prince was limited to chapters I-XI, exclusively dedicated to the description of the constitutional form of governments ruled by a prince. Only later, Machiavelli added other chapters, dedicated to the human qualities of the prince. The focus of the lesson covered the relationship between morality and politics in the thought of Machiavelli. Prof. Sasso claimed the fallacy of attempts to resolve the relationship between morality and politics through dialectical methodology: the conceptual horizon of Machiavelli is entirely occupied by politics and morality have no place. The destiny of man (and the politician in particular) is dramatic: he is exposed to the winds of fortune, which overwhelm him at the first error. Virtue, therefore, is nothing if not the ability to withstand the blows of fortune.

Cacciari racconta Spinoza

L’iniziativa editoriale del settimanale L’espresso chiamata “Il Caffè Filosofico – la filosofia raccontata dai filosofi”, prevedeva venerdì 20 settembre 2013 l’uscita di un Dvd in cui Massimo Cacciari racconta Spinoza e il problema della libertà.
Si tratta di circa 90 minuti di contributo; una lezione del professor Cacciari – registrata nella splendida Biblioteca Nazionale Braidense di Milano – intorno alle questioni fondamentali di Baruch Spinoza. Il tentativo è quello di dare un affresco generale dell’opera e del pensiero dell’autore, ma anche – specialmente quando ci si rivolge ad un pubblico più preparato – quello di dare una lettura complessiva e critica, sull’importanza e la validità del pensiero spinoziano.

A mo’ di introduzione, anche biografica – ma non solo -, Cacciari mette in risalto come la tradizione ebraico-israelitica da cui Baruch proviene, è una tradizione colta nelle lettere, nel teatro e nella pratica esegetica. L’ebraismo – la culla in cui Spinoza muove i primi passi, fino all’espulsione del 1656, decisiva per la svolta intellettuale del giovane Baruch – è un contenitore di cultura, di pratica culturale e dialogo. I maestri eretici di Spinoza – trovati all’interno della comunità stessa – come Uriel Da Costa [1] e Van den Enden, hanno poi fatto il resto.

Cacciari, diciamolo fin da subito, dà una lettura radicale della metafisica spinoziana, ponendo Spinoza nell’alveo di quella tradizione filosofica perdente – a livello storico – che non pone l’ego al centro, e al punto di partenza, della speculazione filosofica, ma si cala subito “nel cuore che non trema della Verità”, come ebbe a dire Parmenide. (Interessante anche questo collegamento fra Parmenide e Spinoza, più volte evocato nei nostri ritiri.)
Le parole di Spinoza, dice Cacciari, possono sembrare le stesse che la realtà userebbe se fosse in grado di descrivere se stessa.

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La riforma dei partiti?

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dalle celebrazioni dei referendum che segnarono, secondo la convenzione della storiografia recente, la fine della Prima Repubblica e l’inizio della lunga transizione dalla quale l’Italia non è ancora uscita.

Segue qui.

L’ipocrisia della Costituzione

I recenti sviluppi della situazione politica del nostro Paese, unitamente alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica, evidenziano in tutta la loro drastica chiarezza un fenomeno che si trascina da decenni nel nostro sistema istituzionale : lo scardinamento sostanziale del disegno costituzionale relativo alla forma di governo del nostro Paese (…)(Segue qui).

Il Principe inattuale

Nella sezione di Micromega dedicata alla filosofia (Il rasoio di Occam) è stata pubblicata una lunga intervista a Gennaro Sasso, sotto il titolo “Machiavelli e i 500 anni de Il Principe“.

L’intervista è l’occasione per discutere e mettere a fuoco, con la consueta, magistrale precisione, alcuni dei punti cardine del pensiero di Machiavelli e della letteratura che intorno ad esso si è sviluppata.

Sasso inizia mettendo in luce l’inutilità del continuo tentativo di attualizzazione del Principe, l’opera certamente più conosciuta e altrettanto certamente più abusata di Machiavelli. Se Il Principe fosse opera attuale e dunque utilizzabile nel contesto politico odierno, i suoi apparenti estimatori dovrebbero conoscerne approfonditamente il contenuto. In realtà, nota Sasso, «se uno chiedesse ai più dei lettori di dire in breve che cosa c’è scritto nel Principe, io sono sicuro che questi risponderebbero con estrema difficoltà». La verità è che Il Principe si occupa di temi specifici, secondo un tecnicismo riferito a configurazioni storico-politiche tutte interne all’orizzonte politico degli albori del XVI secolo; temi dunque che non hanno alcuna attualità.
Va allora una volta per tutte ribadito che  «La grandissima parte del Principe dal punto di vista delle sue elaborazioni è inattuale».
Scambiare Il Principe per il viatico del politico militante è un errore catastrofico, perché seppellisce l’opera in un ambito che non le appartiene e ne mette in ombra il connotato di grande classico, che Sasso individua nella nitidezza con la quale Machiavelli tratteggia le perenni ed immutabili leggi della politica in occidente. È la nitidezza concettuale della prosa di Machiavelli  («la capacità della sua prosa», dice Sasso, «di aderire immediatamente al problema che pone») a rendere Il Principe un caposaldo del pensiero.

 Sasso torna poi sul tema ricorrente dei rapporti fra il Principe e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e sull’asserita (e mai dimostrata) differenza di tono che Machiavelli avrebbe deliberatamente imposto alle due opere, diversificandole quanto agli scopi e agli obiettivi. Anche qui, Sasso chiarisce come, seppur Il Principe sia l’opera più letta di Machiavelli, e sia letta a prescindere dai Discorsi, resta il fatto -inequivocabile- che i Discorsi danno senso a tutta l’opera di Machiavelli e quindi anche al Principe, per cui quest’ultima opera può essere definita come una articolazione del mondo teorizzato nei Discorsi. Ne consegue che le interpretazioni vagamente consolatorie di alcuni autori, secondo le quali i Discorsi sarebbero la vera opera di Machiavelli, perché meno scandalosa e meno scabrosa, costituiscono -né più, né meno- delle solenni sciocchezze.
In realtà, nei Discorsi Machiavelli affronta con lo stesso impianto concettuale usato nel Principe le scabre e crude questioni della politica, tratteggiandole con lo stesso analitico realismo. L’impianto concettuale e il metodo di lavoro sono dunque gli stessi sia nei Discorsi, sia nel Principe: cambia invece il quadro dell’analisi, che nei Discorsi ha una prospettiva più ampia, spaziando a tutto campo sui rapporti fra repubblica e principato, il che conferisce ai Discorsi maggior respiro e -in questo senso sì- li rende l’opera principale di Machiavelli.

L’intervista, evidentemente diretta a svellere i secolari luoghi comuni stratificati sul pensiero di Machiavelli, non poteva non affrontare la nota massima “il fine giustifica i mezzi”.
Sasso ribadisce che, in tutta l’opera di Machiavelli, questa frase non c’è.
Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli dice invece: “faccia il principe di vincere, i mezzi saranno giudicati onorevoli, perché il volgo va preso con lo evento della cosa”, aggiungendo “e al mondo non è se non volgo” (*).
Come si vede, questa frase ha ben altro senso: il fine non giustifica i mezzi: è la sopravvivenza dello stato che impone l’uso di determinati mezzi. Dire che il fine giustifica i mezzi significa porsi alla ricerca di una copertura morale dell’azione politica: ma lo stato, fine dell’azione politica, non è una formazione morale e dunque non può giustificare alcunché. La lotta politica si svolge in un mondo in cui chi perde non ha salvezza, e quindi deve vincere. È questa la dimensione tragica del conflitto politico, dove non c’è nessuna giustificazione etica della politica.
Così stando le cose, la frase in questione, originata nell’ambito della polemica gesuitica sul pensiero di Machiavelli, mi sembra inscriversi in una concezione religiosa della politica, dove appunto v’è necessità di postulare un fine che “giustifichi”.
Tale mia impressione viene confermata da Sasso, che più oltre osserva come, attribuendo a Machiavelli l’idea del “fine che giustifica i mezzi”, si volesse «dare una benedizione di tipo etico attraverso lo stato, cercando di benedire quello che non può essere benedetto».
La scorrettezza della ricerca di un fine giustificativo nel pensiero di Machiavelli viene ribadita da Sasso più avanti, quando -con la consueta chiarezza- afferma che una visione dialettica della storia in Machiavelli non c’è. Machiavelli non conosce un momento sintetico in cui i conflitti si risolvono: non conosce un momento in cui l’etica e la politica si riuniscono a livello dell’etica giacché egli non anticipa soluzioni dialettiche del conflitto etica-politica.
Anche per questo, Machiavelli è uno scrittore assolutamente tragico e non c’è niente che possa indurci a leggerlo in maniera consolatoria. Machiavelli ci consente di affacciarci sul baratro: si tratta di sapere -dice Sasso- se questo baratro ci riguardi o no.

Nel corso dell’intervista, Sasso è piuttosto spiccio -e con ragione, a mio modesto avviso- nei riguardi di tanta critica, specialmente di provenienza anglosassone, tesa a costruire un Machiavelli laudatore della religione civile. A tal proposito, dopo aver liquidato la posizione di Strauss come una lettura totalmente deformante (posizione in cui «è la tesi che uccide l’oggetto, tanto è prepotente e preconcetta»), Sasso afferma la sostanziale inutilità dell’interpretazione che ha portato all’idea della c.d. religione civile.
In realtà -dice Sasso- la religione è sempre adoperata da Machiavelli in modo tale che la religione potrà far credere, ma che poi Machiavelli creda alla religione è certamente da escludere. La religione resta quindi, nel pensiero di Machiavelli, uno strumento politico che si adopera per la costruzione dello stato. Che poi essa possa penetrare le coscienze e possa edificarle in senso ulteriore è vero (si veda il Prologo a Dell’arte della guerra), ma far battere l’accento su questo elemento significa ancora una volta tentare un salvataggio in extremis del personaggio e dunque -in ultima analisi- significa tentare a tutti i costi di santificare il diavolo.

Un passaggio fondamentale dell’intervista è dedicato all’analisi del cristianesimo nel pensiero di Machiavelli, che distingue un cristianesimo inteso secondo l’ozio da un altro inquadrato secondo virtù. Certo, dice Sasso, Machiavelli respinge il cristianesimo interpretato secondo l’ozio e si rivolge a quello interpretato secondo la virtù. Ma se a ben vedere il  cristianesimo intepretato secondo la virtù significa accettazione della durezza del mondo e del conflitto; se tale forma di cristianesimo si disinteressa dell’umiltà, della pietà e  della sottomissione allora, va detto chiaramente, questo non è cristianesimo ma paganesimo. Insomma Sasso, che rifugge ogni gioco nominalistico, ribadisce che quando Machiavelli parla di religione, parla oggettivamente di paganesimo, cioè della religione degli antichi, non già della religione cristiana.

Dopo un interessante inciso sulla necessità di storicizzare il pensiero di Machiavelli (e dunque sull’impossibilità di analizzarlo attraverso le categorie del liberalismo e del totalitarismo) l’intervista si conclude con un cenno ad una delle opere di Machiavelli che non ha mai richiamato l’attenzione del pubblico: le Istorie Fiorentine. Secondo Sasso le Istorie Fiorentine sono invece una delle più profonde meditazioni -una meditazione cruda, senza alibi, quasi ossessiva- sulla storia d’Italia e, in particolare, sulle ragioni per cui, in questo paese, la politica non è mai riuscita a decollare.

 Anche per questo, fatte le dovute proporzioni, è nata la nuova sezione di RF, “La costituzione degli italiani”.

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(*) “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e’ pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi” (Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di Giorgio Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XVIII, p. 119).

 

 

Rawls è poco machiavellico

Come è possibile gestire un insieme eterogeneo di individui, all’interno di un contesto sociale? Qual è lo strumento, la legittimazione, il mezzo, attraverso cui una autorità politica può (e deve) mantenere l’unità di una società? In ultima istanza: come si può conciliare la molteplicità degli individui con la necessaria unità della giustizia e dell’ordine sociale e politico?

Queste domande sono l’Anfang, il cominciamento, di ogni teoria filosofico-politica che voglia costruire un sistema teorico applicabile alla realtà sociale. Prima di porre queste domande, ogni teoria filosofico-politica deve descrivere la natura dell’uomo.L’opera e gli studi di John Rawls (1921-2002) hanno sostanzialmente tentato di rispondere a tali questioni.
Rawls ha costruito il suo modello teorico intorno alla Teoria della giustizia, titolo, anche, del suo celebre volume, del 1971. Per Rawls la giustizia è più importante rispetto al bene, nella costituzione di una società politica, che appunto deve primariamente tendere al giusto.
Detto in altro modo: la politica non deve indirizzare le sue scelte e la sua attività in vista della soddisfazione di un bene moralmente condiviso, ma deve rispondere – per mezzo dei suoi atti – ai due princìpi di giustizia. Questi due princìpi di giustizia sono razionalmente condivisi, perché stabiliti in modo eguale dagli individui stessi della società.

Rawls qui immagina di dover fare, insieme ai suoi lettori, un “esperimento mentale”, dove si immagini una situazione originale (the original position), in cui gli individui – coperti da un velo di ignoranza (veil of ignorance) rispetto ai propri fini particolari e rispetto alle proprie inclinazioni etiche e morali – scelgano liberamente, in modo reciprocamente disinteressato e razionalmente, quindi, i due princìpi.
Dalla situazione originale, allora, deriverà che: a) ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri e che b) le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili soltanto se sono per il beneficio dei meno avvantaggiati.
Potremmo riassumere i due enunciati in: libertà ed eguaglianza.
Questi princìpi di giustizia sono i due cardini (insieme al principio di differenza, la fraternità, della quale qui non ci occuperemo) universali di una società, entro i quali ogni cittadino può muoversi. L’autorità politica, fondata sui due princìpi, è egemone e separata dalla sfera etica, morale, religiosa.

Quest’ultima, con tutte le sue idee, deve – per poter essere contenuta nello spazio pubblico della società politica – avere il requisito di ragionevolezza, ossia di conformità con i due princìpi di giustizia e che non abbia in sé, e nelle sue manifestazioni, la tendenza a voler essere egemone. Detto in altro modo non deve tendere a sovvertire i due princìpi di giustizia, e non deve avere la pretesa di essere una teoria onnicomprensiva. Detto in altro modo ancora: tutte i modi di concepire il bene, tutte le posizioni morali, etiche e religiose, non possono essere in conflitto con i due princìpi, e non possono nemmeno metterli in discussione.
Dalla separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa, ma anche dalla subordinazione dell’una nei confronti dell’altra, (tesi presente anche in Hobbes) deriva che l’individuo stesso è scisso nel suo essere, secondo Rawls, agente politico. Per Rawls, infatti, la persona è il cittadino e dunque la persona detiene una imprescindibile dimensione politica. Vi è un nucleo essenziale, universale, potremmo dire, nella persona come cittadino, che fa di lui un meccanismo della politica, necessario al mantenimento della società giusta, anche se la sua concezione del bene è diversa da quella del suo vicino.
Il nucleo essenziale (corrispondente ai due princìpi di giustizia, e al loro essere rispettati in toto) è, in Rawls, la garanzia del mantenimento di uno statuto inossidabile che sostiene la società nella condizione di giustizia.
In questo modo il filosofo americano, fin qui – a mio avviso – abbastanza convincente, ha introdotto una nuova idea di contratto sociale.

Ma – a mio modo di vedere – il neo-contrattualismo rawlsiano, ha un carattere meramente ipotetico e per niente storico-politico, come quello descritto in primo luogo da Hobbes, poi da Locke, Rousseau e Kant. Il contratto di Rawls non mira a legittimare il potere. Il contratto ipotizzato da Rawls è il tentativo di costruire una società giusta, ed egli non si interessa di come legittimare il potere politico.
L’autorità politica, in Rawls, appoggia le sue radici sì in quei due princìpi di giustizia che non possono essere messi in discussione, ma anche nella fiducia antropologica che l’uomo non ceda alle pulsioni di bramosia e di conquista e che quindi rispetti l’ordine costituito, senza oltrepassarne i limiti.

In questa visione un po’ irrealistica dell’uomo e della forma di società che egli può costituire in virtù di una ragione diffusa e di un reciproco disinteresse, trovo il difetto più grande della teoria rawlsiana.
Rawls è poco machiavellico, nel senso che ha abbandonato le categorie di realismo politico che il fiorentino, cinquecento anni prima, aveva delineato. Le categorie umane che egli descrive sembrano lontane dalla realtà, al contrario di quelle di Machiavelli, e poi di Hobbes e dello Spinoza teorico politico.

Solo dopo aver descritto l’uomo e la sua natura più profonda e diffusa, si può costruire una efficace teoria politica, che faccia i conti con le parti che compongono l’essenza di quella totalità, chiamata società.

 

La costituzione degli italiani

Noi di RF consideriamo la politica una delle figlie predilette della filosofia. I primi filosofi, da Talete a Parmenide, da Anassagora ad Empedocle, oltre a scienziati e naturalisti, furono grandi fondatori di città. L’interesse e l’impegno politico di Platone è fin troppo noto (come il tentativo di dare a Siracusa una struttura istituzionale), Aristotele scrisse la costituzione degli ateniesi e fu precettore di Alessandro, lo stoicismo fu la filosofia dell’impero romano. Per Giordano Bruno i filosofi, nel corpo della repubblica, avrebbero dovuto avere le funzioni e le veci degli occhi. Come scriveva Spinoza, garanzia di felicità è soltanto la costruzione della società nella quale il benessere personale coincide con il benessere collettivo.
Si discute periodicamente circa il ruolo della filosofia. Eppure, nonostante le varie tesi, essa ha un solo compito: dire la verità e sostenerla con argomenti razionali. Nel nostro Paese la crisi della politica è crisi della filosofia che ha dimenticato il suo ruolo originario e naturale che riguarda  principalmente il governo, tanto personale quanto sociale. Il fatto che non eserciti da diverso tempo questa sua vocazione non è argomento per cambiarne la sua natura.
Con questa sezione apriamo uno spazio per discutere non solo gli aspetti formali della nostra costituzione ma soprattutto quelli materiali della vita politica italiana con lo scopo di fornire un contributo per comprendere la crisi che da ormai troppo tempo condiziona la vita collettiva del nostro Paese. Ospiteremo interventi legati alla cultura politica, alla storia, al diritto, all’economia, volti a comprendere i fondamenti della reale vita politica in Italia. Accoglieremo anche brevi idee, analisi, proposte, mai però l’invettiva. In questo, nonostante il fatto che siamo tutti molto partecipi (perché la cosa pubblica non lascia indifferenti nessuno) restiamo fedeli al motto senecano e spinoziano: nec ridere, nec lugere, necque detestari, sed intelligere.