La metafisica ritrovata

Ponendo la distinzione fra fenomeno e noumeno, Kant ha di fatto depotenziato la metafisica. Ciononostante, il filosofo di Königsberg ha continuato a sostenere che la metafisica, malgrado il depotenziamento che le sue opere ne avevano prodotto, giocava un importante ruolo nell’economia generale del fare filosofia. L’impressione, al contrario, è che con Kant la metafisica abbia subìto un colpo pressoché mortale.

L’opera anti-metafisica di Kant è una delle massime espressioni di quella che Deleuze chiamerà «Filosofia del Soggetto», una tradizione filosofica che trova in Descartes il suo padre nobile, e in Kant uno dei suoi più grandi esponenti. In essa permane, quasi come dato innegabile, preliminare e dogmatico, una separazione netta fra soggetto e oggetto, fra la parte e il tutto. Il maggiore sforzo kantiano, non a caso, in tutta la prima Critica è volto proprio a trovare un collegamento fra le categorie e i fenomeni, tra il soggetto e l’oggetto. Questo iato naturale, innato e insanabile è il burrone nel quale si seppellisce ogni velleità veritativa della metafisica, secondo Kant. Continue Reading

Averroismo, esegesi biblica ed «estatutos perpetuos». Il caso Uriel da Costa.

Uriel da Costa (Porto 1583 – Amsterdam 1640) è famoso a causa di un falso scritto autobiografico, l’Exemplar humanae vitae, del quale si sono occupati anche studiosi del calibro di Leo Strauss. Nel 1993 venne scoperto e pubblicato nel suo originale testo portoghese, l’Esame delle tradizioni farisee. Un testo che adesso Omero Proietti (il quale insegna Storia della filosofia moderna e contemporanea all’Università di Macerata) pubblica in versione originale, traduce e introduce per le edizioni EUM. Con questa aggiornata e minuziosa edizione si intende certamente correggere una lunga serie di dati biografici di Da Costa, i quali però – necessariamente – fanno anche chiarezza sul percorso delle sue idee e dei suoi scritti.

Nel prezioso saggio introduttivo Proietti mostra come l’itinerario “marrano” di Da Costa, condotto nel 1614, non sia stato quello sulla direttrice “Porto – Amsterdam”, ma si indirizzò inizialmente verso Amburgo; da dove poi, nel luglio del 1623, Da Costa si spostò effettivamente verso la capitale olandese. Commerciante di zucchero, collegato commercialmente e non solo alla sua base portoghese-ispanica, Da Costa non è certamente l’autore dell’Exemplar, il quale viene definito da Proietti «uno spregevole scritto dal titolo classico-oraziano» ((p. 27.)), che «ad un’analisi fredda e disincantata si rivela un testo cristiano-antisemita, che si inserisce agevolmente nella tematica “proto-nazista” degli “ebrei come stato nello stato”. Esso aveva il fine – dichiarato testualmente per ben cinque volte – di togliere ogni giurisdizione penale alla comunità ebraico-portoghese di Amsterdam» ((Ibidem.)).

Uriel da Costa liberato dal fardello, posticcio, di questo scritto può finalmente essere letto senza alcun pregiudizio. Così, allora, è possibile analizzare il suo studio più rilevante, l’Esame delle tradizione farisee appunto. Il testo viene scritto da Uriel a partire dal 1623, in seguito ad una denuncia che un altro portoghese, residente ad Amburgo, tale Semuel Da Silva, aveva mosso contro Da Costa. Con questo testo Uriel pertanto «intende rispondere alle accuse e al “plagio” di Da Silva, che sono divenute un atto giuridico, pubblico e ufficiale, di condanna e di censura» ((p. 38.)). Ma soprattutto con l’Esame si esprime la necessità di sostenere alcune tesi “scandalose”, e «attraverso una serrata critica delle “adulterazioni farisee”, Da Costa è giunto alla conclusione che la Torah, il nucleo originale della tradizione ebraica, esclude ogni concetto di retribuzione ultraterrena, nega ogni dottrina dell’immortalità dell’anima» ((Ibidem.)). L’opera dunque si iscrive all’interno di una disputa non solo filosofica, ma anche di accusa vera e propria verso i farisei e le loro “adulterazioni”, e sottotraccia una mirata critica nei confronti della loro capacità politica di utilizzo del testo sacro.

La Scrittura diventa il terreno sul quale confrontarsi, e nella sua rilettura e vera interpretazione Da Costa intende mostrare la falsità di ciò che i farisei e i cristiani professano alle masse. Anticipando Spinoza (e si trova qui uno dei motivi di maggiore interesse di questo testo, ovvero nella possibilità di rintracciare una certa tradizione averroistica, legata ad una certa esegesi biblica, potremmo dire anche qui disincantata, di cui fa parte evidentemente anche l’autore dell’Etica), Da Costa descrive un mondo, o più propriamente un universo, infinito ed eterno, dove «la perfezione di Dio si esplica con estatutos perpetuos, decreti eterni e immutabili in cui le cose esistono “eternamente”» ((p. 40.)).

In un orizzonte di eternità, in un mondo che altro non è se non un’opera eterna di Dio, Da Costa espone la sua “condanna” ai farisei antichi – valida anche per quelli moderni – rifiutando e abbandonando ogni dottrina e testo cristiano. Fariseismo e cristianesimo sono infatti le «deviazioni messianiche dell’autentica Legge di Mosè» ((p. 49.)) secondo Da Costa. Il percorso di libertà fondato sulla luce naturale della ragione è ciò che Uriel invece propone come alternativa, precedendo così temi e tesi che di lì a pochi anni saranno professate a gran voce e condannate in tutta Europa con ancora maggiore violenza ((Non dimentichiamo comunque che già una ventina di anni prima, il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno, ricercato in tutta Europa, venne bruciato in Campo de’ Fiori a Roma, proprio perché empio e sostenitore di tesi affini a queste di Da Costa. E in Spagna, nel 1619, anche Giulio Cesare Vanini fu condotto alla medesima fine. Da Costa quindi appare pienamente dentro una possibile sacca di pensiero che si è opposta sia alla tradizione religiosa in quanto tale, ma soprattutto alla sua valenza e forza politica.)).

L’esegesi biblica di Da Costa approda a conclusioni completamente diverse rispetto a quelle che le religioni rivelate traggono dalla Scrittura, e – in opposizione a ciò che si dice nel falso Exemplare – «non è la “paura della morte”, né un qualsiasi tipo di epicureismo […] a condurre Da Costa alla scoperta dell’autentica “tradizione ebraica”. Senza che vi sia mai paura della morte o terapia scientifico-epicurea dei suoi terrori, l’idea della “creazione eterna” (che Spinoza tradurrà nel concetto di ordo naturae) guida tutto il percorso dacostiano, orienta la stessa “interpretazione averroistico-allegorica” dei testi sacri, spinge al conseguente ripudio di tutte le religione positive» ((pp. 41-42.)).

L’intreccio di motivi averroistici e serrata esegesi fanno di Da Costa uno dei personaggi centrali di una certa tradizione filosofica che si è decisamente opposta ad ogni rivelazione. Di questa tradizione Spinoza appare come il terminale più avanzato, ma l’olandese trova argomenti e una sponda filosofica nell’Esame, del quale egli, come mostra Proietti, era a conoscenza.

Poster_Convegno_Da_Costa

Il lavoro introduttivo di Proietti dà infine sostanza a questo nesso Da Costa-Spinoza, evidenziando non solo la continuità filosofica fra i due, ma ponendo in relazione passi del TTP e del TP spinoziani pienamente congruenti con alcuni dell’Exame. In una granitica negazione del miracolo, nell’affermazione di un ordine eterno della natura, sia l’Exame che i testi spinoziani, colpiscono al cuore le argomentazioni (fallaci) che tengono in piedi i monoteismi, e la loro “auto-legittimazione” politica.

Il parallelo con Spinoza ovviamente non si esaurisce nell’introduzione, ma prosegue lungo tutto il testo dacostiano, all’interno di uno spaventoso apparato di note il quale riesce ad aprire varchi in luoghi che, a primo impatto, sembrano gineprai inestricabili. In questa “maniacale” ricerca e nella sua estrema fruibilità sta certamente uno dei grandi meriti del lavoro di curatela. La rinnovata edizione portoghese e la relativa traduzione sono infatti corredate da oltre 700 note a piè pagina, con una serie di rimandi infra-testuali ed esterni che permettono al lettore di incamminarsi su moltissime strade di ricerca. Il lavoro di Proietti sull’Esame delle tradizioni farisee di Uriel da Costa ha infatti il pregio, e l’onere, di condurre verso innumerevoli vie di indagine. Ne è ulteriore testimonianza il convegno internazionale organizzato per il prossimo 29 e 30 settembre all’Università di Macerata, nel quale si cercherà di dare voce ai molteplici aspetti tematici sul piano storico, esegetico e strettamente filosofico, che l’Esame delle tradizioni farisee pone in questione.

 

Exame das tradiçoes phariseas
Esame delle tradizioni farisee (1624)
saggio introduttivo, testo critico, traduzione e commento a cura di Omero Proietti.
EUM, Macerata, 2015, pp. 723, €30.

 

 

«Pluralismo = Monismo». Letture deleuziane

Spostarsi agilmente tra le pieghe della filosofia deleuziana non è affatto facile. Il filosofo francese, infatti, è nei suoi testi spesso criptico, difficile, ostico e volutamente scostante. Rocco Ronchi nel suo Gilles Deleuze. Credere nel reale, testo edito nella collana “Eredi”, diretta da Massimo Recalcati, di Feltrinelli, riesce al contrario a penetrare in quelle pieghe, le quali – in fondo – si mostrano nella loro lucentezza.

Il testo di Ronchi, che insegna Filosofia teoretica all’Università de L’Aquila, non è un’introduzione al pensiero di Deleuze; non si tratta nemmeno di un facile (nel senso di banale) testo di approccio alla filosofia deleuziana. Esso è piuttosto uno sguardo a tutto tondo sull’opera di un filosofo dai mille interessi speculativi, profondamente teoretico e non solo osservatore, acuto, del suo tempo. Deleuze è qui visto come l’approdo naturale e inevitabile di una riflessione teoretico-metafisica che ha attraversato tutta la modernità, in una linea minore come la chiama Ronchi, e che ha trovato riverberi importanti nel Novecento. Tale linea minore ha come tratto essenziale un diverso approccio nei confronti sia del pensiero che della storia della filosofia.

Per essa, così come per Deleuze, «la storia della filosofia non ha la forma irenica del racconto» ((p. 10.)), ma è piuttosto «la scena di una battaglia di cui non si conosce anticipatamente lo scioglimento» ((Ibidem.)), volta – in modo antico – alla lotta contro il senso comune, la doxa, alla ricerca della possibilità stessa di un pensiero “puro”, assoluto, sciolto. Perché ciò sia possibile occorre abbandonare ogni dato presupposto, praticare un’epoche radicale. Tutto ciò conduce la linea minore a vedere l’attività filosofica non come un fatto stabilito e immutabile, ma come un atto in atto (come si ripete nel testo) che riattiva costantemente la problematicità di fondo del pensiero “puro” e della sua possibilità.

Le conseguenze di questa frantumazione della trascendenza (di qui l’idea di credere nel reale, perché è nel reale stesso che vi è l’essenziale) sono radicali sia sul piano filosofico, ma soprattutto sul piano etico.

Questo presupposto è condiviso da Deleuze con una serie di pensatori che, come in parte anche Roberto Esposito nel suo Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero aveva scritto, hanno frantumato il dispositivo di persona, riportando ogni trascendenza all’interno di un piano d’immanenza radicale. Essi, in misura eterogenea ma continua, dice Ronchi, sono Plotino, Cusano, Bruno, Spinoza, Bergson e il contemporaneo di Deleuze, Whitehead. Tali filosofi affermano la coincidenza del divenire del mondo con la sua essenza, senza che essa si ponga distante dal suo prodotto. A tutti loro, ricorda Ronchi, ogni teologo intellettuale ha, nel corso dei secoli, contestato sempre la stessa cosa: «voi incoronate l’anarchia e, come un’orda di nomadi senza-dio, rigettate ogni identità costituita nella notte dell’indifferenziato» ((pp. 14-15.)).

Le conseguenze di questa frantumazione della trascendenza (di qui l’idea di credere nel reale, perché è nel reale stesso che vi è l’essenziale) sono radicali sia sul piano filosofico, ma soprattutto sul piano etico. L’indifferenza ontologica conduce a delegittimare ogni gerarchia che si intende come “innata”, l’univocità del reale e l’uguaglianza nell’essere ci consegnano un assoluto infinito nel quale il negativo è “tolto”. L’idea di univocità deleuziana è proprio questa – sulla scorta di Cusano e Bruno ricorda Ronchi –: «l’uguaglianza degli enti è assoluta perché nell’essere infinito coincide tutto quanto nel finito differisce» ((p. 17.)). In questo quadro bisogna leggere i concetti di differenza e ripetizione, i quali dànno il titolo ad una delle maggiori opere di Deleuze. La differenza in sé è la «differenza dell’assolutamente infinito» ((p. 18.)); la ripetizione per sé è la differenza che si manifesta nella infinita molteplicità del reale, nel quale necessariamente l’infinito si dà.

Lo scoppiettante inizio del testo di Ronchi ci porta subito al nodo ontologico, quale presupposto di tutto il programma filosofico deleuziano. Nell’idea di univocità del reale, così come nei concetti di differenza e ripetizione, Ronchi rintraccia una «purissima “affermazione” ontologica» ((p. 33.)), all’interno della quale il ruolo della negazione non è più quello assegnatogli dal concetto di contingenza classico. Lo sguardo dell’assolutamente infinito e indifferente, indeterminato diremmo noi, è oramai «liberato dall’ipoteca del nulla che la metafisica ha sempre fatto gravare su di esso» ((Ibidem.)), esso «è il nome dell’infinito in atto di Cusano e Bruno, della sostanza spinoziana, della durata creatrice di Bergson» ((Ibidem.)), in due parole: immanenza assoluta.

La conquista metafisico-ontologica di questa immanenza assoluta, ricorda però Ronchi, ha portato Deleuze a riflettere sul rischio etico dell’indifferenziato, come assenza di leggi, di mediazioni. Egli potrebbe apparire come una, pericolosa, notte nera. A tale rischio deve porre rimedio la pratica politica, pare di capire. La metafisica, per sua stessa natura, non può limitarsi perché pericolosa in ambito etico. La verità, in buona sostanza, non è pericolosa in sé.

L’analisi del metodo deleuziano è solo una premessa, o forse un pretesto, che permette a Ronchi di tornare sulla questione ontologica. In queste pagine dense e ben bilanciate con le citazioni dai testi di Deleuze, l’autore ci riconduce al problema/paradosso enunciato nel Parmenide di Platone su quale sia il rapporto fra l’Uno e i Molti, su quando l’Uno è Uno, e “poi” è i Molti, su quale sia la soglia tra la quiete e il movimento. La difficoltà, dice Deleuze – anche nei testi con Guattari –, di questo modo di far filosofia sta tutta nel credere che Uno e Molti siano cose separate. Il dualismo è probabilmente più intuitivo, appare come più aderente alla realtà. L’occhio filosofico non può però che pervenire a qualcosa che va ben oltre il dualismo, a ciò che lo fonda, all’immanenza assoluta: «pluralismo = monismo – è allora la realizzazione dell’ontologia» ((p. 79.)).

L’anti-platonismo deleuziano, e della linea minore a cui in un qualche modo appartiene, è tutto qua, nel riproporre la possibilità (e necessità) della filosofia stessa, intesa come pensiero “puro”, capace di affondare i piedi nell’assoluto (citando Bergson). Chi è stato, però, nella storia della filosofia colui che ha contribuito in maniera decisiva a far sì che l’univocità dell’essere non venga “tradita” nella sua manifestazione molteplice? Per Deleuze, ricorda Ronchi, «l'”intercessore” dell’univocità è stato Spinoza» ((p. 83.)); infatti «con la sua nozione di attributo Spinoza opererebbe una distinzione nell’infinito in atto della sostanza che non ne pregiudica l’unità infinita. […] Gli attributi non dividono cioè la sostanza, come fanno le differenze specifiche con il genere, piuttosto ne esprimono, ciascuno nel loro genere, l’infinità. L’uno è così distinto senza che la sua unità sia compromessa» ((pp. 84-85.)).

L’autore, con Deleuze, rintraccia dunque in Spinoza il fulcro di un’ontologia nella quale l’uno è i molti; in linea con la riflessione sull’infinito bruniano, e con l’idea di coincidentia oppositorum cusaniana.

L’autore, con Deleuze, rintraccia dunque in Spinoza il fulcro di un’ontologia nella quale l’uno è i molti; in linea con la riflessione sull’infinito bruniano, e con l’idea di coincidentia oppositorum cusaniana, Spinoza – riletto alla luce di Nietzsche e Bergson – permette a Deleuze di fondare e legittimare un’immanenza assoluta che, ora seguendo l’altro grande suo maestro, Bergson, deve portarci a costruire un’ontologia del vivente. Quest’ultimo si presenta ora come integrato nella pienezza del reale, totalmente facente parte dell’uno. L’uno, così come i molti, necessariamente, non si perde, non degrada. Egli piuttosto si fa nei molti, nell’esplicazione costante di sé e della sua potenza pura, eliminando così ogni idea aristotelica di una potenza di, la quale contiene in sé anche il suo contrario, ovvero la potenza di non.

Al pari di Bergson, ricorda Ronchi, Deleuze ha delineato quel dispositivo chiamato virtuale, atto a colmare la lacuna – dualistica – del rapporto fra possibile e reale. Non esiste nessuna contingenza nell’equazione “pluralismo = monismo”, quest’ultima al contrario si tiene sul concetto di virtuale, nozione che ha a che fare, aristotelicamente, «proprio con l’energheia, con la pura attività» ((p. 92.)). Pesi e contrappesi affinché l’equazione sia autoevidente e autofondata.

Indicandoci la via per oltrepassare ogni dualismo, lottando costantemente con la doxa e con la possibilità stessa del suo stesso porsi, la filosofia trova in Deleuze un suo paladino. Egli, si continua a spiegare nel testo di Ronchi, ha provato ad analizzare gli eventi del suo tempo mediante lo sguardo filosofico. È stato così per il cinema, e per i movimenti politici che tra gli anni ’60 e ’80 hanno modificato, volenti o nolenti, lo status quo di buona parte dell’Europa.

Il libro di Ronchi ci regala un’analisi disincantata del progetto deleuziano, con una scrittura forte ma estremamente comprensibile. A nostro modo di vedere, però, il maggiore contributo di questo libro – e probabilmente quello più originale – sta nell’aver posizionato Deleuze all’interno di una tradizione filosofica minore e in parte dimenticata, «segno di contraddizione» lungo tutto un arco temporale nel quale il sentire religioso si è perpetuato nel pensiero filosofico, alimentando varie forme di dualismo e trascendenza che hanno tradito il senso, antico, della filosofia: la ricerca costante di un pensiero “puro” e univoco.

 

Rocco Ronchi, Gilles Deleuze. Credere nel reale, Milano, Feltrinelli, 2015, pp. 137, € 14

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Vivere al ritmo della radicalità nella storia

Giovanni Feliciani, Vivere al ritmo della radicalità nella storia
Bibliosofica, pp. 479, € 20

Il voluminoso testo di Giovanni Feliciani, fondatore e direttore della casa editrice romana Bibliosofica, con un’immagine potrebbe essere descritto una rapsodia ragionata. Il testo infatti raccoglie la testimonianza filosofica dell’autore, il quale si esprime direttamente su ciò che egli è e sulla condizione filosofica della vita. La libertà anelata non è che sospinta continuamente da Feliciani, il quale dice di aver ispirato tutta la sua vita a tentare di vivere al ritmo della radicalità nella storia. Nella profonda compenetrazione con questa radicalità l’autore ritrova l’essenza più intima della libertà, una libertà che ha una sonorità solitaria, così come già Stirner e Nietzsche (indiscussi maestri di Feliciani) hanno messo in luce. «Sono solo! Nel grande flusso della storia trovo soltanto alcuni pensatori radicali a cui mi sento vicino. E infatti si tratta di pensatori filosofi (ad esempio Max Stirner e Friederich Nietzsche), perché solo nel pensiero, per ora, si può progettare un mondo di essere liberi senza vincoli politici, religiosi, morali, ecc» (p. 13). Continue Reading

Il neoateismo come nuova forma di fede

Copertina Libro_Eugenio Lecaldano, Senza DioAppare evidente che emergano sempre di più, nel dibattito delle idee e delle opinioni, alcune concezioni radicali del mondo, le quali espellono in modo dogmatico qualsiasi alternativa, dando per scontato che il loro “punto di vista” sia il vero punto di vista. Ciò, nella storia del pensiero, si è sempre manifestato. Tuttavia, oggigiorno, alcuni dei più forti integralismi provengono da aree geografiche del pensiero che, nella storia, hanno sempre subìto la pressione di integralismi più forti e vincenti.

Vorremmo cominciare a ragionare, quindi, su un nuovo integralismo che, da qualche anno sta da una parte conducendo giuste battaglie per il riconoscimento e la libertà, ma dall’altra si concentra nella pratica dogmatica di affermare se stesso come unico e indiscutibile orizzonte di verità.
Si sta parlando del così detto neoateismo, dei quali fanno parte – per dire alcuni nomi – il compianto Cristopher Hitchens, Richard Dawnkins, Daniel Dennet, Sam Harris. La migliore definizione di questo “movimento”, il quale, nonostante alcune differenze, converge in modo quasi totale verso la definizione che ne dà nel suo ultimo volume Eugenio Lecaldano: «il neoateismo indica nel non credere e in un’esplicita negazione dell’orizzonte religioso una fuoriuscita dalla gabbia delle contrapposizioni che così fortemente segnano il nostro tempo. L’ateismo […] viene così proposto come l’unica prospettiva in grado di evitare le guerre di religione che sembrano avere segnato i primi anni del XXI secolo» ((E. Lecaldano, Senza Dio, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 42-43.)).

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La scienza e l’insopprimibile bisogno del Tutto

Qualche settimana fa, l’astrofisico italiano Amedeo Balbi ha scritto un lungo articolo, su il Post, per chiarire alcune sue perplessità intorno ad una certa tendenza, che egli vede in atto nella fisica teorica. Sovente essa infatti, afferma Balbi, sembra volta a sganciarsi dal metodo scientifico puro e duro, ovvero quello legato alla salvaguardia dell’esperimento, nelle proprie indagini. La paura di Balbi (che riprende una questione aperta dai cosmologi George Ellis e Joe Silk, su Nature) e quindi anche le loro osservazioni a riguardo, è quella che la scienza possa iniziare a parlare di filosofia. Scrive Balbi:

In alcuni casi, però, le speculazioni che prendono il via da questioni di fisica teorica vanno addirittura oltre la matematica, sfociando in un terreno che un tempo sarebbe stato di pertinenza della filosofia, se non addirittura della metafisica. Come dovremmo giudicarle? Non è, si chiedono Ellis e Silk — e noi con loro — che mostrando di prendere sul serio teorie che, pur nate in seno alla comunità scientifica, non rispondono al criterio di falsificabilità, stiamo anche concedendo — involontariamente — spazi di manovra e argomenti di legittimazione a idee decisamente pseudoscientifiche? Non staremo, noi scienziati, facendo passare all’esterno il messaggio sbagliato che ci siano idee che non hanno bisogno di essere dimostrate per essere credute, mettendo a rischio il nucleo più prezioso della scienza, ovvero il suo metodo?

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Fisica, physìs e filosofia

Carlo Rovelli
Sette brevi lezioni di fisica
Adelphi, 2014, pp. 88

 

Perché un sito di filosofia dovrebbe parlare di un testo nel quale un famoso fisico, Carlo Rovelli, ci racconta in modo breve, conciso e divulgativo, cosa è accaduto nella fisica del XIX e XX secolo? La risposta è semplice: la fisica e la filosofia sono sempre andati a braccetto, hanno sempre vissuto vicino, fino a coincidere in alcuni momenti. Anzi, la filosofia si è presentata – nella madre patria Grecia – prima come una scienza della Physìs e poi come il tentativo di oltrepassare quella scienza, attraverso la meta-fisica.
Fin qui siamo stati scolastici, quasi liceali.

Anche il libricino di Rovelli ha il pregio di essere scolastico, perché ha la capacità di presentare cose difficili per chi non è avvezzo alla fisica, in modo chiaro e fruibile attraverso diversi piani di profondità: si può insomma leggere lo stesso capitolo con concentrazione diversa.

Le lezioni passano da La più bella delle teorie (ovvero la relatività di Einstein), per presentare gli sviluppi di essa, l’altra grande teoria della fisica del XX secolo (la meccanica quantistica), spiegando lo stupendo paradosso secondo il quale la relatività e la meccanica quantistica siano opposte l’una all’altra, eppure convivono in modo pacifico spiegando il mondo e l’universo in modo complementare. Ci spiegano (lezione terza) la struttura del cosmo, che durante la storia del pensiero si è sempre di più allargato, fino ad essere concepito come davvero infinito e pieno di altre galassie molto più grandi delle nostre. Tutto ciò comporta una rimodulazione delle nostre tesi sul materia, spazio e tempo, che vengono evidentemente ridefinite. Lo studio, in particolare, della probabilità e dei buchi neri (lezione quinta) pongono ai fisici delle questioni relative al tempo che potrebbero portare ad affermare la non-esistenza del tempo per come lo intendiamo noi. Un’idea che sembra folle e controintuitiva, appena accennata da qualche filosofo all’inizio del Novecento (penso a Bergson) che, non a caso, era fortemente legato alle vicende della fisica e dell’epistemologia del tempo. Scrive Rovelli: «fisici e filosofi sono arrivati alla conclusione che l’idea di un presente comune a tutto l’universo sia un’illusione, e lo “scorrere” universale del tempo sia una generalizzazione che non funziona» ((p. 65)).

Ma il capitolo più interessante è certamente l’ultimo, intitolato “Noi”. Si tratta di una piccola riflessione di Rovelli sul ruolo che l’uomo ha e continua ad avere in questo universo fisico. Si tratta di tornare dal macrocosmo universale al microcosmo dell’uomo che si pone in costante rapporto con la natura e l’universo. Una natura ed un cosmo, dice Rovelli, che hanno regole ben precise a cui rispondono, e «non c’è nulla in noi che violi il comportamento naturale delle cose. Tutta la scienza moderna, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alle neuroscienze, non fa che rafforzare questa osservazione» ((p. 78)). Nonostante ciò Rovelli ha il pregio di non voler dare ricette eterne, sa bene che la scienza cammina su delle palafitte, come diceva Popper, e non ha né potere predittivo né taumaturgico .
Ma si chiede anche come possiamo far convivere il nostro sentimento di libertà nell’azione e nella decisione, con una natura che se ne frega delle nostre decisioni? A questa domanda Rovelli risponde attraverso la «lucidità meravigliosa» ((p. 79)) di Baruch Spinoza. Dice l’autore: «sarebbe assurdo chiedersi se “io” posso fare qualcosa di diverso da quello che decide di fare il complesso dei miei neuroni: le due cose, come aveva compreso con lucidità meravigliosa nel XVII secolo il filosofo olandese Baruch Spinoza, sono la stessa cosa. Non ci sono “io” e “i neuroni del mio cervello”. Si tratta della stessa cosa» ((Ivi.)). E quindi non esisto io e (separatamente da me) la natura. Io sono parte integrante della natura; una parte che pensa e che ha una capacità elaborativa straordinaria nel cervello che non riesco (sempre) a calcolare e prevedere. Ma è bene ricordare che «quanto è specificatamente umano non rappresenta la nostra separazione dalla natura, è la nostra natura» ((p. 81)).

Su quest’inno al Tutto, potremmo dire, si chiude il piccolo libro di Rovelli che esplora le più grandi teorie fisiche dei due secoli passati, ma in fondo si tiene ancorato a quell’intuizione antica secondo la quale l’uomo non è nient’altro che una parte minuscola della natura, capace di guardare in faccia, con meraviglia, ciò che non sa.

Emanuele Severino e La Gloria al festival filosofia 2014

Pubblichiamo la trascrizione integrale dell’intervento di Emanuele Severino sul tema della Gloria tenuto sabato 13 settembre nella Piazza Grande di Modena nell’ambito del festival filosofia 2014 . Come già riportato qui, RF aveva quest’anno l’accredito stampa.

 

Emanuele Severino al festivalfilosofia 2014. La foto è tratta dal profilo facebook del festival.
Emanuele Severino al festivalfilosofia 2014. La foto è tratta dal profilo facebook del festival.

 

Mi viene voglia di chiedere scusa, per un tema che sembra così lontano dai nostri problemi immediati. Ed oggi, visto che si parla di crisi economica, il problema è determinato soprattutto dalla situazione economica del nostro paese, dell’Europa ed in qualche modo del pianeta. Però quando si ha preoccupazione di risolvere il problema economico, questa preoccupazione riguarda la nostra volontà di sopravvivere. E sopravvivere significa vincere la morte. Qualunque cosa noi facciamo – lasciando ai filosofi le elucubrazioni strane sulla Gloria – per risolvere i nostri problemi ci occupiamo sempre di questo tema, di questa ombra che riguarda di tutti; cioè la volontà di allontanare la morte, di sopravvivere nel modo migliore, il che equivale ad arrivare nel modo migliore – se ci si deve arrivare – alla morte.
La parola Gloria indica appunto la volontà di sopravvivenza.

Avevo occasione di dire in un’intervista che mi è stata fatta in questa circostanza, che tutti i significati della parola Gloria sono riconducibili a questo fondamentale che abbiamo indicato. Si parla di Gloria come celebrità, si arriva a parlare di vanagloria, si declina in tutti i modi del nostro vivere quotidiano questa parola, ma in ogni declinazione l’intento è quello di perdurare il più possibile nella visibilità. Il perdurare, daccapo, che cosa significa? Significa l’allontanare il più possibile il momento della morte. Nella parola Gloria risuona la parola klamo; infatti noi diciamo “acclamare”. Anche la parola greca kleos vuol dire “chi sta in una situazione di visibilità perdurante, che ha preso le distanze il più possibile dal momento della morte”.

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Festival filosofia 2014

Le foto sono tratte dal profilo facebook del festivalfilosofia.
Le foto sono tratte dal profilo facebook del festivalfilosofia.

Come di consueto, nel secondo fine settimana di settembre, Modena, Carpi e Sassuolo diventano le capitali della Filosofia. Anche quest’anno, infatti, si è svolto il tradizionale festivalfilosofia, centrato sul tema della gloria. Una tre giorni ricchissima e soprattutto inaspettata. Il sole e le temperature tardo estive hanno accompagnato più di duecento incontri nelle piazze delle tre città, invase da un popolo silenzioso e discreto, come quello amante della filosofia.
Per l’edizione 2014 RF era accreditata come stampa al festivalfilosofia. Di seguito riportiamo brevemente solo due (per motivi di lunghezza) delle lezioni cui abbiamo assistito e di alcune attività collaterali che hanno animato le città emiliane durante i tre giorni del festival.

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XI Ritiro Filosofico

Si è concluso domenica 7 settembre 2014 l’XI Ritiro Filosofico, svoltosi come di consueto al Domus Seminario di Nocera Umbra (PG). I tre giorni sono stati impegnati da un’analisi organica dell’opera centrale di Arthur Schopenhauer, Il Mondo come volontà e rappresentazione.

L’opera, suddivisa in due volumi, è stata esaminata in modo consequenziale, a partire dalla prima sessione di lavoro, grazie alla relazione di Maurizio Morini  il quale ha analizzato prima la teoria della conoscenza  che è alla base di tutta la riflessione ontologica e metafisica di Schopenhauer, poi la divisione fondamentale tra intelletto e ragione con la dottrina dell’intuizione intellettuale e infine la presentazione del “bisogno metafisico dell’uomo” che sottende un’ ontologia ben precisa e quindi una divisione chiara fra filosofia e religione, da una parte, e fra ambito scientifico ed ambito filosofico dall’altra. Il dibattito seguente alla relazione, svolto nella consueta forma di Ritiri Filosofici (ovvero non come semplice botta e risposta con il relatore, ma in forma di simposio fra tutti i partecipanti) ha permesso di sottolineare le differenze sostanziali fra la teoria della conoscenza kantiana e quella di Schopenhauer.

La seconda sessione di lavoro ha visto la relazione di Marco Segala che ha esposto principalmente i contenuti del secondo libro de Il Mondo incentrato sulla dottrina della volontà. Si è messo in evidenza, quindi, il tentativo di Schopenhauer di ritornare alla metafisica, dopo che Kant ne aveva dichiarato la sua fine. Secondo il filosofo di Danzica, la filosofia deve tornare a domandarsi non solo il “come” delle cose (che caratterizza la ricerca scientifica) ma il “che cosa”, cioè la loro essenza. In questo modo si torna alla possibilità di conoscenza della cosa in sé che Kant aveva relegato all’ambito di una pura pensabilità e non di una sua conoscibilità. Il dibattito si è poi concentrato sulla sostenibilità o meno del sistema schopenhaueriano e sulla sua solidità teoretica.

La terza sessione di lavoro, ancora coordinata ed introdotta dalla relazione di Marco Segala, si è sviluppata a partire dalla teoria estetica (terzo libro) e poi nel quadro della dottrina etica descritta nel quarto libro. Si è cercato di capire perché Schopenhauer dia così tanto spazio al come salvarci dal mondo, dopo essersi chiesto come è fatto il mondo. L’esperienza artistica ed estetica dell’uomo permette una diminuzione della morsa della volontà che, nella condizione “normale”, ci inserisce all’interno di un pendolo fra dolore e noia. Proprio per questo, nell’ultima parte del quarto libro, Schopenhauer descrive brevemente una “morale” che si basa sul riconoscimento del fatto che l’altro è, essenzialmente, uguale a me. E ciò non può che portarci ad avere un atteggiamento di carità (agape) verso gli altri, il quale costituisce l’unico fondamento della virtù.

Il fine settimana è terminato con il classico pranzo di fine ritiro ed una passeggiata all’interno del centro storico di Nocera Umbra. Al lato più prettamente filosofico si è aggiunto quello conviviale che ha consentito lo scambio di idee ed opinioni tra i partecipanti. Il ritiro si è così confermato essere non solo l’occasione per discutere di un testo filosofico e delle sue implicazioni ma anche un momento per contaminarsi con altrui esperienze, linguaggi e discipline di studio.

A breve saranno disponibili nel sito gli “Atti” del ritiro ed entro fine settembre sarà pubblicato il titolo e la data del prossimo.

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