Uno Spinoza tantrico

Che Spinoza fosse considerato l’ospite orientale della filosofia occidentale lo sapevamo già con Hegel. Che Spinoza, insieme a Bruno, fosse idealmente nato e cresciuto sulle rive del Gange lo aveva intuito Schopenhauer. Che Spinoza fosse, nel contesto dell’ampio mondo della spiritualità vedica, affine alla famiglia del tantrismo, lo stiamo imparando mano a mano che la conoscenza delle filosofie orientali progredisce in Occidente. Questo grazie anche ad un serio approccio al significato dello yoga, pratica meditativa tesa ad unire mente e corpo. 

Così, una volta uniti tutti questi puntini, si ottiene quello che Andrea Sangiacomo, un giovane filosofo italiano in servizio presso un’università olandese, ha definito, in un suo libro di recente pubblicazione, Lo Yoga di Spinoza con il sottotitolo significativo di pratica della potenza ed esperienza dell’infinito.

Lo yoga è una disciplina antichissima che unisce pratiche fisiche, mentali e spirituali con l’obiettivo di raggiungere equilibrio, consapevolezza e benessere interiore. Il termine yoga deriva dalla radice sanscrita yuj, che significa “unire” o “congiungere”, riferendosi all’unione di corpo, mente e spirito. Numerosi sono i tipi di yoga della tradizione orientale di cui solo una parte sono conosciuti in occidente. Bene dunque ha fatto l’autore ad intitolare il suo libro lo Yoga di Spinoza, cercando di individuare la pratica che meglio si accorda alla teoria dello spinozismo. Continue Reading

Cacciari racconta Spinoza

L’iniziativa editoriale del settimanale L’espresso chiamata “Il Caffè Filosofico – la filosofia raccontata dai filosofi”, prevedeva venerdì 20 settembre 2013 l’uscita di un Dvd in cui Massimo Cacciari racconta Spinoza e il problema della libertà.
Si tratta di circa 90 minuti di contributo; una lezione del professor Cacciari – registrata nella splendida Biblioteca Nazionale Braidense di Milano – intorno alle questioni fondamentali di Baruch Spinoza. Il tentativo è quello di dare un affresco generale dell’opera e del pensiero dell’autore, ma anche – specialmente quando ci si rivolge ad un pubblico più preparato – quello di dare una lettura complessiva e critica, sull’importanza e la validità del pensiero spinoziano.

A mo’ di introduzione, anche biografica – ma non solo -, Cacciari mette in risalto come la tradizione ebraico-israelitica da cui Baruch proviene, è una tradizione colta nelle lettere, nel teatro e nella pratica esegetica. L’ebraismo – la culla in cui Spinoza muove i primi passi, fino all’espulsione del 1656, decisiva per la svolta intellettuale del giovane Baruch – è un contenitore di cultura, di pratica culturale e dialogo. I maestri eretici di Spinoza – trovati all’interno della comunità stessa – come Uriel Da Costa [1] e Van den Enden, hanno poi fatto il resto.

Cacciari, diciamolo fin da subito, dà una lettura radicale della metafisica spinoziana, ponendo Spinoza nell’alveo di quella tradizione filosofica perdente – a livello storico – che non pone l’ego al centro, e al punto di partenza, della speculazione filosofica, ma si cala subito “nel cuore che non trema della Verità”, come ebbe a dire Parmenide. (Interessante anche questo collegamento fra Parmenide e Spinoza, più volte evocato nei nostri ritiri.)
Le parole di Spinoza, dice Cacciari, possono sembrare le stesse che la realtà userebbe se fosse in grado di descrivere se stessa.

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