Pensiero riflessivo e atto di coscienza (I)

La considerazione scientifica e filosofica del pensiero riflessivo
Lo studio scientifico del pensiero ha trovato espressione, in primo luogo, nella logica formale. Più recentemente, anche le scienze psicologiche si sono occupate del tema, mediante una ricerca empirica e sperimentale.
Tuttavia, sia la logica formale sia la psicologia che si occupa del pensiero non hanno dato la giusta rilevanza a un aspetto che, invece, è stato da sempre considerato centrale in ambito filosofico. Tale aspetto può così venire riassunto: il pensiero viene analizzato e descritto, ma a compiere l’analisi e la descrizione è ancora il pensiero.
Quale valore e quale significato può avere il fatto che il pensiero non soltanto è l’oggetto dell’indagine, ma altresì è il soggetto dell’indagine stessa? Da questa domanda intendiamo partire per impostare l’analisi. Il nostro progetto è duplice: fornire precisazioni in ordine alla facoltà di oggettivarsi che è propria del pensiero, e che costituisce la sua funzione riflessiva; avanzare alcune ipotesi che spieghino per quale ragione il pensiero riflessivo non ha goduto di particolare considerazione nello studio scientifico che viene condotto sul pensiero; infine, far emergere il pensiero riflessivo, inteso nella sua essenza più pura, come atto e non come attività.

Iniziamo ricordando che, in ambito scientifico, soltanto le scienze psicologiche hanno mostrato un certo interesse per il pensiero riflessivo e critico, un interesse che si è espresso sia in forma diretta, nel senso che proprio del pensiero riflessivo tali scienze si sono occupate, sia in forma indiretta. Avendo individuato e descritto una modalità di pensiero che è stata definita “tacita” o “implicita”, esse infatti offrono la possibilità di chiarire in termini più rigorosi le proprietà che caratterizzano il pensiero esplicito o cosciente, e cioè cosa precisamente il pensiero esplicito aggiunga alle forme implicite.

La funzione riflessiva del pensiero, invece, è stata al centro della ricerca filosofica. Qui, per iniziare il discorso, ricorderemo soltanto la fondamentale distinzione posta da Giovanni Gentile tra pensiero pensante e pensiero pensato. Tale distinzione è volta a mostrare che il pensiero gode di una fondamentale proprietà: la proprietà riflessiva, appunto.

In forza di tale proprietà, il pensiero può sdoppiarsi e porre sé come oggetto di sé medesimo: può porre il pensiero come oggetto del pensiero. Precisamente per questa ragione si parla di “pensiero pensante”, che è il pensiero oggettivante, e di “pensiero pensato”, che è il pensiero oggettivato.

Tale distinzione consente di evidenziare che è del tutto insensato pretendere di oggettivare la condizione in virtù della quale si pone l’oggettivazione: il pensiero, in quanto pensante, è inoggettivabile; se viene oggettivato, viene ridotto a pensiero pensato e, in quanto tale, perde ciò che ne costituisce l’essenza.

Come cercheremo di far notare nel prosieguo del nostro lavoro, la distinzione posta da Gentile è di grande rilevanza, ma continua ad assumere il pensiero nella forma dell’attività. Solo l’attività, infatti, si pone in forza della dualità, appunto la dualità di pensiero pensante e pensiero pensato. Ma, in questo modo, il pensiero pensante non può valere come fondamento, perché senza la posizione del pensiero pensato non potrebbe porsi come pensiero pensante.

Precisamente per questa ragione riteniamo che il pensiero vada inteso come atto, per sua natura unitario, affinché possa valere quale effettivo fondamento. Il fondamento, infatti, non necessita dei fondati, ma li condiziona unilateralmente (li condiziona senza farsi condizionare da essi). E il pensiero non può non valere quale fondamento, dal momento che anche la sua negazione è un pensiero, anche l’altro dal pensiero è pensato come “altro” e, inoltre, anche l’assenza di pensiero è pensata come “assenza”.

Proprio perché fondamento, non si dovrà mai dimenticare che, qualunque discorso venga svolto sul pensiero, tale discorso non esaurisce mai il pensiero che lo pone come discorso. In questo senso, non può non intendersi un’emergenza del pensiero sul linguaggio e, quindi, su ogni testo che del pensiero si occupi, incluso il presente.

Le procedure logiche e lo studio scientifico del pensiero
Uno studio scientifico del pensiero riflessivo, dicevamo, non è rintracciabile nell’ambito della logica formale. Quest’ultima, infatti, si occupa di procedure logiche e della loro correttezza formale.

Inoltre, quando si è individuata una logica emergente oltre la logica formale, si è parlato di logica trascendentale, ma la si è intesa o come la dottrina delle funzioni pure della conoscenza (Kant) o nel senso della costituzione dell’identità trascendentale dell’oggetto ideale mediante esperienze vissute (Husserl) oppure, più recentemente, collocando entrambe all’interno di un rapporto fenomenologico (Barone), senza porre al centro il tema del pensiero riflessivo.

Le scienze psicologiche hanno condotto uno studio scientifico del pensiero riflessivo a muovere dalla ricerca svolta da Dewey. Tuttavia, a nostro giudizio, esse non sono riuscite a coglierne i tratti essenziali. Alcuni studiosi, come per esempio Tavris e Wade, hanno assimilato il pensiero riflessivo al pensiero critico (critical thinking), mentre altri lo hanno identificato con il pensiero produttivo (es., Wertheimer) o con il pensiero creativo (es., Csikszentmihalyi, Schank, Simon, Simonton) oppure lo hanno inteso come la sintesi di molteplici e svariati componenti (es., Fisher, Halpern). Non di meno, la funzione riflessiva non è stata mai direttamente tematizzata né si è cercato di intenderne senso e valore.

Una considerazione a parte merita la ricerca di Stanovich (Stanovich 2011), il quale, prendendo in esame il tema della razionalità nell’ambito proprio delle scienze cognitive, sostiene la necessità di distinguere la mente in “mente riflessiva” e “mente algoritmica”. Quest’ultima configura un processo automatico che si svolge in conformità a regole; la mente riflessiva, invece, interrompe l’elaborazione automatica e inserisce un elemento critico. Precisamente questo aspetto critico e riflessivo, a nostro giudizio, costituisce l’elemento fondamentale della mente, in generale, e del pensiero, in particolare

Ricordiamo, infine, che Mercier e Sperber (Mercier e Sperber 2011, pp. 57-111) hanno recentemente sostenuto che la funzione fondamentale del ragionamento è argomentativa, ossia è volta a elaborare e a valutare gli argomenti destinati a persuadere. Tale impostazione ci sembra di notevole interesse, per la ragione che pone in evidenza come sia la stessa ricerca scientifica condotta sul pensiero a richiedere un’indagine sul pensiero riflessivo.

La funzione riflessiva e la considerazione formale e trascendentale del pensiero
La funzione argomentativa, infatti, non può non fondarsi sulla funzione riflessiva, nel senso che il pensiero è in grado di valutare il potere persuasivo delle argomentazioni solo in quanto è in grado di riflettere sul proprio procedere e sul proprio argomentare, ossia solo in quanto è soggetto dell’indagine oltre che oggetto dell’indagine stessa e, soprattutto, solo in quanto sa riconoscere questa sua duplice condizione.

Da un lato, si tratta dunque di precisare le forme in virtù delle quali il pensiero si differenzia da sé stesso e assume sé stesso come oggetto di indagine; dall’altro, non si potrà evitare di considerare l’aspetto per il quale il pensiero permane il medesimo in questa sua intrinseca differenziazione.

Dal punto di vista formale, dunque, il pensare sé stesso da parte del pensiero si configura come un’attività, quindi come una relazione, la quale non può non implicare una dualità: pensante e pensato. Dal punto di vista trascendentale, invece, il “pensiero del pensiero” o il sapersi del sapere deve venire inteso come una vera e propria unità, nella quale la dualità di pensante e pensato è scomparsa.

Il pensiero (sapere), in quanto vera unità, non può non essere trasparente a sé stesso, così che il suo essere cosciente non va più inteso nella forma della dualità, cioè dello “essere cosciente di sé”, come accade nella considerazione formale del pensiero, ma deve venire colto nel senso dell’unità dell’atto, come accade nella considerazione trascendentale del pensiero.
Nell’atto del togliersi della differenza di sapere e saputo – differenza che impedisce al sapere di sapere veramente il proprio saputo – il sapere perviene ad essere uno con il saputo e, dunque, diventa vero sapere, così come il pensiero diventa pensiero vero quando si realizza l’unità di pensante e pensato.

Il pensiero come procedura e come atto
Tornando alla conoscenza scientifica del pensiero riflessivo, poniamo la seguente domanda: per quale ragione la ricerca scientifica descrive il pensiero nella forma di una procedura e tralascia l’aspetto del suo presentarsi come atto di pensiero?

In effetti, al di là della mutevolezza delle forme (induttive, deduttive, abduttive, di controllo), la descrizione scientifica del pensiero interpreta quest’ultimo sempre come una procedura, ossia come una successione di stati che, a muovere da uno stato inziale, perviene a una conclusione, la quale può essere una conseguenza probabile, come nel caso delle molteplici forme di induzione o del ragionamento in condizioni di incertezza, oppure necessaria, come nel caso della deduzione.

Se descrivere scientificamente significa analizzare, allora soltanto di una procedura risulta possibile fornire una descrizione scientifica. La procedura, infatti, può venire analizzata perché si struttura come un susseguirsi regolato di stati, che può venire adeguatamente riprodotto mediante un qualunque automa a stati finiti, come una macchina di Turing.

Con l’espressione “atto di pensiero”, invece, si intende non una procedura, ma quella unità del pensiero con sé stesso, che da alcuni è stata indicata come “intuizione” e da altri come “intellezione pura”. Quest’ultima coincide, appunto, con l’atto dell’intelligere, che a nostro giudizio va interpretato come quella proprietà, tipica del pensiero cosciente, che consente al pensiero di riconoscersi come pensiero e di riconoscersi immediatamente, così che l’autocoscienza non va pensata come un mediarsi del pensiero, cioè come una dualità, ma come l’atto che è il pensiero, il quale è tale proprio perché è tutt’uno con il suo sapersi.

Se la funzione riflessiva esprime la proprietà essenziale del pensiero, a sua volta essa si fonda, pertanto, su un atto, perché solo all’atto può venire attribuito valore autenticamente unitario, dunque autenticamente fondante. E questo atto è il sapere di essere sapere proprio del sapere (pensiero).

Svolgere un discorso filosofico sul pensiero (sapere) implica dunque che ci si disponga su tre livelli: il livello del pensiero discorsivo, che assume il pensiero come una procedura; il livello del pensiero riflessivo come viene descritto formalmente: in tale livello la proprietà riflessiva viene assunta come la capacità del pensiero di oggettivare sé stesso e il suo permanere un medesimo viene inteso come una unificazione di pensante e pensato; infine, il terzo livello, nel quale il pensiero riflessivo viene colto per il suo valore trascendentale, cioè come quella vera unità che fa del pensiero il sapere: il sapere di essere sapere.

Tale sapere di essere sapere costituisce l’a priori di ogni sapere e, dunque, di ogni pensiero determinato. Se, infatti, il sapere ignorasse di essere sapere, allora non sarebbe sapere affatto.

Riferimenti bibliografici

  • Mercier, Hugo – Sperber, Dan. 2011. Why do humans reason? in «Behavioral and Brain Sciences», 34 (2), Cambridge: Cambridge University Press.
  • Stanovich, Keith. 2011. Rationality and the reflective mind. New York: Oxford University Press.

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Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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