Il tema della “costruzione” o della “ricostruzione” dell’oggetto è della massima importanza. Se, infatti, si parla di “costruzione”, allora si riconosce che l’oggetto non è assolutamente indipendente dal soggetto, ma solo relativamente indipendente. La sua indipendenza, cioè, consiste nel fatto che il soggetto non crea l’oggetto, ma lo modella, cioè ne rileva la presenza nelle forme che sono proprie del sistema di rilevamento che egli è in quanto “soggetto”. Di contro, se si parla di “ricostruzione” dell’oggetto, allora ci si rifà ad una posizione realista, giacché si pensa che l’oggetto sia assolutamente indipendente dal soggetto, il quale ricostruisce l’oggetto nella sua mente, riproducendolo proprio così come esso è nella sua indipendenza. Abbiamo già fatto notare, nello scorso articolo, come a noi sembri insostenibile questa tesi: se l’oggetto è presupposto nella sua assoluta indipendenza dal soggetto, allora cosa si può cogliere di esso? Qualunque cosa venisse colta, si negherebbe eo ipso la sua indipendenza, perché si finirebbe per determinarlo, laddove esso, se è effettivamente indipendente, non può in alcun modo venire determinato, poiché verrebbe comunque determinato dal soggetto. Per approfondire questo tema, esaminiamo la concezione di Antonio Damasio, che ci sembra quanto mai significativa e in grado di fornire utili indicazioni per differenziare la concezione realista dalla concezione antirealista, che sostiene appunto la non assoluta indipendenza dell’oggetto dal soggetto. Continue Reading
La fede razionale di Kant
Come sanno coloro che hanno una sufficiente conoscenza della storia del pensiero filosofico, Immanuel Kant rappresenta una sorta di spartiacque tra la filosofia antica/medievale e quella moderna/contemporanea. Sebbene i motivi del suo sistema siano presenti in molti dei suoi predecessori (basti pensare a Cartesio con il principio dell’Io penso, a Berkeley negatore della materia e precursore dell’idealismo fino allo stesso Hume che lo risvegliò dal sonno dogmatico), Kant ha il merito di rendere esplicita e di portare ad estrema conseguenza l’idea secondo la quale, prima del mondo esterno e degli oggetti reali, la conoscenza è innanzitutto conoscenza della propria coscienza. Confermando che il vero esploratore è colui che è consapevole di aver scoperto un nuovo mondo e non soltanto qualche sua regione, il padre dell’illuminismo ribattezza la sua opera secondo la metafora della rivoluzione copernicana: così come Copernico aveva inaugurato il nuovo mondo scientifico ponendo fine al primato della terra orbitante intorno al sole, Kant pone fine al primato dell’oggetto e del realismo sostenendo il principio secondo il quale sono piuttosto gli oggetti a conformarsi alla struttura dell’intelletto. È dunque necessario, al fine di poter conoscere qualcosa, scoprire i meccanismi attraverso i quali l’essere umano si forma le rappresentazioni del mondo esterno. Le conseguenze di questo approccio sono almeno tre: il primato della coscienza nell’indagine filosofica, la fine della metafisica e l’etica fondata su se stessa.
Le aporie del realismo metafisico di Searle (II)
L’assolutizzazione dell’oggetto
Il monismo materialistico, come abbiamo cominciato a vedere nell’articolo scorso, sostanzialmente coincide con l’assolutizzazione dell’oggetto e implica che all’oggetto viene sottratto ciò su cui poggia che è l’altro da sé, il soggetto appunto.
In effetti, ciò che va messo in evidenza è proprio la correlatività di soggetto e oggetto, per lo meno del soggetto empirico, stante che quello che i filosofi chiamano “soggetto trascendentale” non può non emergere oltre la relazione all’oggetto, costituendosi come condizione oggettivante questa stessa relazione.
Ebbene, il monismo materialistico configura la più radicale negazione della soggettività, proprio perché vale come l’assolutizzazione dell’oggetto. Per comprendere il senso di questa assolutizzazione, che realizza una delle forme più significative di riduzionismo, si impone la necessità di proporre e spiegare quella distinzione, che a noi sembra essenziale anche per intendere adeguatamente il concetto di realtà: la distinzione che sussiste tra oggettivo e oggettuale.
La filosofia della mente al cospetto della verità (I)
Per introdurre
La Filosofia della mente rappresenta non soltanto un ambito specifico della ricerca filosofica, ma altresì il luogo teorico in cui si incontrano in forma esemplare scienza e filosofia. Precisamente per questa ragione, è considerata il fronte più avanzato tanto della ricerca filosofica quanto della ricerca psicologica, con importanti ricadute nel campo dell’etica, dell’antropologia, della sociologia, della giurisprudenza, per non parlare che dei più importanti ambiti di studio e di ricerca.
Ebbene, all’interno di tale contesto il programma naturalista, volto a negare ogni forma di “soprannaturalismo”, ha avuto un’influenza estremamente significativa. La naturalizzazione della mente, infatti, si è configurata in varie forme: alcune meno radicali, altre più radicali, le quali prospettano un riduzionismo che, se inteso nella sua modalità più estrema, genera quella concezione che viene definita “monismo materialistico”.
Il monismo materialistico, a sua volta, può venire inteso come una vera e propria assolutizzazione dell’oggetto, in modo tale che ciò che in tale concezione risulta eliminato è proprio il ruolo del soggetto. L’assolutizzazione dell’oggetto, d’altra parte, comporta l’assunzione di quest’ultimo come se fosse la realtà oggettiva, ossia la realtà che è in sé e per sé, totalmente indipendente dal soggetto, del quale si mette in discussione, appunto, la stessa esistenza.
Non a caso, Gilbert Ryle, intendendo riferirsi al ruolo della coscienza, parla a più riprese di “dogma cartesiano dello spettro nella macchina” (Ryle 1949), per sottolineare che la macchina, cioè il corpo, può benissimo procedere autonomamente e che il soggetto, cioè la coscienza o la mente, può venire considerato alla stregua di un fantasma.
In questo lavoro, muovendoci nel quadro teorico-concettuale rapidamente delineato, prenderemo in esame un aspetto specifico e cioè l’assunzione della realtà percepita come realtà oggettiva. Affinché il discorso risulti chiaro, porremo una distinzione, che a noi sembra molto feconda sul piano logico-teoretico e cioè quella che sussiste tra realtà oggettiva e realtà oggettuale.
La nostra ipotesi, che dovrà venire corroborata dagli argomenti che verranno offerti nel lavoro, è che la realtà percepita sia la realtà oggettuale e non la realtà oggettiva, come invece si tende a pensare. La realtà oggettiva, infatti, non può venire colta proprio perché è in sé e per sé. Nel momento in cui venisse colta, cesserebbe eo ipso di valere come oggettiva.
Damasio e l’ambiguità della rappresentazione
Il tema della “costruzione” o della “ricostruzione” dell’oggetto è della massima importanza. Se, infatti, si parla di “costruzione”, allora si riconosce che l’oggetto non è assolutamente indipendente dal soggetto, ma solo relativamente indipendente. La sua indipendenza, cioè, consiste nel fatto che il soggetto non crea l’oggetto, ma lo modella, cioè ne rileva la presenza nelle forme che sono proprie del sistema di rilevamento che egli è in quanto “soggetto”. Di contro, se si parla di “ricostruzione” dell’oggetto, allora ci si rifà ad una posizione realista, giacché si pensa che l’oggetto sia assolutamente indipendente dal soggetto, il quale ricostruisce l’oggetto nella sua mente, riproducendolo proprio così come esso è nella sua indipendenza. Abbiamo già fatto notare, nello scorso articolo, come a noi sembri insostenibile questa tesi: se l’oggetto è presupposto nella sua assoluta indipendenza dal soggetto, allora cosa si può cogliere di esso? Qualunque cosa venisse colta, si negherebbe eo ipso la sua indipendenza, perché si finirebbe per determinarlo, laddove esso, se è effettivamente indipendente, non può in alcun modo venire determinato, poiché verrebbe comunque determinato dal soggetto. Per approfondire questo tema, esaminiamo la concezione di Antonio Damasio, che ci sembra quanto mai significativa e in grado di fornire utili indicazioni per differenziare la concezione realista dalla concezione antirealista, che sostiene appunto la non assoluta indipendenza dell’oggetto dal soggetto. Continue Reading
La fede razionale di Kant
Come sanno coloro che hanno una sufficiente conoscenza della storia del pensiero filosofico, Immanuel Kant rappresenta una sorta di spartiacque tra la filosofia antica/medievale e quella moderna/contemporanea. Sebbene i motivi del suo sistema siano presenti in molti dei suoi predecessori (basti pensare a Cartesio con il principio dell’Io penso, a Berkeley negatore della materia e precursore dell’idealismo fino allo stesso Hume che lo risvegliò dal sonno dogmatico), Kant ha il merito di rendere esplicita e di portare ad estrema conseguenza l’idea secondo la quale, prima del mondo esterno e degli oggetti reali, la conoscenza è innanzitutto conoscenza della propria coscienza. Confermando che il vero esploratore è colui che è consapevole di aver scoperto un nuovo mondo e non soltanto qualche sua regione, il padre dell’illuminismo ribattezza la sua opera secondo la metafora della rivoluzione copernicana: così come Copernico aveva inaugurato il nuovo mondo scientifico ponendo fine al primato della terra orbitante intorno al sole, Kant pone fine al primato dell’oggetto e del realismo sostenendo il principio secondo il quale sono piuttosto gli oggetti a conformarsi alla struttura dell’intelletto. È dunque necessario, al fine di poter conoscere qualcosa, scoprire i meccanismi attraverso i quali l’essere umano si forma le rappresentazioni del mondo esterno. Le conseguenze di questo approccio sono almeno tre: il primato della coscienza nell’indagine filosofica, la fine della metafisica e l’etica fondata su se stessa.