Oltre il conatus (17.II)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

 

Il singolo essere umano è un essere desiderante e la sua singolarità prende progressivamente forma a seconda di come viene strutturato il suo desiderare. Così chiudevo il precedente articolo. La mancata stabilizzazione del singolo essere umano esistente impone l’uscita da sé. La consapevolezza del dover uscire da sé rende l’essere umano non un semplice appetente, ma un essere che dirige il suo appetito verso qualcosa che ritiene capace di risolvere la mancanza avvertita e di stabilizzare il suo ex-sistere.

Pensando etimologicamente lo ex-sistere, si deve notare che “sistere” è verbo causativo di stare (lo stare in piedi); indica pertanto l’azione del “far stare in piedi” qualcos’altro. Ex-sistere indica l’azione del far stare in piedi qualcosa a muovere da, fuori da (il suo luogo originario). Proprio in quanto viene mantenuto “fuori” dalla sua origine, l’esistente “non sta” (da solo); per “mantenersi in essere” deve perciò cambiare, trasformarsi.

Devi cambiare la tua vita
Devi cambiare la tua vita non è solo il verso di chiusura di un sonetto di Rilke, ma è anche il titolo di un recente volume di P. Sloterdijk; in esso, l’autore pretende di riportare le “tradizionali” pratiche di “elevazione” mistico-religiosa  (quelle che darebbero piena risposta all’istanza di trascendenza verticale avvertita dagli umani), all’interno di quella che egli definisce “antropotecnica”, ossia l’insieme di quelle pratiche che gli umani mettono in atto per migliorare il loro sistema immunitario e proteggersi dai pericoli, ossia «le condotte mentali e fisiche basate sull’esercizio, con le quali gli esseri umani delle culture più svariate hanno tentato di ottimizzare il loro status immunitario sia cosmico sia sociale, dinnanzi a vaghi rischi per la propria vita e a profonde certezze di morire» (tr. it. pag. 14).

Non mi interessa contestare la legittimità di tale pretesa (che fa essere gli asceti degli “atleti” dello spirito): ogni pratica (ginnica o psichica che sia), se diventa procedura conforme a regole, è riconducibile ad una techne.  Quello che mi sembra riduttivo e, quindi, fuorviante, è il concepire la matrice profonda di quell’istanza di elevazione e trascendimento che struttura ogni essere umano e ogni suo agire (quella che immaginificamente Sloterdijk chiama “l’acrobatica” dell’esistenza) come scaturente solo dalla paura di essere annientato e dunque strutturantesi solo come pratica immunitaria di protezione dal rischio.

In ciò Sloterdijk segue una tradizione abbastanza consolidata nel moderno pensiero occidentale (da Hobbes a Schopenhauer, da Nietzsche a Freud) che interpreta la molla profonda che spinge ad agire il singolo soggetto esistente come mero Trieb, impulso inconscio, e lo assimila al malinteso “conatus sese conservandi”, ossia alla “semplice” difesa del proprio stato di esistente individuale (che, però, “da solo non sta” e ha continuo bisogno di stabilizzazione).

Ma è semplicemente un bisogno difensivo (che, con buona pace di Hobbes e Schopenhauer, invera la struttura hegeliana della cattiva infinità) oppure è l’aspirazione (intenzione) ad “essere pienamente nell’essere”? Quell’essere che “sta”, perché non manca, e dunque non è costretto a cambiamenti (l’essere non può non essere, diceva Parmenide).

L’errore di Hobbes e l’appiattimento del desiderio sul conatus
Sloterdijk sembra voler perpetuare quello che, seguendo una discutibile moda (cfr. Damasio, l’errore di Descartes) potrei definire come “l’errore di Hobbes”, ossia il rinnegamento di quella che per secoli è stata riconosciuta come la via platonica all’innalzamento di sé.

Com’è noto, Hobbes tenta – in una logica rigorosamente materialistico-deterministica – di elaborare una concezione dell’uomo e della società che traduca fedelmente la struttura della fisica, pensata geometricamente (Computatio sive logica è il titolo del primo libro del De corpore, il primo dei tre volumi costituenti gli Elementi di filosofia). Retrocedendo dal complesso al semplice, e cercando di fissare il limite di pensabilità che deve necessariamente coincidere con il minimo di realtà, se la realtà corrisponde geometricamente al solido, la superficie è il limite del solido, la linea è il limite della superficie, il punto (ciò che non ha parti, l’in-dividuo) è il limite (estremo) della linea; dunque, il costituente “elementare” della geometria è il punto, al quale corrisponde in fisica il “corpo minimo” (la parte più piccola, quell’elemento che ancora conserva le proprietà fondamentali del corpo, ossia estensione, figura, capacità di movimento); al corpo minimo è associato il “movimento minimo”, ossia il conatus. L’uomo (de homine) e la societas (de cive) vengono ricondotti all’articolazione deterministico-materialistica della fisica (de corpore): il “corpo minimo” di quella composita “macchina” (artificiale, ossia fatta ad arte) che è la società è pertanto l’individuo, che viene mosso dalla forza minima (inconscia) che è il conatus; il quale, quando è rivolto ad oggetti esterni, diventa appetitus.

Tali individui si concepiscono (contraddittoriamente) come irrelati (ad altri soggetti) e aventi di fronte solo ciò che – gettato contro essi e dunque ob-iectum – può apparire idoneo a saturare il loro appetito; su tali oggetti ritengono di avere un diritto illimitato di appropriazione (che questa sia la struttura elementare della logica del capitalismo non c’è bisogno di rimarcarlo).

Ad oggetti vengono assimilati anche gli altri individui “umani”. La vicinanza di questi (che hanno analogo appetito e analoga pretesa) viene percepita come la estrema minaccia alla conservazione del proprio status. Di qui la nota definizione dello “stato di natura” come bellum omnium contra omnes (a cui farà seguito la altrettanto famosa massima sartriana “l’inferno sono gli altri”).

La nascita di quel meccanismo artificiale che è lo Stato – il solo ente che può impedire (temporaneamente) la guerra di tutti contro tutti e quindi può porre un rimedio alla psicosi fobica (uso volutamente la locuzione nel senso del DSM 5) che costituisce (a detta di Hobbes) il mood, lo stato affettivo “basico” – dell’umanità – è dettato dalla astratta capacità razionale (concreta è la paura) che fa riconoscere che “pax est quaerenda”, ossia va desiderata e cercata; la si raggiunge, però, se e solo se gli individui sono disposti a rinunciare al loro “diritto su tutto” (ossia se accettano la necessità di “andar oltre” la loro individualità isolata: rinunciare al proprio diritto su tutto è riconoscere il diritto di altri, è riconoscere l’altro come soggetto di diritto).

Secondo Hobbes, però, è la costrizione violenta della paura di morire che impone agli egoismi individuali il calcolo razionale, e che apre al patto fondativo della societas. Detto altrimenti, non è tanto il patto di soggezione che legittima il sovrano, quanto è il fatto di qualcuno (singolo o assemblea poco importa) che impone con la forza la propria signoria che neutralizza la “guerra di tutti contro tutti”: sicuramente Machiavelli ha visto meglio.

Ma siamo sicuri che siano l’egoismo e la paura a caratterizzare ontologicamente gli umani e a fondarne la problematica convivenza? Siamo sicuri che la ricerca della pace sia solo il frutto di un’astrazione calcolante della ragione o questi sono i frutti avvelenati della psicosi fobica? Il bisogno di essere amati (non solo sfamati) sin dalla nascita (come ha ben mostrato Bowlby con la sua teoria dell’attaccamento sicuro) non è altrettanto fondamentale? E il caregiver che offre accoglienza benevola al neonato non è uno che “tiene a freno il suo appetito” (Hegel) per accudire e far crescere bene l’altro che gli viene affidato? Pensare che gli uomini siano egoisti per natura e altruisti per convenienza non è un tragico errore?

Come ha ben mostrato Stirner (L’unico e la sua proprietà), se pensiamo il singolo come radicalmente egoista dobbiamo pensarlo come “unico”, come contraddittoriamente assoluto nella sua instabilità, nel suo abbisognare: annichilendo ogni relazione, annichilisce sé.

Non è più plausibile (e aderente alla capacità di cura che gli umani mostrano almeno per i propri cari, e che consente la continuazione della specie) la lezione di Platone che, nel Simposio, mostra come la “molla” che spinge i viventi al trascendimento necessario per “essere nel bene” (e non solo per sentirsi meno spaventati) è quella tensione erotica che, se anche inizia desiderando il bello nei corpi, necessariamente si innalza alla dimensione universale del “Bello” in sé?

La trans-form-azione del singolo esistente è determinata dalla consapevolezza di non poter stare, che è consapevolezza di doversi trascendere, trascendendosi (come direbbe Agostino) come esseri razionali, ossia tendenti al vero (bene-bello), a quell’essere che non può non essere”: il conatus, ridotto a Trieb, è la caricatura del desiderio.

Riferimenti bibliografici
– Sloterdijk, Peter. 2010. Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica. Milano: R. Cortina

 

Articoli di questa serie già pubblicati
Struttura del desiderio (17.I) (24 maggio 2026)

 

Foto di Benjamin Voros su Unsplash

Già docente di filosofia nei Licei, docente a contratto presso l’Università degli Studi di Perugia. Email: piergiorgio.sensi@gmail.com

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