La quarta rivoluzione e la deriva delle informazioni

La nostra vita quotidiana sembra ormai totalmente digitalizzata. Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto di quanto le tecnologie abbiano pervaso il nostro spazio esistenziale. Adesso ad esempio sto scrivendo questo testo al computer, intanto tengo un occhio sullo smartphone, controllo per vedere se arriva qualche messaggio, accanto ho una stampante e mentre faccio una pausa prendo dal frigo una bottiglia d’acqua e il frigo mi aggiorna su cosa manca e cosa devo mangiare perché sta per raggiungere la data di scadenza. Al polso ho uno smartwatch che mi sottopone ad un continuo screening salutare e si preoccupa per me e mi dice che per ora va tutto bene: il cuore batte regolarmente, la pressione è nella norma, mi consiglia quanto devo bere per mantenere alto il livello di liquidi e far funzionare bene il sistema nefrologico. Insomma, senza tecnologia e sistemi connessi non siamo più capaci di vivere.

Il filosofo della morale Luciano Floridi nel 2017 ha pubblicato un testo fondamentale per delineare il nostro rapporto con la tecnologia: La quarta rivoluzione. Secondo Floridi stiamo vivendo un cambiamento paradigmatico del nostro essere. Cioè sta cambiando radicalmente il nostro status ontologico e questo per la quarta volta nel corso dell’età moderna. Questa quarta rivoluzione ha a che fare con la computazione e la capacità di calcolare e gestire informazioni. Le altre rivoluzioni a cui abbiamo assistito sono state la rivoluzione copernicana che ha spostato la posizione dell’uomo nell’universo. L’essere umano che si era sempre pensato come il centro dell’universo, all’improvviso scopre che non è il centro di un bel niente, ma vive in uno sperduto pianeta posto in posizione periferica in una galassia anch’essa in posizione defilata rispetto ad un ipotetico centro. Sconvolgimento più totale. La seconda rivoluzione è stata quella evoluzionistica. Charles Darwin quando pubblica L’origine della specie forse immagina quali saranno le conseguenze delle sue ricerche, ma non così profondamente. L’uomo non è il principe della creazione divina, non è l’essere per cui tutto questo è stato fatto, ma anzi la sua somiglianza con animali che egli reputa inferiori e da dominare è così stretta che è possibile ipotizzare una parentela proprio con questi animali, primati, scimmie. Altro sconvolgimento paradigmatico. Infine, all’inizio del 900 gli studi di Sigmund Freud sulla psiche umana fanno perdere all’uomo anche quel primato che credeva indubitabile: la sua capacità di prendere decisioni razionali e volontarie. La scoperta dell’inconscio, infatti, porta Freud ad affermare che l’uomo non è più padrone in casa propria e che a prendere decisioni è qualcosa di sepolto nella nostra mente che fa capolino, senza che ce ne rendiamo conto, nel momento in cui dobbiamo fare delle scelte.

Nell’età moderna, insomma, l’essere umano ha perso progressivamente la propria centralità nell’universo, l’illusione di essere l’animale per cui tutto è stato creato, la sua capacità di prendere decisioni volontariamente. Cosa è rimasto all’uomo? Una cosa, afferma Floridi, la capacità di calcolare e gestire informazioni. Oggi però anche questa capacità umana è messa in discussione. L’uomo infatti ha creato, proprio attraverso la sua capacità di calcolo e di gestione delle informazioni, delle macchine che riescono a fare queste operazioni in maniera molto più veloce e precisa, che stanno soppiantando l’uomo anche in questa sua peculiarità e hanno trasformato il suo spazio, il suo mondo in un mondo informazionale. Ecco perché, per Floridi, stiamo vivendo in una infosfera. Lo stato che ne consegue è quello dell’essere onlife. Noi viviamo ormai in questa condizione a metà strada tra reale e virtuale. Come sottolinea lo stesso Floridi siamo come delle mangrovie che vivono nelle acque salmastre, né salate, né dolci, ma in una via di mezzo.

Le sfide poste da questo cambiamento sono tantissime e investono la morale, la responsabilità, il nostro rapporto con gli altri. Solo la filosofia può esserci di aiuto per decifrare questa realtà, per non farci sopraffare dal cambiamento, per non perdere quelle caratteristiche che ci rendono umani e non farci essere una barca in balia delle onde, persa in un oceano di informazioni. Il problema principale che potremmo sottolineare è che le informazioni sono informazioni e in quanto tali sono tutte uguali, sia quelle vere che quelle false, in fondo lo spazio che occupano è pressoché lo stesso. Verità, non verità, verosimiglianza, post-verità: come fare a orientarsi in questo immenso universo? Attraverso la filosofia e la sua capacità di distinzione per creare una sorta design concettuale che ci consenta di non perdere le nostre caratteristiche principali.

Nella sua opera più recente, uscita nel 2022, Etica dell’intelligenza artificiale, Floridi afferma che l’aggettivo intelligente non è poi così giusto. Le AI non sono così intelligenti, almeno nel senso umano del termine: sanno fare molto bene quello per cui sono state create, ma non riescono a esprimere un giudizio. La tecnologia e la sua pervasività però introduce tutta una serie di questioni filosofiche. Questioni come il cambiamento climatico, le nuove tecnologie producono molta CO2, l’ingiustizia sociale, ma anche il nostro rapporto con l’altro. L’unico che può intervenire in questo contesto è l’uomo stesso. Ad esempio, tutta la massa di informazioni che abbiamo nei nostri smartphone non hanno tutte lo stesso valore e possono essere cancellate: ma solo il giudizio umano può decidere cosa tenere e cosa eliminare. Il ruolo dell’uomo è dunque fondamentale e inevitabile. Proprio in conseguenza della necessità di prendere decisioni, l’uomo prova paura e disorientamento. Il problema insomma non sono le tecnologie, ma siamo noi e il nostro modo di porci di fronte ad esse. Floridi invita a tenere a mente sempre l’insegnamento kantiano del non considerare mai l’altro come un mezzo ma sempre come un fine, ma forse questo non basta perché oggi il confine che separa il mezzo dal fine è sempre più sottile e difficile da decodificare. La nostra vita social spesso non permette di vedere al di là di noi stessi e sta cambiando progressivamente il nostro rapporto con l’altro, considerato alla stregua di un’informazione qualsiasi. La soluzione forse risiede non in un ritorno al passato, ormai impossibile, ma in un ritorno a considerare nella nostra onlife il ruolo e la presenza dell’altro.

Il filosofo coreano Byung-Chul Han in una sua recente opera, Le non cose, sottolinea la pericolosità della deriva dell’infomania, della nostra ricerca spasmodica di informazioni, in cui però il mondo si fa sempre più inafferrabile, nebuloso. Il rischio che corriamo è insomma che da un certo momento in poi le informazioni non informino più, bensì deformino la nostra visione del mondo e dell’altro. L’essere-nel-mondo, come ci ricorda Heidegger, è il nostro primo modo per conoscerci e per formarci un’idea di noi stessi. Nella Fenomenologia dello spirito, Hegel ci rammenta che il nostro stato di autocoscienza nasce solo quando ci scontriamo con le altre coscienze. La soluzione potrebbe essere quella di tornare ad indugiare sulle cose, soffermarsi ad ascoltare, usare i nostri sensi, toccare. Uscire dalla solitudine digitale in cui ci stiamo rinchiudendo e tornare a vivere nel mondo. Oggi comunichiamo in un modo così maniacale che non ci rendiamo conto della nostra solitudine. I nostri mezzi di comunicazione sono sofisticatissimi, ma il contenuto è scadente. Alla fine, ciò che comunichiamo non è la pelle d’oca che ci viene quando viviamo esperienze emotivamente coinvolgenti. Di fronte allo smartphone difficilmente ci viene la pelle d’oca. Vorremmo essere invulnerabili, inscalfibili come lo sono le informazioni, ma in realtà dovremmo tornare a essere vulnerabili, perché le ferite sanguinanti della realtà sono il nostro varco verso il mondo e senza ferite possiamo sentire solo l’eco vuoto di noi stessi. Torniamo a toccare la terra, a sentirne la consistenza. Torniamo a trovare momenti per chiudere gli occhi, sottraendoli alla voracità informazionale, e a smarrirci nel silenzio. Non ci perdiamo più, grazie a Google Maps sappiamo sempre dove siamo, ma spesso dimentichiamo che è necessario perdersi per ritrovarsi.

Riferimenti bibliografici

  • Floridi, Luciano. 2017. La quarta rivoluzione. Milano: Raffaello Cortina editore.
  • Floridi, Luciano. 2022. Etica dell’intelligenza artificiale, Milano: Raffaello Cortina editore.
  • Han, Byung-Chul. 2022. Le non cose. Torino: Einaudi editore.

Photo by Andy Kelly on Unsplash

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