L’impossibilità di ridurre l’oggetto in sé all’oggetto percepito (IV)

Per riprendere il discorso sulle posizioni ambigue, in ordine al tema dell’oggettività, assunte da numerosi scienziati che si occupano del tema della mente, partiamo da questo punto. Ci sembra quanto mai significativo che un altro insigne neurobiologo, Edelman, in una sua opera molto importante, dopo avere fornito un avvertimento al lettore: “Il lettore ricordi, quando sarà il caso, che comunque la triade essenziale [corpo, econicchia e cervello] è sempre nella mia mente” (Edelman, 2007, 22), scriva: “Un altro errore è contenuto nell’affermazione che le categorie sensoriali come il colore e varie altre percezioni esistono nel mondo indipendentemente dalla mente e dal linguaggio” (Ivi, 37). Per poi aggiungere, citando Quine e il suo progetto di “naturalizzare l’epistemologia”: “Il soggetto riceve “un certo input sperimentalmente controllato – certi modelli di irradiazione […] e a tempo opportuno quel soggetto libera come output una descrizione del mondo esterno tridimensionale e della sua storia. La relazione tra quel magro input e quell’output torrenziale è una relazione che siamo spinti a studiare […] per vedere come l’evidenza abbia rapporto con la teoria” (Ivi, 43-44; l’opera di W.V.O. Quine, cui Edelman si riferisce, è Epistemology Naturalized). Continue Reading

La filosofia della mente al cospetto della verità (I)

Per introdurre
La Filosofia della mente rappresenta non soltanto un ambito specifico della ricerca filosofica, ma altresì il luogo teorico in cui si incontrano in forma esemplare scienza e filosofia. Precisamente per questa ragione, è considerata il fronte più avanzato tanto della ricerca filosofica quanto della ricerca psicologica, con importanti ricadute nel campo dell’etica, dell’antropologia, della sociologia, della giurisprudenza, per non parlare che dei più importanti ambiti di studio e di ricerca.
Ebbene, all’interno di tale contesto il programma naturalista, volto a negare ogni forma di “soprannaturalismo”, ha avuto un’influenza estremamente significativa. La naturalizzazione della mente, infatti, si è configurata in varie forme: alcune meno radicali, altre più radicali, le quali prospettano un riduzionismo che, se inteso nella sua modalità più estrema, genera quella concezione che viene definita “monismo materialistico”.
Il monismo materialistico, a sua volta, può venire inteso come una vera e propria assolutizzazione dell’oggetto, in modo tale che ciò che in tale concezione risulta eliminato è proprio il ruolo del soggetto. L’assolutizzazione dell’oggetto, d’altra parte, comporta l’assunzione di quest’ultimo come se fosse la realtà oggettiva, ossia la realtà che è in sé e per sé, totalmente indipendente dal soggetto, del quale si mette in discussione, appunto, la stessa esistenza.
Non a caso, Gilbert Ryle, intendendo riferirsi al ruolo della coscienza, parla a più riprese di “dogma cartesiano dello spettro nella macchina” (Ryle 1949), per sottolineare che la macchina, cioè il corpo, può benissimo procedere autonomamente e che il soggetto, cioè la coscienza o la mente, può venire considerato alla stregua di un fantasma.
In questo lavoro, muovendoci nel quadro teorico-concettuale rapidamente delineato, prenderemo in esame un aspetto specifico e cioè l’assunzione della realtà percepita come realtà oggettiva. Affinché il discorso risulti chiaro, porremo una distinzione, che a noi sembra molto feconda sul piano logico-teoretico e cioè quella che sussiste tra realtà oggettiva e realtà oggettuale.
La nostra ipotesi, che dovrà venire corroborata dagli argomenti che verranno offerti nel lavoro, è che la realtà percepita sia la realtà oggettuale e non la realtà oggettiva, come invece si tende a pensare. La realtà oggettiva, infatti, non può venire colta proprio perché è in sé e per sé. Nel momento in cui venisse colta, cesserebbe eo ipso di valere come oggettiva.

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Se mi lasci, non ti cancello

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non abbia avuto seri problemi coi suoi affetti cercando soluzioni di qualsiasi tipo. Religione, psicologia, psichiatria, farmaci: tutti rimedi contro l’oppressione degli affetti, coi quali viaggiamo a mille quando ci sono favorevoli ma ne siamo schiacciati, fino a voler demolire noi stessi e il mondo intero, quando ci sono contrari. I filosofi hanno sempre riservato al problema un’attenzione particolare, soprattutto nel periodo della filosofia moderna. Spinoza è uno di quelli che ha affrontato la questione in maniera più approfondita descrivendo in modo sistematico le modalità con le quali la ragione può e deve far fronte agli affetti. All’inizio della quinta parte dell’Etica (E5) il filosofo olandese elenca sette rimedi, ricavati dalla sola conoscenza della mente, in cui dimostra che se la mente non ha sugli affetti un dominio assoluto (come invece voleva Cartesio) essa può mitigarli e governarli affinché l’uomo viva una vita serena. Spinoza è chiarissimo nel dire che gli affetti non possono essere eliminati del tutto e rimangono presenti nella mente: con essi dunque ci dobbiamo convivere. Prima di vedere uno per uno tali rimedi bisogna aver chiaro che cosa s’intende per affetto che Spinoza definisce come quell’idea che segue alla modificazione del proprio corpo dovuta alla presenza o all’assenza di un altro corpo. Definizione materialissima in cui gli affetti sono distinti in attivi o passivi: la forza di quest’ultimi, chiamati anche passioni o sentimenti, è determinata dalla forza della causa esterna; la potenza dei primi è invece determinata dalla sola conoscenza, affermazione da cui si deduce che la ragione, lungi dall’essere asettica e neutrale, è in grado di produrre gli affetti più forti e duraturi. Vediamo come.

1. Formare un concetto chiaro e distinto dell’affetto (E5P3-P4)
Il primo rimedio è quello di avere un concetto chiaro e distinto dell’affetto in quanto, nel momento in cui la mente comprende le ragioni della sua comparsa, Spinoza sostiene che quell’affetto cessa automaticamente  di operare. Sembra troppo facile per essere vero! Questo significa che nel momento in cui comprendo le ragioni per cui ho un affetto di tristezza (ad esempio, la mia compagna mi ha lasciato per un altro uomo) io dovrei stare meglio perché ho capito le ragioni per cui ciò è avvenuto? Bisogna intendersi. Gli affetti passivi sono sempre idee confuse: la conoscenza che essi forniscono è una conoscenza per modo di dire, in quanto, essendo appunto una conoscenza confusa, non si riferisce mai alla mente. Alla mente si riferiscono solo gli affetti attivi, quelli cioè che ci danno una conoscenza chiara e distinta di una certa cosa e che, in quanto tali, esprimono la potenza della mente. La vera conoscenza della causa della mia sofferenza, tale da far scomparire quest’ultima una volta conosciuta nelle sue determinazioni causali, consiste nel comprendere che essa è soltanto un’immaginazione (con il che s’intende la modificazione che un corpo riceve a seguito della pressione di un altro corpo) che, in quanto tale, non riguarda la mente. Infatti, nel caso specifico, qualsiasi sia l’immaginazione, essa proviene dai sensi, cioè dalle tracce rimaste impresse nel mio corpo della persona amata e che ora non c’è più, mai però dalla mente che percepisce solo in modo chiaro e distinto. Nel momento in cui la mente si forma un concetto adeguato di quell’affetto, quell’affetto semplicemente scompare in quanto la causa che mi fa soffrire (affetto o conoscenza confusa) è sempre qualcosa di immaginato. Questo qualcosa scompare nel momento in cui si viene a sapere che la tristezza nasce sempre dall’opinione la quale, per definizione, non può che essere non vera. Raggiungere un concetto chiaro e distinto dell’affetto costituisce il rimedio più importante sul quale si fondano tutti gli altri rimedi.

2. Separare un affetto dal pensiero di una causa esterna (E5P2)
Il secondo rimedio (primo in ordine di esposizione) è quello di separare un affetto dal pensiero della sua causa esterna associandola ad altri pensieri: in questo modo l’emozione che ne deriva, così come le fluttuazioni dell’animo che ne conseguono, sarà annullata. Esempio: se sono triste (affetto) per la perdita dell’affetto di una persona (causa esterna), bisogna pensare che la vera causa della tristezza non è la perdita dell’affetto di questa persona ma un’altra causa. La psicologia del resto conferma che la tristezza, soprattutto quando questa è prolungata e ricorrente, non è mai collegata all’evento scatenante. In questo modo il rimedio consiste nella corretta attribuzione di un certo evento alla sua vera causa, rimedio che passa necessariamente per la rimozione di quella apparente.

3. Conoscere la cosa come necessaria e non come libera (E5P5-P6)
Siccome l’affetto è tanto più grande quanto più una certa cosa è immaginata come libera, ecco che il rimedio è quello di conoscere quella certa cosa come necessaria e non come libera. In questo modo la mente si svincola dalla causa esterna, immaginata come qualcosa che produce oppressione e pesantezza, per riacquistare la propria libertà, che per Spinoza coincide sempre con la necessità. Ora, quale follia si potrebbe concepire come maggiore di quella che vuole modificare la necessità delle cose? Questo principio nasce in quanto la mente intende solo le cose che sono necessarie, ovvero quelle che sono determinate ad esistere e ad agire da un nesso infinito di cause. Questo è il solo modo di operare della mente, non essendovi alcun altro. Esempio: vediamo che la perdita dell’affetto di una persona viene mitigata non appena ci si rende conto che quello stesso affetto non si sarebbe potuto conservare in alcun modo. Si tratta del rimedio più semplice e ragionevole da attuare in base all’idea che la mente conosce solo le cose che hanno una chiara connessione causale. Tutto ciò che non è necessità, in altre parole, è per la mente qualcosa di irricevibile e, in quanto tale, pura immaginazione.

4. Sapere che gli affetti che nascono dalla ragione sono più duraturi (E5P7)
Gli affetti che nascono dalla ragione, cioè gli affetti attivi, sono più potenti di quelli che nascono dalle cose singole, cioè gli affetti passivi. Il motivo di questa maggiore potenza consiste nella stabilità di questo tipo di conoscenza rispetto a quella fluttuante che deriva dalla conoscenza delle cose singole. Nel Trattato sull’emendazione dell’intelletto (§23-25) Spinoza spiega attraverso un esempio tratto dai numeri il significato di questo rimedio che consiste nel fatto che la conoscenza dell’essenza di una cosa (cioè della sua natura) è più stabile della conoscenza di una cosa singola. Questa stabilità porta l’intelletto a non arrestarsi mai e a giungere alla causa ultima che spiega la cosa in modo necessario. Nietzsche aveva ragione quando diceva che la vita è solo un mezzo di conoscenza: è quest’ultima che comanda, non la prima.

5. Associare un affetto con un numero più grande di cause (E5P8-P9)
In queste due proposizioni sembra esserci una contraddizione. In E5P8 si dice che un affetto è tanto più forte, quanto maggiori sono le cause che lo producono. In E5P9 si aggiunge che questo stesso numero elevato di cause rende un affetto meno nocivo. Si tratta allora di distinguere il concetto di forza da quello di nocività: se un affetto è il prodotto di tante cause, esso è più forte ma allo stesso tempo meno nocivo. Si potrebbe allora dire che la nocività risiede proprio negli affetti meno forti, in quanto essi finiscono o per essere tollerati o per agire indisturbati, provocando nel lungo periodo danni maggiori rispetto ad affetti più forti ma allo stesso tempo più facili da individuare e da combattere.
L’affetto passivo perde vigore se riferito a più cause invece che ad una singola causa. In primo luogo perché, rimuovendo una causa singola, si rimuove l’oggetto che tiene oppressa la mente impedendole di pensare. La mente infatti ha più difficoltà a pensare quando è occupata esclusivamente da un solo oggetto che da più oggetti. Da notare a questo proposito che l’amante che dice all’altro di pensarlo continuamente non è nella posizione ottimale per continuare il suo amore verso di lui (a dispetto di quanto si potrebbe pensare e di quanto, nella pratica, gli amanti credono di confessarsi). Quando la mente di una persona è occupata solo dal pensiero di un’altra persona, questo finirà per creare un senso di soffocamento che la condurrà, per motivi inerenti alla natura stessa della mente, a liberarsi da quell’unico oggetto per riacquistare la sua libertà.

6. Adottare una regola di vita (E5P10-P14)
Siccome l’allineamento delle immagini del corpo con le idee dell’intelletto è molto difficile, Spinoza suggerisce di adottare una regola di vita con precetti imparati a memoria per applicarli alle varie situazioni della vita. L’esempio è quello dell’odio che deve essere ricambiato dall’amore: siccome questo è difficile, allora si deve meditare sulle conseguenze generate dall’odio tra cui il fatto che le offese che gli uomini si fanno non migliorano ma anzi peggiorano le cose. Non bisogna dimenticare, aggiunge Spinoza, che una retta regola di vita significa prestare attenzione alle virtù e non ai vizi, ovvero il contrario di quello che normalmente fanno gli uomini sempre intenti a biasimare anziché lodare, lagnarsi e recriminare anziché rallegrarsi e compiacersi.

7. Amare Dio (E5P15-P20)
In quest’ultimo rimedio Spinoza riprende sostanzialmente il primo in quanto, chi intende i propri affetti, conoscendo la potenza della mente di concepire cose chiare e distinte, ama maggiormente Dio. Sia chiaro che con il termine Dio, Spinoza non intende il Dio cristiano, ma la serie infinita delle cause con le quali conosciamo. L’amore intellettuale di Dio è l’amore riposto nel bene ultimo e più stabile, mai oggetto di oscillazione. Da sottolineare la Proposizione 18 secondo la quale nessuno può odiare Dio perché non si può dare tristezza associata alla sua idea. La conoscenza di Dio è sempre conoscenza adeguata e distinta, cioè gioia; la tristezza è un affetto, quindi sempre conoscenza confusa; ma se si conoscono le vere cause della tristezza, la tristezza cessa di essere tale e diventa conoscenza chiara e distinta, cioè gioia. Ogni teodicea, come si può ben capire, è spazzata via alla radice.

Uscire dalla tristezza in qualsiasi modo, purché sia fatto con gioia
Comunque la si metta, che i rimedi siano efficaci oppure no, Spinoza dice chiaramente che dalla tristezza, che nasce dall’opinione e dall’immaginazione, dobbiamo uscirne in un modo o nell’altro. Per quale motivo? Perché la tristezza impedisce la capacità di agire dell’uomo, capacità che è a fondamento del piacere e della gioia. Due sono i modi per uscire dalla tristezza. Se c’è la possibilità, cercando di riacquistare il bene la cui perdita è all’origine della tristezza. Se questo però non è possibile (e nel caso si tratti di persone, come spesso accade, si tratta di un’opzione impraticabile perché gli uomini non hanno alcun potere nei confronti degli altri uomini) allora bisogna uscirne ugualmente. In che modo? Attraverso una modifica dell’intelletto che, a prescindere dal modo in cui essa si produca, deve essere fatta con gioia. Dalla tristezza (cioè dagli affetti di odio, invidia, gelosia ecc.) non si esce aggiungendo affetti simili ma soltanto con gioia, cioè con l’aumento di potenza del nostro essere che associamo all’idea di una causa esterna. In questo modo anche la passione che più ci ha dato dispiacere rimarrà in noi ma senza produrre conseguenze negative, anzi sarà come legna per meglio far ardere il fuoco degli affetti attivi.
Tutti i rimedi elencati da Spinoza, vale la pena ricordare, si applicano per coloro che facciano della ragione la loro guida. Una ragione che produce l’affetto più forte e capace di vincere su tutti gli altri affetti. Se per Epicuro era preferibile essere infelice servendosi della ragione che essere felice non servendosene (il che è già di per sé una solidissima regola di vita), per Spinoza la strada dell’infelicità è lastricata solo dalle passioni e la felicità una necessità prodotta dall’uso della ragione.

Il successo trionfante del monismo materialistico

Come è noto, si è soliti individuare diverse forme di materialismo. Si parla di materialismo metafisico o cosmologico, per indicare la concezione che sostiene il primato della materia, la sua inderivabilità nonché la sua indipendenza dal soggetto; per esso la materia è la causa di ogni cosa e lo è mediante la forza espressa dagli atomi che la costituiscono. Il materialismo metodologico sostiene, invece, che la nozione di materia è l’unica che sia utilizzabile per la spiegazione scientifica dei fenomeni; con la nozione di materia, inoltre, si intende quella che si compone dei concetti di corpo e di movimento. Si parla di materialismo pratico o morale quando si intende sostenere una visione edonistica dell’esistenza e di materialismo storico e dialettico quando si fa riferimento alla teoria della storia, della realtà sociale e della natura sostenuta da Marx ed Engels. V’è, infine, una forma di materialismo, detto psicofisico, volta a sostenere la stretta dipendenza causale dell’attività della mente dalla materia e cioè dal cervello. La concezione dell’uomo macchina, secondo l’espressione usata da La Mettrie, si colloca in questa prospettiva e approda ad un meccanicismo, che si è andato progressivamente affermando in forza della concezione scientifica del mondo.
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Una festa filosofica con il cervello al centro

È iniziata oggi a Foligno la V Edizione della Festa di Scienza e Filosofia, appuntamento che si sta sempre più qualificando per la vasta ed importante platea di relatori unita ad una crescente partecipazione da parte del grande pubblico.  Uno dei panel più suggestivi, che raccoglie alcuni dei tanti appuntamenti in programma, è quello relativo al rapporto tra mente e corpo. Ricordiamo a questo proposito che anche il nostro prossimo ritiro filosofico vedrà al centro delle sue discussioni proprio la questione suddetta, letta e interpretata attraverso la dottrina degli affetti e delle emozioni in Spinoza. Il tema ci consente di fare una rapida ricognizione sia sulla storia sia sullo stato della ricerca scientifica in ambito neurofilosofico e ciò non tanto attraverso enunciazioni di principio relative al rapporto tra filosofia e scienza ma tramite una breve recensione di un libro interessante apparso di recente dal titolo Nulla di più grande che indica in un particolare modo di misurazione del funzionamento del cervello il criterio per stabilire il grado di coscienza umana.

Un rapporto ancora controverso.
Quella della relazione tra cervello (o mente) e corpo è la riformulazione di un problema classico della filosofia che già nell’antichità conosce dei dibattiti intensi. Dopo che Platone aveva posto il paradigma dell’anima come essenza dell’uomo, relegando il corpo in una condizione subordinata, furono  Aristotele e Galeno le voci più significative sul tema in oggetto. Lo Stagirita sosteneva che fosse il cuore l’organo che rivestiva il ruolo più importante nell’intero corpo umano. Galeno, rifacendosi a Ippocrate, prese a confutare la posizione aristotelica sottolineando invece la centralità e la maggiore importanza del cervello. Proprio a Galeno si deve la prima grande immagine della ricerca neuronale, quella della fontana romana come metafora del cervello.

Con Cartesio e la modernità si impone un modello filosofico completamente diverso. Dividendo i due ambiti dell’essere in pensiero ed estensione, il filosofo francese infatti vede nel corpo una macchina diretta e governata dalla mente. Il modello cartesiano è quello che ancora guida implicitamente la ricerca scientifica anche se è stato corretto in modo decisivo da Spinoza per il quale mente e corpo non sono due sostanze separate ma modi (accidenti se si vuole usare il linguaggio tradizionale) della medesima sostanza. In questo modo atto corporeo e atto intellettivo non hanno più un rapporto reciproco di causa ed effetto quanto piuttosto di simultaneità. Più che Spinoza però, fu Hume ad influenzare maggiormente gli studi filosofici e scientifici in base all’idea per cui la coscienza è essenzialmente reazione agli stimoli esterni: nei nomi di Cartesio e Hume veniva così fissata, anche a livello psicologico, la distinzione tra razionalismo ed empirismo. Una contrapposizione che fu sciolta da Kant il quale distinse per la filosofia i giudizi a priori e per la scienza i giudizi a posteriori. In questo modo però, distinguendo le due discipline, Kant si rendeva responsabile del divorzio tra filosofia e scienza. Un divorzio nei confronti del quale cercò rimedio il suo più importante epigono, Schopenhauer. Fu questi infatti, dopo il tramonto dell’astro di Schelling, a tentare una difficile mediazione tra scienza e filosofia, esprimendo il principio per cui non si dà filosofia senza tenere conto dei progressi scientifici, tanto da definire la scienza come l’emendata presentazione del problema della metafisica. Secondo Georg Northoff, uno dei più influenti ricercatori contemporanei e autore di numerose pubblicazioni, è proprio il filosofo di Danzica il vero padre originario della neurofilosofia. Un termine quest’ultimo impostosi recentemente grazie al titolo di un fortunato libro di una ricercatrice canadese, Patricia Churchland, apparso nel 1986. Da quel momento quasi non si contano i libri e gli studi dedicati all’argomento. Nel novembre dello scorso anno una conferenza internazionale per fare il punto sulla ricerca si è tenuta alla Berlin School of Mind and Brain. Negli ultimi 200 anni la ricerca scientifica ha fatto passi in avanti straordinari e la filosofia, alla maniera dei ciclisti che si vedono distaccati nella scalata di una montagna, fa sempre più difficoltà nel rimanere a ruota. Questo è particolarmente vero in merito al problema della coscienza e dell’Io, tema che costituisce l’odierno punto di contatto tra fisiologia e filosofia e che sarà discusso come detto alla Festa di Foligno. In questa sede vogliamo prendere in esame il caso di un testo apparso recentemente come banco di prova per vagliare progressi, errori e fraintendimenti sul tema.

L’enigma della coscienza.
In Nulla di più grande, testo edito nel 2013 da Baldini e Castoldi, due neuroscienziati italiani, Marcello Massimini e Giulio Tononi, hanno cercato di fare luce sul tema della coscienza. Nell’introduzione gli autori spiegano il loro ambizioso programma: non si tratta di descrivere l’ennesima localizzazione di una funzione all’interno del cervello ma di capire in che modo dalla materia possa emergere una consapevolezza, cioè una coscienza. «Come fa la materia a ospitare un soggetto che semplicemente vede luce o buio?» si chiedono i due studiosi i quali non mancheranno di fare riferimento, oltre agli altri filosofi prima menzionati, ad un altro gigante della filosofia moderna, l’inglese John Locke, il quale, tentando anch’egli di uscire dal paradigma cartesiano, ipotizzò la possibilità della materia pensante (materia cogitans). I due autori non si nascondono le difficoltà di un tale compito anche per via della molteplicità di definizioni che racchiude il termine coscienza: in alcuni casi esso è utilizzato per indicare la consapevolezza morale, in altri contesti esso indica la consapevolezza di sé, altrove la capacità di un soggetto di interagire con il mondo esterno.

Gli autori presentano due perplessità o, secondo il loro vocabolario, due dubbi: quello del filosofo e quello del fisiologo. Il dubbio del filosofo risiede nel dualismo ed in questo senso la riserva che viene avanzata è nei confronti di Cartesio e del suo modello duale di res cogitans e res extensa. Nonostante le forti controindicazioni quel modello è ancora oggi prevalente per la spiegazione dei rapporti tra anima e corpo ma esso viene usato, affermano i due scienziati, come spiegazione dell’ignoranza umana, in altre parole come limite dei modelli scientifici. Il dualismo cartesiano, nonostante e proprio a motivo della sua incredibilità, è sostenuta dall’argomento degli zombi filosofici. In termini di esempi concreti, gli zombi filosofici sono privi di coscienza, anzi vivono nel cervello di ognuno di noi quando facciamo operazioni non coscienti (guidare macchina, parlare a caso, sollevare la tazzina del caffè ecc.): uno zombi in poche parole è un individuo che non ha esperienza cosciente. Il cervelletto, affermano gli studiosi, è il vero zombi in noi. Il più grande contenitore di neuroni è infatti senza coscienza: lo si può gettare (non senza gravissime conseguenze) e tuttavia continuare a vivere la propria esperienza sensibile. Il dubbio del fisiologo consiste invece nella constatazione secondo cui, anche quando potessimo descrivere in dettaglio tutti i neuroni presenti nella nostra testa, «non saremmo in alcun modo più vicini ad una vera spiegazione scientifica di come il cervello possa generare l’esperienza soggettiva».

Dopo aver esposto nel terzo capitolo tutta una serie di casi di persone incapaci di manifestare la propria coscienza all’esterno (lettura tanto interessante quanto inquietante), i due studiosi tornano sul problema del rapporto tra sistema talacorticale e cervelletto. Il primo è di gran lunga più esteso rispetto al secondo il quale però contiene dentro di sé un numero molto più elevato di neuroni. Il paradosso è il fatto che il cervelletto, nonostante il maggior numero di neuroni, ha poco a che fare con la coscienza. Al contrario proprio nel sistema talacorticale, più povero in termini di neuroni, sembra risiedere la coscienza umana, fino al punto che se esso fosse diviso in due potremmo avere due coscienze. Nonostante questa constatazione la domanda sul perché il sistema talacorticale abbia a che fare con la coscienza e il cervelletto no rimane senza risposta da parte dei neuroscienziati. Esiste una correlazione tra quantità di neuroni e coscienza? Sembrerebbe di no, anche perché il numero di neuroni in un corpo serve a coordinare le dimensioni maggiori di un corpo (il numero più elevato di neuroni serve a stabilire i movimenti di un corpo molto più grande). Per questo motivo si considera il quoziente di encefalizzazione (QE). Anch’esso però non serve per misurare la coscienza. E soprattutto la localizzazione dei neuroni non risolve il problema della distribuzione della coscienza negli esseri animali.

La teoria dell’informazione integrata: la legge di omogeneità e quella di specificazione.
Dopo aver presentato una lunga quanto interessante analisi del sogno (ripresa ancora nel capitolo 8), i due studiosi offrono quella che secondo loro è la chiave teorica per comprendere il problema della coscienza. Essa consiste nella teoria dell’informazione integrata, secondo cui «un sistema fisico è cosciente nella misura in cui è in grado di integrare informazione». Che significa? Che la coscienza è un sistema avente due proprietà: l’integrazione e la specificazione, ovvero essa è un tutto unitario che, allo stesso tempo, è capace di differenziare le varie informazioni agendo in modo diverso da un semplice fotodiodo o da una monetina o da un dado. Cartesio e Montaigne rappresentano le figure nelle quali viene sintetizzata l’alternativa: Cartesio è colui che attribuisce coscienza soltanto all’essere umano; Montaigne colui che invece l’estende a tutti gli esseri viventi. Il problema rischia di protrarsi all’infinito se non si dispone di uno strumento di misura.

Ecco allora che dalla combinazione di due assiomi confermati dall’osservazione empirica i due studiosi enunciano la seguente conclusione: «il substrato della coscienza deve essere un’entità integrata capace di differenziare tra un numero straordinariamente grande di stati diversi; ossia un sistema fisico è cosciente nella misura in cui è in grado di integrare informazione». Si tratta di un equilibrio tra forze contrapposte, che avviene nella materia di cui è composto il cervello, misurabile attraverso la lettera greca Φ e la cui misura è il bit, cioè l’unità di informazione, determinabile successivamente da una serie di complicati calcoli matematici.  Questa unità di misura è accompagnata da almeno due principi. Il primo, stabilendo che la coscienza non è desumibile dalla semplice osservazione, implica che essa non discenda dal fatto del comportamento complesso di un ente il quale anzi non è nemmeno necessario (venendo così ad essere esclusi i computer). Il secondo principio consiste invece nel fatto che non solo è necessario perturbare il sistema per misurare l’informazione, «ma dobbiamo anche capire quanto l’informazione è condivisa tra le diverse parti che lo compongono». A questi principi segue la loro applicazione ai diversi corpi organici e non organici in modo da misurare il loro livello di coscienza. Avremo modo di tornare in futuro sulle tante ed interessanti implicazioni della teoria, se possibile anche con la lettura dello splendido romanzo scientifico filosofico apparso in seguito da parte di uno dei due studiosi dal titolo Φ.

Al di là dei tanti problemi toccati dal testo nei suoi ultimi capitoli, cosa può dire la teoria integrata dell’informazione alla filosofia? Innanzitutto ci sembra di poter dire che il principio a base della teoria appare del tutto simile a quello che la filosofia conosce almeno dai tempi di Platone. Si tratta  cioè del principio secondo cui, nel metodo di ogni conoscenza, si devono seguire due leggi: quella dell’omogeneità e quella della specificazione. Il principio è espresso in diversi dialoghi: nel Filebo ad esempio, nel Politico e ancora nel Fedro. Tanto per rimanere ai due filosofi prima menzionati e a noi più vicini, Kant lo ha utilizzato nell’appendice alla dialettica trascendendentale della Critica della ragion pura, Schopenhauer lo pone all’esordio della sua Dissertazione di dottorato, Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. La legge di omogeneità è espressa anche con il principio di Occam in base al quale è opportuno non moltiplicare gli enti e la difficoltà della ricerca al di là del necessario; la legge di specificazione in base al principio per cui si deve distinguere in modo che gli enti siano ricondotti a ricoscere una differenza tra di loro. Le somiglianze con il principio euristico dei due neuroscienziati sono dunque notevoli: la legge di omogeneità corrisponde alla proprietà dell’integrazione che intende ridurre ad unità le varie informazioni, la legge di specificazione corrisponde addirittura nel nome al principio adottato. La teoria dei due scienziati sembra così applicare proprio quei principi desunti dalla filosofia ad una indagine empirica: ancora un caso dunque in cui gli scienziati fanno uso di leggi che la filosofia ha già scoperto da tempo.

 

 

 

Searle e l’odissea della coscienza

In merito all’enigma della coscienza, o, come si vuole, al problema del rapporto fra mente e cervello, due, in fondo, sono le principali tradizioni filosofiche cui ancora oggi si ispirano le diverse posizioni. La prima è quella del materialismo che Searle definisce come “la concezione per cui nell’Universo non c’è nulla tranne i fenomeni materiali come sono tradizionalmente definiti. Non ci sono stati di coscienza o consapevolezza intrinseci, soggettivi, irriducibili, né c’è qualcosa d’altro che sia intrinsecamente mentale. Ogni evento manifesto può essere eliminato o ridotto a qualcosa di fisico” (Searle 2005, 118).

La seconda è quella del dualismo definito come “la concezione per cui ci sono due regni ontologici metafisici distinti nell’Universo, uno mentale e uno fisico”, sulle orme della distinzione cartesiana fra res cogitans e res extensa e della loro reciproca irriducibilità. Da qualche decennio, in concomitanza con l’enorme sviluppo dell’informatica, la tesi materialistica è quella che sembra andare per la maggiore, culminando nella forma affascinante e terribile di una teoria computazionale che fa del cervello un computer digitale e della mente un programma o un insieme di programmi di tale computer. In questo modo gli stati di coscienza sarebbero ridotti a stati computazionali di un sistema fisico. Il modello computazionale è stato ribattezzato da Searle con l’espressione comunemente in uso di Intelligenza Artificiale (IA) Forte “per distinguerla dall’Intelligenza artificiale debole, che si propone di studiare la mente mediante simulazioni informatiche, non di crearne una. Per la concezione della IA forte, un computer digitale appropriatamente programmato non simula semplicemente di avere una mente; possiede letteralmente una mente” (Searle 2005, 60). Continue Reading