Che cos’è la filosofia?

Presentiamo ai nostri lettori, per la pausa estiva di agosto, cinque testi di grandi autori che riflettono sulla Filosofia, sul suo ruolo e sulla sua importanza.

Buona lettura e buona estate a tutti!

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Che cos’è la filosofia?
di José Ortega Y Gasset

La filosofia non sorge per utilità e a minor ragione per capriccio irrazionale. Essa è strutturalmente necessaria all’intelletto. Perché? La sua nota peculiare era il piacere di ricercare il tutto come tutto, catturare l’Universo, inseguire l’Unicorno.

Ma per quale ragione un tale affanno? Perché non accontentarsi di ciò che, senza filosofare, troviamo nel mondo, di ciò che già è ed è così chiaro qui dinanzi a noi? Per questa semplice ragione: tutto ciò che è ed è qui, quanto ci è dato, presente ed evidente, è per sua essenza una pura parte, un pezzo, un frammento, un moncone. E non possiamo vederlo senza preavvertire e sentire la mancanza della parte carente. In ogni essere dato, in ogni cosa data, nel mondo incontriamo la sua essenziale linea di frattura, il suo carattere di parte e solo di parte. Vediamo la ferita della sua mutilazione ontologica, ci parla il suo dolore di mutilato, la sua nostalgia della parte che gli manca per essere completo, la sua divina scontentezza.

Dodici anni fa, parlando a Buenos Aires, definii così il malcontento: «un amore senza l’amato, un dolore che avvertiamo in membra che non possediamo». È avvertire la mancanza di ciò che non siamo, il riconoscerci incompleti e carenti.

Parlando in termini rigorosamente scientifici, potremmo dire: se prendiamo in considerazione un oggetto qualunque fra quanti troviamo nel mondo e ci fissiamo su quello che possediamo e che abbiamo davanti a noi, subito ci renderemo conto che è solo un frammento e che, essendo tale, ci costringe a pensare ad un’altra realtà che lo completa. (…)

Il mondo che troviamo non basta a se stesso, non sostenta il proprio essere, grida ciò che gli manca, proclama il suo non essere e ci obbliga a filosofare, perché questo è filosofare dare al mondo la sua integrità; completarlo in universo e costruire per la parte un tutto in cui alloggiare e riposarsi.

Il mondo è un oggetto insufficiente e frammentario, un oggetto basato su qualcosa che non è, esso non è la cosa data. Questo qualcosa ha, poi, una missione sensu stricto basilare, è l’essere fondamentale. Come Kant diceva: «Quando il condizionato ci è dato, l’incondizionato ci è posto come problema».

Ecco il problema filosofico decisivo e la necessità mentale che ci si scaglia contro.

Pensate ora un momento alla peculiare situazione che ci si crea di fronte a questo essere postulato e non dato, a questo essere fondamentale. Non si può ricercarlo come una cosa del mondo, che fino ad oggi non ci si è fatta presente, ma che casualmente domani forse ci si manifesterà. L’essere fondamentale per la sua stessa essenza non è un dato, non è mai un presente per la conoscenza, è proprio ciò che manca a tutto il presente. Come ne siamo a conoscenza? Curiosa avventura quella di questo strano essere. Quando in un mosaico manca un tassello, lo riconosciamo per quel vuoto che lascia; ciò che di esso vediamo è la sua assenza; il suo modo di essere presente è di mancare, pertanto di essere assente. In modo analogo l’essere fondamentale è l’eterno ed essenziale assente, è quello che manca sempre nel mondo, e di esso vediamo solo la ferita che la sua assenza ha lasciato, come vediamo nel monco il braccio mancante. Si può definirlo definendo il contorno della ferita, descrivendo la linea di frattura. Per il suo carattere di essere fondamentale, non può somigliare all’essere dato che è, precisamente, un essere secondario e fondato. È essenzialmente il completamente diverso, il formalmente distinto, l’assolutamente esotico.

La filosofia è conoscenza dell’universo o di tutto quanto esiste. Già vedemmo che una tale affermazione implicava per il filosofo l’obbligo di porsi un problema assoluto, cioè di non iniziare la sua ricerca partendo da previe credenze di non dar nulla per saputo, conosciuto anticipatamente. Ciò che già si conosce non è più problema. Ora, ciò che già si conosce fuori, diversamente o prima della filosofia, è conoscenza dal punto di vista parziale e non universale, è un sapere di livello inferiore che non può avvicinarsi all’altezza donde si muove a nativitate la filosofia. Rapportato alla conoscenza filosofica, ogni altro sapere ha un carattere di ingenuità e di relativa falsità, cioè, si risolve in un’altra forma problematica.

Per questo Nicola Cusano chiamava le scienze docta ignorantia.

Questa situazione del filosofo, che si ricollega al suo estremo eroismo intellettuale e che sarebbe tanto incomoda se non si accompagnasse alla sua inevitabile vocazione, impone al suo pensiero il richiamo a ciò che definisco come imperativo di autonomia. Il significato di questo principio metodico è nella rinuncia ad appoggiarsi a qualcosa che sia anteriore alla filosofia stessa che si sta svolgendo e al proposito di non partire da verità presupposte.

La filosofia è una scienza senza presupposti. Intendo per tale un sistema di verità che si è costruito senza ammettere come suo fondamento nessuna verità che si dia per provata al di fuori di questo sistema. Non vi è poi ammissione filosofica che il filosofo non debba modellare con i suoi propri strumenti. La filosofia è insomma legge intellettuale di se stessa, è autonomica. Ed è appunto questo che chiamo principio di autonomia ed esso ci lega senza soluzione di continuità a tutto il passato criticista della filosofia, esso ci riporta al grande impulso del pensiero moderno e ci qualifica come ultimi discendenti di Descartes.

Ma non facciamoci intenerire dal fatto di essere nipoti. Nei giorni prossimi avremo la possibilità di criticare debitamente i racconti dei nostri nonni. Il filosofo comincia col liberarsi infatti dalle credenze ricevute dal suo spirito per convertirlo in un’isola deserta di verità, ed ivi rinchiuso, egli si condanna ad un robinsonismo metodico. Questo era il senso del dubbio metodico che, da sempre, ha fatto sì che Descartes fosse compreso nell’ambito della conoscenza filosofica. Il significato del dubbio metodico non era solo quello di dubitare di ciò che di fatto suscita in noi qualche dubbio – questo ma consiste nel dubitare lo fa ad ogni momento qualsiasi uomo in modo assoluto di ciò che non si dubita di fatto, ma che, per principio, potrebbe essere dubitabile. Questo dubbio strumentale, tecnico, che potremmo definire il bisturi del filosofo, ha un raggio di attrazione molto più ampio dell’abituale sospettosità dell’uomo, in quanto, andando oltre colui che dubita, si allarga fino a raggiungere tutto ciò che è oggetto di dubbio. Perciò Cartesio non intitola la sua famosa meditazione: De ce qu’on revoque en doute, ma De ce qu’on peut revoquer en doute. Qui noi troviamo la radice di una caratteristica essenziale di tutta la filosofia: la sua fisionomia paradossale. Ogni filosofia è un paradosso che si apparta dall’opinione naturale, dal senso comune di cui ci serviamo nella vita, perché essa considera come oggetto di dubbio, in modo teoretico, tutte quelle credenze elementarissime che nella vita non ci sembrano sottoponibili ad interrogativi.

Ortega Y Gasset. José. 2013. Che cos’è la filosofia? Milano: Mimesis, pp.84-90

Foto di British Library su Unsplash

 

 

 

 

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