Totalità e assoluto (I)

L’assoluto non può venire confuso con la totalità, se per “totalità” si intende l’insieme di tutte le determinazioni. Un conto, infatti, è il “tutto” inteso come “intero”; altro conto è il “tutto” inteso come “insieme” e che viene sovente definito “totalità”, intendendo il “tutto-di-parti”.

Per chiarire la differenza indicata, prendiamo le mosse da questo punto: la totalità intesa come “insieme”, va notato prima facie, non comprende soltanto tutte le cose (determinazioni), ma anche tutte le relazioni che sussistono tra tutte le cose, almeno se la relazione viene intesa come medio, ossia in forma di ipostasi.

La totalità configura, quindi, un’infinità quantitativa, ossia numerica, tant’è che sarebbe più corretto definirla “indefinitività”.

Anche la totalità, pertanto, risulta non determinabile, ma non per la ragione che, essendo assoluta, non può venire limitata, ma perché, essendo “indefinita” – giacché non si è mai in grado di affermare di avere colto tutte le possibili determinazioni –, essa costituisce una quantità incrementabile e ciò non la rende mai determinabile in forma definitiva. Continue Reading

L’inevitabilità del Fondamento (V)

Dicevamo che non si può che scegliere l’affermazione “la verità è indeterminabile”, stante che la contraria, e cioè “la verità è determinabile”, impone la contraddizione nell’essere stesso della verità, la quale viene richiesta bensì come assoluta, ma poi viene determinata e cioè viene negata nella sua assolutezza.

L’affermazione “la verità è indeterminabile” risulta, pertanto, inevitabile. La sua inevitabilità, tuttavia, non può venire scambiata per verità, la quale invece non appartiene a nessuna affermazione, proprio in quanto affermazione: la verità, che è innegabile, è dell’assoluto, perché solo l’assoluto è vero in quanto non dipendente da altro da sé, ma autonomo e autosufficiente. Continue Reading

La verità dell’incontraddittorio (IV)

Il punto cui siamo pervenuti nel precedente articolo è il seguente: l’intentio veritatis – ossia la spinta verso la verità autentica (cioè assoluta, cioè oggettiva), che anima la certezza soggettiva – viene contraddetta dal fatto che la verità viene determinata e, quindi, viene vincolata allo stato (soggettivo) di chi la rappresenta, cioè la riferisce (la dice) e, riferendola (dicendola), la riferisce (la vincola) al proprio sistema di riferimento. Continue Reading

Coscienza trascendentale e verità oggettiva (III)

Per specificare ulteriormente la differenza che sussiste tra “oggettivo” e “oggettuale”, diremo che ciò che viene detto è solo il dato (l’oggetto) della comune esperienza, intrinsecamente vincolato al soggetto e tale da costituire, appunto, l’oggettuale. Solo la riduzione dell’oggettivo (della realtà in sé, cioè assoluta) all’oggettuale, pertanto, induce la convinzione che ciò che si dice sia la realtà in sé e non, invece, soltanto la realtà per noi.

Del resto, la stessa relazione tra coscienza e dato (oggetto) deve venire saputa, per venire detta, così che anche tale relazione tende a disporsi nel campo della coscienza, la quale viene ad essere sia termine della relazione sia la relazione stessa tra sé e il proprio oggetto.

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Verità, certezza e realtà oggettiva (II)

Abbiamo concluso il precedente articolo dicendo che tra il dire e l’intenzione del dire sussiste una divaricazione, che però non appare. Dico di me e intendo dire della cosa; dico di me dicente, ma intendo dire della cosa detta da me dicente.

L’apofansi “‘S è p’ è certo” dice che “io” sono certo di “S è p”, così che il suo oggetto non è “S è p”, ma il mio stato di certezza nei suoi confronti: si predica la certezza dell’apofansi e solo impropriamente del termine dell’apofansi in questione.

La certezza, infatti, concerne lo stato di colui che dice “S è p” e consiste appunto nell’espressione di costui sul proprio stato nei confronti di “S è p”.

Così, la dichiarazione della certezza è per sé stessa una riflessione: essa non è una conoscenza se non come un’attività della coscienza che riflette su sé medesima. Continue Reading

La dialettica di certezza e verità (I)

Usiamo l’espressione composita “dialettica di certezza e verità” per sottolineare il capovolgimento continuo dell’una nell’altra, capovolgimento che si determina quando si afferma qualcosa: affermando, si intende fondare l’affermazione sulla verità.

Se non che, di fatto è la verità che, contraddittoriamente, finisce per fondarsi sull’affermazione, secondo le pretese dell’universo formale, cioè del discorso.

Più chiaramente: l’intenzione di chi formula un giudizio (un’affermazione dichiarativa) è quella di fondare il proprio giudizio sulla verità della cosa, e non viceversa. Continue Reading

Segno, significato, realtà

Riferirsi ad uno stato di cose assunto come reale è il momento costitutivo del discorso in quanto discorso (per lo meno del discorso dichiarativo).

Se, infatti, il discorso non intendesse riferirsi ad una realtà autentica, cioè ad una realtà oggettiva, allora scadrebbe a sproloquio, cioè ad un dire vano ed evanescente.

La domanda che si impone, pertanto, è la seguente: quei significati, che il discorso assume come i propri referenti oggettivi – dunque come fondanti il proprio valere quale “discorso” –, possono venire considerati effettivamente emergenti sull’ordine del linguaggio, per valere quale realtà autentica, ossia per valere come effettivamente oggettivi? Continue Reading

Fede e libertà (V)

Abbiamo concluso il precedente articolo affermando che guardare oltre l’ego è cercare nella verità il proprio fine e il proprio fondamento. Precisamente sul tema del fondamento intendiamo ora riflettere, per concludere la presente ricerca.

Ebbene, il fondamento autentico non è includibile nel sistema che fonda: verrebbe ridotto a fondato. A tale fondamento, pertanto, l’intenzione pura si volge intendendo perdersi in esso.

Il perdersi nella verità, dunque, si capovolge nell’unica, autentica salvezza: solo chi non ha paura di perdersi si salverà, recitano i Vangeli (Mt 16, 25; Lc 17, 33; Gv 12, 25), e solo perdendosi nella verità l’io si trova veramente, cioè si realizza pienamente come uomo libero.

Se l’io, infatti, intende affidare l’intera sua esistenza alla verità, allora è la verità che diventa il centro, trasformandosi in un fondamento che è bensì interiore, ma non esclusivamente interno.

La verità è un fondamento interiore, perché l’io non si rivolge alle cose fuori di lui, ma conduce un continuo dialogo con sé medesimo. E tuttavia, questo dialogo interiore non produce una chiusura dell’io, ma anzi vale come la sua apertura verso l’ulteriore, come il suo supremo atto di libertà.

L’io, nel suo dialogo, si rivolge ad una intelligenza assoluta, l’unica che potrebbe dire come stanno effettivamente le cose e l’unica che potrebbe esprimere un giudizio vero sui comportamenti e sui pensieri dell’io stesso.

È proprio a questa intelligenza che l’io si rivolge e dalla quale chiede di essere illuminato e giudicato, per comprendere i propri limiti, i propri errori e, dunque, come migliorarsi e come comportarsi secondo giustizia.

Quando l’io è animato da questa limpida intenzione di mettersi a nudo di fronte alla verità, non può non pacificarsi, perché ha svolto interamente il suo compito.

Ciò che accade nella storia dell’io, quando la sua intenzione si affida interamente al bene, non può che essere bene, anche se allo sguardo miope dell’ego alcuni eventi possono sembrare un “male”.

Con questa consapevolezza, l’io riesce a trovare pace con sé stesso e con il mondo, cioè con gli eventi della vita, perché sa che solo l’intenzione pura legittima comportamenti e pensieri.

Certo, la pacificazione costituisce uno stato che viene continuamente perduto e, pertanto, deve venire continuamente riconquistato.

Se è facile perdere la fede, e dunque la pacificazione, non di meno l’io deve sempre individuare la strada per ritrovarla e metterla al centro della propria vita.

Una fede, vogliamo ripeterlo, non superstiziosa o credula, ma una fede eroica, che si fonda sulla ragione e che, proprio in virtù della ragione, di quest’ultima coglie il limite.

Una fede che, accettando di affidarsi a ciò che non può venire determinato e controllato, emerge sulla ragione stessa.

Il vero errore, pertanto, è pretendere di possedere la verità, di afferrare Dio, di sperimentarlo.

La salvezza, di contro, consiste nell’essere posseduti da essa, nell’affidarsi ad un Dio che non è una presenza determinata, ma che è presente solo come assente.

La sua assenza, fortissimamente avvertita dall’uomo, spinge quest’ultimo ad una ricerca che non ha mai una fine empirica, ma solo un compimento ideale, cioè un compimento che si realizza nell’intenzione che si affida a ciò cui si volge.

La verità che si sottrae alla sua riduzione a determinazione mantiene sempre viva la ricerca e impedisce di considerare vero ogni punto di approdo, così che risulta insensato imporre ad altri le proprie certezze, perché non coincidono mai con la verità cercata.

La certezza mantiene carattere soggettivo; la verità si intende che valga come autenticamente oggettiva.

Questa consapevolezza comporta il superamento della logica della certificazione.

Se l’ego ha un incessante bisogno di certezze e le cerca ovunque, per sentirsi confermato e per ottenere il consenso, allorché l’io si avvede che ogni certificazione è vana, giacché solo la verità offre una vera garanzia, allora rinuncia alle certificazioni empiriche e sceglie la fede autentica.

Scegliendo la fede autentica, l’io si emancipa dalle certezze del mondo, realizzando l’unica libertà autentica che è possibile realizzare nel mondo: la libertà dal mondo stesso.

 

Precedenti articoli di questa serie già pubblicati
Fede e libertà (IV) (12 gennaio 2025)
Fede e libertà (III) (8 dicembre 2024)
— Fede e ragione (II) (10 novembre 2024)
— Che bisogno abbiamo della fede? (I) (13 ottobre 2024)

 

Foto di Maria Teneva su Unsplash

Fede e libertà (IV)

Come emerge da quanto scritto negli scorsi articoli, la ragione non può che affidare alla verità il proprio tendere ad essa. E, proprio per la ragione che la verità non può venire determinata, lo slancio verso di essa è destinato a non esaurirsi mai.

Ci si slancia, insomma, verso la verità, sapendo bensì che essa è innegabile, ma sapendo altresì che non la si potrà mai afferrare. Con questa conseguenza: chi cerca la verità non può far poggiare la propria ricerca sui mezzi di cui dispone in quanto “cercante”, perché quei mezzi sono insufficienti a raggiungere l’obiettivo. Continue Reading

Fede e libertà (III)

Nella prima parte della nostra trattazione, abbiamo cercato di evidenziare che la fede esprime una vocazione intrinsecamente razionale. Tale vocazione si esprime nell’intendere che sia vero l’oggetto creduto.

Ciò ha messo in luce un problema: se la verità dell’oggetto creduto è dimostrata razionalmente, quale spazio rimane alla fede?

Nella seconda parte della trattazione abbiamo cercato di evidenziare che, qualora la ragione pretendesse di determinare la verità, contraddirebbe sé stessa, dal momento che è la stessa ragione che richiede la verità come assoluta: solo se libera da vincoli estrinseci, essa è verità autentica.

De-terminare, invece, è riferire ad altro, giacché implica circoscrivere con un limite, de-limitare, così che la verità, in quanto determinata, viene subordinata a ciò che è altro da essa.

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