Una vita filosofica è diversa

Una delle domande più ricorrenti in questo sito, e nelle discussioni – ben più ampie – a margine dei nostri ritiri filosofici (a tal proposito, è già stato definito RF8, il nuovo ritiro che si terrà a dicembre), è quella intorno al ruolo della filosofia, oggi. Ossia ci si domanda cosa, in un periodo storico come questo, la filosofia deve proporre e come si deve porre nell’ambito della cultura odierna. Il rapporto fra la filosofia contemporanea (nel senso che accade contemporaneamente ad un periodo storico) e i mutamenti storici che si hanno nel frattempo, è un argomento trattato già da molti filosofi, e a noi non interessa, qui, farne una nuova interpretazione. Piuttosto ci interessa provare a capire, e a proporre, come la filosofia possa ancora svolgere un ruolo da protagonista tra le varie scienze che ogni giorno vorrebbero acquistare una credibilità maggiore.

È fuor di dubbio che il panorama filosofico italiano, oggi, è assai scadente. La pop-filosofia tanto in voga nel Belpaese non è certo filosofia. Anzi. Però non ci si può appiattire su tale giudizio, condivisibile o meno. C’è bisogno di domandarsi perché nei dibattiti culturali, “politici” e di più ampio respiro, la filosofia occupi un ruolo molto marginale, quando invece – facendo fede alla definizione aristotelica di filosofia – ella sia il cardine di ogni scienza. Mi spiego. La filosofia è l’unica scienza (se così si può chiamare) che ha un proprio statuto epistemologico. Essa non ha bisogno di fare riferimento ad altre conoscenze estranee a sé per fondarsi. La filosofia mentre si fa, si fonda. E ciò dovrebbe già bastare per renderla la scienza prima.

Ma ciò non basta, perché nel sentire comune si è diffusa un cliché odioso e falso, nei confronti della filosofia, che però ha delle concordanze con alcuni periodi della filosofia. Sto parlando dell’idea che la filosofia non possa essere di aiuto e di ausilio alla risoluzione di problemi pratici e concreti, perché si è distaccata (soprattutto in età moderna) completamente dalla sua condizione originaria. La condizione originaria era quella nella quale, i Greci ed i Romani, quindi gli antichi, la filosofia e la vita facevano parte dello stesso orizzonte. Fare filosofia significava modificare la propria esistenza, renderla migliore, innalzarla alla verità, affrontare e risolvere i problemi grazie al lume della ragione. Anche la metafisica era in connessione con l’esistenza, con la vita. Perché fondava ontologicamente il nostro essere qui.

I tecnicismi moderni hanno sfrondato questa caratteristica umana e vitale della filosofia antica, che ora è sempre più appiattita su dibattiti sterili. Solo una parte dell’esistenzialismo ha avuto fortuna su questo campo, ma mediante una ben poco valida analisi speculativa che lo ha portato ad infrangersi davanti ad aporie ben più grandi dei tentativi di soluzione.

Hanno, in questo modo, sempre avuto un terreno fertile le superstizioni e le religioni, che sono risolutive e salvifiche, nei confronti delle vite. E nel ‘900 le grandi fortune sono state delle ideologie, che altro non sono che religioni della politica, come ha scritto Emilio Gentile.

Finché non si farà capire agli studenti dei licei, ai commentatori politici, agli economisti (figli di una pseudo-scienza oramai evidentemente fallita), ai tuttologi e oltre, che la filosofia non è un racconto vano e futile di cose che non stanno né in cielo né in terra, ma al contrario un discorso ben radicato qui sulla terra, in mezzo alla nostra vita e ai problemi reali, essa sarà dimenticata. Dimenticare la filosofia significa perdere la strada maestra della conoscenza. Colei che interroga tutto, che investiga intorno alle cose del mondo, alla ricerca del vero, in modo da proporre come verità solo ciò che è chiaro e distinto. Non ci serve niente di più, a noi umani.

 

La necessità della diversità

Sempre più spesso troviamo nei giornali, nei libri, nei “dibattiti” politico-culturali, le parole pluralità, pluralismo, multiculturalità, interculturalità, etc, etc.

Ebbene la maggior parte di chi ne parla, non me ne voglia nessuno, non ha mai veramente pensato a cosa sia tale necessità. Alludo alla necessità che culture diverse, ambienti sociali lontani, ma che condividono lo stesso territorio, vengano a sintesi, e trovino una posizione in cui convivere senza lasciare sul campo tensioni di alcun genere, che sarebbero (e sono) solo dannose. Mi sembra chiaro che tale necessità sia stata affrontata, storicamente, ed in modo sterile, solo da parte di qualche confessione religiosa che – proteggendo a spada tratta le proprie posizioni dogmatiche – voleva, allo stesso tempo, allargare l’orizzonte del dialogo alle altre culture, alle altre credenze, religioni.

Aria fritta. Mai se n’è venuto a capo. Una evidente lotta fra ciechi.

Recandosi in una capitale europea qualsiasi, anche Roma, si può chiaramente vedere come siano presenti diverse etnie che non sono autoctone del paese in cui, ora, vivono. Questo è il dato: le culture si sono mescolate in un territorio condiviso, ed esse non hanno mai cercato – né da una parte né dall’altra – di trovare un sostrato unico, universale, sul quale accordarsi e sul quale legittimare la propria diversità.

Perché vi sia dialogo fra culture differenti è ovvio che sia necessaria una zona in cui le varie culture si identificano tutte, un universale. La filosofia, come spesso accade, secondo chi scrive, può rispondere a questa problematica.

Se definiamo una cultura come un sistema di credenze e pratiche che vanno ad identificare i propri appartenentianche in relazione alla storia che quel sistema ha avuto nel corso dei secoli, e che – a sua volta – lo ha forgiato; dobbiamo ammettere che vi sono due fattori comuni a tutte le culture. Tutti hanno vissuto una storia che li ha cambiati, e tutte le culture hanno a che fare con l’uomo in quanto tale.

Prendiamo in esame il secondo fattore (il primo lo lasciamo, momentaneamente, perché troppo vasto e oltre i limiti delle nostre possibilità). Il fatto che ogni cultura è cultura perché ha a che fare con l’uomo, è una cosa fondamentale da riscoprire. Perché in ogni parte del mondo, e non solo in Occidente, l’uomo ha avuto una primordiale paura da sconfiggere: quella della morte. Egli ha sconfitto tale paura con vari rimedi: Severino dice che la Filosofia è stato il grande rimedio teoretico alla paura della morte (al terrore, il thaumazein); Hobbes ha scritto che il rimedio alla paura della morte, nelle masse, fu quello di affidare parte delle proprie libertà ad uno stato che controllasse l’ordine pubblico; Giordano Bruno disse che la paura della morte era alla base di ogni superstizione, e con lui molti altri.

Ecco, lascio al lettore un abbozzo di conclusione, che ognuno possa poi completare o smontare completamente. E se la diversità delle culture fosse una necessità? Nel senso che ogni cultura è necessaria per se stessa e per chi ne fa parte, ma è necessaria anche alle altre culture che riconoscendosi come altro si riconoscono per se stesse.

Secondo chi scrive è necessario che vi siano diversità culturali. Esse sono l’espressione della paura umana, sono il tentativo del rimedio, ma ciò non può giustificare le assurde barricate fra noi l’altro. Questa paura umana, questo essere uomini in origine, ci dovrebbe aiutare a trovare un punto in comune su cui intavolare un dibattito. Ma è necessario che chi si metta al tavolo faccia una cosa: abbandoni i dogmi e accenda la luce della ragione.

La terribile lotta fra bene e male

In un passo splendido di Genealogia della morale Nietzsche afferma che «I due valori antitetici “buono e cattivo”, “buono e malvagio” hanno sostenuto sulla terra una terribile lotta durata millenni». Ed è innegabile come si sia ancora prolungata questa lotta, che ancora oggi – ahimé – genera morti. In ogni TG veniamo a conoscenza di lotte e rivendicazioni religiose nei confronti di un oltraggio ad un dogma.
Partendo da questo spunto di cronaca vorrei porre una riflessione più generale: qual è il limite oltre il quale non si può e non si deve oltrepassare l’imposizione, ferma ed immobile, di un dogma? O meglio, a mio avviso, vi è un limite alla libertà di parola e d’espressione? Il dogma può essere il limite alla libertà più preziosa che la società civile e politica ci ha riconosciuto? Possiamo permettere che un dogma (qualcosa di inspiegabile, oggetto di fede e non di ragione, qualcosa di non migliorabile, ma una verità che non possiamo interrogare, quindi una non-verità!) detti le regole della civiltà?

Tutto ciò, ovviamente, contiene una premessa che è bene ricordare: qualsiasi oltraggio ad una differenza culturale, etnica, religiosa, politica e antropologica è cosa da condannare e che anzi eccede la libertà di espressione.
Sì: perché libertà d’espressione non significa avere la possibilità di dire tutto, anche calpestando i sentimenti di intere culture, anche religiose. La libertà di pensiero e di parola sono la manifestazione più autentica della razionalità. E la razionalità non pone limiti inspiegabili. La razionalità vuole la ricerca, non il dogma, che intende dirci – a priori – cosa è bene e cosa è male.
Come ha detto Emanuele Severino alla conferenza del 15 settembre 2012, tenutasi a Modena al FestivalFilosofia: «ogni fede, in contrasto con altre, genera inevitabilmente una guerra». [A breve pubblicheremo un riassunto della sua lectio magistralis]

“Ché move il mondo?”

Da tempo al CERN di Ginevra si studiava il modo per confermare l’ipotesi del così detto Bosone di Higgs. Nella serata del 4 luglio 2012 è stato dato l’annuncio della effettiva scoperta di tale bosone (del quale, per evidente ignoranza, non so spiegarvi molto), che va quindi ad allargare i confini della scienza, di un passo più in là, che porterà – come ogni scoperta scientifica – una modificazione nella concezione della realtà e nella definizione delle leggi che governano il mondo.
I giornali, ovviamente, sono infarciti di articoloni su tale scoperta, che rinominano la scoperta della Particella di Dio. Intanto due considerazioni: 1. cercare di inserire la religiosità, ancora una volta, in una ricerca razionale e più che mai regolata da leggi di Necessità e Causalità è deviante e sminuisce la ricerca scientifica; 2. se fossi un credente (di quelli veri, coerenti!) mi arrabbierei, non potrei vedere la mia divinità resa particella, spostata dalla sua aurea di sacralità.

Oltre queste considerazioni quasi da discussione di talk show, vorrei intervenire sul ruolo che gioca questa scoperta nel rapporto tra scienza e Filosofia, e sul ruolo della Filosofia oggi. Argomento caro a noi di RF. (Vedi: https://www.ritirifilosofici.it/?p=801)

Leggendo di tale scoperta, ai confini della materia, e del Big Bang, su giornali internazionali ho riscontrato – più volte – l’affermazione che: se fosse confermata e stra-confermata tale teoria il mondo sarebbe governato da poche leggi semplici ed estremamente efficaci.
Certo è che i fisici ora dovranno dimostrare se tale scoperta è vera, e se veramente ci saranno poche e semplici leggi a governare il mondo, o – parafrasando Dante – a “movere il mondo”.
Di sicuro ciò mi porta a pensare che questa scoperta sia una ulteriore prova a conferma della mia (e nostra, di RF) teoria del ruolo della Filosofia nel dibattito odierno. E nel rapporto con la scienza.
Anche se venisse spiegato come il momento prima del Big Bang (tale è la portata della scoperta del Bosone) è necessario che a fare i conti con tale novità (o eternità?) sia la Filosofia. L’unica capace di inserire un nuovo paradigma, per usare i termini cari a Khun, nella mentalità scientifica (intesa in senso molto ampio) e poi trasferire le conseguenze nella realtà pratica.
I filosofi che hanno concepito il proprio lavoro come un lavoro volto alla comprensione del Tutto sarebbero entusiasti di questa scoperta, ma si lascerebbero il “compito” di fare i conti con questa novità.

E sostengo ciò per un semplice motivo, e niente affatto per demonizzare gli scienziati e coloro che praticano ricerca scientifica senza dogmi, e men che mai per difendere una improbabile categoria dei filosofi. Ma perché: è storicamente comprovato che il Tutto (che eccede la somma delle sue parti) è argomento di studio dei filosofia, e della Filosofia. Azione razionale e logica per eccellenza, senza punti di vista, ma totale, e totalmente razionale.

Saverio Mariani

Dialogo su Hegel e Spinoza

Il 31 maggio 2012, nell’Aula Garin del Centro di Filosofia della Normale di Pisa, alle ore 16, si svolgerà un dibattito tra Biagio De Giovanni, autore del libro Hegel e Spinoza, dialogo sul moderno,  e Filippo Mignini, studioso di Spinoza, curatore dell’opera completa e luminare sul filosofo a noi caro.
Una compagine di Ritiri filosofici sarà a Pisa per assistere al dialogo tra i due professori, che si prospetta davvero interessante.
Potrete rimanere in contatto tramite Twitter dove con hastag #HegelSpinoza twitteremo in diretta le fasi più significative del dialogo. Nei giorni successivi sarà pubblicato un resoconto completo dell’evento.

L’enigma del Tempo

All’interno della Festa di Scienza e Filosofia , organizzata a Foligno (PG) dal Laboratorio di Scienze Sperimentali, sono intervenuti anche alcuni filosofi che, spesso con un taglio più scientifico, hanno trattato temi interessanti e stimolanti. Il caso del professor Giacomo Marramao è uno di questi. Infatti nella sua lectio il professor Marramao ha analizzato il concetto di tempo, fra fisica e filosofia, spiegando rapidamente la concezione del tempo all’interno della teoria della Relatività di Einstein, e facendo un rapido excursus sull’idea di tempo nella filosofia occidentale, per poi dare la propria idea di tempo.

Nella teoria della relatività non mi inoltro, anche per una riconosciuta incapacità personale, ma provo a delineare le due concezioni principali – secondo Marramao – nella filosofia greca rispetto al tempo: quella aristotelica e quella platonica.

Marramao analizza così le due posizioni:

  • Aristotele, nel libro IV della Fisica, descrive il tempo come numero del movimento secondo il prima e il poi. E Marramao interpreta questo passo come la necessità che ci sia “qualcuno”, o “qualcosa” che misuri il tempo per farlo essere. Il tempo, quindi, si inserisce sempre all’interno delle due linee di non-essere (il passato ed il futuro), e la psyché, è quel “qualcosa” che può numerare il tempo. Che può misurarlo. Quindi il tempo, in Aristotele (come in Einstein) rimane appeso alle sfere della fisica e della psicologia.
  • Platone, nel Timeo, invece mette in relazione, secondo la sua dottrina, l’Eterno ed il Tempo. Dove il tempo altro non è che la scansione in fotogrammi dell’eternità. L’Eterno platonico c’è già tutto, ma va reso chiaro mediante una scansione temporale. Potremmo dire che l’Eterno si fa tempo per essere reale, per essere appreso. Quindi l’Eterno diviene Tempo. Questa è l’interpretazione che ne dà il professor Marramao.

Queste due posizioni, come in molte altre cose, sono i due cardini attorno al quale la filosofia occidentale ha generato il proprio scorrere filosofico durante i secoli. Ma ora veniamo alla posizione espressa dal professore. Intanto c’è da chiarire il concetto di contingenza, che Marramo delinea come una realtà chiara, dove ogni evento si basa su di un incontro causale degli eventi, ma non deterministico. Perché i processi sono caratterizzati da un alto grado di improbabilità. In buona sostanza il professore descrive la realtà non come il frutto di una necessità causale, ma come l’incontro improbabile degli eventi. Nel caso potessimo riavvolgere indietro il nastro degli eventi e poi rimandarlo avanti non avremmo lo stesso film. Perché non vi è alcuna necessità all’interno della realtà. Ed in questa ottica il professor Marramao intende costruire (parole sue) una ontologia della contingenza: “in opposizione, ad esempio, ad una ontologia della necessità, come quella di Severino”.

Mettendosi in opposizione all’ontologia di Severino capiamo già cosa possa intendere il professor Marramao, e che ruolo giochi il tempo. Tempo che è visto sempre insieme alla categoria dello spazio, della spazializzazione. Il tempo è una dimensione – legata allo spazio – nel quale l’uomo si muove, deve prendere scelte ed essere responsabile delle proprie azioni. Obietterei al professore non tanto la costruzione di una nuova ontologia della contingenza, che potrebbe essere il rifacimento di teorie dell’essere già viste, ma più che altro il fatto che anche in una realtà necessaria la responsabilità dell’uomo è salvaguardata. Basta leggere Spinoza, guarda caso. E poi se il tempo sia una dimensione in cui l’uomo può giocarsi la sua libertà, come diceva Einstein, oppure sia una finta dimensione finita, e quindi un’eternità (due serpenti che sbattono la testa, direbbe Nietzsche), è altro. La politica, e con essa la responsabilità umana, non finisce con una visione deterministica ed eterna della realtà.

Questo mi è sembrato il cruccio del professore, che rispondendo alle domande finali, ha messo l’accento sulla necessità di temporalizzare ogni cosa, di renderla manipolabile. Per sostenere ciò, a mio avviso, c’è bisogno di costruire delle fondamenta solide, che purtroppo in questa lectio il professore ha solo accennato. Peccato.

Chi crede e chi smette di credere

Anche questa volta faccio partire una mia, umile, riflessione da un articolo di giornale, e precisamente dall’inchiesta dell’università di Chicago riportata a pag. 30 e 31 de “La Repubblica” del 20 aprile 2012. Lo studio è condotto dal sociologo Tom Smith, su un campione di trenta paesi, circa il rapporto che c’è fra individuo e fede. Dappertutto, o quasi, negli ultimi vent’anni – rileva lo studio – vi è una tendenza al ribasso tra i fedeli: in Italia circa il 10% in meno rispetto al 1991.
Rimangono comunque alte le stime – in Italia – di coloro che credono, fermamente, nell’esistenza di Dio (35,9% fra chi ha meno di 28 anni; il 42,9% nella fascia d’età fra 48 e 57 anni; e perfino il 66,7% in chi ha più di 68 anni). Il dato, a mio avviso, rimane di alta “fedeltà”, anche fra i giovani. Perché il 35,9% dei ragazzi sotto i 28 anni è un numero, comunque spaventoso.
Nell’articolo seguente quello che riporta i dati il teologo Vito Mancuso tenta di dare una spiegazione a questa tendenza di calo della fede. L’idea centrale per Mancuso è il fatto che – come recita il titolo del suo articolo – i dogmi della chiesa non convincono più, che il Vaticano sia troppo legato ad una configurazione della fede cattolica “dogmatica e teista”, che non sia al passo coi tempi, che non modifichi le sue istituzioni (come il sacerdozio, il cardinalato femminile, il celibato, etc…). E quindi – secondo Mancuso – tutto ciò porta ad una perdita della fede nelle masse, ad uno svuotamento delle chiese e quindi ad un personale contatto con Dio da parte dei credenti, che non si affidano più all’ ecclesia.
Tutto ciò mi pare impossibile da sostenere.
La religione cattolica, ma le religioni in generale, perché sono fede non possono non prescindere da dei cardini fissi, a-storici, che non si modificano con il modificarsi della realtà sociale. Le religioni si attuano per mezzo delle persone che credono, e che mettono in atto il messaggio divino (caratteristica principalmente cattolica).
I credenti che determinano da soli il modo di comunicazione con la divinità non sono credenti, sono persone che cercano un appiglio, un gancio nel cielo; perché giustificano la tradizione, perché non vogliono scostarsi in modo decisivo, con una frattura netta, da ciò che storicamente ha delineato ciò che viviamo quotidianamente, ovvero questa nostra società colma di senso religioso, mistico, moralistico e di falso perdono.

Nessuna guerra, nessun tempio

Nel numero #19 dell’inserto culturale del Corriere della Sera, “La Lettura” (pagina otto) ritroviamo un articolo di Edoardo Camurri, sul movimento ateo e non credente.
In modo piuttosto drastico, che probabilmente non avrebbe usato se si fosse parlato della controparte credente, l’autore delinea una mappa delle diverse “sette” di atei che si scontrano sul tema dell’ateismo. La tesi sembra essere quella che i vari atei (dei quali viene stilata anche una mappa, a seconda delle origini o delle influenze: neo-darwinisti, atei-militanti, atei-radicali, atei-profanatori…) si scontrino fra di loro sulla interpretazione del vero ateismo e se esso debba fare riferimento alla teoria darwinista, mettendo in risalto che non c’è un pensiero comune che collega i vari pensatori, che però si definiscono tutti atei.
La prima cosa che salta all’occhio è che nella lista di Camurri non ritroviamo nemmeno un filosofo di quelli veri (c’è Onfray e Vattimo, due che non definirei filosofi, alla stregua di un Severino!), tutti biologi, scienziati vari, matematici e “pensatori”. La seconda cosa che viene da pensare è che, in quanto pensiero libero, ed in quanto non accettazione di una fissità di pensiero, l’ateismo (in tutte le sue forme) non può essere iscritto all’interno di un tempio (si dice nell’articolo che ci sarebbe qualcuno pronto a costruire il tempio dell’ateismo a Londra). L’ateismo è una parte importante della capacità umana di avere un pensiero libero, non vincolato ad una ideologia (perché ogni religione è ideologica, nel senso che iscrive in sé tutte le risposte e tutte le problematiche, risolvendole mediante un processo di inglobamento). L’errore che fa Camurri e che fanno tanti altri sta nel pensare che anche l’ateismo sia una religione, una posizione fissa dal quale scoccare le proprie frecce nei confronti degli altri.

No, no. Non ci sto. L’ateismo è il contrario, è il non accettare risposte grossolane. Ed i veri atei non fanno guerre con chi non la pensa proprio come loro. Non si fanno la lotta.

Un’ultima cosa. Va bene che fisici, biologi, psicologi, pensatori e matematici dicano la loro sulla questione religiosa, e sulla “costruzione del mondo” (gli scienziati quello indagano). Ma di alcune cose parla la filosofia. È la filosofia che guarda il utto, e che “segna il campo” di tutte le altre discussioni.

Un atteggiamento filosofico, e coraggioso

Ad un giorno (per chi scrive, ed ora che scrive) dal nuovo ritiro ho deciso di scrivere qualcosa che rendesse l’idea di ciò che contraddistingue chi frequenta i Ritiri Filosofici.
L’altra mattina, insieme a Giovanni (altro frequentatore, e “socio-fondatore” potrei dire di Ritiri Filosofici) parlavamo di come fosse fondamentale, e determinante, in un appassionato di filosofia, in uno studente di filosofia o – diciamolo – in un filosofo, anche se non alla ribalta, l’atteggiamento.
Per atteggiamento, perlomeno io, intendo le modalità con le quali si guarda il mondo, lo si scruta, lo si espone a rischi, lo si interroga, e perfino lo si affronta. Ebbene, l’atteggiamento filosofico fa proprio questo, non si accontenta, vuole squarciare il velo di Maya che c’è sopra le cose, guarda le cose con interesse perché ne va di lui stesso, ed in questo si mette in gioco.
Colui che intende esporsi con un atteggiamento filosofico non ha paura di incastrarsi dentro ad un doloroso dubbio. Perché sa che sopravvivere nell’ingannevole certezza è altrettanto doloroso e quanto di più lontano dalla verità.

Saverio Mariani