RF9 is coming …

Cominciano i preparativi per il Ritiro estivo 2013. Nella sezione Ritiri è possibile trovare tutte le informazioni. La pagina è in continuo aggiornamento, dunque … stay tuned!

RF9 – Vittiano (Nocera Umbra), 27 – 28 luglio 2013 a cura di Maurizio Morini

IX Ritiro Filosofico

Nocera Umbra, loc. Vittiano, 27 – 28 luglio 2013

Tema

La potenza dell’essere e le sue implicazioni metafisiche, teologiche e politiche.
Lettura e commento di alcune parti dell’ Etica di Spinoza

a cura di Maurizio Morini

Programma

Sabato 27 luglio 2013.

ore 10:00. Maurizio MoriniIl concetto di potenza nella storia della filosofia.
Il Dio-sostanza di Spinoza come esistenza necessaria e le sue dimostrazioni. Dio come potenza assoluta: sue implicazioni.

ore 11:30. Discussione.

ore 13:00. Pranzo.

ore 16:00. Aldo Tonini, Il contingente nel pensiero di Spinoza. Terra di mezzo tra necessario e impossibile?

ore 17:00. Maurizio Morini, L’essenza come esistenza e la questione dell’indeterminato nelle lettere di Spinoza a Hudde. 

ore 18:30. Discussione

ore 20:00. Cena.

ore 21:30. Il dibattito contemporaneo intorno al problema politico-filosofico. Il ruolo della teologia politica in alcuni libri pubblicati di recente. Il Katechon come spina nel corpo della società politica. Tavola rotonda condotta da Saverio Mariani.

 

Domenica 28 luglio 2013.

ore 9:30. Maurizio Morini, Ulteriori implicazioni della dottrina di Dio come potenza assoluta: la questione del miracolo in Spinoza e Koerbagh. 

ore 11:00. Discussione

ore 13:00. Pranzo

 

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note informative

Il ritiro avrà inizio sabato mattina alle ore 10:00 e si concluderà con il pranzo di domenica. Per chi lo desidera, l’accoglienza è disponibile fin dalla serata di venerdì 26 luglio 2013. La casa è fornita di tutto: sono dunque sufficienti i soli effetti personali.

La quota di partecipazione è lasciata al libero e discreto contributo di ciascuno.

Informazioni e prenotazioni: ritirifilosofici@gmail.com – 348.5427526

Come arrivare
In treno: linea ferroviaria Roma-Ancona, stazione di Nocera Umbra.
Dalla stazione si può arrivare a piedi (circa 10 minuti), ma comunicando l’ora di arrivo può essere organizzato il trasferimento in auto.
In auto: da Foligno uscita per Nocera Scalo poi, dopo 100 mt, girare a sinistra (sotto il cavalcavia) e seguire le indicazioni; da Gualdo Tadino, uscita dalla Flaminia per Nocera Umbra – Stazione, poi continuare per Nocera Scalo, superare il centro abitato, giungere fino al rientro nella strada Flaminia e quindi girare a destra (sotto il cavalcavia) seguendo le indicazioni.

Infine, un piccolo servizio fotografico sulla casa di Vittiano.

Un dialogo fra Oriente e Occidente

Il principio indeterminato e l’Assoluto

Filippo Mignini
Da molto tempo mi sono convinto che il primo problema culturale del nostro tempo è quello di affrontare in modo profondo e duraturo un dialogo tra oriente e occidente. Ho dedicato diversi corsi universitari ad indagare quale potesse essere questa linea di pensiero che parte dai greci e attraversa come un fiume carsico l’intera storia della filosofia occidentale non giungendo mai a diventare un punto di vista culturalmente dominante. La tradizione a cui mi riferisco è stata sempre perdente dal punto di vista del successo culturale: la maggior parte della nostra popolazione ha sempre pensato in altro modo. Eppure questa tradizione di pensiero è molto chiara, la si può ricostruire ed è costituita da quelle filosofie che hanno considerato il principio come indeterminato. Che cosa pensa la nostra cultura dominante? Pensa che la causa prima di tutte le cose, quella che chiamiamo Dio, sia un ente determinato, determinatissimo, in quanto ha una sua particolare natura intellettiva ed essendo sostanza spirituale (così si dice nel catechismo); è dotato di intelletto e volontà; si suppone che possa costituirsi come persona e rispondere con un Io ad un Tu che lo interpelli. Questo è un esempio di principio determinato.
Ebbene nella storia della filosofia occidentale esiste una tradizione di pensiero che potremmo far iniziare con Anassimandro, il filosofo dell’apeiron, del principio che è senza limite, e scendere fino ad una filosofia che chiamiano neo-platonismo nella quale il principio viene posto come assolutamente indeterminato, indicibile, indifferente: non ci sono definizioni che si possono dare perché tutto ciò che possiamo descrivere e definire è determinato, appartiene cioè al mondo degli effetti.
Passano i secoli ma all’inizio dell’età moderna incontriamo un filosofo come Cusano che riprende questa tradizione, rovescia radicalmente la filosofia scolastica che lo aveva preceduto e riporta in auge il principio come la potenza assolutamente indeterminata, il posse ipsum, cioè la potenza punto e basta, non una potenza di intedere, di volere, di essere, che sono tutte determinazioni, ma la potenza in quanto potenza. Questa tradizione viene ripresa poi da Bruno, Spinoza, Schopenhauer, Bergson. È dunque possibile ricostruire un filo rosso all’interno della tradizione occidentale dominata, all’opposto, dall’idea di un principio determinato, di una causa prima determinata, dall’idea che il principio primo è pieno e non vuoto. Questa tradizione è il punto più avanzato verso Oriente a partire dal quale sono maggiori le possibilità di dialogare ed incontrare le filosofie orientali (buddismo, confucianesimo, taoismo ecc.).
Personalmente ho avuto poi la possibilità di studiare il primo incontro tra cristianesimo  e filosofie orientali in Cina attraverso l’esperienza di Matteo Ricci. Si è trattato di un’esperienza non solo difficile ma per molti aspetti fallita: il tentativo di stabilire un dialogo con una o più filosofie che considerano il principio come assolutamente indifferente e indeterminato dal punto di vista di una filosofia come quella scolastica che invece considera il principio e la causa come determinata.

Lama Denys Rinpoche
Reputo eccellente questo dialogo attorno alla figura di Spinoza che, sebbene io non sia uno specialista, considero come il filosofo occidentale più buddista o perlomeno, senza voler mettere dei superlativi, molto buddista.
In primo luogo credo che sia molto importante trovare una base di dialogo tra oriente e occidente, una tesi universale che sia al fondo dell’etica, della spiritualità e della filosofia.
Il secondo punto è che se esiste un fondo universale è perché esso si situa nell’esperienza, nel vissuto dell’esperienza. L’esperienza è unica nella diversità dei concetti. L’esperienza unisce i concetti di vita. Personalmente cito spesso una frase: se due veri saggi si incontrano e non sono d’accordo, uno dei due non è saggio; se due teologi o metafisici si incontrano e sono d’accordo, vuol dire che uno dei due non è teologo o metafisico.
Il terzo punto è la Realizzazione, ovvero la distinzione tra filosofia speculativa e la filosofia operativa. La prima specula nel concetto; la seconda utilizza il concetto per comprenderne i limiti e per portarsi nell’esperienza diretta e immediata. L’immediatezza ha un carattere universale ed è primordiale, preconcettuale, e in questo senso è la dimensione naturale. L’esperienza diretta è sia il fondo dell’empatia, cioè dell’amore e della compassione, sia dell’intelligenza immediata.
Come ultimo e quarto punto, vorrei dire che Dio è Assoluto: in generale ciò non pone a priori dei grandi problemi. L’infinitudine, la magnificenza, l’onnipotenza, l’onnipresenza, l’assolutezza di Dio. Nella tradizione di Budda non si parla di Dio come nelle religioni monoteiste preferendo parlare di natura o di quelle che si definisce la natura di Budda. Tuttavia, nella tradizione del Tantra, c’è la nozione di deità che è intesa come quell’assoluto al di là di Dio nel senso che ha suggerito Meister Eckhart. Il punto è che qui l’assoluto è sinonimo di non dualità ed è onnipresente. Si può parlare di natura, ma una natura risvegliata che nel buddismo si definisce la natura di Budda, la buddità. Questa natura abbraccia tutto, è infusa, onnipresente e assoluta. È per questo che si può porre l’equivalenza Dio-Natura. Ciò che è importante è il metodo per la Realizzazione: come scoprire questa natura? La Realizzazione è la liberazione dall’ignoranza, dall’illusione e dalle passioni. In generale liberazione dalla disarmonia, dal malessere e dalla sofferenza.

Matteo Ricci e Spinoza

Filippo Mignini
Vorrei seguire due percorsi: uno diretto, l’altro indiretto. Quello indiretto è costituito dalla percezione che Matteo Ricci ebbe della tesi fondamentale sostenuta dai suoi interlocutori cinesi e che espone con molta precisione: la tesi secondo cui tutte le cose sono unite in una medesima sostanza. Scrive Matteo Ricci: «L’oppinone che adesso è più seguita, pare a me pigliata dalla setta degli Idoli – cioè il buddismo –  da cinquecento anni in qua, è che tutto questo mondo sta composto in una sola sustantia, e che il creatore di esso con il Cielo e la terra, gli uomini e gli animali, alberi et herbe con i quattro elementi tutti fanno un corpo continuo, e tutti sono membri di questo corpo; e da questa unità di sustantia cavano la charità che habbiamo d’aver gli uni con gli altri, con il che tutti gli huomini possono venire a essere simili a Dio per esser della stessa sustantia con esso lui. Il che noi procuriamo di Confutare non solo con ragioni, ma anco con autorità de’ loro Antichi, che assai chiaramente insegnorno assai differente dottrina» (Della Entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata, 2008). Si tratta della tesi dominante in Cina nella quale si trova quella nozione di deità, di cui parlava prima il lama, che sta al di là di Dio inteso come creatore. Questa sostanza infatti è tale da includere in sé il creatore del mondo, il mondo e tutte le sue manifestazioni. Riguardo al tema della carità viene dedotto dalla partecipazione degli uomini alla medesima sostanza. C’è però una seconda parte che rende drammatica questa constazione: quella cioè nella quale Matteo Ricci si propone di confutare, con argomenti logici e con l’autorità dei loro stessi testi classici, che i loro antenati non hanno insegnato quello che attualmente credono quanto piuttosto un principio molto simile al nostro creatore del mondo, cioè un dio trascendente, dominatore, giudice ecc. Questa contesa si avvia in Cina in forma drammatica e violenta: dopo l’uscita della prima opera di Ricci si coagula una prima forma di oppositori.
In Europa, da almeno un secolo e mezzo, la filosofia moderna aveva preso una strada che portava invece alla dottrina del principio indeterminato di Cusano, cioè dell’Assoluto. Non c’è nessun dubbio che in questa filosofia Dio sia l’Assoluto il quale non ha nessuna delle caratteristiche che la teologia tradizionale ha attribuito al Dio ebraico, cristiano o islamico perché esso è privo di ogni determinatezza, tale cioè da non poter essere dichiarato o descritto. Questa tradizione passa espressamente a Bruno il quale dichiara, nel quinto dialogo della Causa principio et uno, di fare propria l’ontologia del divino Cusano. Questo principio è portato alle estreme conseguenze da Spinoza. Basterebbe leggere alcuni passaggi tratti dalla prima formulazione del suo sistema contenuti nel Breve Trattato nei quali, dalla concezione di Dio rigorosamente assoluto, emerge un infinito del tutto sproporzionato rispetto a qualsiasi finito, nel senso che non è possibile stabilire nessun rapporto tra infinito e finito pretendendo di assumere i due termini come termini di un rapporto. Se, al contrario, si pone il finito come termine di un rapporto con l’infinito, e quindi altro rispetto all’infinito, si rende finito anche l’infinito. Hegel chiamerà questo modo di pensare il rapporto tra finito e infinito, supponendo che il finito sia un termine di relazione adeguato o sufficiente con il finito, “cattiva infinità”, cioè una falsa infinità. L’infinito deve invece essere pensato come il tutto: qualsiasi termine può essere trovato solo dentro l’infinito, non fuori: se possiamo e dobbiamo pensare il finito lo possiamo e dobbiamo fare solo nell’infinito. Questo è detto chiaramente da Spinoza.
Se consideriamo l’assoluto una potenza viva e capace di produrre effetti, l’assoluto potrà produrre effetti in se stesso, cioè immanenti, e quindi segue la distinzione tra natura naturante e natura naturata, termine con in quale si intende l’insieme degli effetti immanenti prodotti eternamente, necessariamente e per natura: viene tolto ogni riferimento all’intelletto e alla volontà della causa la quale è una natura assoluta capace di permanere eternamente nell’essere e, con la stessa potenza, produce tutti gli effetti che hanno la potenza di esistere. Tutto ciò che esiste di determinato è un modo di questa natura infinita, o sostanza infinita, ed esiste soltanto e nella misura in cui inerisce a questa sostanza. Da questo punto di vista la posizione di Spinoza è molto prossima alla tesi dell’assolutezza della divinità. Ma potremo anche dire che questa natura o sostanza, in se stessa, essendo l’identico soggetto di tutte le essenze, poiché tra tutte le essenze esiste anche una differenza e persino una contrarietà, non può essere qualificata secondo nessuna di queste essenze, perché altrimenti non potrebbe essere identico soggetto di esse, e dunque, in sé, è assolutamente indifferente e indeterminata.
Gli altri aspetti che venivano toccati sono quelli della destinazione pratica della filosofia. Per Spinoza la filosofia ha per supremo interesse la vita. Tutto ciò che nella filosofia non è utile a produrre una vita buona deve essere buttato via come superfluo. Da questo deriva la conseguenza relativa alla Realizzazione: cosa significa infatti vivere una vita buona? Significa vivere una vita libera. Siccome la sostanza agisce per necessità della sua natura e, di conseguenza, tutto ciò che esiste e tutto ciò che non esiste lo sono per necessità, in quanto che ci sono delle cause determinate affinché tutto esista o non esista, non si dà libertà d’arbitrio, nessuno può pensare di essere libero e di possedere una libertà indifferente di essere o di non essere, di fare o di non fare. Se infatti è determinata la nostra essenza, così lo è la nostra esistenza ed anche la nostra azione. Dunque, ciò che noi possiamo fare, entro questo limite di forte necessità e determinatezza, è conoscere la nostra posizione nell’universo, sapere dove stiamo, chi siamo, e, attraverso la conoscenza, attivare un processo di liberazione, cioè un processo attraverso il quale ci rendiamo sempre più liberi dalla forza delle cause esterne. Per quanto possibile ovviamente, perché, per Spinoza, in assoluto questo non sarà mai possibile. Ma, attraverso la conoscenza, possiamo agire per renderci più liberi, ossia meno determinati dalla forza delle cause esterne. Credo che le tesi di Spinoza siano molto vicine a quelle elaborate dal lama.

Liberazione, sostanza, etica

Lama Denys Rinpoche
La liberazione è il punto centrale nella tradizione del Budda. La liberazione da che cosa? Dall’ignoranza e dall’illusione. Per il buddismo è molto importante distinguere la coscienza dalla gnosi. La coscienza è di tipo duale e genera una dinamica dualistica nella quale si annida l’ignoranza. La gnosi è invece l’esperienza immediata e diretta che genera la vera conoscenza. Dall’ignoranza e dall’illusione dualistica si generano le passioni. Esse sono emozioni conflittuali da cui vengono varie forme di difficoltà e sofferenza. Una buona vita è una vita liberata dall’ignoranza e dalle illusioni nella realizzazione della felicità e della salute. Nella tradizione buddista c’è una prospettiva terapeutica: il percorso potrebbe essere chiamato una terapia fondamentale per realizzare la salute per il corpo e per la persona. Salute, armonia, benessere, felicità sono dei sinonimi così come i loro corrispettivi negativi (malattia, disarmonia, malessere, infelicità).
Matteo Ricci era un missionario e quindi quelle parole che abbiamo prima ascoltato devono essere intese nel senso apologetico: quando parla di quegli antichi orientali che avrebbero insegnato una dottrina differente egli sta facendo una sorta di wishful thinking. Nella via mediana del Budda ci sono due mezzi di conoscenza. Il primo è la ragione cioè la logica, l’inferenza, la matematica: una logica molto sofisticata vicina a quella aristotelica soltanto che non c’è il principio del terzo escluso. Il secondo è l’immediatezza.
Riguardo alla sostanza unica, bisogna dire che la nozione è complicata. In generale, nella tradizione buddista, essa è il fondo, più precisamente il fondo del fondo. Le prospettive sembrano essere diverse ma esse convergono in un approccio sistemico.
La prima prospettiva considera la sostanza come qualcosa di sostanziale e materiale. Tutto è materia e la mente è un epifenomeno della materia.
Una seconda prospettiva considera la sostanza come spirituale dove la materia è fenomeno della mente. C’è evidentemente una contraddizione.
La terza prospettiva è di tipo cognitivo che postula un Tutto materia e spirito al quale si può mettere un’etichetta a piacimento. Si tratta di un approccio decostruttivo che dimostra le contraddizioni che vengono dal processo di concettualizzazione mentale. Si tratta di decostruire le prospettive concettuali per sfociare in una sospensione o apertura. In questa dinamica l’approccio culmina in un non concettuale che è l’al di là dei concetti.
In merito alla nozione di creazione si tratta di un’assurdità logica che può essere mantenuta soltanto grazie alla fede. Per contro c’è la possibilità di considerare la creazione come eterna come al di là dallo spazio e dal tempo.
Nella tradizione buddista c’è un modo di presentare tutto ciò presentando l’assoluto come Uno, non duale e trino. È possibile fare un’analogia con la dottrina della Trinità. L’assoluto presente è la dimensione del padre; la presenza nel tempo e nello spazio è il corpo di emanazione nella dottrina buddista e il figlio nella tradizione cattolica; infine lo spirito realizza l’esperienza perfetta. Se si continua si può vedere Dio e la natura nella tradizione dei Tantra come Dio e madre. La loro unione non è dualista ma ha un carattere assoluto.
In merito all’etica, la buona vita avviene attraverso un triplice addestramento. Il primo aspetto è la disciplina di vita che è allo stesso tempo disciplina di salute e di benessere: principio etico fondamentale universale è la regola d’oro: “non fare agli altri la violenza che non faresti a te stesso”. Si tratta di una regola di empatia, d’amore e di compassione. La seconda regola è quella dell’esperienza profonda, ovvero la presenza aperta e attenta. La terza regola è la comprensione dell’interdipendenza di tutti gli esseri. Essa è quella dell’intelligenza immediata, a livello assoluto e non dualistico. In linea generale è la comprensione della realtà, ciò che sono e vivo. Si tratta di un’esperienza liberatrice. Sarei curioso di sapere, infine, se Spinoza abbia mai proposto degli esercizi spirituali.

Filippo Mignini
In Spinoza ci sono tre forme di conoscenza. Quella più comune di cui tutti partecipiamo e di cui la maggior parte degli uomini non si libera è l’immaginazione: si tratta della conoscenza che produce l’illusione, che nasce dal pregiudizio, che si manifesta in opinioni non sostenibili né dimostrabili. Il secondo livello è la ragione. Ma la vera conoscenza, e quindi la liberazione, si ha nel terzo genere che chiama intelletto, cioè la conoscenza immediata dell’essenza delle cose. In essa non c’è bisogno di dimostrazione in quanto tale conoscenza si può soltanto intendere, allo stesso modo con cui si intende l’assioma “il tutto è maggiore della parte”: se si conosce il significato dei termini “tutto” e “parte” non c’è bisogno di alcuna dimostrazione. Questo genere di conoscenza, del quale pochi partecipano, al quale bisogna essere educati ed esercitarsi per tutta la vita, ci consente di cogliere la nostra essenza non soltanto come un’esistenza nella durata e nel tempo ma anche come esistenza come sub specie aeternitatis. La cosa più difficile da capire in questa filosofia è la tesi secondo cui tutto ciò che esiste ha una duplice e simultanea dimensione: appartiene al tempo ma è anche eterna.
Per quanto riguarda la sostanza la posizione di Spinoza non coincide con nessuno dei tre punti di vista (anche se forse si può avvicinare al terzo). Spinoza considera la sostanza come costituita da tutte le essenze che esprimono perfezione. Se l’estensione, cioè la materia, costituisce una forma di realtà, essa appartiene alla sostanza. Se il pensiero, costituisce una forma di realtà, anch’esso appartiene alla sostanza. Così tutto ciò che necessariamente esprime realtà appartiene alla sostanza. Noi uomini, che partecipiamo soltanto di pensiero ed estensione, conosciamo questi attributi. Ma capite che quella sostanza, medesimo soggetto che si dice in se stesso pensante ed esteso, non può essere né pensante né esteso perché tra pensiero ed estensione non c’è nulla in comune. Dunque, la sostanza può essere l’identico soggetto di pensiero ed estensione se, in quanto sostanza, non è né pensiero, né estensione, cioè è indeterminata. In Spinoza invece non troviamo qualcosa di simile alla Trinità.
In merito all’etica, devo dire che le prime pagine della sua prima opera, il Trattato sull’emendazione dell’intelletto, vertono sul tema della disciplina. Quello che egli chiama institutum vitae: nesssuno può darsi alla filosofia se non adegua la sua vita ad essa, cioè se non si dà un adeguato tenore di vita. Non si può essere filosofi e cercare la liberazione, vivendo in qualsiasi modo. Il tema della comprensione profonda del nostro essere e della interdipendenza è molto presente in Spinoza per la ragione molto semplice che tutto ciò che esiste, esiste come una serie di cause, a cominciare dal nostro corpo che non può vivere al di fuori della relazione con altri corpi (aria, cibi ecc.). Questo vale anche per le nostre menti e per la nostra conoscenza: tutto ciò che esiste, esisten in un sistema di interdipendenza. Se non si capisce questo non si capisce nulla della filosofia di Spinoza. Questo ha a che fare con la natura modale delle cose, perché la sostanza è unica e indipendente.
Spinoza aveva degli amici ma non ha costituito una scuola, né un sistema di terapia. La terapia è costituita dalla lettura e dalla comprensione di quei testi, dalla meditazione continua grazie alla quale si può comprendere qualche cosa di più. Ma certo Spinoza non ha costruito comunità, né esercizi spirituali. L’esercizio spirituale è simile a quello che compie il lettore del Manuale di Epitteto: entrare in un processo di iniziazione, ma non quello di entrare in una comunità dove le persone sono accolte e guidate. Spinoza non ha costruito una religione o un sistema pratico di trasmissione della sua filosofia.

Al termine del dibattito ci sono state alcune domande da parte del pubblico presente.

 Il principio indeterminato non comporta rivedere le modalità logiche con le quali noi pensiamo? Se cioè l’occidente ha seguito il principio determinato, ciò non è dovuto forse al fatto che l’occidente abbia adottato il principio di non contraddizione? Aprirsi all’oriente non significa rivedere i fondamenti della logica? Come si può seguire la logica dell’indeterminato rimanendo all’interno del principio di non contraddizione?

Filippo Mignini
La risposta l’ha già data Cusano quando sostiene che il principio di non contraddizione vale per il mondo degli effetti, ma non vale per l’assoluto. Nell’assoluto è esattamente la coincidenza dei contrari. Noi possiamo adottare tutte le logiche che vogliamo, ma se manteniamo fermo il principio della non proporzione e della non comparabilità dell’assoluto e del determinato, allora possiamo dire che la logica tradizionale vale per il determinato ma non per l’assoluto che è invece l’esplosione di questa logica.

Lama Denys Rinpoche
La determinazione è sempre una determinazione: se l’assoluto fosse determinato sarebbe una contraddizione. Nella logica buddista c’è il rifiuto delle proposizioni concettuali per cui può esistere l’affermazione in base alla quale A non può essere non A, ma allo stesso tempo si dà anche l’affermazione che A è non A. Ogni affermazione concettuale è ridotta all’assurdo e quindi evacuata.

Si è parlato di processo di liberazione come conoscenza della nostra posizione nell’universo. In Occidente e in Spinoza, con le dovute specificazioni, questo processo ha un nome: quello di scienza moderna. Volevo sapere se nel buddismo la scienza moderna, così come è stata intesa in occidente, può avere lo stesso significato.

Lama Denys Rinpoche
C’è una grande convergenza tra la visione buddista e la scienza moderna. La ragione di questa convergenza è l’utilizzazione della logica e della ragione come strumenti di analisi e di conoscenza. La scienza moderna si è sviluppata adottando un modo oggettivo che non ha considerato l’immediatezza ed ha finito per eliminare il soggetto. Il soggetto è invece il vero protagonista dell’osservazione. Soltanto recentemente c’è stata la reintroduzione della modalità cognitiva con la considerazione del soggetto che sperimenta, con un approccio che tiene conto delle modalità e della posizione dell’osservatore e la sua interazione con l’oggetto osservato.

Definire Dio come natura non è come dire che Dio non esiste e che esiste solo la natura?

Lama Denys Rinpoche
Dio è onnipresente, la natura è onnipresente. Dio e la natura sono coestensivi. Non si tratta di concepire uno contro l’altro. Se si vuole trovare un modo per combinarli c’è il polo maschile dell’intelligenza riflessiva che abbraccia la natura femminile onnipresente.

Filippo Mignini
Dio è un termine comune che è stato utilizzato nella storia della cultura occidentale in contesti e significati diversi. Altro è ciò che chiamiamo Dio nell’Antico Testamento, altro è ciò che chiamiamo Dio nell’antica Grecia, altro ancora è ciò che è Dio presso i Romani, altro ancora è Dio nella tradizione patristica e forse altro ancora nella tradizione scolastica. Abbiamo cioè un termine comune con il quale indichiamo cose diverse. La storia della nostra conoscenza di Dio è di fatto parallela: da una parte una conoscenza che pretende di derivare da una rivelazione, che di fatto però ha bisogno di profeti, intermediari o interpreti finendo per dover credere a loro; l’altra via è quella della ragione. Il primo libro dell’Etica di Spinoza si intitola Di Dio: per lui come per tutti gli autori sopra citati il termine Dio significa la Natura.

 

Il pensiero libero di Giordano Bruno. Febbraio 2013

Domenica 17 febbraio 2013 Ritiri Filosofici ha organizzato una rappresentazione filosofico-teatrale in memoria di Giordano Bruno, all’auditorium “Cottoni” di Nocera Umbra (PG).

Il professor Filippo Mignini (ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Macerata) ha commentato alcuni passi scelti delle opere del filosofo nolano, letti in modo magistrale da Daniele Menghini (giovane attore folignate, prossimo al diploma alla scuola “Mumos” di Terni, diretta da Gastone Moschin e Marzia Ubaldi).
Un palco scarno, i due protagonisti illuminati a turno ai lati del palco, le musiche di Hans Zimmer. Ecco la semplice traduzione teatrale, e visiva, della lettura e commento.

Dopo la prima parte dello spettacolo, durata all’incirca un’ora, il professor Mignini ha dialogato e spiegato alcuni punti trattati nella rappresentazione, prima rispondendo alle domande del nostro Maurizio Morini e poi rispondendo alle domande del pubblico, intervenuto numeroso all’evento.

Qui è possibile ascoltare lo streaming dell’evento.

Questa la trascrizione letterale dell’evento.

PRESENTAZIONE
di Maurizio Morini

Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti così numerosi a questa lettura scenica di alcuni testi di Giordano Bruno.
Prima di tutto è doveroso presentare gli organizzatori di questo evento. Ritiri Filosofici è un’associazione culturale che mi trovo qui a rappresentare essendone uno dei fondatori e che conta oggi una decina di partecipanti attivi. Nel nome c’è già la sua ragion d’essere: nasciamo infatti con l’idea di dare vita a degli incontri residenziali di uno o più giorni, due volte l’anno (a luglio e a dicembre) per discutere di filosofia. Con il termine “ritiro” noi intendiamo il ritiramento verso i fondamenti, verso gli antichi modi che hanno fornito alla nostra civiltà occidentale i principi del vivere individuale e sociale. Ritiro dunque come ritorno alla grande sapienza filosofica, simile a quello praticato dagli umanisti del ‘400 che diedero poi vita alla grande stagione del Rinascimento italiano. Oggi più che mai c’è bisogno della Filosofia, la madre Filosofia, che ci insegna a vivere e a dire la Verità nella civile conversazione. Lungi dall’essere qualcosa di astratto, la filosofia è la scoperta che si può vivere in modo umano esercitando ciò che è proprio dell’essere umano, ovvero la ragione. Chi pratica la filosofia ha una sola vera passione: la passione dell’intelletto. Da ciò discende il resto: questa è la proposta di Ritiri Filosofici.
Queste idee noi le trasmettiamo nei nostri ritiri dove discutiamo e analizziamo i grandi testi che hanno costruito la nostra civiltà e nel blog che abbiamo creato dove mettiamo i nostri studi personali, le nostre riflessioni, e che costituisce uno spazio di discussione. Lascio dunque che siano le cose stesse che facciamo a parlare per noi invitandovi sia ai ritiri sia a frequentare il nostro sito.

Ringraziamenti
La Pro-Loco che ci ha concesso l’utilizzo di questa struttura.
Lo sponsor, lo studio legale Morbinati & Longo di Roma, che ha sostenuto le spese organizzative.
La cartolibreria La Baraonda di Maurizio Angradi che ha allestito nei giorni scorsi una vetrina con alcuni libri inerenti al tema trattato e che ha offerto la sua disponibilità ad essere qui oggi per coloro che volessero acquistarne alcuni.
Un ringraziamento al Comune che ha concesso il patrocinio (vedo il Sindaco che inviterei sul palco per un saluto).
Perché questo spettacolo su Giordano Bruno? Perché Bruno è tra i più grandi filosofi italiani mai esistiti. Oggi lo ricordiamo nel giorno della sua morte avvenuta esattamente 413 anni fa in Campo dei Fiori a Roma quando fu arso vivo a causa delle sue idee per opera dell’Inquisizione della Chiesa cattolica. Non abbiamo organizzato questo evento, questo sia detto a scanso di equivoci, contro qualcuno o qualcosa, bensì per ascoltare e valutare un pensiero del resto ancora troppo lontano e sconosciuto alla cultura italiana per una serie di ragioni (estraneità ai principi del cristianesimo, il fatto di essere stato mitizzato o strumentalizzato, ma non studiato).
Noi vogliamo capire e poi discutere.
Lo facciamo attraverso uno spettacolo ideato e condotto dal prof. Filippo Mignini, professore di Storia della filosofia all’Università di Macerata e da un anno Direttore del Dipartimento degli studi umanistici, cioè come si diceva una volta, Preside delle Facoltà di Lettere, Lingue e Filosofia di quell’ateneo. Ordinario dal 1987, Mignini è studioso della prima filosofia moderna con particolare riferimento a Spinoza, al quale ha dedicato un centinaio di titoli e per il quale è noto in tutto il mondo come uno dei suoi massimi conoscitori. Di Spinoza Mignini ha pubblicato e curato tutte le opere e non c’è studio o curiosità su questo pensatore ebreo-olandese del ‘600 che siano a lui estranei. Da più di dieci anni, per ragioni anche di carattere ambientale essendo marchigiano, Mignini si occupa della figura e dell’opera del gesuita maceratese Matteo Ricci vissuto tra la seconda metà del ‘500 e l’inizio del ‘600. Matteo Ricci, è stato il primo uomo ad avviare relazioni culturali tra l’Italia e la Cina. Nel 2010, in occasione del quarto centenario della morte, Mignini ha curato quattro grandi mostre in Cina (Pechino, Shangai, Nanchino e Macao); la sua biografia su Matteo Ricci, Il chiosco delle Fenici, è stata tradotta anche in cinese. Abbiamo a che fare dunque con uno studioso i cui interessi spaziano tra gli ambiti più disparati e che costituisce una guida sicura per il periodo storico in esame. A Bruno il professor Mignini ha dedicato diversi saggi, oltre a diversi corsi universitari. Convinto che uno dei migliori veicoli per la diffusione della filosofia sia il teatro, già all’inizio degli anni novanta ha messo in scena un allestimento teatrale di una delle opere più importanti del filosofo nolano, lo Spaccio de la bestia trionfante. Dal 1995 la lettura che vedremo questa sera viene rappresentata, in questo giorno, ogni anno, in diverse città marchigiane: per la prima volta esce dunque da quella regione e abbiamo noi l’onore di ospitarla per primi. Segnalo infine che nel 2008 la lettura in due atti  Per aver troppo amato il mondo, dialogo tra Alberico Gentili e Giordano Bruno, è stata messa in scena al Macerata Opera Festival con la regia di Pierluigi Divo.
Il lettore dei testi è Daniele Menghini, giovane folignate di 23 anni, studente prossimo al Diploma presso la Scuola di recitazione Mumos di Terni diretta da Gastone ed Emanuela Moschin e da Marzia Ubaldi. Le musiche sono state curate da Ritiri Filosofici.
La serata si dividerà in due parti. Nella prima ci sarà la lettura scenica accompagnata da immagini e musiche. Nella seconda avremo la possibilità di discutere con il professore, dapprima con alcune domande che ci introdurranno ad alcuni aspetti nodali del pensiero filosofico di Bruno e poi con la possibilità di rivolgere liberamente le domande che riteniate opportune direttamente dalla sala.
Vi lascio dunque allo spettacolo: buon ascolto e buona visione a tutti.

 

MEMORIA DI GIORDANO BRUNO
di Filippo Mignini

1.
Il rogo tentò di spegnerne la voce; ma Bruno si erge ancora come scoglio aspro e solido, vanamente battuto dai flutti di un’invidiosa ignoranza. Egli fu arso vivo per aver votato l’esistenza alla “madre” filosofia, rivendicando il diritto di conoscere e svelare, con la forza del solo intelletto naturale, le nascoste verità delle cose. Per questo la sua vita fu spenta con altra forza, brutale. Egli sapeva che la verità è indifferente ai desideri del cuore umano; sicché può essere trovata e amata soltanto da animi forti ed intrepidi, capaci di sentire, dire e vivere eroicamente. Nel congedo del De immenso, il poema latino sull’infinità dell’universo pubblicato a Francoforte nel 1591, Bruno delinea un incisivo ritratto del proprio profilo di uomo-filosofo. Pur avendo frequentato le principali corti e accademie d ‘Europa, egli si dipinge come un satiro irsuto in caccia della sapienza, non per molli conviti, ma per monti e selve solitarie, indomito ai colpi degli uomini e della fortuna.

Non mi presento come un poeta, dalle labbra melliflue; non sono raffinato e attraente […], mielato, elegante, terso, tronfio del mio bello stile. Sono brusco, irsuto, rozzo, aspro, duro, asciutto. Sarò colui a cui non mancano castagne ed è abbondanza di formaggio. Riecheggia ben distinto in alto il suono della mia zampogna, non dolcemente, forse, per chi non vi è abituato e anche da lontano risuona in modo chiaro e riempie il piano per un largo tratto. Dòtta, l’Eco risponde alle note, reiterandole, e testimonia che tutto è impresso nel suo arcano senso […] Io, calcando le orme caprine di Pane, non ripeto l’eco: poiché la natura mi ha creato irsuto, non imparerò mai ad adattare smeraldi alle mie rozze dita, ad arricciare la mia chioma, a tingere il mio volto di un roseo colore, ad adornare il mio capo di profumati giacinti, ad atteggiarmi mollemente, a danzare dolcemente, a falsare la mia voce, quasi uscisse da una gola tenerella, per non comportarmi da ragazzo, uomo come sono, e per non divenire, da maschio, femmina.
Se così sono fatto, grazie agli Dei, mi conserverò qual sono, severo, virilmente forte nelle membra, intrepido, indomito e con voce maschile dirò ai Narcisi: le Ninfe hanno molto amato anche me.

2.
Al Tribunale dell’Inquisizione veneta, nel 1592, Giordano descrisse la famiglia di origine, la formazione nell’ordine domenicano, l’ordinazione sacerdotale e i due processi che gli furono intentati a Napoli: fuggendo i quali, si trasferì nel convento di Roma; nuovamente accusato, nel 1576 uscì dall’ordine e abbracciò nel 1576 la sua vita di esule,  divenuto ormai, come ebbe a scrivere, “zimbello della fortuna “.

Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città, et la professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia; et mio padre haveva nome Gioanni, et mia madre Fraulissa Savolina; et la professione de mio padre era di soldato, il qual è morto insieme anco con mia madre.
lo son de età de anni quarantaquattro incirca, et nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell’anno ’48. Et son stato in Napoli a imparar littere de humanità, logica et dialettica sino a 14 anni. […] Et de 14 anni, o 15 incirca, pigliai l’abito de San Dominico nel monasterio o convento de San Dominico in Napoli. […] Fui promosso alli ordini sacri et al sacerdotio alli tempi debiti; […] et continuai in questo habito della religione di San Dominico, celebrando messa e li divini offitii […] sino l’anno del 76, che fu l ‘anno doppo del Giubileo.
Fui poi in Roma nel convento della Minerva, dove era andato a presentarmi, perché a Napoli ero stato processato due volte: prima per haver dato via certe figure et imagine de’ santi et retenuto un crocifisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagine de’ santi; et anco per haver detto a un novitio che leggeva la Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più presto qualche altro libro, come è la Vita de’ Santi Padri.
Il qual processo fu rinovato, nel tempo che io andai a Roma, con altri articuli ch ‘io non so; per il che uscì dalla religione et, deposto l ‘habito, andai a Noli territorio genoese, dove mi trattenni quattro o cinque mesi a insegnar grammatica a putti.

3.
Come meteora incandescente, l’esistenza filosofica del Nolano attraversa tutta Europa. Dal 1576 al maggio 1592 è un succedersi di città, nazioni, accademie e università, corti e case private, fino all’arresto in Venezia:

’76: dopo la scomunica cattolica, si rifugia a Genova, quindi a Noli, poi a Savona, Torino, Venezia, Padova, Bergamo, Brescia, Milano, Lione

’78: a Ginevra aderisce al calvinismo, per essere quasi subito scomunicato da quella chiesa

’79- ’81: per quasi due anni è a Tolosa, dove tiene pubbliche lezioni sul De anima di Aristotele

’81: lascia Tolosa per Parigi, dove conquista con l’arte della memoria l’ammirazione del re di Francia Enrico III

’82: a Parigi pubblica le prime opere

’83-85: è a Londra, dove difende il sistema copernicano e presenta la propria filosofia naturale nei grandi Dialoghi italianiLa Cena de le ceneriDe la causa, principio et unoDe l’infinito, universo e mondiSpaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseoDe gli eroici furori.

’85: lascia Londra per Parigi

’86: è in Germania: a Wittenberg, nella città di Lutero; presentato e sostenuto da Alberigo  Gentili, ottiene di insegnare I ‘Organon di Aristotele per due anni

’88: mutato il governo della città, è costretto a lasciare Wittenberg e si rifugia a Praga; dopo sei mesi è a Tubinga, poi a Helmsted, dove riceve una scomunica luterana.

’90: è a Francoforte, per farvi stampare la trilogia dei poemi latini: De immensoDe monadeDe minimo.

’91: in febbraio riceve l’estradizione da Francoforte; ripara a Zurigo, dove insegna filosofia scolastica; infine, accettando l’invito del nobile Mocenigo, che voleva da Bruno l’arte della memoria, in agosto torna in Italia, a Venezia.

Maggio ’92: viene denunciato da Mocenigo e arrestato dall’Inquisizione veneta.

Febbraio ’93: è trasferito nel carcere dell’Inquisizione romana.

17 febbraio 1600: dopo un processo durato quasi otto anni, Bruno è condannato al rogo.

Ecco un passo della sentenza di condanna, pronunciata l’8 febbraio 1600.

Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima Madre sempre vergine Maria, nella causa vertente in questo Santo Offitio tra il reverendo Giulio Monterentii, dottore di leggi, procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte; per questa nostra diffinitiva sententia, quale di conseglio et parere de’ reverendi padri maestri di sacra theologia et dottori dell’una e l’altra legge, proferimo, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiariamo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli sacri Canoni, leggi et constitutioni a tali heretici confessi, impenitenti et ostinati imposte; et come tale te dechiariamo dover essere degradato, per punirti delle debite pene, pregando però che le leggi circa la pena della tua persona, sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro.
Di più, condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti i tuoi libri et scritti come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori, ordinando che tutti quelli che sin’hora si son havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale; et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci.

4.
La condanna non viene immediatamente eseguita. Qualche giorno più tardi, in un Avviso di Roma, si legge:

Di Roma, li 12 febraro 1600, sabbato.
Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino da Nola, heretico ostinatissimo, che mercordì in casa del cardinal Madrucci sententiarono come auttore di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in Norinbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato, et dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal Belarminio. Et in somma il meschino, s’Iddio non l’aiuta, vuol morir ostinato et esser abbruggiato vivo.

5.
Quattro giorni dopo, il verbale dell’ Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato annota:

Giustitia di un eretico inpenitente bruciato vivo . Giovedì a dì 16. A hore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustitia di un inpenitente; et però alle 6 h ore di notte radunati li confortatori e capellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra capella e fatte le solite orationi, ci fu consegniato l’infrascritto a morte condennato, cioè: Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata da Nola eretico inpenitente. ll quale esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette senpre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita

6.
Bruno fu ucciso per I ‘esercizio radicale di una libera filosofia. Una delle pagine iniziali del De la Causa può essere assunta come esempio di prosa polemica, ironica e irriverente contro teologi e filosofi pedanti e asini, ripetitori all’infinito di dottrine altrui per di più erronee, rese incomprensibili da un linguaggio ricercato ed astruso. Contro di essi il Nolano si presenta come uomo “che non ho altro cervello che il mio”, e che fonda la propria ricerca sul solo intelletto naturale e sulla lingua comune appresa da una vigorosa nutrice.

Io non parlarò come santo profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico; non raggionarò come inspirato da Bacco, né  gonfiato di vento da le puttane muse di Parnaso, o come una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cassandra, né come Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un Salomone inver gli enigmi della regina Sabba, né qual Calcante, interprete dell’olimpico senato. Ma parlarò per l’ordinario e per volgare, come uomo che ho avuto altro pensiero che d’andarmi lambiccando il succhio de la grande e piccola nuca, come uomo, dico, che non ho altro cervello che il mio; a cui, manco gli dei dell’ultima cotta e da tinello nella corte celestiale […] si degnano cacciarmene una pagliusca di più dentro, quantunque sogliano far copia de’ fatti lor sin ai cavalli.
Voglio dir brevemente, che vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione, passate per lambicco, digerite dal bagno di Maria, e subblimate in recipe di quinta essenza; ma tale quali m’insaccò nel capo la nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere quella londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscaldatoio del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in cuoio, varrebbono sicuramente a far due pive ferrarese.

7.
L ‘uso del solo intelletto naturale e di un linguaggio comprensibile e comunicabile intende porsi al servizio della verità oscurata e avvilita da secoli d’ignoranza e sopraffazione; affinché, vendicata e restituita alla sua dignità, una rinnovata filosofia torni ad essere disponibile, come nei tempi antichi, per il governo delle nazioni. Leggiamo ancora nel De la Causa:

E così mi sien propici gli superi, Armesso mio, che io mai feci di simili vendette per sordido amor proprio o per villana cura d ‘uomo particulare, ma per amor della mia tanto amata madre filosofia e per zelo della lesa maestà di quella. La quale da’ mentiti famigliari e figli (perché non è vil pedante, poltron dizionario, stupido fauno, ignorante cavallo, che, o con mostrarsi carco di libri, con allungarsi la barba o con altre maniere mettersi in prosopopea, non voglia intitolarsi de la famiglia) è ridutta a tale, che appresso il volgo tanto val dire un filosofo, quanto un frappone, un disutile, pedantaccio, circulatore, saltainbanco, ciarlatano, buono per servir per passatempo in casa e per spavantacchio d ‘ucelli a la campagna.
Lodiamo, dunque, nel suo genio l’antiquità, quando tali erano gli filosofi che da quelli si promovevano ad essere legislatori, consiliarii e regi; tali erano consiliarii e regi, che da questo essere s’inalzavano a essere sacerdoti. A questi tempi la massima parte di sacerdoti son tali, che son spreggiati essi, e per essi son spreggiate le leggi divine; son tali quasi tutti quei che veggiamo filosofi, che essi son vilipesi, e per essi le scienze vegnono vilipese.

8.
Il rinnovamento della filosofia, cioè della vera conoscenza mediante l’esercizio dell’intelletto naturale, si scontra in modo drammatico con il potere di una secolare superstizione – fondata sul culto dell’ignoranza e sul disprezzo della natura -, che ha oscurato e depresso l’Occidente dai tempi di Grecia e di Roma, specialmente a causa del Cristianesimo, considerato da Bruno come la più grande impostura nella storia dell’Occidente.

Nello Spaccio de la bestia trionfante Bruno addita in Orione la figura di Cristo, così come è stata interpretata e presentata dal cristianesimo storico: emblema del rovesciamento delle leggi e delle verità naturali soppiantate da miracoli e prodigi soprannaturali.

“Spaccio” significa cacciata, espulsione della bestia, ossia del vizio che trionfa nell’alto del cielo, per riportarvi le virtù che si nascondono raminghe nelle oscurità della terra. Portatore dell’esigenza di un rovesciamento radicale dei valori culturalmente e socialmente dominanti, lo Spaccio, venuto nelle mani degli inquisitori nel corso del 1599, segnò la condanna definitiva di Bruno.

Dimandò Nettuno: che farrete o Dei del mio favorito, di quell’Orione, dico, che fa per spavento orinare il cielo?
Qua, rispose Momo: lasciate proponere a me, o Dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio.
Orione, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l’onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo, consequentemente, potrà far molte altre belle gentilezze, mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l’intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l’una non è subordinata alla giustizia de l’altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di quei sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l’acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole ai zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili.
Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa far gli uomini simili a dei, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s’aquista senza fatica e non rende l’animo affetto di melancolia. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio, perché qualche mosca mi sussurra ne l’orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine, trovandosi al caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie.

9.
Per Bruno, la storia è ciclica alternanza di luce e tenebra. La luce splendeva ancora nella civiltà e religione degli Egizi, i quali sapevano ancora riconoscere e onorare nella natura la nascosta divinità. Seguirono secoli di decadimento e di tenebra, fino al nuovo giorno annunciato da Copernico e ora splendente nella filosofia bruniana. Leggiamo nello Spaccio il celebre Lamento di Asclepio, una delle pagine più intense dell’intera opera bruniana:

Non sai, o Asclepio, come l’Egitto sia la imagine del cielo, e per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano nel cielo? Ma, oimè, tempo verrà che apparirà l’Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade; perché la divinità, remigrando al cielo, lasciarà l’Egitto deserto e vi succederà gente straniera e barbara senza religione, pietà, legge e culto alcuno. O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole, anco incredibili alle generazioni future alle quali non sarà altro, che narri gli pii tuoi gesti, che le lettere scolpite nelle pietre.
Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzarà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l’empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s’applicarà alla religion della mente. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali, meschiati con gli uomini, forzaranno gli miseri all’audacia di ogni male, come fusse giustizia: donando materia a guerre, rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale; e questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo.
Ma non dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il Signore e Padre Dio, governator del mondo, l’omnipotente proveditore, per diluvio d’acqua o di fuoco, di morbi o di pestilenze, o altri ministri della sua giustizia misericordiosa, senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all’antico volto.

10.
Bruno riconobbe due fonti della sua filosofia: Copernico, salutato come “alba del nuovo giorno” per la sua dottrina dell’universo; e il divino Cusano, per la sua dottrina dell’essere. Onoriamo con Bruno questi due padri della modernità. Così  è presentato Copernico nella Cena de le ceneri:

Lui avea un grave, elaborato, sollecito e maturo ingegno; uomo che non è inferiore a nessuno astronomo che sii stato avanti lui, se non per luogo di successione e tempo; uomo che, quanto al giudizio naturale, è stato molto superiore a Tolomeo, Ipparco, Eudoxo e tutti gli altri, ch ‘han caminato appo i vestigi di questi. Al che è dovenuto per essersi liberato da alcuni presuppositi falsi de la comone e volgar filosofia, non voglio dir cecità. Ma però non se n’è molto allontanato; perché lui, più studioso de la matematica che de la natura, non ha possuto profondar e penetrar sin tanto che potesse a fatto toglier via le radici de inconvenienti e vani principii, onde perfettamente sciogliesse tutte le contrarie difficultà e venesse a liberar e sé ed altri da tante vane inquisizioni e fermar la contemplazione ne le cose costante e certe. Con tutto ciò chi potrà a pieno lodar la magnanimità di questo germano, il quale, avendo poco riguardo a la stolta moltitudine, è stato sì saldo contra il torrente de la contraria fede, ripigliando quelli abietti e rugginosi fragmenti ch’ha possuto aver per le mani da la antiquità, le ha ripoliti, accozzati e risaldati in tanto, ch’ha resa la causa, già ridicola, abietta e vilipesa, onorata, preggiata, più verisimile che la contraria? Cossì questo alemano, benché non abbi avuti sufficienti modi, per i quali potesse a bastanza vencere, debellare e sopprimere la falsità, ha pur fissato il piede in determinare ne l’animo suo ed apertissimamente confessare, ch’al fine si debba conchiudere necessariamente, che più tosto questo globo si muova a l’aspetto de l’universo, che sii possibile che la generalità di tanti corpi innumerabili, al dispetto della natura, abbia conoscere questo per mezzo e base de suoi giri ed influssi.
Chi dunque sarà sì villano e discortese verso il studio di quest’uomo, che, avendo  posto in oblio quel tanto che ha fatto, con esser ordinato da gli dei come una aurora, che dovea precedere l’uscita dl questo sole de l’antiqua filosofia, per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne de la cieca, maligna, proterva ed invida ignoranza; vogli, notandolo per quel che non ha possuto fare, metterlo nel medesmo numero de la gregaria moltitudine, che discorre, si guida e si precipita più per il senso de l’orecchio d’una brutale e ignobil fede; che non vogli computarlo tra quei, che col felice ingegno s ‘han possuto drizzare ed inalzarsi per la fidissima scorta de l’occhio de la divina intelligenza?

11.
Bruno assume dal Cusano due dottrine: quella di un Principio unico, nel quale tutte le cose sono comprese coincidendo in esso in modo indifferenziato; e quella dell’identità di Dio con il mondo, essendo questo considerato manifestazione dell’unica sostanza divina. La dottrina dell’indeterminatezza del Principio, forma e materia di tutte le cose, costituisce la grande novità e la drammatica frattura che le filosofie di Cusano e di Bruno segnano rispetto alla tradizione.

Ascoltiamo questa fondamentale dottrina in una pagina del De la causa:

È dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l ‘atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere, che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito. Oltre che, per comprender tutte contrarietadi  nell’essere suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad altro e novo essere, non può essere soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde.
Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile ne misura. Non si agguaglia, perché non è altro e altro ma uno e medesimo. Questo è termine di sorte che non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e perciò è uno, l’universo è uno.

12.
Bruno deve dunque al Cusano l’idea dell’unità sostanziale di tutte le cose, dell’Uno come coincidenza di tutti i contrari, dell’Universo uno e infinito. Se tutte le cose sono fatte della stessa materia divina e dalla stessa divina potenza, poiché la causa è infinita, infinito è anche l’effetto che ne deriva. L’universo è dunque un solo campo immenso, privo di figura e dimensioni, di centro e periferia, nel quale innumerevoli mondi finiti, fatti tutti della stessa vivente materia, si muovono con ordinate distanze per intimo impulso.

Leggiamo ne La cena de le ceneri:

Il Nolano ha disciolto l’animo umano e la cognizione, che era rinchiusa ne l’artissimo carcere de l’aria turbolento, ha varcato l’aria, penetrato il cielo, discorso le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiungere, sfere; nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti e n’apre gli occhi a veder questo nume, questa nostra madre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre, lei essere un corpo senza alma e vita. Cossì conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son quelle tante centenaia de migliaia ch’assistono al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più imprigionata la nostra raggione coi ceppi de’ fantastici mobili e motori otto, nove e diece.
Conoscemo, che non è ch’un cielo, un ‘eterea regione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la partecipazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scoprire l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero e vivo vestigio de l’infinito vigore; ed abbiam dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori de gli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso e dentro di se, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna.

13.
Essenziale, nel pensiero di Bruno, è la valenza politica delle dottrine proposte. La filosofia è al servizio di una vita buona: buono è ciò che favorisce la costruzione di società umane, male ciò che queste ostacola e distrugge. Infatti è dalla forza e stabilità degli stati che dipendono la sicurezza e la libertà degli individui. In una celebre pagina dello Spaccio, Sofia rivela che cosa piaccia agli dei e che cosa essi condannino.

Ascolta. Li dei massime vogliono essere amati e temuti, per fine di faurire al consorzio umano, ed avertire massimamente que’ vizii che apportano noia a quello. E però li peccati interiori, solamente denno esser giudicati peccati, per quel che metteno o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la prattica esterna, come le piante in vano sono piante senza frutti.
E Giove vuole che de gli errori, in comparazione, massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della repubblica; minori quelli che sono in pregiudicio d’un altro particulare interessato; minimo sia quello ch ‘accade tra doi d ‘accordo; nullo è quello, che non procede a mal essempio o male effetto.
Ha comandato ancora al giudicio che non distingua gli costumi e religioni tanto per la distinzione di toghe e differenze de vesti, quanto per buoni e megliori abiti di virtudi e discipline.
Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla repubblica, che la sordida cupidigia di danari.
Non faccia tanto trionfo d’uno, perché abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d ‘un altro ch’ha liberata la patria e riformato un animo perturbato.
Non permetta, che si addrizzeno statue a’ poltroni, nemici del stato de le repubbliche, ma a color che fanno tempii a’ dei, aumentano il culto ed il zelo di tale legge e religione per quale vegna accesa o la magnanimità ed ardore di quella gloria che seguita dal servizio della sua patria ed utilità del genere umano; onde appaiono istituite universitadi per le discipline di costumi, lettere ed armi.
E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna ed immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani; ma a quelli che per adoprarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell’osservanza espressa circa gli atti della  magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli dei.

14.
Poiché gli Stati e ogni forma di vita buona si costruiscono con l’operosità umana, nella Cabala del cavallo pegaseo Bruno celebra la mano come simbolo della stessa umanità e strumento che distingue la specie umana dalle altre specie, conferendole il vero titolo di superiorità.

Molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d’intelletto che l’uomo (come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, che nominò sapientissimo tra tutte l’altre bestie de la terra); ma per penuria d’instrumenti gli viene ad essere inferiore, come quello, per ricchezza e dono de medesimi, gli è tanto superiore.
E che ciò sia la verità, considera un poco al sottile, ed essamina entro a te stesso quel che sarrebe se, posto che l’uomo avesse al doppio d’ingegno che non ave, e l’intelletto agente gli splendesse tanto più chiaro che non gli splende, e con tutto ciò le mani gli venesser transformate in forma di doi piedi, rimanendogli tutto l’altro nel suo ordinario intiero; dimmi, dove potrebbe impune esser la conversazion de gli uomini?
Come potrebono instituirsi e durar le fameglie ed unioni di costoro parimente, o più, che de cavalli, cervii, porci, senza esserno devorati da innumerabili specie de bestie, per essere in tal maniera suggetti a maggiore e più certa ruina? E per conseguenza, dove sarrebono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edificii ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l’uomo trionfator veramente invitto sopra l’altre specie?

Tutto questo, se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano, organo degli organi.

15.
Anche le scoperte di nuove terre e di nuovi popoli, che dopo Colombo avevano profondamente mutato l’immagine del mondo, vengono giudicate in relazione agli effetti che esse producono sulla “civile conversazione” degli uomini. Assumendo a simbolo dei nuovi conquistatori l’antico navigatore Tifo, Bruno condanna, ne La Cena de le Ceneri, la violenza inferta a interi popoli ridotti in schiavitù. A tali conquiste egli oppone quelle della propria filosofia, capace di sciogliere l’animo umano e la sua conoscenza da catene secolari:

Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le reggioni, di confondere quel che la provvida natura distinse, per il commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii de l’una e  l’altra generazione; con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi alfin più saggio quel ch’è più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte de tirannizar e sassinar l’un l’altro; per mercè de’ quai gesti tempo verrà, che, avendono quelli a sue male spese imparato, per forza de la vicissitudine de le cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniciose invenzioni.

16.
Qual è dunque il frutto maturo della nolana filosofia, la preda dell’eroica caccia alla sapienza? Questa è detta da una sola parola: libertà; dalle catene del pregiudizio, della superstizione e di una secolare ignoranza. Libertà dalla paura della morte e dei mutamenti della fortuna. Libertà dai vincoli del tempo e dello spazio.

Ci congediamo da Bruno con una delle pagine iniziali del De immenso, nella quale egli offre un definitivo ritratto della propria esperienza di uomo e filosofo:

Alla mente che ha ispirato il mio cuore con arditezza d’immaginazione piacque dotarmi le spalle di ali e condurre il mio cuore verso una meta stabilita da un ordine eccelso: in nome del quale è possibile disprezzare e la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene che solo pochi elusero e da cui solo pochi si sciolsero. I secoli, gli anni, i mesi, i giorni, le numerose generazioni, armi del tempo, per le quali non sono duri né il bronzo, né il diamante, hanno voluto che noi rimanessimo immuni dal loro furore.
Così, io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere ed il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie.
Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri mondi lucenti e percorro da ogni parte l’etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.

 

#Bruno2013

Domenica 17 febbraio 2013, come già ampiamente annunciato, Ritiri Filosofici ha organizzato una rappresentazione filosofico-teatrale in memoria di Giordano Bruno, all’auditorium “Cottoni” di Nocera Umbra (PG). Il professor Filippo Mignini (ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Macerata) ha commentato alcuni passi scelti delle opere del filosofo nolano, letti in modo magistrale da Daniele Menghini (giovane attore folignate, prossimo al diploma alla scuola “Mumos” di Terni, diretta da Gastone Moschin e Marzia Ubaldi).
Un palco scarno, i due protagonisti illuminati a turno ai lati del palco, le musiche di Hans Zimmer. Ecco la semplice traduzione teatrale, e visiva, della lettura e commento.

Dopo la prima parte dello spettacolo, durata all’incirca un’ora, il professor Mignini ha dialogato e spiegato alcuni punti trattati nella rappresentazione, prima rispondendo alle domande del nostro Maurizio Morini e poi rispondendo alle domande del pubblico, intervenuto numeroso all’evento.

Potrete rivivere le due parti dello spettacolo, separatamente, ascoltandole in streaming nel player qui sotto, e in fondo la trascrizione integrale dello spettacolo.

PRESENTAZIONE
di Maurizio Morini

Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti così numerosi a questa lettura scenica di alcuni testi di Giordano Bruno.
Prima di tutto è doveroso presentare gli organizzatori di questo evento. Ritiri Filosofici è un’associazione culturale che mi trovo qui a rappresentare essendone uno dei fondatori e che conta oggi una decina di partecipanti attivi. Nel nome c’è già la sua ragion d’essere: nasciamo infatti con l’idea di dare vita a degli incontri residenziali di uno o più giorni, due volte l’anno (a luglio e a dicembre) per discutere di filosofia. Con il termine “ritiro” noi intendiamo il ritiramento verso i fondamenti, verso gli antichi modi che hanno fornito alla nostra civiltà occidentale i principi del vivere individuale e sociale. Ritiro dunque come ritorno alla grande sapienza filosofica, simile a quello praticato dagli umanisti del ‘400 che diedero poi vita alla grande stagione del Rinascimento italiano. Oggi più che mai c’è bisogno della Filosofia, la madre Filosofia, che ci insegna a vivere e a dire la Verità nella civile conversazione. Lungi dall’essere qualcosa di astratto, la filosofia è la scoperta che si può vivere in modo umano esercitando ciò che è proprio dell’essere umano, ovvero la ragione. Chi pratica la filosofia ha una sola vera passione: la passione dell’intelletto. Da ciò discende il resto: questa è la proposta di Ritiri Filosofici.
Queste idee noi le trasmettiamo nei nostri ritiri dove discutiamo e analizziamo i grandi testi che hanno costruito la nostra civiltà e nel blog che abbiamo creato dove mettiamo i nostri studi personali, le nostre riflessioni, e che costituisce uno spazio di discussione. Lascio dunque che siano le cose stesse che facciamo a parlare per noi invitandovi sia ai ritiri sia a frequentare il nostro sito.

Ringraziamenti
La Pro-Loco che ci ha concesso l’utilizzo di questa struttura.
Lo sponsor, lo studio legale Morbinati & Longo di Roma, che ha sostenuto le spese organizzative.
La cartolibreria La Baraonda di Maurizio Angradi che ha allestito nei giorni scorsi una vetrina con alcuni libri inerenti al tema trattato e che ha offerto la sua disponibilità ad essere qui oggi per coloro che volessero acquistarne alcuni.
Un ringraziamento al Comune che ha concesso il patrocinio (vedo il Sindaco che inviterei sul palco per un saluto).
Perché questo spettacolo su Giordano Bruno? Perché Bruno è tra i più grandi filosofi italiani mai esistiti. Oggi lo ricordiamo nel giorno della sua morte avvenuta esattamente 413 anni fa in Campo dei Fiori a Roma quando fu arso vivo a causa delle sue idee per opera dell’Inquisizione della Chiesa cattolica. Non abbiamo organizzato questo evento, questo sia detto a scanso di equivoci, contro qualcuno o qualcosa, bensì per ascoltare e valutare un pensiero del resto ancora troppo lontano e sconosciuto alla cultura italiana per una serie di ragioni (estraneità ai principi del cristianesimo, il fatto di essere stato mitizzato o strumentalizzato, ma non studiato.). Noi vogliamo capire e poi discutere.
Lo facciamo attraverso uno spettacolo ideato e condotto dal prof. Filippo Mignini, professore di Storia della filosofia all’Università di Macerata e da un anno Direttore del Dipartimento degli studi umanistici, cioè come si diceva una volta, Preside delle Facoltà di Lettere, Lingue e Filosofia di quell’ateneo. Ordinario dal 1987, Mignini è studioso della prima filosofia moderna con particolare riferimento a Spinoza, al quale ha dedicato un centinaio di titoli e per il quale è noto in tutto il mondo come uno dei suoi massimi conoscitori. Di Spinoza Mignini ha pubblicato e curato tutte le opere e non c’è studio o curiosità su questo pensatore ebreo-olandese del ‘600 che siano a lui estranei. Da più di dieci anni, per ragioni anche di carattere ambientale essendo marchigiano, Mignini si occupa della figura e dell’opera del gesuita maceratese Matteo Ricci vissuto tra la seconda metà del ‘500 e l’inizio del ‘600. Matteo Ricci, è stato il primo uomo ad avviare relazioni culturali tra l’Italia e la Cina. Nel 2010, in occasione del quarto centenario della morte, Mignini ha curato quattro grandi mostre in Cina (Pechino, Shangai, Nanchino e Macao); la sua biografia su Matteo Ricci, Il chiosco delle Fenici, è stata tradotta anche in cinese. Abbiamo a che fare dunque con uno studioso i cui interessi spaziano tra gli ambiti più disparati e che costituisce una guida sicura per il periodo storico in esame. A Bruno il professor Mignini ha dedicato diversi saggi, oltre a diversi corsi universitari. Convinto che uno dei migliori veicoli per la diffusione della filosofia sia il teatro, già all’inizio degli anni novanta ha messo in scena un allestimento teatrale di una delle opere più importanti del filosofo nolano, lo Spaccio de la bestia trionfante. Dal 1995 la lettura che vedremo questa sera viene rappresentata, in questo giorno, ogni anno, in diverse città marchigiane: per la prima volta esce dunque da quella regione e abbiamo noi l’onore di ospitarla per primi. Segnalo infine che nel 2008 la lettura in due atti Per aver troppo amato il mondo, dialogo tra Alberico Gentili e Giordano Bruno, è stata messa in scena al Macerata Opera Festival con la regia di Pierluigi Divo.
Il lettore dei testi è Daniele Menghini, giovane folignate di 23 anni, studente prossimo al Diploma presso la Scuola di recitazione Mumos di Terni diretta da Gastone ed Emanuela Moschin e da Marzia Ubaldi. Le musiche sono state curate da Ritiri Filosofici.
La serata si dividerà in due parti. Nella prima ci sarà la lettura scenica accompagnata da immagini e musiche. Nella seconda avremo la possibilità di discutere con il professore, dapprima con alcune domande che ci introdurranno ad alcuni aspetti nodali del pensiero filosofico di Bruno e poi con la possibilità di rivolgere liberamente le domande che riteniate opportune direttamente dalla sala.
Vi lascio dunque allo spettacolo: buon ascolto e buona visione a tutti.

MEMORIA DI GIORDANO BRUNO
di Filippo Mignini

1.
Il rogo tentò di spegnerne la voce; ma Bruno si erge ancora come scoglio aspro e solido, vanamente battuto dai flutti di un’invidiosa ignoranza. Egli fu arso vivo per aver votato l’esistenza alla “madre” filosofia, rivendicando il diritto di conoscere e svelare, con la forza del solo intelletto naturale, le nascoste verità delle cose. Per questo la sua vita fu spenta con altra forza, brutale. Egli sapeva che la verità è indifferente ai desideri del cuore umano; sicché può essere trovata e amata soltanto da animi forti ed intrepidi, capaci di sentire, dire e vivere eroicamente. Nel congedo del De immenso, il poema latino sull’infinità dell’universo pubblicato a Francoforte nel 1591, Bruno delinea un incisivo ritratto del proprio profilo di uomo-filosofo. Pur avendo frequentato le principali corti e accademie d ‘Europa, egli si dipinge come un satiro irsuto in caccia della sapienza, non per molli conviti, ma per monti e selve solitarie, indomito ai colpi degli uomini e della fortuna.

Non mi presento come un poeta, dalle labbra melliflue; non sono raffinato e attraente […], mielato, elegante, terso, tronfio del mio bello stile. Sono brusco, irsuto, rozzo, aspro, duro, asciutto. Sarò colui a cui non mancano castagne ed è abbondanza di formaggio. Riecheggia ben distinto in alto il suono della mia zampogna, non dolcemente, forse, per chi non vi è abituato e anche da lontano risuona in modo chiaro e riempie il piano per un largo tratto. Dòtta, l’Eco risponde alle note, reiterandole, e testimonia che tutto è impresso nel suo arcano senso […]
Io, calcando le orme caprine di Pane, non ripeto l’eco: poiché la natura mi ha creato irsuto, non imparerò mai ad adattare smeraldi alle mie rozze dita, ad arricciare la mia chioma, a tingere il mio volto di un roseo colore, ad adornare il mio capo di profumati giacinti, ad atteggiarmi mollemente, a danzare dolcemente, a falsare la mia voce, quasi uscisse da una gola tenerella, per non comportarmi da ragazzo, uomo come sono, e per non divenire, da maschio, femmina.
Se così sono fatto, grazie agli Dei, mi conserverò qual sono, severo, virilmente forte nelle membra, intrepido, indomito e con voce maschile dirò ai Narcisi: le Ninfe hanno molto amato anche me.

2.
Al Tribunale dell’Inquisizione veneta, nel 1592, Giordano descrisse la famiglia di origine, la formazione nell’ordine domenicano, l’ordinazione sacerdotale e i due processi che gli furono intentati a Napoli: fuggendo i quali, si trasferì nel convento di Roma; nuovamente accusato, nel 1576 uscì dall’ordine e abbracciò nel 1576 la sua vita di esule, divenuto ormai, come ebbe a scrivere, “zimbello della fortuna “.

Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città, et la professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia; et mio padre haveva nome Gioanni, et mia madre Fraulissa Savolina; et la professione de mio padre era di soldato, il qual è morto insieme anco con mia madre.
lo son de età de anni quarantaquattro incirca, et nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell’anno ’48. Et son stato in Napoli a imparar littere de humanità, logica et dialettica sino a 14 anni. […] Et de 14 anni, o 15 incirca, pigliai l’abito de San Dominico nel monasterio o convento de San Dominico in Napoli. […] Fui promosso alli ordini sacri et al sacerdotio alli tempi debiti; […] et continuai in questo habito della religione di San Dominico, celebrando messa e li divini offitii […] sino l’anno del 76, che fu l ‘anno doppo del Giubileo.
Fui poi in Roma nel convento della Minerva, dove era andato a presentarmi, perché a Napoli ero stato processato due volte: prima per haver dato via certe figure et imagine de’ santi et retenuto un crocifisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagine de’ santi; et anco per haver detto a un novitio che leggeva la Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più presto qualche altro libro, come è la Vita de’ Santi Padri.
Il qual processo fu rinovato, nel tempo che io andai a Roma, con altri articuli ch ‘io non so; per il che uscì dalla religione et, deposto l ‘habito, andai a Noli territorio genoese, dove mi trattenni quattro o cinque mesi a insegnar grammatica a putti.

3.
Come meteora incandescente, l’esistenza filosofica del Nolano attraversa tutta Europa. Dal 1576 al maggio 1592 è un succedersi di città, nazioni, accademie e università, corti e case private, fino all’arresto in Venezia:

’76: dopo la scomunica cattolica, si rifugia a Genova, quindi a Noli, poi a Savona, Torino, Venezia, Padova, Bergamo, Brescia, Milano, Lione

’78: a Ginevra aderisce al calvinismo, per essere quasi subito scomunicato da quella chiesa

’79- ’81: per quasi due anni è a Tolosa, dove tiene pubbliche lezioni sul De anima di Aristotele

’81: lascia Tolosa per Parigi, dove conquista con l’arte della memoria l’ammirazione del re di Francia Enrico III

’82: a Parigi pubblica le prime opere

’83-85: è a Londra, dove difende il sistema copernicano e presenta la propria filosofia naturale nei grandi Dialoghi italiani: La Cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De l’infinito, universo e mondi; Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori.

’85: lascia Londra per Parigi

’86: è in Germania: a Wittenberg, nella città di Lutero; presentato e sostenuto da Alberigo Gentili, ottiene di insegnare I ‘Organon di Aristotele per due anni

’88: mutato il governo della città, è costretto a lasciare Wittenberg e si rifugia a Praga; dopo sei mesi è a Tubinga, poi a Helmsted, dove riceve una scomunica luterana.

’90: è a Francoforte, per farvi stampare la trilogia dei poemi latini: De immenso, De monade, De minimo.

’91: in febbraio riceve l’estradizione da Francoforte; ripara a Zurigo, dove insegna filosofia scolastica; infine, accettando l’invito del nobile Mocenigo, che voleva da Bruno l’arte della memoria, in agosto torna in Italia, a Venezia.

Maggio ’92: viene denunciato da Mocenigo e arrestato dall’Inquisizione veneta.

Febbraio ’93: è trasferito nel carcere dell’Inquisizione romana.

17 febbraio 1600: dopo un processo durato quasi otto anni, Bruno è condannato al rogo.

Ecco un passo della sentenza di condanna, pronunciata l’8 febbraio 1600.

Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima Madre sempre vergine Maria, nella causa vertente in questo Santo Offitio tra il reverendo Giulio Monterentii, dottore di leggi, procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte; per questa nostra diffinitiva sententia, quale di conseglio et parere de’ reverendi padri maestri di sacra theologia et dottori dell’una e l’altra legge, proferimo, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiariamo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli sacri Canoni, leggi et constitutioni a tali heretici confessi, impenitenti et ostinati imposte; et come tale te dechiariamo dover essere degradato, per punirti delle debite pene, pregando però che le leggi circa la pena della tua persona, sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro.
Di più, condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti i tuoi libri et scritti come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori, ordinando che tutti quelli che sin’hora si son havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale; et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci.

4.
La condanna non viene immediatamente eseguita. Qualche giorno più tardi, in un Avviso di Roma, si legge:

Di Roma, li 12 febraro 1600, sabbato.
Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino da Nola, heretico ostinatissimo, che mercordì in casa del cardinal Madrucci sententiarono come auttore di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in Norinbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato, et dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal Belarminio. Et in somma il meschino, s’Iddio non l’aiuta, vuol morir ostinato et esser abbruggiato vivo.

5.
Quattro giorni dopo, il verbale dell’ Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato annota:

Giustitia di un eretico inpenitente bruciato vivo . Giovedì a dì 16. A hore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustitia di un inpenitente; et però alle 6 h ore di notte radunati li confortatori e capellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra capella e fatte le solite orationi, ci fu consegniato l’infrascritto a morte condennato, cioè: Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata da NoIa eretico inpenitente. ll quale esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette senpre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tantoperseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita

6.
Bruno fu ucciso per l’esercizio radicale di una libera filosofia. Una delle pagine iniziali del De la Causa può essere assunta come esempio di prosa polemica, ironica e irriverente contro teologi e filosofi pedanti e asini, ripetitori all’infinito di dottrine altrui per di più erronee, rese incomprensibili da un linguaggio ricercato ed astruso. Contro di essi il Nolano si presenta come uomo “che non ho altro cervello che il mio”, e che fonda la propria ricerca sul solo intelletto naturale e sulla lingua comune appresa da una vigorosa nutrice.

Io non parlarò come santo profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico; non raggionarò come inspirato da Bacco, né gonfiato di vento da le puttane muse di Parnaso, o come una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cassandra, né come Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un Salomone inver gli enigmi della regina Sabba, né qual Calcante, interprete dell’olimpico senato.
Ma parlarò per l’ordinario e per volgare, come uomo che ho avuto altro pensiero che d’andarmi lambiccando il succhio de la grande e piccola nuca, come uomo, dico, che non ho altro cervello che il mio; a cui, manco gli dei dell’ultima cotta e da tinello nella corte celestiale […] si degnano cacciarmene una pagliusca di più dentro, quantunque sogliano far copia de’ fatti lor sin ai cavalli.
Voglio dir brevemente, che vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione, passate per lambicco, digerite dal bagno di Maria, e subblimate in recipe di quinta essenza; ma tale quali m’insaccò nel capo la nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere quella londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscaldatoio del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in cuoio, varrebbono sicuramente a far due pive ferrarese.

7.
L ‘uso del solo intelletto naturale e di un linguaggio comprensibile e comunicabile intende porsi al servizio della verità oscurata e avvilita da secoli d’ignoranza e sopraffazione; affinché, vendicata e restituita alla sua dignità, una rinnovata filosofia torni ad essere disponibile, come nei tempi antichi, per il governo delle nazioni. Leggiamo ancora nel De la Causa:

E così mi sien propici gli superi, Armesso mio, che io mai feci di simili vendette per sordido amor proprio o per villana cura d ‘uomo particulare, ma per amor della mia tanto amata madre filosofia e per zelo della lesa maestà di quella. La quale da’ mentiti famigliari e figli (perché non è vil pedante, poltron dizionario, stupido fauno, ignorante cavallo, che, o con mostrarsi carco di libri, con allungarsi la barba o con altre maniere mettersi in prosopopea, non voglia intitolarsi de la famiglia) è ridutta a tale, che appresso il volgo tanto val dire un filosofo, quanto un frappone, un disutile, pedantaccio, circulatore, saltainbanco, ciarlatano, buono per servir per passatempo in casa e per spavantacchio d ‘ucelli a la campagna.
Lodiamo, dunque, nel suo genio l’antiquità, quando tali erano gli filosofi che da quelli si promovevano ad essere legislatori, consiliarii e regi; tali erano consiliarii e regi, che da questo essere s’inalzavano a essere sacerdoti. A questi tempi la massima parte di sacerdoti son tali, che son spreggiati essi, e per essi son spreggiate le leggi divine; son tali quasi tutti quei che veggiamo filosofi, che essi son vilipesi, e per essi le scienze vegnono vilipese.

8.
Il rinnovamento della filosofia, cioè della vera conoscenza mediante l’esercizio dell’intelletto naturale, si scontra in modo drammatico con il potere di una secolare superstizione – fondata sul culto dell’ignoranza e sul disprezzo della natura -, che ha oscurato e depresso l’Occidente dai tempi di Grecia e di Roma, specialmente a causa del Cristianesimo, considerato da Bruno come la più grande impostura nella storia dell’Occidente.

Nello Spaccio de la bestia trionfante Bruno addita in Orione la figura di Cristo, così come è stata interpretata e presentata dal cristianesimo storico: emblema del rovesciamento delle leggi e delle verità naturali soppiantate da miracoli e prodigi soprannaturali.

“Spaccio” significa cacciata, espulsione della bestia, ossia del vizio che trionfa nell’alto del cielo, per riportarvi le virtù che si nascondono raminghe nelle oscurità della terra. Portatore dell’esigenza di un rovesciamento radicale dei valori culturalmente e socialmente dominanti, lo Spaccio, venuto nelle mani degli inquisitori nel corso del 1599, segnò la condanna definitiva di Bruno.

Dimandò Nettuno: che farrete o Dei del mio favorito, di quell’Orione, dico, che fa per spavento orinare il cielo?
Qua, rispose Momo: lasciate proponere a me, o Dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio.
Orione, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l’onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo, consequentemente, potrà far molte altre belle gentilezze, mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l’intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l’una non è subordinata alla giustizia de l’altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di quei sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l’acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole ai zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili.
Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa far gli uomini simili a dei, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s’aquista senza fatica e non rende l’animo affetto di melancolia. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio, perché qualche mosca mi sussurra ne l’orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine, trovandosi al caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie.

9.
Per Bruno, la storia è ciclica alternanza di luce e tenebra. La luce splendeva ancora nella civiltà e religione degli Egizi, i quali sapevano ancora riconoscere e onorare nella natura la nascosta divinità. Seguirono secoli di decadimento e di tenebra, fino al nuovo giorno annunciato da Copernico e ora splendente nella filosofia bruniana. Leggiamo nello Spaccio il celebre Lamento di Asclepio, una delle pagine più intense dell’intera opera bruniana:

Non sai, o Asclepio, come l’Egitto sia la imagine del cielo, e per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano nel cielo? Ma, oimè, tempo verrà che apparirà l’Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade; perché la divinità, remigrando al cielo, lasciarà l’Egitto deserto e vi succederà gente straniera e barbara senza religione, pietà, legge e culto alcuno. O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole, anco incredibili alle generazioni future alle quali non sarà altro, che narri gli pii tuoi gesti, che le lettere scolpite nelle pietre.
Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzarà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l’empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s’applicarà alla religion della mente. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali, meschiati con gli uomini, forzaranno gli miseri all’audacia di ogni male, come fusse giustizia: donando materia a guerre, rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale; e questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo.
Ma non dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il Signore e Padre Dio, governator del mondo, l’omnipotente proveditore, per diluvio d’acqua o di fuoco, di morbi o di pestilenze, o altri ministri della sua giustizia misericordiosa, senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all’antico volto.

10.
Bruno riconobbe due fonti della sua filosofia: Copernico, salutato come “alba del nuovo giorno” per la sua dottrina dell’universo; e il divino Cusano, per la sua dottrina dell’essere. Onoriamo con Bruno questi due padri della modernità. Così è presentato Copernico nella Cena de le ceneri:

Lui avea un grave, elaborato, sollecito e maturo ingegno; uomo che non è inferiore a nessuno astronomo che sii stato avanti lui, se non per luogo di successione e tempo; uomo che, quanto al giudizio naturale, è stato molto superiore a Tolomeo, Ipparco, Eudoxo e tutti gli altri, ch ‘han caminato appo i vestigi di questi. Al che è dovenuto per essersi liberato da alcuni presuppositi falsi de la comone e volgar filosofia, non voglio dir cecità. Ma però non se n’è molto allontanato; perché lui, più studioso de la matematica che de la natura, non ha possuto profondar e penetrar sin tanto che potesse a fatto toglier via le radici de inconvenienti e vani principii, onde perfettamente sciogliesse tutte le contrarie difficultà e venesse a liberar e sé ed altri da tante vane inquisizioni e fermar la contemplazione ne le cose costante e certe. Con tutto ciò chi potrà a pieno lodar la magnanimità di questo germano, il quale, avendo poco riguardo a la stolta moltitudine, è stato sì saldo contra il torrente de la contraria fede, ripigliando quelli abietti e rugginosi fragmenti ch’ha possuto aver per le mani da la antiquità, le ha ripoliti, accozzati e risaldati in tanto, ch’ha resa la causa, già ridicola, abietta e vilipesa, onorata, preggiata, più verisimile che la contraria? Cossì questo alemano, benché non abbi avuti sufficienti modi, per i quali potesse a bastanza vencere, debellare e sopprimere la falsità, ha pur fissato il piede in determinare ne l’animo suo ed apertissimamente confessare, ch’al fine si debba conchiudere necessariamente, che più tosto questo globo si muova a l’aspetto de l’universo, che sii possibile che la generalità di tanti corpi innumerabili, al dispetto della natura, abbia conoscere questo per mezzo e base de suoi giri ed influssi.
Chi dunque sarà sì villano e discortese verso il studio di quest’uomo, che, avendo posto in oblio quel tanto che ha fatto, con esser ordinato da gli dei come una aurora, che dovea precedere l’uscita dl questo sole de l’antiqua filosofia, per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne de la cieca, maligna, proterva ed invida ignoranza; vogli, notandolo per quel che non ha possuto fare, metterlo nel medesmo numero de la gregaria moltitudine, che discorre, si guida e si precipita più per il senso de l’orecchio d’una brutale e ignobil fede; che non vogli computarlo tra quei, che col felice ingegno s ‘han possuto drizzare ed inalzarsi per la fidissima scorta de l’occhio de la divina intelligenza?

11.
Bruno assume dal Cusano due dottrine: quella di un Principio unico, nel quale tutte le cose sono comprese coincidendo in esso in modo indifferenziato; e quella dell’identità di Dio con il mondo, essendo questo considerato manifestazione dell’unica sostanza divina. La dottrina dell’indeterminatezza del Principio, forma e materia di tutte le cose, costituisce la grande novità e la drammatica frattura che le filosofie di Cusano e di Bruno segnano rispetto alla tradizione.

Ascoltiamo questa fondamentale dottrina in una pagina del De la causa:

È dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l ‘atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere, che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito. Oltre che, per comprender tutte contrarietadi nell’essere suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad altro e novo essere, non può essere soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde.
Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile ne misura. Non si agguaglia, perché non è altro e altro ma uno e medesimo. Questo è termine di sorte che non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e perciò è uno, l’universo è uno.

12.
Bruno deve dunque al Cusano l’idea dell’unità sostanziale di tutte le cose, dell’Uno come coincidenza di tutti i contrari, dell’Universo uno e infinito. Se tutte le cose sono fatte della stessa materia divina e dalla stessa divina potenza, poiché la causa è infinita, infinito è anche l’effetto che ne deriva. L’universo è dunque un solo campo immenso, privo di figura e dimensioni, di centro e periferia, nel quale innumerevoli mondi finiti, fatti tutti della stessa vivente materia, si muovono con ordinate distanze per intimo impulso.

Leggiamo ne La cena de le ceneri:

Il Nolano ha disciolto l’animo umano e la cognizione, che era rinchiusa ne l’artissimo carcere de l’aria turbolento, ha varcato l’aria, penetrato il cielo, discorso le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiungere, sfere; nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti e n’apre gli occhi a veder questo nume, questa nostra madre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre, lei essere un corpo senza alma e vita. Cossì conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son quelle tante centenaia de migliaia ch’assistono al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più imprigionata la nostra raggione coi ceppi de’ fantastici mobili e motori otto, nove e diece.
Conoscemo, che non è ch’un cielo, un ‘eterea regione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la partecipazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scoprire l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero e vivo vestigio de l’infinito vigore; ed abbiam dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori de gli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso e dentro di se, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna.

13.
Essenziale, nel pensiero di Bruno, è la valenza politica delle dottrine proposte. La filosofia è al servizio di una vita buona: buono è ciò che favorisce la costruzione di società umane, male ciò che queste ostacola e distrugge. Infatti è dalla forza e stabilità degli stati che dipendono la sicurezza e la libertà degli individui. In una celebre pagina dello Spaccio, Sofia rivela che cosa piaccia agli dei e che cosa essi condannino.

Ascolta. Li dei massime vogliono essere amati e temuti, per fine di faurire al consorzio umano, ed avertire massimamente que’ vizii che apportano noia a quello. E però li peccati interiori, solamente denno esser giudicati peccati, per quel che metteno o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la prattica esterna, come le piante in vano sono piante senza frutti.
E Giove vuole che de gli errori, in comparazione, massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della repubblica; minori quelli che sono in pregiudicio d’un altro particulare interessato; minimo sia quello ch ‘accade tra doi d ‘accordo; nullo è quello, che non procede a mal essempio o male effetto.
Ha comandato ancora al giudicio che non distingua gli costumi e religioni tanto per la distinzione di toghe e differenze de vesti, quanto per buoni e megliori abiti di virtudi e discipline.
Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla repubblica, che la sordida cupidigia di danari.
Non faccia tanto trionfo d’uno, perché abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d ‘un altro ch’ha liberata la patria e riformato un animo perturbato.
Non permetta, che si addrizzeno statue a’ poltroni, nemici del stato de le repubbliche, ma a color che fanno tempii a’ dei, aumentano il culto ed il zelo di tale legge e religione per quale vegna accesa o la magnanimità ed ardore di quella gloria che seguita dal servizio della sua patria ed utilità del genere umano; onde appaiono istituite universitadi per le discipline di costumi, lettere ed armi.
E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna ed immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani; ma a quelli che per adoprarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell’osservanza espressa circa gli atti della magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli dei.

14.
Poiché gli Stati e ogni forma di vita buona si costruiscono con l’operosità umana, nella Cabala del cavallo pegaseo Bruno celebra la mano come simbolo della stessa umanità e strumento che distingue la specie umana dalle altre specie, conferendole il vero titolo di superiorità.

Molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d’intelletto che l’uomo (come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, che nominò sapientissimo tra tutte l’altre bestie de la terra); ma per penuria d’instrumenti gli viene ad essere inferiore, come quello, per ricchezza e dono de medesimi, gli è tanto superiore.
E che ciò sia la verità, considera un poco al sottile, ed essamina entro a te stesso quel che sarrebe se, posto che l’uomo avesse al doppio d’ingegno che non ave, e l’intelletto agente gli splendesse tanto più chiaro che non gli splende, e con tutto ciò le mani gli venesser transformate in forma di doi piedi, rimanendogli tutto l’altro nel suo ordinario intiero; dimmi, dove potrebbe impune esser la conversazion de gli uomini?
Come potrebono instituirsi e durar le fameglie ed unioni di costoro parimente, o più, che de cavalli, cervii, porci, senza esserno devorati da innumerabili specie de bestie, per essere in tal maniera suggetti a maggiore e più certa ruina? E per conseguenza, dove sarrebono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edificii ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l’uomo trionfator veramente invitto sopra l’altre specie?

Tutto questo, se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano, organo degli organi.

15.
Anche le scoperte di nuove terre e di nuovi popoli, che dopo Colombo avevano profondamente mutato l’immagine del mondo, vengono giudicate in relazione agli effetti che esse producono sulla “civile conversazione” degli uomini. Assumendo a simbolo dei nuovi conquistatori l’antico navigatore Tifo, Bruno condanna, ne La Cena de le Ceneri, la violenza inferta a interi popoli ridotti in schiavitù. A tali conquiste egli oppone quelle della propria filosofia, capace di sciogliere l’animo umano e la sua conoscenza da catene secolari:

Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le reggioni, di confondere quel che la provvida natura distinse, per il commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii de l’una e l’altra generazione; con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi alfin più saggio quel ch’è più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte de tirannizar e sassinar l’un l’altro; per mercè de’ quai gesti tempo verrà, che, avendono quelli a sue male spese imparato, per forza de la vicissitudine de le cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniciose invenzioni.

16.
Qual è dunque il frutto maturo della nolana filosofia, la preda dell’eroica caccia alla sapienza? Questa è detta da una sola parola: libertà; dalle catene del pregiudizio, della superstizione e di una secolare ignoranza. Libertà dalla paura della morte e dei mutamenti della fortuna. Libertà dai vincoli del tempo e dello spazio.

Ci congediamo da Bruno con una delle pagine iniziali del De immenso, nella quale egli offre un definitivo ritratto della propria esperienza di uomo e filosofo:

Alla mente che ha ispirato il mio cuore con arditezza d’immaginazione piacque dotarmi le spalle di ali e condurre il mio cuore verso una meta stabilita da un ordine eccelso: in nome del quale è possibile disprezzare e la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene che solo pochi elusero e da cui solo pochi si sciolsero. I secoli, gli anni, i mesi, i giorni, le numerose generazioni, armi del tempo, per le quali non sono duri né il bronzo, né il diamante, hanno voluto che noi rimanessimo immuni dal loro furore.
Così, io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere ed il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie.
Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri mondi lucenti e percorro da ogni parte l’etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.

The Free Thought of Giordano Bruno

On February 17th, 1600, Giordano Bruno was burned on the stake, condemned by the tribunal of the Inquisition because of his revolutionary ideas on the plurality of worlds, the unity of substance and the infinity of the universe.
He is probably one of the founders of modern (and free) thought.
Tomorrow, 413 years from the pyre, Ritiri Filosofici reminds the philosopher with a reading of prof. Filippo Mignini, professor at the Faculty of Philosophy, University of Macerata, a deep expert on the thought of Giordano Bruno and Baruch Spinoza.
A tribute to freedom of thought and to whom, for it, sacrificed his life.
More info here and here.

Universo e radiazioni cosmiche

Carissimo, volevo proporti una riflessione e alcune domande specifiche sul movimento (1), sulla sua origine e la conseguente negazione logica della teoria del Big Bang (2) e sulla concezione del sole centrale (3).

(1) M. Morini: Si può dire che la tensione tra forza centripeta e forza centrifuga mantiene in movimento il sistema dell’universo?
Campanella: No, forza centripeta e forza centrifuga solo solo forze fittizie che appaiono quando cerchi di studiare un moto in un sistema di riferimento non inerziale. Se mi parli di Universo, esso è tenuto in equilibrio dalla sorprendente caratteristica di avere costanti fisiche altamente sintonizzate su precisi valori (come l’indicatore della radio quando vuoi cercare una emittente ben precisa che ha un basso segnale) so that if any of several fundamental constants were only slightly different, the Universe would be unlikely to be conducive to the establishment and development of matter, astronomical structures, elemental diversity, or life as it is presently understood. Uno dei parametri più sorprendenti e misurati avveniristicamente dalla mia ex Università La Sapienza, è la densità dell’Universo. Essa è stata misurata essere molto vicina alla densità critica: se è maggiore l’universo collassa in breve tempo, se minore l’Universo si espande raggiungendo in ogni dove lo zero termico. L’Universo è stato trovato essere piatto, cioè segue ovunque la geometria euclidea. Credi che gli scienziati possano credere che ci sia stato qualcuno che abbia sintonizzato l’Universo sui parametri per avere la vita? Be’, questa non sarebbe scienza e i teorici sviluppano ogni giorno nuovi modelli per ovviare a ciò. Ad esempio, i cosmologi dell’ufficio accanto al mio si occupano di cosmologia inflazionaria. Cioè un avvenimento avvenuto subito dopo il big bang da cui deriva che le condizioni iniziali non devono essere molto sintonizzate su una particolare banda per ottenere il nostro Universo in equilibrio.

(2) M. Morini: Lo stato originario di ogni corpo celeste è il movimento (eppur si muove, direbbe il tuo Galilei).  Allo stesso tempo però noi sappiamo che la materia è indifferente alla quiete e al movimento. Possiamo allora dire che questo esclude la necessità che uno stato di quiete abbia preceduto il movimento e che, pertanto, per la forza centrifuga non c’è da cercare nessuna prima spinta? Il Big bang in questo modo sarebbe confutato nelle premesse. Del resto (aggiungo) non è forse vero che per la forza centrifuga non c’è da cercare nessuna spinta? Essa è per i pianeti, secondo l’ipotesi di Kant e Laplace, un residuo dell’originaria rotazione del corpo centrale da cui quelli, nel contrarsi del medesimo, si sono staccati. “Contrarsi del medesimo” diceva Schopenhauer: che cosa indica la contrazione in questo senso?
Campanella: Purtroppo qua mi citi elementi di meccanica classica un po’ antiquati, abbiamo fatto rilevanti passi in avanti da allora con le moderne teorie quantistiche e relativistiche a cui ora facciamo riferimento. Lo stato originario di ogni corpo è energia, energia è materia, la materia è energia (E=mc^2 direbbe Einstein). La materia influenza la geometria dello spazio-tempo secondo la teoria della relatività: il tempo scorre e il moto di un corpo avviene come conseguenza di come la presenza di una massa modifica le caratteristiche dell spazio tempo nel suo intorno.
Che cosa ha dato il là al Big Bang? Potrebbe essere stata una fluttuazione quantistica a rompere l’omogeneità e l’isotropia dell’Universo dando inizio all’espansione dello stesso (l’ipotesi di omogeneità e isotropia è nota come principio cosmologico che generalizza all’intero universo il principio copernicano). Questa è materia della teoria delle stringhe e della meccanica quantistica: l’evoluzione di un sistema fisico viene descritto in maniera probabilistica avendo alla base l’equazione di Schrödinger.
Le fluttuazioni, dette anisotropie dell’Universo, il fatto che ad un certo punto l’Universo su piccole scale abbia avuto valori di densità di energia diversa è fondamentale per la vittoria della materia sull’antimateria che altrimenti avrebbero dovuto essere prodotte in egual misura, comportando l’annichilazione di tutta materia in luce, cioe’ energia come in precedenza al momento del big bang. Al livello di piccola scala, cioè per quanto riguarda i sistemi planetari, vale ancora che tutto si conserva e nulla si distrugge. Quando una nube molecolare ha una massa, densità e dimensioni critiche (parametri di Jeans), inizia a collassare sotto l’azione della sua stessa forza di gravità. Mentre la nube si contrae su se stessa, la conservazione del momento angolare fa sì che i movimenti casuali presenti nella nube diventino una rotazione coerente; la forza centrifuga generata dalla rotazione fa assumere alla nube l’aspetto di un disco in cui, ancora per via di anisotropie create da turbolenze, i nuclei dei pianeti si formano ed accrescono materia nel proprio intorno “staccandosi” dal resto della nube. Il risulato di generale della contrazione è, oltre ai possibili pianeti, la formazione di una o più stelle: al centro della nube la contrazione produce un corpo con temperatura e densità tale che siano possibili le reazioni nucleari, la forza che produce energia/luce che tende ad espandere la stella si viene a trovare finalmente in equilibrio con la gravità che generava la contrazione. Tutto perciò viene a trovarsi in equilibrio, l’Universo elegante come lo definisce Brian Greene.

(3) M. Morini: Si può dire che la riflessione di cui sopra concorda con la congettura degli astronomi di un sole centrale e della constatazione dello spostarsi di tutto il nostro sistema solare, forse anche di tutta la galassia, a cui il nostro sole appartiene? Se questo è concesso, si può inferire uno spostamento generale di tutte le stelle fisse, insieme con il sole centrale? (Ma di chi è l’ipotesi del sole centrale? Esiste ancora oggi?).
Campanella: Il centro di massa, cioè il baricentro del Sistema Solare, si trova nel Sole dato che include più del 99% della massa del sistema. Il Sole è centrare solamente quando si considera il sistema solare. Il sistema solare appartiene alla Via Lattea, la nostra galassia il cui disco centrale è ben visibile ad occhio nudo durante le notti estive passate nell’oscurità al mare o in montagna. La Via Lattea ospita miliardi di stelle più piccole e più grandi del Sole. Il Sole si trova nella Nube Interstellare Locale situata nei pressi del bordo interno del Braccio di Orione, cioe’ in periferia della Galassia – non nel centro galattico che a sua volta contiene la maggior parte della massa di questo sistema. Il Sole segue le leggi gravitazionali e quindi orbita attorno al centro galattico, come i pianeti orbitano attorno al Sole.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e5/Posizione_Sole.png
La Via Lattea fa parte del Gruppo Locale di galassie, queste 70 galassie orbitano attorno al baricentro del Sistema localizzato fra la Via Lattea e la Galassia di Andromeda. Il Gruppo Locale fa parte dell’Ammasso della Vergine, un grosso e massiccio gruppo di galassie facente parte a sua volta di una struttura più ampia ed estesa conosciuta come Superammasso della Vergine costituito da vari ammassi di galassie. Tutto questo (“le stelle fisse”) si muove attorno al proprio baricentro in un complesso equilibrio tra forze.
I superammassi formano strutture filamentari di larga scala più complesse che costituiscono l’Universo, tutto ciò è guidato dalla forza di espansione che va avanti dal momento del Big Bang.
http://www.youtube.com/watch?v=Kwwjmf1vhc8
Che cosa ha generato queste strutture filamentari non omogenee partendo dall’Universo primordiale isotropo? Per chiudere il cerchio con quanto detto nei punti precedenti e per dare supporto osservativo alle teorie precedentemente descritte, queste sono state generate dalle anisotropie della densità in vari punti dell’Universo poco dopo il Big Bang, come osservato dalle missioni spaziali quali WMAP. Infatti, poiché nulla può superare la velocità della luce (secondo il principio di Einstein) noi possiamo osservare zone altamente distanti la cui luce ci giunge dopo un viaggio di 13 Miliardi di anni (quando all’incirca avvenne il big bang). Possiamo utilizzre perciò i telescopi come vere e proprie macchine del tempo. Ciò che osserviamo è la radiazione cosmica di fondo cioè il residuo prodotto dal Big Bang che permea l’universo in ogni direzione. La radiazione cosmica di fondo presenta qua e la’ delle piccole differenze (anisotropie) che hanno portato alla creazione di strutture come galassie e ammassi e sistemi planetari.
Ti consiglio di leggere le varie voci su Wikipedia, per saperne di più
http://en.wikipedia.org/wiki/Fine-tuned_Universe
http://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0_generale
http://it.wikipedia.org/wiki/Big_Bang
http://it.wikipedia.org/wiki/Radiazione_cosmica_di_fondo
http://www.physicsforums.com/showthread.php?t=58067
http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanica_quantistica
http://it.wikipedia.org/wiki/Disco_protoplanetario
http://it.wikipedia.org/wiki/Instabilit%C3%A0_di_Jeans
http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Universo_elegante
http://it.wikipedia.org/wiki/Via_Lattea
Dovrei abdicare dai miei impegni come Ratzinger per rispondere alle domande che mi mandi!
 

La “nuova filosofia” a Nocera

Siamo arrivati. Dopo una preparazione durata alcuni mesi, Ritiri Filosofici presenta il suo primo evento pubblico, che si terrà a Nocera Umbra domenica 17 febbraio alle ore 17:00. L’occasione è di quelle forti: una lettura scenica commentata in occasione del 413° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Dopo la rappresentazione seguirà la discussione in sala, introdotta e guidata dai nostri Maurizio Morini e Giovanni Marinangeli, con il prof. Filippo Mignini, ordinario in Storia della Filosofia all’Università di Macerata, sui temi principali del pensiero filosofico di Bruno.

Il luogo dell’evento è l’auditorium Cottoni. Per chi giunga da fuori città, il riferimento obbligato è l’Hotel Europa situato in centro: l’auditorium infatti si trova proprio sotto l’albergo una volta discese a piedi le scale a fianco. Per il parcheggio, si consiglia piazza Medaglie d’oro oppure l’ampia area delle ex scuole elementari situata dietro l’auditorium (area utilizzata in estate per la taverna del quartiere San Martino): per raggiungerla si consiglia di girare a destra dopo il distributore di benzina situato a pochi metri dell’Hotel Europa, percorrere la piazza e poi la discesa mantenendosi sempre sulla destra ed infine (dopo circa 200 mt) girare nuovamente a destra. Nella sidebar, qui accanto, la locandina dell’evento. A presto dunque!

Qui la pagina Facebook sull’evento.
Qui l’evento su Google Plus.

Il calendario Maya: la cattiva divulgazione e la buona scienza

RF: Cosa diceva esattamente la profezia dei Maya sulla fine del mondo? La questione aveva a che fare con fenomeni di carattere interplanetario?
CAMPANELLA: Il calendario Maya non è terminato il 21 Dicembre 2012 e non ci sono profezie Maya che preannunzino la fine del mondo in quella data. Come il calendario che abbiamo a casa non cessa di esistere dopo il 31 Dicembre, così il calendario dei Maya non cessa di esistere il 21 Dicembre 2012. Questa data segna la fine del periodo di lungo conto dei Maya, però poi – proprio come il nostro calendario che ricomincia da capo dall’1 gennaio – un altro periodo di lungo conto ricomincia per il calendario dei Maya. Il calendario di lungo conto dei Maya fu pensato per tener conto di lunghi intervalli temporali. Infatti, la cultura mitologica rilevabile dalle rovine della civiltà Maya presenta riferimenti ad epoche ben più lontane del nostro Big Bang avvenuto, secondo la scienza, 13.7 miliardi di anni fa. Tal calendario di lungo conto assomiglia al contachilometri delle nostre auto ed è il sistema più complesso mai sviluppato dall’uomo. Infatti, è un sistema costruito su base 20 nel quale le cifre che ruotano rappresentano potenze di 20 giorni. Dato che le cifre ruotano, il calendario può azzerarsi e ricominciare da capo. In particolare, secondo la mitologia Maya il mondo fu creato 5125 anni fa, nella data che l’uomo moderno indica come 11 Agosto 3114 aC. Tale data nel calendario Maya viene indicata come 13.0.0.0.0 e nello stesso modo viene indicato il 21 Dicembre 2012. Tredici Baktuns come direbbero gli studiosi Maya, oppure tredici volte un ciclo di 144 000 giorni è il periodo temporale tra le due date. Questo era un intervallo significativo nella teologia Maya ma non di certo uno distruttivo: nessuna delle migliaia di rovine, tavolette e materiali in pietra esaminate dagli archeologi predicono una fine del mondo. Al massimo, molti Maya credevano che il 21 Dicembre 2012 le divinità che avevano creato il mondo 5125 anni prima sarebbero ritornate. Una di queste in particolare, un’enigmatica divinità chiamata Bolon Yokte K’uh, sarebbe tornata per condurre antichi riti di passaggio, per rimettere in ordine il tempo e lo spazio e per rigenerare il cosmo. Anche l’associazione Maya Oxlaljuj Ajpop afferma che in questa data ci sarebbero stati grandi cambiamenti a livello personale, familiare e sociale, così da ricreare quell’armonia ed equilibrio tra l’uomo e la natura. Il mondo si sarebbe rinnovato, no distrutto. Ci sono quindi similarità con la cultura occidentale quando inizia il nuovo anno e la gente cerca con entusiasmo di portare avanti le proprie risoluzioni per l’anno nuovo. Ma allora, da dove nasce la storia che il mondo sarebbe finite nel 2012? Tutto è iniziato qualche tempo fa quando su internet girava la diceria che Nibiru, un fantomatico pianeta scoperto dai Sumeri, si dirigeva contro la Terra. Questa catastrofe venne inizialmente prevista per il Maggio 2003, ma quando non si verificò nulla il giorno del giudizio venne spostato in vanti al Dicembre 2012 e collegato alla fine di uno dei cicli dell’antico calendario Maya previsto per il solstizio di inverno: il 21 Dicembre 2012.

Pensare la crisi: Niccolò Machiavelli

Il 24 e 25 gennaio 2013 si terrà a Roma, presso la Casa delle Letterature, il convegno internazionale su “Il pensiero della crisi: Niccolò Machiavelli e il Principe“. Si tratta del primo dei numerosi eventi che verranno organizzati durante il 2013 per celebrare i cinquecento anni dalla stesura della più nota (e più fraintesa) opera di Niccolò Machiavelli. Qui il programma. RF seguirà i lavori e ne fornirà un resoconto. Restate sintonizzati.