L’assoluto non può venire confuso con la totalità, se per “totalità” si intende l’insieme di tutte le determinazioni. Un conto, infatti, è il “tutto” inteso come “intero”; altro conto è il “tutto” inteso come “insieme” e che viene sovente definito “totalità”, intendendo il “tutto-di-parti”.
Per chiarire la differenza indicata, prendiamo le mosse da questo punto: la totalità intesa come “insieme”, va notato prima facie, non comprende soltanto tutte le cose (determinazioni), ma anche tutte le relazioni che sussistono tra tutte le cose, almeno se la relazione viene intesa come medio, ossia in forma di ipostasi.
La totalità configura, quindi, un’infinità quantitativa, ossia numerica, tant’è che sarebbe più corretto definirla “indefinitività”.
Anche la totalità, pertanto, risulta non determinabile, ma non per la ragione che, essendo assoluta, non può venire limitata, ma perché, essendo “indefinita” – giacché non si è mai in grado di affermare di avere colto tutte le possibili determinazioni –, essa costituisce una quantità incrementabile e ciò non la rende mai determinabile in forma definitiva.
Aggiungiamo che, qualora appunto la relazione venga intesa come medio, come ci ha insegnato Platone nel Parmenide, allora si dovranno considerare come elementi del tutto anche le relazioni tra le relazioni, in modo tale che le determinazioni si moltiplicheranno ulteriormente.
La conseguenza non può che essere questa: l’assoluto, o l’infinito, non va inteso come una totalità, ma come l’intero.
L’intero, infatti, non soltanto è scevro da relazioni estrinseche, che lo vincolerebbero ad altro da sé – altro che non può sussistere, se quello è veramente l’intero, ossia è l’assoluto –, ma anche da relazioni intrinseche, che lo dividerebbero in parti, le quali non possono costituire l’intero: quest’ultimo – ecco il nodo teoretico – non può venire diviso al suo interno, essendo interamente assoluto.
Poiché l’assoluto non può non escludere anche le relazioni intrinseche, oltre che quelle estrinseche, se ne ricava che, se l’intero non può non essere assoluto, allora non può prevedere “parti” al suo interno.
Se, invece, si negasse che intero e assoluto sono un medesimo, allora si dovrebbe indicare la differenza che sussiste tra di essi, differenza che l’assoluto non può non negare – stante che non ammette un altro da sé – e che nemmeno l’intero può accettare.
Dove dovrebbe porsi, infatti, tale differenza? Non tra l’intero e l’assoluto, come abbiamo appena visto, ma nemmeno nell’intero, perché ciò comporterebbe la distinzione dell’intero in un “in sé” e in un “per altro”, la quale negherebbe proprio l’intero, riducendolo alla sintesi di due componenti diverse fra loro.
La distinzione di intero e assoluto posta nell’intero, inoltre, farebbe dell’assoluto un momento dell’intero e ciò non potrebbe non configurare una contraddizione.
Del resto, coloro che intendono l’intero nel senso della sintesi di elementi, ebbene costoro eo ipso lo riducono a composto e, cioè, riducono l’assoluto ad un insieme di parti relative (proprio in quanto parti che si riferiscono reciprocamente), sì che l’assoluto finisce, contraddittoriamente, per dipendere dal relativo.
E, da capo, qualora costoro pretendano di negare l’identità di intero e assoluto e assumano l’intero indipendentemente dall’assoluto, allora è da chiedersi come possano comunque considerarlo una sintesi, se la sintesi implica necessariamente la suddivisione dell’intero negli elementi che costituiscono la sintesi stessa, così che l’intero sarebbe, insieme, unito ma anche diviso e anche questo modo di considerarlo non può non configurare una contraddizione.
Se, insomma, le parti sono conservate ciascuna nella propria identità di “parte”, allora la loro unione è solo una giustapposizione che mantiene la loro differenza, sì che anche la divisione viene mantenuta. Precisamente per questa ragione, l’intero non può valere come sintesi.
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