Damasio e il problema di cogliere la realtà esterna (III)

Cercheremo ora di indicare, citando brevi passi, alcune tra le più significative concezioni, in ordine al tema dell’oggettività, espresse da insigni studiosi, le quali possono venire considerate in un certo senso paradigmatiche di un’ambivalenza di fondo che caratterizza in genere la ricerca sul “mentale”. Il nostro intento, come emerge dalla prima e dalla seconda parte del presente lavoro, è quello di mostrare la centralità della distinzione di oggettivo e oggettuale. Per “oggettivo”, giova ripeterlo, si deve intendere ciò che è indipendente dal soggetto; per “oggettuale”, invece, ciò che gli è frontale e reciproco, dunque i percetti dell’esperienza ordinaria. Rileviamo che, anche se questa distinzione non viene esplicitamente ammessa dagli studiosi che si occupano della mente, i quali in genere sposano il modello del cosiddetto monismo materialistico, che esclude dunque qualunque forma di dualismo e conduce a un’autentica assolutizzazione dell’oggetto, pur tuttavia essa, per lo meno a nostro giudizio, è fungente e operante nei loro scritti e, poiché non ammessa o comunque non riconosciuta, produce quell’ambivalenza di cui sopra parlavamo. Di questa nostra affermazione ci proponiamo ora di offrire le ragioni e lo facciamo prendendo in esame, ovviamente per punti essenziali, la concezione che, in ordine al tema dell’oggettività, hanno espresso Damasio, Edelman e Dennett.

La natura ambigua della rappresentazione
Damasio, in particolare nell’opera Emozione e coscienza, così scrive in Appendice: “Le immagini vengono costruite quando attiriamo un oggetto – una persona, un luogo o un mal di denti – dall’esterno del cervello verso il suo interno, oppure quando ricostruiamo un oggetto in base ai ricordi, dall’interno verso l’esterno, per così dire” (Damasio 2000, 383)
Qui vengono usati due verbi, e precisamente “costruire” e “ricostruire”, che meritano di venire attentamente pensati. Secondo le parole di Damasio, la costruzione attiene alle immagini: esse vengono costruite, potremmo anche dire “prodotte”, quando l’oggetto viene trasferito dall’ambiente all’interno del cervello.
Di contro, la ricostruzione attiene all’oggetto, ma solo quando lo riproduciamo in base a immagini, contenute nella nostra memoria, così che qui il movimento è dall’interno verso l’esterno: si parte dalle rappresentazioni contenute nel magazzino della memoria, e dunque inscritte nel cervello, per pervenire a un oggetto che prende forma nel cervello, ma viene riferito a qualcosa che è stato esterno rispetto al cervello stesso. Proprio a muovere da questo “qualcosa di esterno” si sono formate le rappresentazioni (immagini) conservate in memoria.
La posizione sostenuta da Damasio, se ci si basa sulle parole del passo citato, sembra quella tipica del realismo: l’oggetto si pone indipendentemente dal soggetto e solo mediante il suo venire tradotto in immagini esso fa la sua comparsa nel cervello, cioè nel soggetto. Le immagini, che possono anche venire dette “rappresentazioni” – almeno in un senso in cui questa espressione viene usata, sempre secondo Damasio –, sono la traduzione nel cervello dell’oggetto. La rappresentazione, infatti, è la “configurazione associata in modo regolare a qualcosa” (Damasio 2000, 384) e questo suo significato non costituisce di certo un problema, giacché una rappresentazione è un segno e, come ogni segno, si pone in riferimento a qualcosa di diverso da sé.
Tuttavia, nell’uso del termine “rappresentazione” si nasconde un ulteriore significato, che Damasio così precisa: “Il problema del termine rappresentazione non è l’ambiguità, poiché chiunque può intuire che cosa significa, ma il sottinteso che, in qualche modo, l’immagine mentale o la configurazione neurale [che è un’altra forma di “rappresentazione”] rappresentino, nella mente e nel cervello, con un certo grado di fedeltà, l’oggetto al quale si riferisce la rappresentazione, come se la struttura dell’oggetto venisse riprodotta nella rappresentazione”(Damasio 2000, 384-385).
Siamo al punto. Damasio ci invita a riflettere sulla convinzione che la rappresentazione riproduca l’oggetto e lo riproduca “con un certo grado di fedeltà”. Questa convinzione, in effetti, è condivisa dalla stragrande maggioranza dei ricercatori e degli scienziati nonché da molti filosofi che oggi si interrogano sul concetto di “realtà”.
Ebbene, il fatto veramente interessante è che proprio Damasio, che pure è uno scienziato, si sente di dover sottolineare che questa posizione, ancorché comunemente condivisa, nasconde un sottinteso che presenta una certa ambiguità, legata al modo di intendere la realtà e il rapporto della rappresentazione con essa.
Per illustrare il sottinteso, egli apporta una significativa precisazione, che ha come suo obiettivo quello di evitare l’ambiguità. A suo parere, quando si dice che la rappresentazione “riproduce” l’oggetto, non si può intendere che la rappresentazione costituisca lo specchio fedele dell’oggetto, come se “la struttura dell’oggetto venisse riprodotta nella rappresentazione” (Ivi, p. 385).
Ecco il punto cruciale: Damasio esclude che la rappresentazione mentale “riproduca” l’oggetto e aggiunge: “Non voglio affatto suggerire che le cose stiano così quando uso la parola rappresentazione. Non ho la più pallida idea di quanto siano fedeli le configurazioni neurali e le immagini mentali rispetto agli oggetti ai quali si riferiscono. Inoltre, quale che sia il grado di fedeltà, le configurazioni neurali e le corrispondenti immagini mentali sono nella stessa misura creazioni del cervello e prodotti della realtà esterna che ne induce la creazione” (Ibidem). Configurazioni neurali e immagini mentali corrispondenti, che potremmo definire anche “simboliche”, sono creazioni del cervello per la ragione che esprimono come il cervello reagisce a determinati stimoli e, secondo la prospettiva cognitivista, alle informazioni in essi contenute.

Oggetto come risultato e non come causa della rappresentazione
In forza di stimoli provenienti dall’ambiente, e delle informazioni in essi contenute, si determinano “forme”, che possono essere neurali o simboliche. Tali forme costituiscono le rappresentazioni, le quali non dovrebbero venire definite, a nostro parere, rappresentazioni dell’oggetto, stante che l’oggetto non è ciò che induce tali forme né è il referente di tali forme, ma è ciò che da tali forme emerge.
Damasio, invece, continua a definire “oggetto” ciò a cui quelle “forme interne” si riferiscono e che si colloca nel mondo “esterno”: esterno al soggetto, al cervello e alla mente, se di mente si vuole parlare: “Quando voi e io osserviamo un oggetto esterno a noi, le immagini che formiamo nel cervello sono paragonabili. Lo sappiamo bene, poiché possiamo descrivere l’oggetto in modi molto simili, fino ai dettagli minuti” (Ibidem). Le immagini che ciascuno di noi si forma nel proprio cervello non sono arbitrarie, nel senso che ognuno si forma la propria immagine dell’oggetto. Sono paragonabili, nel senso che ciascuno si forma immagini molto simili dello stesso oggetto, fino ai dettagli più minuti. Che cosa significa questo? Lo spiega Damasio: “Ma questo non significa che l’immagine che vediamo sia la copia di ciò che è l’oggetto in questione. Che cosa sia, in termini assoluti, non lo sappiamo. L’immagine che vediamo si basa su cambiamenti che hanno avuto luogo nel nostro organismo – compresa la parte dell’organismo chiamata cervello – quando la struttura fisica dell’oggetto interagiva con il corpo. I dispositivi di segnalazione situati in ogni parte della struttura del nostro corpo – nella cute, nei muscoli, nella retina e così via – contribuiscono alla costruzione di configurazioni neurali che costituiscono la mappa dell’interazione tra l’organismo e l’oggetto” (Ibidem).
Nel passo citato, Damasio aggiunge ulteriori precisazioni, esse stesse molto significative, che meritano adeguata attenzione. La prima precisazione concerne l’impossibilità di indicare che cosa siano in effetti, cioè “in termini assoluti”, l’immagine e il rapporto che essa intrattiene con l’oggetto. Ciò è conseguenza del fatto che non è possibile cogliere l’oggetto “in sé”, ossia nel suo essere indipendente dal venire percepito.
Fermiamoci per un attimo su questa precisazione, che Damasio apporta con disinvoltura, ma che invece è di estrema rilevanza.
Come si può definire, allora, l’oggetto, in base a quanto afferma Damasio? Da un lato, sembra che l’“oggetto” valga come il presupposto della nostra percezione, ossia esprima ciò che si postula come essente in sé e per sé e come in grado di “causare” una risposta nel nostro organismo. Questo sembra valere anche in considerazione del fatto che le immagini che ci formiamo di esso (e cioè dell’oggetto “esterno a noi”) sono “paragonabili” e sostanzialmente molto simili.
Dall’altro, Damasio ha affermato con chiarezza che l’oggetto in sé non può venire colto, poiché cosa esso sia “in termini assoluti” non è dato sapere. Ci pare che le due posizioni non si possano conciliare, così che sembrano configurare un’antilogia.
A noi pare che, per rendere intelligibile il discorso, lo si debba intendere in questo modo: la realtà oggettiva – che appunto è dichiarata inattingibile – deve venire inesorabilmente ridotta alla (e risolta nella) realtà oggettuale – cioè ridotta all’oggetto che percepiamo come se fosse fuori di noi, ma che si colloca comunque dentro il campo percettivo –, in modo tale che ciò che domanda di venire bene esplicitato è proprio questa fondamentale distinzione, che invece si tende a non considerare. Poiché non si pone la distinzione, non si vede nemmeno la riduzione. Precisamente per la ragione che la riduzione dell’oggettivo all’oggettuale non viene riconosciuta, l’oggetto viene assunto come la fonte (causa) del processo percettivo e non come il suo prodotto (risultato). Affinché l’equivoco, consistente nella pretesa di assumere l’oggettivo, venga smascherato, è necessario tenere presente che noi non vediamo l’oggetto, bensì le “sue” rappresentazioni. Queste ultime, e solo queste ultime, sono l’oggetto della nostra percezione, ossia ciò che noi percepiamo. Proprio tra queste rappresentazioni percepite, inoltre, è possibile instaurare un confronto, onde stabilire che sono molto simili.
Ebbene, poiché le rappresentazioni sono molto simili, si è portati a pensare che provengano dal medesimo oggetto, il quale sembrerebbe così la fonte delle rappresentazioni. Questo è il punto di vista ordinario.
Se non che, in tal modo non si tiene in conto un aspetto decisivo: cosa sia e come sia l’oggetto indipendentemente dalla percezione, cioè dalle nostre rappresentazioni, non è dato sapere: le configurazioni neurali valgono soltanto come la “mappa dell’interazione tra l’organismo e l’oggetto” e dicono nulla dell’oggetto in sé.
Ciò non può non comportare che, quando si parla di oggetto-percepito, non si può intendere l’oggetto-reale. L’oggetto-percepito, con tutte le sue proprietà, che potremmo definire primarie (quantitative) e secondarie (qualitative), appartiene pertanto al “campo della percezione” del soggetto e non può venire identificato con l’oggetto in sé.
Il “fuori di noi”, cioè quella realtà che Damasio definisce “esterna”, non indica, insomma, il “fuori dal campo percettivo del soggetto”. Fuori da tale campo si pone solo quella realtà in sé che funge da “fattore oggettivo” e che, proprio per questo, non è determinabile affatto.

L’ingenuità del riduzionismo teorico
In virtù delle considerazioni svolte, il punto di vista ordinario viene totalmente capovolto. Per offrire un’ulteriore ragione della necessità di tale capovolgimento, notiamo quanto segue: per poter dire che oggetto-reale e oggetto-percepito coincidono, si dovrebbe cogliere l’oggetto-reale, onde poterlo poi confrontare con l’oggetto percepito e stabilire la loro coincidenza.
Se, però, si ha a che fare soltanto con l’oggetto-percepito, allora l’unica “realtà” che si offre è quella “oggettuale”, così che l’oggetto non potrà più venire considerato come la fonte delle rappresentazioni – la fonte sono gli stimoli –, essendo piuttosto il risultato dei nostri processi di ricezione e di elaborazione.
Questi ultimi operano sulle forme esterne, ossia sulle forme che provengono dall’ambiente e che vengono dette “informazioni” (veicolate dagli stimoli), le trasformano in forme interne, cioè in rappresentazioni, e su queste ultime operano onde configurare, quale prodotto finale, il campo percettivo, che include gli oggetti percepiti (percetti).
In sintesi: non si dovrebbe mai dimenticare che l’oggetto-percepito – l’unico che si presenta – è il prodotto dei processi di elaborazione delle informazioni (forme esterne) nonché dei processi neuro-fisiologici attivati dallo stimolo.
Con questa fondamentale conseguenza, che abbiamo già anticipato, ma che vogliamo ripetere: se l’oggetto è il prodotto dell’attività recettiva ed elaborativa, allora non può esserne la causa.
Soltanto il riduzionismo teorico delle scienze che si occupano della mente scambia l’effetto per la causa e non si avvede che l’unico oggetto di cui si parla è quello che è stato costruito in forza dei processi percettivi ed elaborativi del soggetto.
Non ha senso, dunque, parlare di ricostruzione dell’oggetto, come se la mente ricostruisse la realtà e come se la realtà ricostruita coincidesse con la realtà effettiva, cioè con la realtà oggettiva (che, come dice Damasio, è indefinibile “in termini assoluti”).
L’ingenuità di questo modo di pensare è duplice: si riduce la realtà effettiva alla realtà cosiddetta “ricostruita” e si identifica l’esito del processo, che a rigore è “costruttivo”, con il dato presupposto, come se quest’ultimo potesse valere, a un tempo, come premessa del processo e come esito dello stesso.
Altrimenti detto: non soltanto l’oggetto è intrinsecamente ipotecato dal soggetto per il fatto che risulta il prodotto finale dei suoi processi fisiologici e cognitivi, attivati dagli stimoli e dalle informazioni, ma inoltre, anche qualora il realista (ingenuo) volesse assumere la “realtà oggettiva” come il “presupposto” dell’attività percettiva, egli si troverebbe nella condizione di credere di affermare, con ciò, la realtà indipendente dell’oggetto.
Se non che, la sua “fede” nell’indipendenza dell’oggetto presupposto si fonda soltanto sul suo ignorare la natura e il significato del presupporre: il presupposto è tale perché è vincolato a ciò che lo presuppone, cioè appunto al soggetto e al suo sistema percettivo, così che non potrà valere in alcun modo come “oggettivo” (autenticamente “indipendente”).

Riferimenti bibliografici
Damasio, Antonio. 1999. The Feeling of What Happens. Body and Emotion in the Making of Consciousness. New York: Harcourt Brace (traduzione italiana di Frediani. 2000. Emozione e coscienza. Milano: Adelphi)

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Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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