Sulla passività nel pensiero di Bergson e Merleau-Ponty

L’ontologia si fa estetica. Un nuovo punto di partenza
In Evoluzione creatrice, la passività è raffigurata dalla «materia» (Bergson 1959, 603). Essa è quella «resistenza» che lo slancio vitale deve superare per prolungare la sua «spinta», ma è anche – e soprattutto – la «spazialità» che ne permette la manifestazione, come chiarito anche ne Le due fonti della morale e della religione (Bergson 1959, 1191-1194). Non solo: la materia è anche l’altro volto dell’attività creatrice dello slancio, è la ricaduta o la riconversione attuale di questa forza propulsiva. Essa è il nome del suo «affaticamento», del suo venire meno in quanto «tendenza prima» (Bergson 1959, 595-596; Valenti 2019, 283). 

Come ho mostrato in alcuni studi pubblicati, quest’anfibolia non è risolvibile secondo il quadro concettuale offerto da questo testo (Valenti 2020, 268-287; Valenti 2019b). Non è chiaro, in ultimo, cosa esattamente sia questa “corrispondenza” alla virtualità dello slancio bergsoniano, il luogo che accoglie il suo farsi spazio. È il caso, per rispondere a questa domanda, di fare un passo indietro. Occorre prendere in considerazione altri documenti, allo scopo di suggerire una visione più ampia sulla questione della passività. Ecco perché, a mio avviso, è opportuno ripartire da Materia e memoria, uno studio che consente di porre la questione della relazione tra spirito e materia da un punto di vista specificamente estetico.

L’estetica si fa ontologia.
Aisthesis come «espressione di un certo rapporto con il mondo»
(Dalmasso 2019).
Nel primo capitolo di Materia e memoria Bergson presenta un’ontologia composta di «immagini» (Bergson 1959, 169-170). Esse costituiscono il risultato dell’interazione tra la «percezione pura» o «materia», ed il «ricordo puro» o «memoria» (Bergson 1959, 173-174; 183-185). Le immagini operano per «contrazione» e «distensione», ed è grazie all’intreccio di tali movimenti che affiora l’immagine del corpo vivente, in quanto «centro di azione» e prospettiva (Bergson 1959, 182).

Bergson descrive una soggettività immanente che acquista rilievo grazie alla contrazione materiale o «durata», vale a dire grazie alla distanza che quest’immagine privilegiata è in grado di porre tra sé e le altre (Bergson 1959, 186-190). In questo contesto, la percezione è direttamente associata all’essere, ed è perciò in termini estetici che viene configurato ogni commercio, anche pratico, che il soggetto intrattiene con i “percepibili” circostanti. È attraverso il fondamento di questo scambio, tra ciò che tocca e ciò che è toccato, tra la memoria e la materia, che il corpo vivente si esprime, si costituisce cioè in quanto soggetto o intenzionalità operante.

Il “visuale” merleaupontyano come implicazione necessaria dell’invisibile
Il corpo vivente è una realtà eccedente, esposta, subita. Come riporta Anna Caterina Dalmasso, Merleau-Ponty parla a questo proposito di «avversità carnale», nella descrizione di un soggetto situato, in quanto luogo di passione e possibilità (Dalmasso 2019, 118). Questo corpo è contornato dal «visuale»: esso rappresenta l’orizzonte di “invisibile” che avvolge la “visibilità”, e che dirige verso il suo telos estetico fondamentale (Merleau-Ponty 1989, 49)

Tale relazione è circolare, simmetrica ma non coincidente. Il soggetto merleaupontyano emergente è un attore che sancisce una discontinuità tra sé e la «tradizione» che riprende, «tradisce» o «dimentica» (Merleau-Ponty 1985, 25-26). Nella pratica artistica o «istituzione», in senso più ampio, l’«essere sensibile» si rapporta con la sua «espressione», in un vincolo che unisce «attività» e «passività» (Merleau-Ponty 1996, 172 e 200). Quest’ultima gioca un ruolo fondamentale ed ugualmente generativo nel processo che conduce alla creazione dell’opera: la passività corrisponde infatti alla «risposta» mediata che l’artista riceve dal contatto con il mondo “percepito”, una latenza dalla quale non può prescindere (Dalmasso 2019, 137).

La «vertigine dell’inerzia» (Merleau-Ponty 2003, 189-190)
«Attività» e «passività» non delineano due fattori di equivalenza causale, bensì di un’«idealità in genesi» (Merleau-Ponty 2003, 11-12). Attraverso questa locuzione, Merleau-Ponty intende figurare il nesso che congiunge «fatticità» ed «intenzione», secondo una dinamica ad un tempo diacronica e sincronica (Merleau-Ponty 1960, 285). La passività è l’inversione dell’attività, e non si dà l’una senza l’altra: il visibile è infatti «stregato dal suo rovescio invisibile e virtuale», ed è come catturato dalla «percezione pura» o «impercezione» che contraddistingue la materia bergsoniana, ovvero il grado più disteso della durata che si realizza nell’attualità del presente (Dalmasso 2019, Deleuze 1997). La passività è una condizione congenita all’io merleaupontyano, è qualcosa che gli accade e che ha la facoltà di redistribuire il suo orizzonte percettivo o «paesaggio», di consentirgli di cogliere la dimensione di «scarto» – in quanto mancata coincidenza – che lo mette in relazione con il mondo percepito (Merleau-Ponty 2003, 178-249)

Ne Il problema della passività, titolo del ciclo di lezioni tenutesi presso il Collège de France tra il 1953 e 1954, l’eccedenza dello «scarto percettivo» della «veglia» è compensata dalla «de-differenziazione» viceversa offerta dell’esperienza del «sonno» (Merleau-Ponty 2003, 182-212). Quest’ultimo raffigura una sorta di ritorno ad uno stato di «ingorgo» preoggettivo e prespaziale, all’«inarticolato» sia in senso soggettivo che oggettivo (Merleau-Ponty 2003, 177, 182, 212). Il sonno consente a Merleau-Ponty di teorizzare il «ritiro» del corpo e «del campo di esistenza» dal mondo, per ritornare alla fatticità della corporeità insensibile (Merleau-Ponty 2003, 197-198).

L’esperienza del sonno
Il sonno o l’inconscio, recita Merleau-Ponty, non solo rappresentano una «condotta regressiva» della coscienza, un cambiamento della struttura del soggetto, ma soprattutto una «possibilità interna dell’essere» (Merleau-Ponty 2003, 167-8, 185). Il sonno è «l’attività di allontanamento dal mondo», è ciò a cui «ci si abbandona» pur senza una previa sincera adesione (Merleau-Ponty 2003, 189, 195)

«Dormire – dice Merleau-Ponty – non è né presenza immediata al mondo, né pura assenza: è essere allo scarto» (Merleau-Ponty 2003, 195-6). Tale scarto caratterizza altresì la dimensione di non pienezza o «cavità» che Merleau-Ponty riconosce alla natura del mondo percepito, mondo che si schiude ad una soggettività definita come fondamentale «apertura di campi» (Merleau-Ponty 2003, 167). Mondo percepito e soggetto sono fatti della stessa «pasta», cui l’autore riconosce una fondamentale «debolezza» o “plasticità”: se il mondo percepito prevede e accoglie la fondamentale relazione estetica con il soggetto merleaupontyano, allo stesso tempo l’autore riconosce alla coscienza una certa «passività», nel fatto di poter recedere ad un grado inferiore di articolazione e complessità. Merleau-Ponty descrive l’essere “allo scarto” come una dinamica per la quale «io divento il mio corpo, non come apertura allo spazio oggettivo, “io posso”, potenza di una certa portata, ma come chiusura a tutto questo» (Merleau-Ponty 2003, 196-7).

Il sonno è infatti ciò che restituisce l’equilibrio all’esposizione offerta dallo stato o attività di veglia, ciò che la compensa, proprio come avviene nella progettualità dell’esperienza artistica. Sonno e veglia si confermano vicendevolmente. Vi è infatti, per Merleau-Ponty, un’incoscienza o un’«indeterminazione di coscienza», anteriore alla coscienza percettiva o riflettente, ovvero l’anestesia fondamentale che accomuna gli esseri senzienti (Merleau-Ponty 2003, 177). Quest’indeterminazione rimanda alla sussistenza di un «percepito ancora muto» o «preumano», anteriore e primitivo, il quale conferisce il senso fisico alle nostre susseguenti prestazioni estetiche. L’anestesia pone così, in un certo modo, l’istituzione della sensibilità: nel sonno, chiarisce Merleau-Ponty nelle sue lezioni, le potenzialità del soggetto, in quanto habitus ed hexeis, vengono debitamente conservate, nell’eventualità di una felice riattivazione delle facoltà solo momentaneamente sopite (Merleau-Ponty 2003, 195, 213)

La coscienza infatti non cessa mai di operare, anche se allontanata dal mondo percepito. Essa mantiene inalterato il suo riferimento, il suo orizzonte estetico. Il risveglio corrisponde alla rinascita o «riattivazione» del soggetto, nell’auspicato ritorno alla differenza, alla distanza, a quello stato di emergenza ed esposizione che contraddistingue il suo commercio a distanza con il mondo percepito (Merleau-Ponty 1996, 177). La corporeità è così tratteggiata seguendo l’equilibrio di due movimenti contrari, l’uno di messa a distanza e l’altro di riavvicinamento. Merleau-Ponty indaga l’aisthesis in quanto manifestazione di una certa potenza che si definisce a partire da un’anestesia fondamentale, cui ogni azione del soggetto è infine richiamata (Merleau-Ponty 1996, 166).

La passività come replica all’attività. Le prospettive offerte dalle ricerche attuali
Di recente, la critica ha rivalutato positivamente il ruolo della passività nell’“economia” della prassi percettiva. Si è registrata infatti, negli ultimi anni, una vera e propria inversione di tendenza nel dibattito italiano concernente la produzione d’opera. Tale discussione ha consentito un nuovo apprezzamento delle diadi che configurano la relazione che l’attore intrattiene con la propria espressione, classicamente rappresentate dalle figure di “attività” e “passività” o di “slancio” e “ricaduta”. Gli studi apparsi hanno sottolineato la fondamentale complementarietà di queste componenti solo apparentemente contraddittorie, mettendo in luce l’aspetto più distruttivo che accompagna, essendone intimamente correlato, ogni atto di creazione.

Per Silvia Vizzardelli, ad esempio, l’esperienza artistica è «collasso nella materia inerte» (De Filippis-Vizzardelli 2016, 11-2). La creazione si accompagna alla «gravitazione», al «risucchio», alla «caduta» (De FIlippis-Vizzardelli 2016, 44-5). Essa si completa nel ripristino dello «squilibrio creatore», dello «sbilanciamento» che si ricompone nell’«adempimento mimetico», ovvero nel cedimento soggettivo che ristabilisce l’economia ontologica nella ritrovata coincidenza materiale (Merleau-Ponty 2003, 46). In Vertigine, Andrea Cavalletti sottolinea l’aspetto appunto vertiginoso della costituzione dell’intersoggettività, come «hexis» o «habitus» (Cavalletti 2019, 59-60). È “vertiginoso” ciò che pone una mancata identità o coincidenza, ciò che implica un’attrazione verso relazioni che conducono l’intenzionalità al suo disfacimento, verso il bergsoniano «interesse per il disinteresse», nell’abbandono ad un’alterità inassimilabile (Cavalletti 2019, 116-119). 

Andrea Ciucci approfondisce le declinazioni della «chora» platonica nel pensiero contemporaneo e ne esplicita la straordinaria portata filosofica (Ciucci 2019). Essa è il nome dell’“attraverso” del farsi mondo. Chora è rilevante, seguendo Agamben, perché è la passione fondamentale, è la «percezione di un’impercezione, la sensazione di un’anestesia, un può aver luogo» (Agamben 2005, 276-7). A questo proposito, ritornando all’ontologia merlopontitana, secondo la quale «ogni visibile è invisibile, (…) la percezione è (im)percezione», Dalmasso invita a pensare il rovescio della sua esperienza estetica (Merleau-Ponty 1964, 25-26; Dalmasso 2019, 55). La studiosa rivaluta l’aspetto speculare della «passività» che risponde all’«attività» creatrice, rimarcandone il carattere di “lateralità” che contraddistingue ogni commercio tra percepibile e impercepibile (Merleau-Ponty 2003, 35-36). 

Di notevole interesse scientifico sarà, in futuro, tentare di promuovere lo stesso criterio nello studio del bergsonisme.

Riferimenti bibliografici
– Bergson, Henri. 1959. “L’évolution créatricein Œuvres. Paris: PUF.
– Merleau-Ponty, Maurice. 1960. Signes, Paris: Gallimard.
– Merleau-Ponty, Maurice. 1964. Le visible et l’invisibile. Paris: Gallimard.
– Merleau-Ponty, Maurice. 1985. L’œil et l’esprit. Paris: Gallimard.
– Merleau-Ponty, Maurice. 1989. Le primat de la perception et ses conséquences philosophiques : précédé de Projet de travail sur la nature de la Perception (1933) et La nature de la perception (1934). Paris: Cynara.
– Merleau-Ponty, Maurice. 1996. Note de cours. 1959-1961. Paris: Gallimard.
– Deleuze, Gilles. 1997. Le bergsonisme. Paris: PUF.
– Merleau-Ponty, Maurice. 2003. L’institution dans l’histoire personnelle et publique. Le problème de la passivité. Le sommeil, l’inconscient, la mémoire. Notes de cours au Collège de France (1954-1955). Berlin – Paris.
– Agamben, Giorgio. 2005. La potenza del pensiero. Saggi e conferenze. Vicenza: Neri Pozza.
– De Filippis, Valentina – Vizzardelli, Silvia. 2016.  La tentazione dello spazio. Estetica e psicoanalisi dell’inorganico. Napoli-Salerno: Orthotes.
– Cavalletti, Andrea. 2019. Vertigine. La tentazione dell’identità. Torino: Bollati Boringhieri.
– Ciucci, Andrea. 2019. Il fascino di Chora. Fortuna contemporanea di una intuizione platonica. Torino: Mimesis.
– Dalmasso, Anna Caterina. 2019. L’œil et l’histoire. Merleau-Ponty et l’historicité de la perception. Milano: Mimésis
– Valenti,  Riccardo. 2019. “Recensione a «Plotino. Corso del 1898-1899 al Collège de France»” in In Circolo. n. 8.
– Valenti, Riccardo. 2019b. “… une épistémologie sans démon, sans crochet céleste” in Giornale Critico di Storia delle Idee”, n. 2. (di prossima pubblicazione).
– Valenti. Riccardo, 2020. “Le «monnayage» come «falsificazione». Sul virtuale bergsoniano quale gradiente di trasformazione ontologica” in Areté. International Journal of Philosophy, Human & Social Sciences: n. 5. Roma: Università degli Studi Guglielmo Marconi.

 

 

Laureato in Filosofia nel 2016, presso l'Università degli studi di Trento, e, nel 2019, in Scienze Filosofiche a Firenze. Attualmente (2020) dottorando presso l'Università Ca' Foscari di Venezia e l'Université de Paris I Panthéon-Sorbonne,

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