L’importanza di non essere un pipistrello

L’esperimento mentale del filosofo americano Thomas Nagel, pubblicato su The Philosophical Review nell’ottobre del 1974, mira a confutare le ipotesi fisicaliste e riduzioniste che intendono spiegare il rapporto tra mente e corpo in termini puramente biologici. Nagel, ponendo una serie di problemi che s’incentrano essenzialmente sul ruolo della coscienza e su quello della soggettività individuale, parte da questo presupposto: anche se conoscessimo tutta la meccanica del cervello, anche se fossimo in grado di mappare ogni cellula che costituisce la nostra materia grigia, noi non comprenderemmo mai che cosa significhi fare un’esperienza spirituale, percepire un oggetto o provare delle emozioni. La ragione è semplice: nel momento in cui appare qualcosa alla coscienza, significa che appare qualcosa che equivale al come essere una certa altra cosa. Per dimostrare ciò, egli ricorre alla finzione di pensare a cosa si prova ad essere un pipistrello.

 

Assumo che tutti siamo convinti che i pipistrelli abbiano esperienze soggettive: in fin dei conti sono mammiferi, e il fatto che abbiano esperienze soggettive non è più dubbio del fatto che le abbiano i topi, i piccioni o le balene. Ho scelto i pipistrelli anziché le vespe o le sogliole perché via via che si scende lungo l’albero filogenetico si è sempre meno disposti a credere che siano possibili esperienze soggettive. Benché siano più affini a noi che le altre specie sopra ricordate, i pipistrelli presentano tuttavia una gamma di attività e organi di senso così diversi dai nostri che il problema che voglio impostare ne risulta illuminato vividamente (per quanto naturalmente lo si possa porre anche per altre specie). Anche senza il beneficio della riflessione filosofica, chiunque sia stato per qualche tempo in uno spazio chiuso in compagnia di un pipistrello innervosito sa che cosa voglia dire imbattersi in una forma di vita fondamentalmente aliena. Ho detto che la convinzione che i pipistrelli abbiano un’esperienza soggettiva consiste essenzialmente nel credere che a essere un pipistrello si prova qualcosa. Ora, noi sappiamo che la maggior parte dei pipistrelli (i microchirotteri, per la precisione) percepisce il mondo esterno principalmente mediante il sonar, o ecorilevamento: essi percepiscono le riflessioni delle proprie strida rapide, finemente modulate e ad alta frequenza (ultrasuoni) rimandate dagli oggetti situati entro un certo raggio. Il loro cervello è strutturato in modo da correlare gli impulsi uscenti con gli echi che ne risultano, e l’informazione così acquisita permette loro di valutare le distanze, le dimensioni, le forme, i movimenti e le strutture con una precisione paragonabile a quella che noi raggiungiamo con la vista. Ma il sonar del pipistrello, benché sia evidentemente una forma di percezione, non assomiglia nel modo di funzionare a nessuno dei nostri sensi e non vi è alcun motivo per supporre che esso sia soggettivamente simile a qualcosa che possiamo sperimentare o immaginare. Ciò, a quanto pare, rende difficile capire che cosa si provi a essere un pipistrello. Dobbiamo vedere se esiste qualche metodo che ci permetta di estrapolare la vita interiore del pipistrello a partire dalla nostra situazione e, in caso contrario, quali metodi alternativi vi siano per raggiungere il nostro scopo.

 

L’impossibilità dell’esperimento
È stato detto che quello di Nagel, più che un esperimento mentale, è un mancato esperimento mentale e proprio questa impossibilità è a fondamento della sua tesi. Uno, sostiene Nagel, può anche atteggiarsi come un pipistrello (si potrebbe anche immaginare di rimanere attaccati con una gamba a testa in giù nel salotto di casa) ma anche in questo caso, sarebbe piuttosto un comportarsi come un pipistrello, non come essere un pipistrello: in altre parole, e ancora più precisamente, il problema è sapere come è, e che cosa significhi, per un pipistrello, essere un pipistrello.

In effetti, sembra impossibile cercare di rappresentarsi, in quanto esseri umani, anche solo che cosa significhi essere un pipistrello: l’esperimento cioè non può nemmeno essere pensato. Nagel sostiene anche che l’impossibilità dell’esperimento è dovuta al fatto che noi uomini abbiamo organi sensoriali diversi dal pipistrello e, di conseguenza, non possiamo sperimentare che cosa significhi un’esperienza così tanto diversa dalla nostra. La coscienza in altre parole coincide con l’apparato sensoriale: quanto più questo è diverso da individuo a individuo, quanto meno è possibile (se non impossibile) la rappresentazione e il confronto delle loro coscienze. Secondo le parole di Nagel, l’esperienza soggettiva è inaccessibile ad ogni singolo punto di vista. O meglio: l’accessibilità è data ma soltanto in relazione ad un “tipo”, cioè a classi di individui simili. Come è stato notato dagli amici della rivista semestrale di filosofia teoretica Cum-Scientia, si tratta tuttavia di un’argomentazione debole che potrebbe addirittura fornire argomenti al campo riduzionista: se si ammette infatti che la coscienza è sensazione, allora i processi sensoriali sono comuni a tutti e così il concetto stesso di coscienza finisce per scomparire: «se i soggetti dello stesso tipo sono indifferenti rispetto alla coscienza, allora la coscienza è di nessuno; se la coscienza è sensazione, non c’è coscienza affatto. Così il riduzionismo, nonostante le intenzioni, non viene superato».

Il rapporto tra ideale e reale come fondamento del problema
Il cuore della tesi del filosofo americano consiste nella contrapposizione, fondamento della filosofia moderna, tra oggettivo e soggettivo o, diciamo noi, tra reale e ideale: distinzione che, in maniera molto ingenua per la verità, il riduzionismo cerca vanamente di abolire. Ogni voler passare dall’ideale al reale, direbbe Kant, è un arbitrio che non porta a nulla dal momento che la distanza tra i due è unita da un ponte che in realtà è semplicemente una finzione nata dalla nostra immaginazione. Il discorso andrebbe impostato allora tenendo in considerazione i tre modelli che la filosofia moderna ha elaborato per abolire quella distanza. Il primo è appunto quello kantiano che dichiara conoscibile l’uno (il soggettivo) e inconoscibile l’altro (l’oggettivo) con la coscienza che coincide con la scienza; il secondo modello, di tipo spinoziano, in cui la realtà oggettiva viene dichiarata l’unica realtà possibile, e quindi necessaria, con il soggetto che dispone di uno strumento, l’intelletto, capace di descriverla in modo oggettivo; il terzo, fornito da Schopenhauer, secondo cui oggetto e soggetto sono entrambe nostre rappresentazioni e, in tal senso, incapaci di fornirci la realtà delle cose. Il modello di Nagel in questo senso coincide con quello kantiano con la conseguenza, sopra notata, di arrestare il discorso nel momento in cui ci si trova a descrivere un’esperienza altra rispetto alla mia. L’equivoco dell’oggettività, sostiene Nagel, nasce dalla riduzione al nostro punto di vista di tutti i fenomeni esterni alla coscienza: in questo modo la scienza odierna ci ha condotto in una situazione in cui nemmeno ci accorgiamo più che in realtà, quell’oggettività tanto sbandierata, non è altro che un mito. L’esperienza soggettiva infatti non rientra e non può rientrare in questo schema tanto che, aggiunge Nagel, «se il carattere soggettivo dell’esperienza si può comprendere compiutamente da un solo punto di vista, allora nessuno spostamento verso una maggiore oggettività, cioè nessun distacco da un punto di vista specifico, ci porterà più vicini alla natura reale del fenomeno: anzi ce ne allontanerà».

La conclusione che Nagel trae dal suo ragionamento è che il fisicalismo non è falso quanto piuttosto incomprensibile: se l’analisi oggettiva della mente è qualcosa da escludere, non abbiamo alcuna idea del modo in cui il fisicalismo potrebbe essere vero (o falso). Tutto nasce dall’equivoco che si ha nel momento in cui si dice che qualcosa “è” qualcos’altro, senza minimamente comprendere che quell’identità è una pura finzione destinata ad avvolgere nel misticismo qualsiasi proposizione (tipo quella, oggi così banalmente e acriticamente diffusa, per cui si dice che la materia è energia).

In definitiva, nonostante i tentativi ricorrenti di costruire una fenomenologia oggettiva, ovvero di dare una risposta intelligibile alle basi fisiche dell’esperienza, è semplicemente escluso che si possa formulare una teoria fisica della mente senza aver dato una risposta al problema più serio del rapporto tra ideale e reale.

 

Riferimenti bibliografici
Thomas Nagel, What is it like to be a bat?, The Philosophical Review, Vol. 83, No. 4 (Oct., 1974), pp. 435-450

Wie ist es, eine Fledermaus zu sein?, in Philosophische Gedankenexperimente, Reclam, Stuttgart, 2016, pp.321-327

Arturo Verna, Che cosa si prova ad essere un pipistrello? di Thomas Nagel: annotazioni critiche, in Cum-Scientia, Anno I, n.1,aprile 2019,pp.41-51

Insegnante al Liceo delle Scienze Umane di Nocera Umbra. Lauree in Scienze politiche, Scienze religiose e Filosofia. Dottorato in Storia della Filosofia nelle Università di Mainz e Macerata. Principali temi di ricerca: Spinoza e lo spinozismo, Schopenhauer, filosofia tedesca del XVIII e XIX secolo. Articoli e monografie su questi temi.

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