Realtà e sistema di riferimento (IV)

Il discorso che è stato svolto nei precedenti articoli ha inteso vincolare esistenza e rilevamento. Il rilevamento, a sua volta, inscrive la presenza rilevata (l’esistente, l’ente) all’interno di un sistema o campo nel quale si dispongono le esistenze rilevate. In tal modo, il sistema di rilevamento e il sistema di riferimento si traducono in un sistema o campo di presenze rilevate e, più in generale, riferite a ciò che ad esse si riferisce.

In effetti, anche Carnap e Quine hanno subordinato l’esistenza delle cose a un qualche sistema di riferimento (framework), nel senso che essi hanno definito l’esistente relativamente a un sistema nel quale compare o viene espresso.

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Soggettività e oggettività della percezione (III)

Nella speranza di avere chiarito la ragione per la quale assumiamo la percezione solo in quanto cosciente (affronteremo di nuovo il tema tra poco, quando parleremo del ciclo percettivo-inferenziale), torniamo all’obiezione legata al fatto che non sono soltanto gli uomini a rilevare presenze, giacché anche gli animali lo possono fare. Ebbene, anche ammettendo ciò, non si può non riconoscere che il tema del rilevamento continua comunque a riproporsi, nel senso che senza un rilevamento, magari compiuto da un animale, non si potrebbe cogliere l’esistenza di alcuna cosa.

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L’idea di coscienza in Henri Bergson

Nel corso dell’ultimo ritiro filosofico è stato esplorato il tema della coscienza in rapporto alle varie posizioni riduzionistiche. Nel corso del novecento filosofico una delle più eterogenee e scandalose formulazioni dell’idea di coscienza, in rapporto alla teoria epistemologica, è senz’altro quella bergsoniana. Per certi versi – e in maniera tutt’altro che esplicita – essa risuona anche in Heidegger ed è stata, ovviamente, il bersaglio polemico di tutta una generazione filosofica francese tra gli anni ‘30 e ‘40, che ha liquidato il bergsonismo a partire dalla convinzione fenomenologica che ogni coscienza è coscienza di qualcosa

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Percezione e coscienza (II)

Dicevamo, nello scorso saggio, che la domanda intorno alla realtà si converte nella domanda intorno alle cose che si presentano nell’esperienza ordinaria. La caratteristica fondamentale delle cose è che esistono. Con l’espressione “cosa”, del resto, è possibile indicare un qualunque oggetto, proprio in quanto “gettato di fronte” (ob-iectum) al soggetto. Certamente, può variare il campo dell’esistenza delle cose, nel senso che alcune si collocano nell’esperienza sensibile e altre nell’universo dei pensieri o delle fantasie. Tuttavia, il tratto distintivo di ciò che esiste (dell’esistente o ente) è che si presenta sempre come dotato di una propria forma determinata, una forma, cioè, che consente di riconoscerlo e di distinguerlo da ogni altro esistente (ente). Continue Reading