La “nuova filosofia” a Nocera

Siamo arrivati. Dopo una preparazione durata alcuni mesi, Ritiri Filosofici presenta il suo primo evento pubblico, che si terrà a Nocera Umbra domenica 17 febbraio alle ore 17:00. L’occasione è di quelle forti: una lettura scenica commentata in occasione del 413° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Dopo la rappresentazione seguirà la discussione in sala, introdotta e guidata dai nostri Maurizio Morini e Giovanni Marinangeli, con il prof. Filippo Mignini, ordinario in Storia della Filosofia all’Università di Macerata, sui temi principali del pensiero filosofico di Bruno.

Il luogo dell’evento è l’auditorium Cottoni. Per chi giunga da fuori città, il riferimento obbligato è l’Hotel Europa situato in centro: l’auditorium infatti si trova proprio sotto l’albergo una volta discese a piedi le scale a fianco. Per il parcheggio, si consiglia piazza Medaglie d’oro oppure l’ampia area delle ex scuole elementari situata dietro l’auditorium (area utilizzata in estate per la taverna del quartiere San Martino): per raggiungerla si consiglia di girare a destra dopo il distributore di benzina situato a pochi metri dell’Hotel Europa, percorrere la piazza e poi la discesa mantenendosi sempre sulla destra ed infine (dopo circa 200 mt) girare nuovamente a destra. Nella sidebar, qui accanto, la locandina dell’evento. A presto dunque!

Qui la pagina Facebook sull’evento.
Qui l’evento su Google Plus.

Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza

RF: Cosa diceva esattamente la profezia dei Maya sulla fine del mondo? La questione aveva a che fare con fenomeni di carattere interplanetario?
CAMPANELLA: Il calendario Maya non è terminato il 21 Dicembre 2012 e non ci sono profezie Maya che preannunzino la fine del mondo in quella data. Come il calendario che abbiamo a casa non cessa di esistere dopo il 31 Dicembre, così il calendario dei Maya non cessa di esistere il 21 Dicembre 2012. Questa data segna la fine del periodo di lungo conto dei Maya, però poi – proprio come il nostro calendario che ricomincia da capo dall’1 gennaio – un altro periodo di lungo conto ricomincia per il calendario dei Maya. Il calendario di lungo conto dei Maya fu pensato per tener conto di lunghi intervalli temporali. Infatti, la cultura mitologica rilevabile dalle rovine della civiltà Maya presenta riferimenti ad epoche ben più lontane del nostro Big Bang avvenuto, secondo la scienza, 13.7 miliardi di anni fa. Tal calendario di lungo conto assomiglia al contachilometri delle nostre auto ed è il sistema più complesso mai sviluppato dall’uomo. Infatti, è un sistema costruito su base 20 nel quale le cifre che ruotano rappresentano potenze di 20 giorni. Dato che le cifre ruotano, il calendario può azzerarsi e ricominciare da capo. In particolare, secondo la mitologia Maya il mondo fu creato 5125 anni fa, nella data che l’uomo moderno indica come 11 Agosto 3114 aC. Tale data nel calendario Maya viene indicata come 13.0.0.0.0 e nello stesso modo viene indicato il 21 Dicembre 2012. Tredici Baktuns come direbbero gli studiosi Maya, oppure tredici volte un ciclo di 144 000 giorni è il periodo temporale tra le due date. Questo era un intervallo significativo nella teologia Maya ma non di certo uno distruttivo: nessuna delle migliaia di rovine, tavolette e materiali in pietra esaminate dagli archeologi predicono una fine del mondo. Al massimo, molti Maya credevano che il 21 Dicembre 2012 le divinità che avevano creato il mondo 5125 anni prima sarebbero ritornate. Una di queste in particolare, un’enigmatica divinità chiamata Bolon Yokte K’uh, sarebbe tornata per condurre antichi riti di passaggio, per rimettere in ordine il tempo e lo spazio e per rigenerare il cosmo. Anche l’associazione Maya Oxlaljuj Ajpop afferma che in questa data ci sarebbero stati grandi cambiamenti a livello personale, familiare e sociale, così da ricreare quell’armonia ed equilibrio tra l’uomo e la natura. Il mondo si sarebbe rinnovato, no distrutto. Ci sono quindi similarità con la cultura occidentale quando inizia il nuovo anno e la gente cerca con entusiasmo di portare avanti le proprie risoluzioni per l’anno nuovo. Ma allora, da dove nasce la storia che il mondo sarebbe finite nel 2012? Tutto è iniziato qualche tempo fa quando su internet girava la diceria che Nibiru, un fantomatico pianeta scoperto dai Sumeri, si dirigeva contro la Terra. Questa catastrofe venne inizialmente prevista per il Maggio 2003, ma quando non si verificò nulla il giorno del giudizio venne spostato in vanti al Dicembre 2012 e collegato alla fine di uno dei cicli dell’antico calendario Maya previsto per il solstizio di inverno: il 21 Dicembre 2012.

Pensare la crisi: Niccolò Machiavelli

Il 24 e 25 gennaio 2013 si terrà a Roma, presso la Casa delle Letterature, il convegno internazionale su “Il pensiero della crisi: Niccolò Machiavelli e il Principe“. Si tratta del primo dei numerosi eventi che verranno organizzati durante il 2013 per celebrare i cinquecento anni dalla stesura della più nota (e più fraintesa) opera di Niccolò Machiavelli. Qui il programma. RF seguirà i lavori e ne fornirà un resoconto. Restate sintonizzati.

Seneca, per RF Edizioni

Saverio Mariani ha pubblicato con RF Edizioni La dottrina morale in Seneca. Qui la pagina per il download, sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.) sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -orrore- stampabile).

Abbiamo un programma 2013 denso di uscite: leggeteci (se vi va, ovvio).

RF8: i temi affrontati

VIII Ritiro Filosofico

Nocera Umbra, loc. Salmata, 8 – 9 dicembre 2012
Centro Soggiorno Salmata
Via Fano 40 – Nocera Umbra

Tema
La dottrina morale in Seneca e l’ influenza della Stoa sul pensiero di Baruch Spinoza
a cura di Saverio Mariani e Andrea Cimarelli

Prima giornata
Arrivo sabato 8 dicembre alle 14,30: presentazione dei partecipanti.
ore 15:00, prima sessione: la dottrina morale di Seneca e i padri fondatori della Stoa.
ore 17:00: pausa.
ore 18:00, seconda sessione: le tesi senecane e stoiche rispetto alla dottrina di Spinoza.
ore 20:00: cena.
ore 21:30, sessione serale: dibattito.

Seconda giornata
ore   8:00: colazione.
ore   9:30, prima sessione: lettura e commento di alcuni passi delle Lettere a Lucilio.
ore 11:00: dibattito.
ore 13:00: pranzo.
Partenza nel pomeriggio di domenica 9 dicembre.

Testi suggeriti per la preparazione del ritiro:
– Seneca, Lettere a Lucilio (possibilmente edizione con testo a fronte);
– Max Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, Bompiani, 2005.

Come arrivare.
In treno: linea ferroviaria Roma-Ancona, stazione di Nocera Umbra. Comunicando l’ora di arrivo può essere organizzato il trasferimento in auto.
In auto: Da Roma, percorrere la SS3 Flaminia. Superata Nocera Umbra, seguire le indicazioni per Salmata.

Informazioni e prenotazioni: ritirifilosofici@gmail.com

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Ex Post

 

Ecco, in forma necessariamente riassuntiva ed asistematica, alcuni dei temi affrontati durante RF8.

8 dicembre 2012.

Saverio Mariani.
Agire moralmente, alla fine della riflessione di Seneca è vivere secondo natura. Per affermare ciò c’è bisogno di percorrere un sentiero lungo, sul quale la filosofia dovrà porre luce. Razionalità della ragione universale, che è l’ impetus interno della realtà. È ciò che svolgendosi dà forma alla realtà. Seneca è alternativo al movimento stoico perché guarda all’azione come al vertice della filosofia, e non pone la condizione del saggio unicamente in isolamento. In questo è figlio della cultura romana. Come inserisce Seneca l’azione nel suo pensiero? Secondo Seneca la natura conforma l’uomo: gli impone di contemplarla (quindi di conoscere) e gli impone di agire (De Otio). Il saggio stoico (secondo Seneca, cioè inteso con la declinazione romana fondata sull’azione) si relaziona con la necessità rinnovando un continuo sì al fato e si pone in prima persona all’interno del destino: si integra nel movimento razionale della natura e dunque ne è compartecipe (epistola 77).
La saggezza è la meta, la filosofia è la via (ep. 89).
La comprensione dell’ immutabilità e della non alterabilità delle cause esterne è fondamentale e permette al saggio di tollerare l’esistenza. L’accettazione della non modificabilità delle condizioni esterne da parte delle azioni dell’uomo. La dottrina di Seneca predica l’agire secondo virtù per il perseguimento della felicità; ha vinto però la dottrina (cristianesimo)  che predica l’agire secondo virtù per il semplice fatto di predicare la virtù.
Gli stoici trasformano quello che è pratico in movimento teoretico. Millantano la loro pretesa etica per altro. Fanno di meno rispetto ai cinici per ciò che concerne l’attività pratica. Introducono una discrepanza fra l’agire pratico e la dottrina.

Andrea Cimarelli.
Nietzsche ha una visione della filosofia come strumento non contemplativo ma operativo molto simile a quella di Seneca: “Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono avvelenatori, lo sappiano o no” (Così parlò Zarathustra).
Il coraggio dell’oltre-uomo è quello dell’accettazione. L’esistenza della libertà umana è la prova dell’uccisione di dio. Se l’uomo è libero, dio è morto, perché altrimenti la libertà umana ne risulterebbe limitata.
Affinità tra l’impetus stoico con la volontà di potenza di Nietzsche.
Nietzsche è l’ultimo avamposto della religione. La religione è una dottrina rivolta agli uomini per convertirsi. Così Nietzsche propone Zarathustra, che è un profeta, non un filosofo. L’approccio di Nietzsche non è quindi filosofico, come ricerca individuale della verità, che non è mai rivelazione, annuncio.

9 dicembre 2012.

Saverio Mariani.
La filosofia deve portare a uno stato di consapevolezza che consenta di eliminare le terminazioni passionali che conducono alla sofferenza. Per comprendere questo si deve analizzare che cosa si intende per passione, per scelta libera, per volontà: dunque si deve analizzare il rapporto tra appetito (desiderio) e scelta razionale.
Filologicamente: in latino per esprimere il concetto di desiderio troviamo sempre una duplicità di lemmi: passio/desiderium. Si tratta di una spinta che non consente il controllo di se stesso. La distinzione di Seneca è netta fra desiderio naturale e desiderio artificiale. I desideri naturali sono finiti e possono trovare appagamento e soddisfazione, quelli artificiali sono infiniti e sempre inappagati (v. Ep. 16).
Antropologicamente il desiderio è preceduto dal conatus, che è un impulso che non ha oggetto di destinazione. Il tentativo di dare soddisfazione al desiderio non naturale, necessariamente impossibile, data l’infinita estensione del desiderio non naturale, produce il dolore e il male (ep. 121).
Dove si inserisce la razionalità? La razionalità sta nel:

  • comprendere che siamo spinti dal desiderio;
  • capire che il desiderio è solo auto conservazione;
  • comprendere che il desiderio si costruisce di due parti (artificiale e naturale);
  • eliminare il tentativo di appagamento dei desideri naturali.

Seneca afferma che questo percorso non è per anime deboli, giacché serve fortitudo (coraggio). Il presupposto razionale determina l’eticità dell’azione (intellettualismo etico). Il male è frutto di in giudizio sbagliato: con la ragione puoi curare, anzi estirpare l’errore e dunque il male (ep. 37: se devi assoggettarti a qualcosa, assoggettati alla ragione). Siamo noi che, cercando di andare oltre le nostre possibilità, ci auto-infliggiamo il dolore.
L’essere un ente desiderante condanna l’uomo ad una condizione di instabilità. La passione è un giudizio errato; la ragione è un giudizio retto. Questo è il limite degli antichi. La spiegazione del retto agire è costretta ad escludere la passione, gli affetti, che però sono una parte ineludibile dell’essere umano. Per Seneca la bona voluntas è poi lo strumento che consente di inscrivere nella prassi il retto agire: la bona voluntas è l’ultima terminazione della ratio (cioè del retto agire). In realtà però la bona voluntas è un modo per giustificare l’accettazione della necessità (ep. 54).

Secondo Spinoza, la ratio produce un affetto buono (amor dei intellectualis), con il quale si può combattere e vincere l’affetto cattivo. Secondo Spinoza il percorso per l’estirpazione del male non è la ratio (ragione) ma la creazione di un affetto/passione (l’ amor dei intellectualis) che può combattere e sconfiggere l’affetto negativo (il male). Insomma, in Spinoza il male è un connotato ontologico dell’uomo: in questo va ritrovata la differenza fondamentale e il limite della filosofia degli antichi.
Mappa concettuale che rappresenta l’agire umano secondo Aristotele. In questo quadro il desiderio, come inteso da Seneca, si inserisce nell’alveo dell’agire volontario.

VIII Ritiro Filosofico (RF8)

Si è appena concluso l’ VIII Ritiro Filosofico, quest’anno incentrato su Seneca e la dottrina della Stoa. Di seguito, lo Storify, foto, eccetera. Al più presto, relazione ed info sulle prossime novità di RF.

Qui lo Storify. Retweet, please.

E, per finire, un breve album fotografico (foto di Saverio Mariani & Mauro Longo).

 

RF8 is coming …

Cominciano i preparativi per il Ritiro invernale 2012. Qui tutte le informazioni. La pagina è in continuo aggiornamento, dunque … stay tuned!

Modena, FestivalFilosofia 2012

Nel pomeriggio del 15 settembre 2012 un drappello di RFers ha raggiunto a tappe forzate Modena, per ascoltare la Lectio Magistralis di Emanuele Severino. Qui lo Storify. Di seguito, alcune foto di Andrea Cimarelli. Prestissimo la relazione.

 

Il problema Spinoza

Come già accennato dal nostro Morini, per Neri Pozza Editore è uscito in Italia il nuovo romanzo di Irvin D. Yalom, Il problema Spinoza, che si occupa ancora di un filosofo (dopo Nietzsche e Schopenhauer, rispettivamente in Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer).
Come chiarito fin dal titolo, in quest’ultimo libro è la figura di Baruch Spinoza che viene presa in considerazione e fatta rivivere in un romanzo storico che intreccia le vicende biografiche e le idee del filosofo olandese – a metà fra realtà ed invenzione – con la figura di Alfred Rosenberg (sedicente filosofo nazista, direttore del giornale della Nsdap e poi direttore dell’ERR, ovvero l’organo nazista preposto alla requisizione di tutti i libri e le opere d’arte di proprietà degli ebrei in Europa).
Ne riportiamo qui la doppia recensione di due componenti di RF, che danno il proprio giudizio su alcune caratteristiche del romanzo.

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Il romanzo è appassionante, spinge alla lettura, forse anche per il fatto che i capitoli sono intervallati tra le vicende di Spinoza nell’Olanda del 1600 e quelle di Rosenberg nell’Europa del primo ‘900. La prosa devo dire che non è eccelsa, a volte semplice e schietta, piena di dialoghi, ma non se ne può parlare – di certo – male. Sicuramente Yalom risente della sua formazione non prettamente filosofica, infatti è uno psichiatra che insegna alla Stanford University, ma ha già dedicato due romanzi ad altri filosofi.
Lo stesso scrittore ammette, alla fine del romanzo, di aver accentuato il carattere personale dei due personaggi principali, lavorando sulla loro personalità e descrivendoci come i due avrebbero (viste le vicende storiche conosciute) risposto alle vicende del romanzo.
Sostanzialmente ci troviamo di fronte, credo, ad un libro scritto anche in funzione del filosofo. Ovvero sembra intenzione di Yalom rimettere – se ve ne fosse bisogno, e forse bisogno ce n’è – in luce la filosofia di Spinoza, citando a volte letteralmente passi delle sue opere (soprattutto il Trattato Teologico-Politico, argomento del nostro ultimo ritiro, e dell’ Etica), e a volte interpretandolo, come se Spinoza spiegasse ai suoi interlocutori l’Amor Dei Intellectualis e l’eternità della sostanza.
Spinoza rivive in queste pagine, ci mostra la sua grandezza come filosofo, e – per chi lo conosce un po’ – le sue idee vengono calate nella realtà (seppur romanzata, ma storica) dell’Olanda del 1600. Spinoza è “un problema” anche per Rosenberg, che rimane affascinato e allo stesso tempo distaccato da un pensiero così rivoluzionario, per il solo motivo che Spinoza era ebreo (anche se sappiamo bene come va a finire il rapporto fra la comunità ebraica e Spinoza, che viene cacciato e condannato al cherem.)
Anche questo bel libro ci permette – a mio avviso – di porre l’attenzione su Spinoza e su tutto ciò che è necessariamente seguito alle idee di questo personaggio controverso, ma geniale. Ora più che mai vi è bisogno di un ritorno alla razionalità e alla filosofia, e Spinoza può solo insegnarci come fare (Saverio).

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Lo stile è piano, gradevole, ma in qualche passaggio didascalico: e mi riferisco non soltanto all’esposizione del pensiero di Spinoza, ma anche alle frequenti incursioni nella dottrina dell’ebraismo (vedi ad esempio la spiegazione sul cherem). Ma il vostro recensore ama l’erudizione – tanto che adora più di tutto le note a pie’ di pagina di David Foster Wallace – e comunque la forza della costruzione narrativa sta nei dialoghi, sempre ben scolpiti, che fanno macinare le 440 pagine dell’edizione italiana senza  fatica. E la conclusione che si trae a fine lettura è che Il problema Spinoza trovi la sua vera ragione d’essere nella difficoltà dell’esercizio della psichiatria e nella conseguente esigenza che, alla sua base, si ponga un pensiero tutt’altro che debole. Non a caso, il vero alter ego del narratore è lo psichiatra Friedrich Pfister, che tenta – purtroppo inutilmente – di frenare le follie pseudo-filosofiche di Rosenberg proprio per mezzo del pensiero dell’autore dell’ Etica.
Ciò detto, mi sembra però che, sotto lo scorrere piacevole ma prevedibile di una non-trama (la vita di Spinoza è nota per l’assenza, salvo il cherem, di eventi rilevanti; la sorte di Rosenberg è altrettanto nota: finirà impiccato a Norimberga) si annidino invece due pensieri radicali.

Provo a descriverli alla buona.

Il primo pensiero è che la psichiatria non fa miracoli e la filosofia non è una terapia. Rosenberg è pazzo e il tentativo di Pfister di salvarlo per mezzo della psichiatria, pur col puntello del pensiero di Spinoza, non raggiunge altro effetto che quello di rafforzarlo, quando avrebbe semplicemente dovuto rinchiuderlo finché in tempo. Ma gli psichiatri (come gli avvocati) tendono ad innamorarsi dei loro pazzi, e a non ammettere l’inefficacia dei loro strumenti. Yalom ne è consapevole: nel capitolo 26 (p. 291) fa dire al Dr Abraham, supervisore di Pfister, queste parole: «Fino a questo momento ho sentito che l’obiettivo del suo paziente è profondamente diverso dal suo, lui vuole solo rendersi più amabile per i suoi compagni nazisti. Quindi tenga ben presente il pericolo che la terapia potrebbe rappresentare, semplicemente peggiorando le cose per tutti noi! Mi permetta di essere più preciso. Se lei riesce ad aiutare Rosenberg in modo che Hitler gli voglia più bene, avrà contribuito solo a renderlo malvagio in modo ancor più efficace».
Epitaffio perfetto, verrebbe da dire.

Il secondo pensiero è che i cattivi filosofi vanno impiccati (metaforicamente, s’intende: ché qui siamo tutti non violenti). I buoni filosofi vivono appartati e non infastidiscono nessuno. I cattivi filosofi la buttano in politica e i peggiori, per forza di cose, diventano i corifei della prossima rivoluzione. Spinoza studia metodicamente; legge e comprende. Demolisce ciò che ha preventivamente compreso. Rosenberg ha una cattiva istruzione e una formazione stentata. Impara a memoria scritti che non capisce e idolatra autori complessi per quello che non hanno detto. Necessariamente, allora, scambia spazzatura  (I Fondamenti del XIX Secolo e I Protocolli dei Savi di Sion) per profonde opere filosofiche. La sua furia nasce dai suoi limiti intellettuali. Perché dunque non pensare che un semplice elenco delle letture di formazione consentirebbe al genere umano di liberarsi di molti soggetti pericolosi e che la vera utilità sociale delle elites è quella di aver frequentato scuole con piani di studio ben temperati dalla tradizione? Il povero professor Schäfer (cap. 2-4) deve averlo capito troppo tardi (Mauro).

Sulla decrescita

Sulla decrescita. Osservazioni a margine del libro di Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale.

LM
Ho deciso di presentare questo libro, anche se non ne parlerò nello specifico, poiché sono interessato agli aspetti pratici del nostro filosofare. Questo in fin dei conti è il motivo per il quale stiamo dando vita ai nostri “cenacoli” oltre ovviamente all’aristotelico spirito di philia che ci unisce.
Serge Latouche è un sociologo francese che, riprendendo il lavoro di alcuni sociologi come Durkheim e Mauss ma soprattutto il pensiero di alcuni intellettuali non inquadrabili all’interno di specifici settori o correnti di pensiero come Cornelius Castoriadis e Ivan Illich, ha portato all’onore delle cronache la decrescita.
Cos’è? La D. è uno slogan politico, sintesi di un manifesto culturale che presuppone una rifondazione della politica. La D. si fonda su un semplice presupposto: uscire dalla società della crescita e decolonizzare l’immaginario che ha portato ad economicizzare ogni aspetto del vivere. Tecnicamente quindi sarebbe più corretto parlare di a-crescita piuttosto che di decrescita. Il motivo è molto semplice: la logica della crescita illimitata in un mondo finito è assurda e ci sta portando verso il disastro ecologico. Ovviamente criticata a destra, la D. è mal vista anche a sinistra la quale, come noto, si fonda sul marxismo e quindi il suo pensiero si inserisce, mani e piedi, all’interno della logica sviluppista dalla quale la D. intende uscire. D. è critica radicale dello sviluppo. L’obiettivo dichiarato è quello di lavorare e consumare meno. D. significa parlare di una utopia concreta ovvero di una costruzione intellettuale di un funzionamento ideale della società che parte da dati esistenti ed evoluzioni realizzabili. Altri termini importanti sono l’autonomia contro l’eteronomia della mano invisibile e la convivialità che si oppone alla dismisura della società dei consumi. Fondamentale per realizzare un mondo conviviale è individuare le soglie oltre le quali l’istituzione produce frustrazioni nonché i limiti oltre i quali lo strumento esercita un effetto distruttivo sulla società. In quest’ultimo lavoro Per un’abbondanza frugale, che segue: La promessa della decrescita e Breve trattato sulla decrescita serena, Latouche affronta direttamente controversie e malintesi relativi a questo approccio che ha il merito di proporre una critica al funzionamento della nostra società a partire da un fondamento filosofico diverso dagli altri contemporanei.

Nick Machia
Non ho letto nulla degli autori che citi e dunque non posso esprimere un giudizio circostanziato. Se dovessi dare un semplice smell test, tuttavia, direi che in ogni epoca c’è stata qualche corrente di pensiero propugnatrice dell’insostenibilità del contemporaneo livello di produzione e consumo. Senza risalire al luddismo, basti pensare a tutti quegli intellettuali che, negli anni settanta, facevano riferimento al c.d. Club di Roma, le cui profezie di disastri ecologico/demografici sono rimaste confinate nell’ambito della cinematografia di genere. Tutti questi pensatori tendono ad ignorare (o gravemente sottovalutare) un elemento essenziale: la sistematica capacità dell’uomo di ridefinire gli ambiti economici in maniera radicalmente differente grazie all’innovazione (Kuhn, Schumpeter) e il potere di trasformazione della realtà indotto dagli ineliminabili “animal spirits” (Keynes). All’alba di una nuova era -qual è innegabilmente quella che stiamo vivendo, che vedrà affacciarsi sulla ribalta politico-economica antiche civiltà (Cina, India)- credo che le aspirazioni alla serenità indotta dalla decrescita sia poco più che una pia illusione, mentre dovremmo abituarci a comprendere (ed apprezzare) il cambiamento e la crescita tumultuosi. Se poi il cambiamento/divenire esista veramente, è un’altra storia …

LM
Parto dall’ultima frase: “Se poi il cambiamento/divenire esista veramente, è un’altra storia”, per dire che invece il punto è proprio questo! Se si ritiene che il cambiamento/divenire sia il senso ultimo oppure no. A me pare che la società odierna sia come il criceto che corre sempre più veloce all’interno della ruota finchè non si ribalta. La decrescita è l’uscita dalla ruota!

Cobb
A me pare che i presupposti filosofici, sociologici e politici di questo movimento siano ancora di carattere negativo. In altre parole, si ha una vaga idea di cosa rifiutare ma non si indica in modo sufficientemente chiaro quali debbano essere le alternative alla crescita economica. Si dice che bisogna “decolonizzare l’immaginario”, il che presuppone che vi sia una centrale ideologica che abbia occupato e sfruttato una mentalità e un modo di pensare. Ora, anche ammesso che vi sia una centrale di tal genere, per fare ciò bisognerebbe né più né meno che scardinare i fondamenti dell’economia politica così come li conosciamo da più di due secoli. Significa cioè abbattere tutto quell’immaginario che ha permesso al capitalismo di diventare non soltanto una semplice economia ma di essere la vera ed unica religione della modernità con il suo apparato di simboli, culti e sacerdoti. In questo senso Latouche e i suoi amici mi sembrano eretici non sufficientemente attrezzati filosoficamente per l’impresa (già tentata in modo molto più acuto, ma pur sempre inefficace, da quello strano miscuglio di politico e filosofo che risponde al nome di Marx). E con questo intendo essenzialmente la necessità di un’ontologia che sia da fondamento a quella morale che i decrescisti intendono proporre. Qualsiasi morale che non metta in discussione l’ontologia odierna, che propugna la fine di tutte le verità, è puro vagheggiamento.
Per quanto riguarda l’septto sociologico, il capitalismo può ancora governare perché, come tutte le religioni, si fonda su un semplice presupposto: il denaro come mezzo e scopo dell’accrescimento della potenza personale. E faccio notare che il sistema capitalistico non ha una soglia in cui rinvenire frustrazioni perché esso, per sua natura, produce effettiva frustrazione insieme a soddisfazione, così come genera distruzione insieme ad autentica creazione (il famoso processo di distruzione creatrice di Schumpeter).
In generale comunque il problema più grande che io ravviso, aldilà dell’aspetto filosofico e sociologico, è quello politico. In altre parole una politica di decrescita, che voglia cioè azzerare la crescita dell’investimento di capitale, deve fare i conti con le potenze planetarie che godono ancora su questo fronte un vantaggio competitivo. Noi stiamo parlando di questo mentre sono in atto, da almeno dieci anni, dei grandi movimenti volti al riequilibrio degli equilibri economici. La crisi nella quale viviamo è proprio questa: una competizione economico politica per il mantenimento del vantaggio competitivo. Questo lo aveva capito benissimo Severino il quale sosteneva, già nel 1988, che la crisi avrebbe provocato uno sviluppo indefinito del sistema economico. Altro che critica dello sviluppo! Tu dici che è la ruota del criceto! Ma il criceto sa benissimo che se si ferma è perduto!

OP
Scusate l’ironia,ma mettersi a parlare di decrescita nell’ambito di una congiuntura economica come quella che stiamo vivendo ora in Italia e in Europa…

Cobb
Come minimo ce menano…

LM
che i presupposti ontologici non siano chiari può essere ma non lo vedo necessariamente come un limite. Se, invece, la pretesa è quella di avere i filosofi al governo, allora alzo le mani e mi tiro fuori da questo cenacolo!
A parte l’ironia, a mio avviso è impensabile che dall’oggi al domani possa venire fuori un nuovo sistema politico fondato su un nuovo sistema filosofico. A meno che non si creda al racconto, assai romanzato, che Severino fa ogni volta sul cielo che appare dietro le nubi…
Se siamo a quel livello, allora faccio bene ad andare a messa stamattina!
Se siamo qui a discutere di un’alternativa allora rispondo con le parole di Schopenauer: “Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti.”
Attualmente siamo al primo. E’ ovvio, infatti, che parlare di decrescita oggi è come parlare del morto a casa dell’impiccato anche se ho chiarito nel documento che decrescita non significa “crescita negativa” come si direbbe oggi in termini economici ma a-crescita, ovvero uscita dalla logica sviluppista per entrare in una “conviviale”.
Sono assolutamente d’accordo che per fare questo, per decolonizzare l’immaginario occorre mettere in discussione la religione dell’homo economicus, i suoi riti e i suoi sacerdoti.
Tornando al commento di Nick Machia comincerei a sfatare il mito dell’innovazione: 1) perché, in termini ontologici, se è vero che tutto è eterno, non si capisce cosa dovremmo innovare; 2) in termini pratici/economici, l’innovazione industriale è roba per pochi intimi rispetto alla popolazione mondiale che fa credere a noi occidentali di essere più ecologici ed etici, mentre in realtà abbiamo solo spostato il problema da altre parti del mondo e/o del tempo, sfruttando altre popolazioni ed altre parti del mondo e mettendo a rischio il futuro delle prossime generazioni.
E tanto per alimentare la polemica mi si offre su un piatto d’argento questo link: http://goo.gl/p7vNG.

Nick Machia
Ovviamente il commento di Cobb denota un altro passo! Ḕ ovvio che, non avendo letto il libro, non posso entrare nello specifico; sono però sostanzialmente d’accordo con Cobb, sui limiti di teorie relegabili nell’ambito della pars destruens di un sistema. Quanto poi alla storia di noi cattivi occidentali, che avremmo spostato le contraddizioni del nostro sistema nei paesi che sfruttiamo, scusa, sarà uno splendido argomento per la raccolta di voti fra i nostri sazi concittadini che voglio sentirsi equi e solidali, ma non sposta in alcun modo la questione. L’articolo del NYT ha scoperto l’acqua calda e da tempo circolano analisi sulla struttura dei costi dell’apparato tecnologico occidentale (qui, ad esempio, trovi una dialettica molto più cazzuta del dico/non dico del NYT: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241). Ciò nonostante, e lo affermo nella consapevolezza di apparire un tatcheriano di risulta (quale poi in effetti sono!), quel tipo di condizioni di vita e di lavoro è assolutamente necessario per determinare uno scontro fra fattori di produzione che conduca ad un miglioramento delle stesse condizioni di vita e di lavoro. Insomma, penso che soltanto dal conflitto e nell’aspirazione dei singoli a migliorare le proprie condizioni possano emergere miglioramenti per tutti (tu chiamalo, se vuoi, progresso).

OP
Se ho ben capito, il tema di fondo che ha inteso sollevare LM è- per sintetizzarlo in due parole-quello di ritrovare una prospettiva che rimetta al centro l’uomo il che comporta o dovrebbe comportare uscire da una logica “sviluppista” come la chiama lui, mettendo in discussione quindi la religione moderna dell”‘homo economicus con i suoi riti e i suoi sacerdoti”e recuperando di conseguenza una dimensione morale (quale?) dove si dovrebbe prevalentemente vivere. Ottimi propositi, nulla da eccepire al riguardo almeno in linea di principio,perchè poi sul come concretamente perseguire un tale disegno il discorso si fa problematico, si veda ad esempio l’esempio che luciano ci ha portato sul tema della “decrescita”e le obiezioni mosse al riguardo (e che personalmente trovo fondate) di Cobb prima e di Nick Machia poi. Ciò non toglie che il bisogno di fondo di cui accennavo all’inizio e dal quale parte Luciano,non sia oggi di stringente attualità anche se non possiamo certo definirlo inedito, essendo stato sollevato infinite volte e peraltro ricordo che è un tema centrale nella pastorale e nella dottrina cristiana sul quale oggi la chiesa richiama sempre più spesso l’attenzione.

LM
Parto dalla domanda di Cobb che si legge all’ultimo paragrafo della introduzione alla lettura al TTP di Spinoza, presente sul sito: “Qual è oggi la nuova religione, la nuova superstizione?” che impedisce la filosofia, quella filosofia capace, sempre secondo Spinoza, di far sì che “Gli uomini governati dalla ragione (…) non desiderano per se stessi nulla che non desiderino anche per il resto dell’umanità“.
Siamo d’accordo su questo? Siamo d’accordo che la necessità della società di oggi è trovare un fondamento filosofico/di ragione alla regola aurea (che non è propria solamente della dottrina cristiana)? Gli “obiettori di crescita” ritengono che la nuova religione/superstizione sia il mito della crescita infinita, il mito dell’economia quale misura di ogni cosa, il mito della tecnica capace di dare una soluzione anche a ciò che pare impossibile (come crescere all’infinito in un mondo dalla capacità finite?). Gli obiettori di crescita sostengono che l’attuale modello sociale sia non più percorribile, non già e non solo per mera caritas verso il prossimo, ma perché esso porterà noi stessi, le nostre famiglie, la nostra società e in fin dei conti, la nostra Terra verso condizioni di vita sempre più insostenibili se non a prezzi sempre più alti e per una fascia sempre più ristretta della popolazione mondiale.
Come cambiare rotta? Spetta ai filosofi dettare la strada. Alla massa occorre una narrazione, un nuovo mito fondativo.
Da dove partire? Restando sempre a Spinoza e al suo paradosso di cui ha parlato sempre Cobb: da noi stessi.