Il doppio volto dell’angoscia

Esplosa con il coronavirus, la questione dell’angoscia è tornata al centro dell’attenzione delle cronache e delle scienze sociali. Oltre al modo in cui l’intende la psicologia, l’angoscia ha ricevuto una particolare attenzione anche da parte della filosofia, la quale ne ha sottolineato la sua importanza per la formazione della coscienza.  Per questo motivo, gli uomini preferiscono negare l’angoscia piuttosto che riconoscerla: di fatto, viviamo in un mondo in cui essa è scomparsa da tempo e la nostra è piuttosto «l’epoca dell’incapacità di provare angoscia»

 

«Ed elli a me: L’angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti. Andiam, ché la via lunga ne sospigne». Così Dante, nelle parole di Virgilio, descrive nel quarto canto dell’Inferno la condizione di coloro che si trovano nel limbo. Da quando il coronavirus è entrato nelle nostre vite, psicologi, giornalisti e professionisti di vario genere, ripetono che esso ha portato ad un vertiginoso aumento dell’angoscia. Si sono moltiplicate le descrizioni dell’angoscia come stato interiore, le analisi sulle “curve dell’angoscia”, i consigli per tenere a bada l’angoscia. Insomma, gli uomini sembrano essere stati investiti da un vero e proprio tsunami ansiogeno.
Ma siamo sicuri che sia andata proprio così? Se ci avviciniamo meglio alla sua fenomenologia, vediamo che l’angoscia viene descritta in modi ambivalenti e tali da non consentire una sua chiara comprensione. In particolare esistono almeno due modi di intendere l’angoscia: uno indiretto, che richiede un comportamento mediatore; un altro diretto che fa i conti in modo immediato con questo stato d’animo.
Nel senso indiretto, che è quello inteso dalla psicologia, si parla di angoscia quando si è in presenza di meccanismi inibitori che servono per impedire il manifestarsi di una certa condizione psichica. Si tratta di comportamenti (minimizzare, volgere altrove lo sguardo, dire che andrà tutto bene, assumere ansiolitici) che impediscono il suo manifestarsi: essi sono da considerarsi sì come segnali della presenza dell’angoscia, ma esattamente nel senso in cui essa viene allontanata. In realtà quei meccanismi, più che rivelare l’angoscia, la rimuovono, con il risultato che essa, anziché apparire, non si manifesta (se non appunto attraverso quei comportamenti che la inibiscono) impedendo  la formazione della coscienza.
Nel senso diretto e immediato, senso a cui si rivolge la filosofia, l’angoscia è invece definita come quella certa attesa in cui gli uomini sperimentano la propria impotenza di fronte ad una realtà che minaccia di travolgerli. In questo caso l’angoscia viene affrontata, anziché silenziata. Il suo apparire nel cuore dell’uomo, secondo un esperto come Kierkegaard, è legata allo spirito e alle vicende interiori del soggetto, sicché essa è presente quando vi sia il coraggio e la capacità di sopportare determinati stati spirituali. Maggiore è la forza di spirito e di carattere di un uomo, maggiore la sua capacità di sopportare l’angoscia. Così come, all’inverso, la capacità di affrontare l’angoscia è elemento essenziale nella costruzione del carattere e della personalità. Kierkegaard la legava al momento teologico, rappresentato dalla figura di Abramo che di fronte a Dio, sia nel caso di situazioni negative (il sacrificio di Isacco) sia nel caso di situazioni positive (dopo aver concluso l’alleanza), sperimenta l’angoscia. Figura tipica dell’angoscia è Gesù che, a differenza dei suoi discepoli che si mettono subito a dormire, è lucido nella capacità di sopportare il peso che ne deriva. 

L’assenza dell’angoscia e il dislivello prometeico
Uno dei filosofi più acuti dell’età della tecnica, Günter Anders, ha indicato proprio nell’assenza di questo tipo d’angoscia la condizione spirituale dell’uomo contemporaneo. Nella sua opera più importante, L’uomo è antiquato del 1956, egli scrive: «Questa è dunque la situazione. Tanto angosciosa. Ma dove è la nostra angoscia? Non ne trovo punta. Non mi riesce di trovare nemmeno un’angoscia di media grandezza.  Nemmeno un’angoscia pari a quella che sorgerebbe al pericolo di un’epidemia di influenza. Proprio nulla di nulla».
Tutto nasce da quello che Anders definisce il dislivello prometeico, ovvero la sproporzione tra il pericolo e la facoltà di percepire. A causa di un evento o di un pensiero che supera una certa soglia massima di sopportazione, la facoltà di percepire smette semplicemente di funzionare. Anders ricorre all’esempio della ragione limitata di Kant ma avrebbe potuto citare anche Aristotele, per il quale anche il nostro sentire, e non solo la ragione, è limitata dagli stretti confini del senso: essi sono tali per cui uno stimolo che superi la capacità di ricezione finisce per danneggiare l’organo sensoriale (l’esempio di un suono forte che spacca il timpano o di una luce improvvisa che acceca la vista). Si produce per Anders, in analogia ai casi indicati, una sorta di proporzione inversa tra capacità di provare angoscia e capacità di sentire, soprattutto riguardo alla grandezza dei numeri. Se si prova pena e compassione per un bambino morto sulle spiagge di un’isola, il fatto che ve ne siano cento in fondo al mare non provoca più alcuna emozione. Per questo motivo, secondo Anders, l’uomo è diventato l’essere più sproporzionato e più inumano che possa esistere. Dell’uomo sono rimasti dei frammenti specializzati che non comunicano più. Se una volta c’era la lotta interiore, oggi al massimo c’è la lotta per conquistare un posto in prima fila. Ormai siamo vittime dell’autoinganno dell’abitudine: dal momento in cui un dato schema del mondo è diventato ordinario per il nostro modo di sentire,  colui che vi è abituato diventa incapace di immaginare una possibile alternativa. L’abitudine crea cioè una sorta di perpetuità a ritroso, ossia l’impossibilità di immaginare che un altro mondo sia possibile o che poteva essere possibile: «L’occupazione della nostra epoca è stornare lo sguardo, l’orecchio, la vita, e sembra che gli uomini di oggi vi abbiano creato una congiura del silenzio». A dominare è il processo di rimozione dell’angoscia, non l’angoscia.

I surrogati dell’angoscia
Il problema però, nota acutamente Anders, è che l’angoscia (quella in senso filosofico) è il vero meccanismo di difesa a cui l’uomo non può rinunciare se non vuole mettere a repentaglio la sua esistenza. Non è un caso che siano proprio i bambini a meglio percepire e sopportare l’angoscia, mentre gli adulti facilmente la rimuovono. È quello che è accaduto in questa vicenda del covid-19 in cui la cosa più evidente è stata la mancanza di consapevolezza iniziale, testimoniata prima dalla volontà di minimizzare (“è solo un’influenza”), poi dalla totale impreparazione di fronte all’evento (certificato impietosamente dalle cifre dei decessi). Di fronte a questa necessità dell’uomo di vivere l’angoscia, Anders sostiene che oggi tutto è esagerato per difetto. Gli uomini cioè inventano dei simulacri dell’angoscia, compito che serve per aumentare artificialmente l’angoscia e di reintrodurre quegli elementi di autodifesa fondamentali per la stessa preservazione dell’individuo. Ne sono un esempio gli annunci roboanti, il linguaggio sempre iperbolico e sproporzionato, i temporali che diventano “bombe d’acqua”. In altre parole, dice Anders, «argomenti minimizzati richiedono formulazioni esagerate». Quindi: da un lato i meccanismi inibitori, neutralizzando l’angoscia, depotenziano l’uomo e preparano il terreno per la sua rovina; dall’altro, in una sorta di comprensione inconscia di questa deriva, l’uomo riproduce in modo artificiale l’angoscia (senza sortire però gli effetti di quella autentica). 

Dall’incapacità a provare angoscia segue la cecità all’Apocalisse
L’asincronia tra le diverse facoltà dell’uomo (produrre, pensare, sentire) che genera il dislivello esistenziale (definito come prometeico) è tipico della condizione dell’uomo nell’età della tecnica. La conseguenza, afferma Anders, è che l’uomo non ha più la capacità di prevedere il pericolo. Siamo cioè nella situazione opposta a quella descritta da Hölderlin per il quale «là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva»: il che significa che solo se l’angoscia viene percepita e vissuta è possibile per gli uomini predisporre gli strumenti per la propria salvezza. Anders esprime questa verità con il tema della cecità all’Apocalisse, cioè di uno stato di cose che agisce in modo invisibile per poi rivelarsi. Egli intende l’apocalisse della bomba nucleare, ma il discorso può essere esteso a qualsiasi catastrofe (tra cui quella ambientale, di cui il virus non è che un semplice derivato).
Questa cecità è dovuta a diverse cause. La prima è la fede nel progresso: l’uomo è convinto che la storia sia un processo di continuo miglioramento, uno scorrere senza alcun fine, un divenire in cui ogni momento è superato da quello successivo. La pandemia non era ancora iniziata, che già si pensava a come sarebbe stato bello il dopo. Radice di questa cecità è di natura religiosa: la scomparsa della paura nel giudizio ultimo, se da una parte ha aumentato la sicurezza dell’uomo, dall’altra ha provocato la perdita della sua capacità di concentrarsi sul momento presente.
Una seconda causa della scomparsa dell’angoscia (o meglio del suo continuo occultamento) è dovuta al darwinismo e all’ormai palese rimozione della morte dallo sguardo degli uomini: se la morte è considerata come “setaccio di vita” è normale poi che il virus sia stato preso in considerazione come qualcosa che riguardava deboli e anziani (argomento scomparso ipocritamente dalle cronache una volta preso atto che il fenomeno riguardava tutti).
Una terza e decisiva causa della cecità è l’esistenza “mediale” che consiste nel fatto che il fare e il lavoro dell’uomo siano oggi un mero collaborare che si svolge in complessi aziendali e istituzionali di cui non abbiamo più alcuna visione d’insieme. L’esistenza mediale abolisce il sentimento morale e, unitamente al fatto che non si conoscono gli scopi dell’organizzazione a cui si lavora, fa sì che l’uomo non abbia più nemmeno una coscienza. In qualsiasi lavoro, oggi è diventato essenziale il non sapere che cosa si stia facendo: la responsabilità è sequestrata dalla burocrazia e il conformismo domina secondo una fedele riproduzione del modello di organizzazione dello stato totalitario.
Forse, al termine di tutta questa vicenda del virus, in un tempo futuro direbbe Anders, l’uomo (se esisterà ancora) si spaventerà non tanto per il ricordo dell’angoscia, ma di quanto fosse stato incapace d’angoscia l’uomo di questo tempo, l’epoca degli «analfabeti dell’angoscia». 

Insegnante al Liceo delle Scienze Umane di Nocera Umbra. Lauree in Scienze politiche, Scienze religiose e Filosofia. Dottorato in Storia della Filosofia nelle Università di Mainz e Macerata. Principali temi di ricerca: Spinoza e lo spinozismo, Schopenhauer, filosofia tedesca del XVIII e XIX secolo. Articoli e monografie su questi temi.

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