Pasano, 4-5 dicembre 2010

Ecco un sintetico memorandum di quanto detto durante l’ultimo incontro, arricchito da alcuni contenuti extra.




4 dicembre 2010
Sessione aperta alle 17,45.
Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM, AC.
Introduzione di MM sulla storia di Pasano e sui suoi componenti.
MM
La fede nel divenire è la follia per Severino. Spinoza costruisce il sistema più eccentrico rispetto all’eterno. Spinoza, a differenza di altri grandi pensatori, non ha avuto una sua scuola. I massimi pensatori del divenire sono stati, nel XIX secolo, Hegel e Marx. A proposito di Hegel, secondo Schopenhauer, l’hegelismo è una lanterna magica di allucinazioni. Il divenire è l’avanzata e lo scomparire degli eterni. La testimonianza del destino è la filosofia futura.
Dice Severino che bisogna andare oltre il il linguaggio perché la filosofia non ha sviluppato un linguaggio tale da cogliere la verità; allo stesso tempo, però, afferma che il linguaggio proviene dalla semina della filosofia e nell’ambito del quale tutte le altre tecniche si muovono. Qui si individua una contraddizione, a meno di non voler cogliere una sostanziale fine della filosofia. Ne discende che il linguaggio non può esprimere la verità.
GM
L’ episteme di Severino, se assunto come fondamento della conoscenza, spazzerebbe via ogni altra filosofia. Il fatto che questa verità non sia dicibile non implica che essa non sia fondata. Il problema è che viviamo in un mondo strutturato sul postulato del divenire.
LM
La mente è eterna perché concepisce le cose sub specie aeternitatis. Vive eterno colui che vive nel presente: è affermazione fondamentale perché dimostra…
MM
La percezione della propria eternità è concetto rivoluzionario. Severino esprime con formule lucenti concetti che si trovano già in altri autori (vedi il castello di Diderot). Concetti già presenti sono stati espressi con formule elementari, in cui il linguaggio ha la responsabilità di semplificazioni che mantengono in piedi l’alienazione del divenire.
GM
Severino in molti suoi libri si dilunga, in maniera apparentemente contraddittoria rispetto al suo pensiero, in analisi di tipo storicistico o sociologico, a mio avviso solo al fine di evidenziare, rinnovandola senza sosta, la struttura originaria della Verità, che reclama per ogni forma di espressione del divenire la sua inessenzialità. Sorgono e tramontano, o sono des-tinate a farlo, quasi in un passaggio di testimone, le varie modalità in cui la Follia si è incarnata, Cristianesimo, Comunismo, Capitalismo, civiltà della Tecnica. Nel mostrarne, anche dettagliatamente, genesi ed eclissi, il suo intento assume quasi un connotato didascalico. L’essere umano in profondità, non può che arrendersi all’evidenza insuperabile dell’eternità del tutto, anche se la realtà sensibile, le strutture mentali e culturali nelle quali ognuno di noi è immerso dalla nascita tendono a smentirne l’esistenza, mentre l’eterno è evidente sotto il profilo logico-ontologico.
MG
Quando si dice che tutto è eterno a cosa si riferisce? Io avevo capito che questa penna è eterna, sennò a che serve?
MM
Dire che questa penna è eterna è fondamentalmente cristianesimo, perché è basata sul fenomeno. Il tempo non è una dimensione oggettiva, è un a priori della mia mente, dunque l’eterno non deve essere inteso in senso cronologico. Già Spinoza osservava che o si è nella verità oppure ci si trova fuori ed in questo caso nessun percorso vale per raggiungerla.  Non esiste un metodo per arrivare alla verità, perché  la verità ci è data: idea vera data. Dice un detto buddista: la sanità del corpo deriva dalla purezza della mente. Questa enfasi sull’intelletto da noi in occidente è malvista: si confonde l’intelletto con l’intellettualismo. Intelletto significa penetrare il senso particolare di una cosa. La conoscenza effettiva di una cosa è possibile solo tramite la conoscenza intellettuale.
GM
Forse la soluzione non è nell’insistere sull’asse parmenideo-severiniano dell’eternità del tutto, anche perché il senso dell’eterno come dicevo in precedenza è controintuitivo, ed è una verità di validità più ontologica appunto che esistenziale. Forse il vero percorso da seguire e da approfondire per noi ormai, dopo aver “lavorato” e affinato per anni quello appena descritto,  è nella direzione dell’altro asse, che chiamerei spinoziano-schopenhaueriano, della necessità del tutto
MM
Ma non c’e contrapposizione bensì maturazione.
LM
In questo senso la filosofia del futuro è la morte del linguaggio, perché individua l’eterno che vive nel presente.
Sessione chiusa alle 19,53.
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Sessione aperta alle 22,11.

Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM.
SC
Cartesio: non tutto è come lo descriviamo, così il dubbio diventa il punto di partenza. La banalità di Cartesio sta nel suo ritorno al cristianesimo. Dall’inizio si capisce che lui non ha dubitato niente. La sua res cogitans è preziosissima, resta un salto fra il piano teoretico e il piano pratico viene annullato solo da Spinoza. Cartesio poca fare dell’uomo l’essere più grande, ma si è ridotto ad essere uno scolastico.
MM
Spinoza dice che mente (res cogitans) e corpo (res extensa) sono diversi attributi della medesima sostanza, al contrario di quanto sostenuto da Cartesio, che le riteneva due sostanze. Nella concezione di Spinoza Dio è il nesso causale.
GM
La percezione del divenire delle cose e la presunta sensazione di libertà (esperienze fondanti e universali di ogni esistenza umana) contraddicono radicalmente la effettiva consistenza della Verità e della conoscenza: cioè l’eternità del tutto e dunque l’inesistenza di alcuna libertà. E’ questa la vera rivoluzione, quella che scardinerebbe alla radice non solo la storia del pensiero, ma le stesse strutture economico-politiche su cui si fondano oriente e occidente… Al punto che  l’accettazione di questa Verità al momento non può che configurarsi come un atto di fede, una rivelazione per iniziati, un segreto dalla portata potenzialmente devastante.
MM
Severino riconosce la grandezza di Parmenide, ma definisce costui anche come colui che ha intravisto per primo la verità e che poi l’ha tradita. L’uomo non è sostanza (qualcosa che sta sotto, che è causa sui) e dunque è un fenomeno dell’apparire dell’essere eterno.
GM
Eternità e determinismo. Dobbiamo avere il coraggio, quasi l’imprudenza di fare una dichiarazione di fede sulla assoluta assenza di libertà. Ogni effetto e ogni manifestazione non poteva che accadere se non in quella determinata forma. Ciò richiede un pronunciamento sull’accettazione della necessità. Nella convinzione che l’accettazione della necessità, a differenza di quello che chiunque tenderebbe a credere… è l’inizio della gioia. Ogni desiderio infatti, nel suo nocciolo, è una violenza imposta alle cose, un  volere che le cose siano o diventino qualcosa di diverso da quello che sono, in contrasto con l’accettazione della mancanza di libertà. Questa consapevolezza fa sì che una persona possa vedere la propria vita scorrere davanti a sé come un film, nei suoi momenti felici ed in quelli tristi, senza l’ansia procurata dal voler gestire e indirizzare il corso degli eventi. Nessun gesto, né i piccoli né i grandi, è frutto di una effettiva libertà e decisione. Questa consapevolezza è invece l’inizio di una nuova vita, quella che Nietzsche indicava dicendo che l’unico compito, il più difficile, nella vita di ognuno, coincide con il diventare se stessi (“Diventa ciò che sei”).
MG
Forse il tutto è eterno e tutto è determinato, ma se è così non ci interessa. Se tu arrivi alla consapevolezza dell’inesistenza di libertà, nella vita di tutti i giorni dovrai comunque vivere come se la tua libertà esistesse effettivamente. Vivere la vita con la consapevolezza della inesistenza della libertà è un approccio che probabilmente va contro la nostra natura umana.
GM
La mia intenzione sarebbe provare a dimostrarvi domani, spinozianamente, se mi permettete l’ardire, come la negazione del libero arbitrio non coincida con una vita immobile e fatalista, ma con un diverso modo di “attraversare” la vita stessa, più sereno e consapevole, e perciò autenticamente gioioso.
Sessione chiusa alle 23,45.

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5 dicembre 2010.
Sessione aperta alle 9,30.
Partecipano: MM, LM, MG, GM, ML, SM.
MG
Non credo che nella filosofia si possa ricercare le risposte ultime alle questioni dell’uomo. Oggi credo che le risposte ultime le possano dare altre discipline, come la fisica, la matematica.
MM
Secondo me però la filosofia deve essere intesa non come ricerca di risposte ultime. La filosofia, in realtà, è la ricerca della domande corrette e l’onesta con se stessi. Il filosofo, diceva Schopenhauer, è come un lago svizzero: i suoi connotati sono calma, chiarezza, nitidezza.
GM
La filosofia è per sua natura interrogante. La domanda è la risposta. Il gesto del domandare è atto sommamente umano, il più umano di tutti. La vera filosofia è nella  domanda sistematica, nella consapevolezza che le risposte chiudono il pensiero, mentre le domande lo aprono. Chi dice che la filosofia dà risposte ne tradisce la natura profonda.
La storia è stata: in un’ottica rigidamente determinista non può insegnarci niente, perché, come dice Wittgenstein, “il mondo è tutto ciò che accade” (altrove tradotto con “il mondo è la totalità dei fatti”); questa sentenza, apparentemente innocua, se interiorizzata è l’inizio di quella rivoluzione di cui parlavo… La storia non potrà mai diventare uno strumento di valutazione della prassi. E personalmente ne ritengo, in quest’ottica, lo studio sopravvalutato (il che non significa ovviamente negarne tout court l’importanza ed il valore pedagogico nella costruzione delle biografie personali e collettive di ognuno di noi..); con Schopenhauer mi dico convinto che studiarne una porzione sia sufficiente a delinearne i caratteri archetipici, nonché le costanti di ciclicità e di universalità.
MG
La storia non è maestra di vita. Gli uomini ripetono inevitabilmente gli stessi comportamenti. Lo studio della storia aiuta a capire la natura umana e può dare qualche indicazione, ma nulla più, sugli accadimenti futuri.
 
GM dimostra l’inesistenza del libero arbitrio
 
SM
Secondo Cartesio l’unica vera libertà è quella di porsi come un io. Egli distingue fra il libero arbitrio e la libertà del volere umano. La libera scelta (il libero arbitrio) è una scelta aut aut fra termini già posti. La libertà del volere assoluta è l’identità fra intelletto e volontà. Tale libertà è possibile solo a dio perché è pura azione. La scienza è esplosa dopo che la natura è stata intesa come un artefatto di dio. La praxis greca non avrebbe consentito lo sviluppo scientifico. Il creazionismo ha consentito la misurabilità del mondo e dunque lo sviluppo della scienza e della tecnica moderna.
Sessione chiusa alle 12,46.

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Incontro chiuso alle 15,03.
 

 

Emanuele Severino: Fato e libertà

Riportiamo la trascrizione integrale della lectio magistralis di Emanuele Severino su Fato e Libertà, tenuta a Carpi il 19 settembre 2010 nell’ambito del Festival della Filosofia.


Fato e politica
Sono subito tentato di mettere sul chi va là chi potrebbe pensare che un tema, come quello che è stato intitolato Fato e Libertà, sia dopotutto di quei temi che vengono chiamati “astratti” e che invece astratti non sono. Una piccola annotazione storica: uno dei più grandi commentatori di Aristotele, Alessandro di Afrodisia, scrive un trattatello per l’imperatore (siamo nel II secolo dopo Cristo) contro i fatalisti i quali pregiudicano la salute dello Stato, cioè della società, cioè della vita politica, perché dice (e in qualche modo il suo discorso viene ripreso da tutti coloro che si accodano ad Aristotele) che il fatalismo impedisce la punizione dei colpevoli e il premio a coloro che l’hanno meritato. Quindi il fatalismo è una concezione politicamente pericolosa. Ripeto: politicamente pericolosa perché se tutto accade fatalmente allora non si può parlare di responsabilità di qualcuno; non c’è più responsabilità e quindi cadono tutte le reti dello Stato, cade anche la vita sociale e politica. E questo discorso si è poi prolungato nei secoli ed anche oggi è una delle considerazioni che vanno per la maggiore. Pur non avendo i titoli di essere considerata come avente senz’altro l’ultima parola… Dico questo perché la filosofia ha sempre avuto questo carattere di discussione totale di tutto, di mettere tutto in questione. E mettere in questione anche le leggi dello Stato. Non è un esercizio accademico perché ciò che il pensiero filosofico mette in questione è poi, durante tutta la vita dei mortali, messo praticamente in questione: la vita dell’uomo è una vita di distruzioni, di massacri, cioè di continue violazioni di tutte le leggi che l’uomo via via si è dato. E allora non è accademia quella della filosofia che chiede: ma perché i colpevoli devono essere puniti e perché coloro che noi, in base a certi criteri, riteniamo come non colpevoli, devono essere premiati? Ecco già questa domanda mostra che la politica stessa non può essere considerata come un fatto ovvio all’interno del quale siamo destinati a vivere. La politica è sempre stata l’unificazione della complessità sociale. Ma unificazione in nome di che cosa? In nome di una saggezza che i politici possederebbero per se stessi o in nome di una saggezza che la politica eredita da una dimensione diversa dalla politica e che inizialmente è stata il mito? Nell’età del mito le leggi del mito sono le leggi della politica. E’ stata la filosofia, quando la filosofia ha incominciato a farsi avanti, e allora anche la politica ha cambiato volto ed è diventata l’adeguazione dello stato alla verità disvelata dalla filosofia. Questo preambolo l’ho fatto per dissipare l’eventuale impressione di qualcuno che questo titolo, Fato e libertà, possa risultare astratto e fuori del nostro tempo. No: si tratta di mettere in questione queste categorie che intervengono alla radice del fatto sociale e politico. Perché dobbiamo rispettare e amare il prossimo? Perché dobbiamo rispettare le leggi quando viviamo in un mondo in cui il prossimo è stato massacrato e le leggi sono state violate. Perché? Se non si sa rispondere a questa domanda allora ogni tipo di unificazione politica è un dogma. Dogma che intende imporsi ed intende farsi valere come violenza…
Dopo questo preambolo cerchiamo di guardare in faccia le due parole che compongono il titolo del nostro incontro incominciando ad interrogare il linguaggio il quale possiede, prima della saggezza che esso esprime, una saggezza nel suo costituirsi come linguaggio. Il modo in cui sono fatte le parole cioè, esprime una saggezza interiore a quella che si manifesta usando queste parole. Adesso esemplificherò in modo che questa battuta apparentemente astrusa si sciolga.

Fortuna/Fato
Qui si è parlato della fortuna. Credo che molti abbiano rilevato la parentela della parola fortuna con la parola latina fors. Forse molti hanno rilevato questo. Ho detto “forse molti”: ma la parola “forse” è una parola che sta alla radice della parola fortuna. La fortuna è il destino buono o cattivo? “Forse” può essere buono o può essere cattivo. Il “forse” indica l’ambiguità del concetto. Da un lato la fortuna è ciò che ineluttabilmente accade. Dall’altro lato è ciò che accade inspiegabilmente, e non ineluttabilmente, ma casualmente. Ma guardiamo l’altra faccia della medaglia. Noi diciamo “fortuna” che è parola latina che ha un accompagnamento di parole quanto mai significative. Il forse per esempio equivale al “fortasse” latino, al “forsitan“, che indicano l’incertezza, l’incertezza degli accadimenti. Se la fortuna indica anche la necessità, allora la parola latina è preceduta da una serie di parole greche che indicano a loro modo con intensità particolare il fato. Per esempio la parola δικη (dike) che vuol dire giustizia: ma la parola giustizia suona debole perché δικη in greco è costruita sulla parola δεικνυμι (deiknimi) che vuol dire mi mostro, mi mostro con autorità. I greci dunque per indicare il fato utilizzano la parola δικη, αναγκη (ananke), ovvero la necessità, ma poi anche la parola λογος (logos), νομος (nomos) e questo per quanto riguarda l’ambiguità del linguaggio che insegna mostrando la polivalenza della parola fortuna, fato.

Libertà
Ma il titolo dice fato e libertà. Le cose si complicano sempre di più…Anche qui la parola libertà, nostra italiana, deriva dal latino libertas, liber: alla radice sta il termine liber, il concreto liber, che anche foneticamente suona simile al greco ελευϑερος (eleutzeros). Senonché le lingue anglosassoni hanno un modo del tutto diverso per indicare la libertà. Il tedesco usa per esempio la parola frei: anche acusticamente loro sentono che c’è differenza tra liber e frei. L’inglese dice free: almeno apparentemente, dal punto di vista acustico, i suoni dei due gruppi di parole suonano foneticamente
molto divaricato.
Che cosa vuol dire liber? Anche qui la glottologia fa risalire la parola liber e anche la parola  ελευϑερος(poi prenderemo congedo da questa introduzione glottologica ma intanto è opportuno sentire che cosa la riflessione sul linguaggio e che cosa innanzitutto il linguaggio dice). Ebbene rilevavo che la glottologia fa derivare la parola liber dalla radice indoeuropea leut che ha stranamente questi due significati: vuol dire gente ma anche crescita. Il tedesco dice leute (per gente, ndr): perché la stessa parola indica due ambiti semantici così diversi, gente e crescita? Innanzitutto crescita nel senso della fioritura arborea: la fioritura indica lo stato in cui il vivente vegetale si solleva dall”oscurità del terreno, si espande nell’aria, si libera dall’oscurità e dai vincoli che la terra costituiscono rispetto ad esso. Crescita è appunto il liberarsi dal vincolo, dall’ostacolo, dalla tenebra, dal limite. Bene, si dirà…Questo lo abbiamo capito: ma cosa c’entra “gente”? (perchè abbiamo detto che la radice leut vuol dire insieme crescita e gente). Ora, la gente è quell’insieme di eventi che ad un certo momento percepisce se stessa come capace di affrancarsi dall’incombere della natura del mostro più forte e di respirare così come respira la vegetazione. Quando ad un certo momento il gruppo sociale si sente autonomo, ecco che chiama se stesso col nome con cui aveva indicato in un primmo tempo la crescita, la fioritura. Allora ci spieghiamo come mai la radice leut possa significare ad un tempo e la crescita degli alberi e la crescita di quella vegetazione umana che il gruppo sociale che è riuscito a svincolarsi (prima avevo usato la parola mostro…) dai mostri archetipici, originari, arcaici e si sente espansa così come si espande nell’aria la vegetazione. E questo andrebbe bene per quanto riguarda allora il gruppo di parole che si rifanno alla radice leut e che risuona nella parola latina liber.
Solo che avevamo detto che c’è quell’altro gruppo di parole anglosassoni, altotedesche, gotiche che usano quel timbro tutto diverso che avevamo esemplificato con la parola tedesca frei e la parola inglese free. Anche qui è interessante sentire cosa dice la glottologia in proposito che fa risalire queste parole a una radice indoeuropea che suona così: prida cui proviene probabilmente l’aggettivo πριαμος (priamos) che vuol dire caro, amabile, diletto. Ed anche qui è strano come mai ciò che poi viene detto libero è il diletto, il caro, l’amabile..Eppure si può spiegare con relativa facilità. Perché che cos’è il diletto e l’amato se non quello rispetto al quale l’amante sgombra il campo, libera gli ostacoli, gli rende la vita vivibile, lo lascia espandere, lo lascia accrescere. Ciò che mi è caro è ciò rispetto a cui esercito la mia facoltà di lasciarlo crescere e di incentivare la sua crescita. Ecco che i due gruppi linguistici apparentemente lontani, liber/ελευϑερος da una parte, frei/free dall’altra, finiscono per dire la stessa cosa: la liberazione, il riuscire a respirare senza ostacolo dell’oscurità della terra che limita la crescita. Si presenta cioè il concetto di libertà come liberazione. E sempre dicevamo che fato significa, in uno dei suoi due lati, l’irrevocabilità degli eventi e quindi ciò che non è forsitan, ciò che non è fortasse ma che è necessità, allora la libertà come liberazione è liberazione dal fato. E allora anche qui nulla di strano ma molto di vicino a noi anche se non ci interessiamo di filosofia o di scienza o di religione. Molto vicino a noi perché quando l’uomo incomincia a guardarsi attorno nei primi tempi della sua esistenza sulla terra, ciò da cui si sente soprattutto legato e vincolato è il dolore, la morte. Infatti molte delle parole che nominano il fato nominano anche la morte. Per esempio la parola μοιρα (moira) in greco, che alla lettera vuol dire parte, la parte data a ciascuno, nomina molto spesso quella parte che è la morte. Qui non è il caso di avere passione per la filosofia, per la scienza o per la religione o per altro. Qui tutti noi siamo toccati in ciò che più ci preme da vicino: liberarci o allontanare il più possibile o esercitare al massimo la liberazione dal dolore e dalla morte, che sono il fato!

La liberazione dal fato originario: il mito
Il fato iniziale, l’ineluttabilità iniziale. In effetti il mito, se prima dicevamo è organizzazione della vita politica, è tale proprio in quanto insieme e il modo più antico di far fronte al dolore e alla morte perché iscrive il dolore e la morte all’interno di un senso del mondo che in qualche modo anticipa gli eventi futuri e anticipandoli li rende sopportabili. Perché nulla è più pericoloso dell’ignoto che noi attendiamo e non conosciamo e nulla è più salvifico dello sguardo anticipante, previdente che squarcia le nubi e guarda che cosa sarà in futuro. Il mito e poi tutte le religioni hanno questo scopo: squarciare i veli del futuro ed assicurare l’uomo. E intorno a ciò che è il fato originario e che è il dolore e la morte. Liberazione dal fato originario è dapprima il mito, l’esistenza mitica e la liberazione originaria.

La liberazione dal mito: la filosofia
Ma loro comprendono che la posta in gioco è troppo importante perché ci si possa accontentare del mito e della religione. Con tutto il rispetto che dobbiamo avere per queste forme, che sono così sentite perché appartengono alla circolazione sanguigna del nostro essere, con tutto il rispetto (sottolineo), però non possiamo ignorare che, ad un certo momento, cinque secoli prima di Cristo, l’assicurazione mitica, la liberazione mitica dal fato mortale, è troppo avventurosa, troppo incerta, troppo dubitabile perché ci si possa fidare di essa. Appunto perché la posta in gioco è così importante, ovvero liberarsi dalla morte e dal dolore, esplode ad un certo momento nella storia dell’uomo questo vulcano che noi siamo abituati a considerare come quell’astrattezza che sta sulle nuvole e che si chiama filosofia la quale però non sta sopra nelle nuvole ma sta sotto, nel terreno, ed è la volontà di assicurarsi contro la morte e il dolore. Nasce cioè quell’atteggiamento in cui la liberazione dalla morte e dal dolore è la verità.
Anche Gesù dice la verità vi farà liberi: la verità vi libererà. E ci possiamo spiegare nel contesto di quanto abbiamo detto questa affermazione di Gesù. Per lui la verità è quello che lui dice. Eh sì, la verità libera perché altro è il mito che squarcia i veli del futuro promettendo che il futuro sarà quello  che il mito dice. Una promessa che però, se vogliamo usare le parole di un grande greco, equivale, dice Prometeo, ad un certo punto, a “cieche speranze”. Perché cieche? Perché ogni mito, ogni fede, ogni religione è la volontà che il mondo abbia un certo senso e non un altro. Una volontà che si scontra con volontà opposte. E lo scontro non può non risolversi dopo un tentativo di dialogo. Anche questa mattina Benedetto XVI diceva la necessità del dialogo… Ma un dialogo tra fedi non può non risolversi nello scontro tra due volontà che il senso del mondo sia come una di esse dice. E quando si constata l’impossibilità di recedere da questa volontà è inevitabile che lo scontro tra il piano dialogico si trasferisca sul piano pratico, conflittuale, al piano della guerra, del sangue, della morte. Quando la filosofia nasce intende appunto mettere in rilievo che la volontà di pace esercitata in nome del mito – per quanto nobile, grande, venerabile certamente essa sia – la volontà di pace è inficiata proprio dal fatto di essere volontà. Voglio che il senso del mondo sia questo…ma a cui fa eco un controcanto che nega questo. I greci hanno osato l’insperabile, cioè hanno pensato un sapere che fosse innegabile, non perché è voluto, ma perché fosse per se stesso innegabile. Questo è il grande sogno di tutta la tradizione non solo filosofica, ma dell’occidente. Non solo dell’occidente: ormai del pianeta perché ormai le strutture concettuali dell’occidente sono diventate le strutture concettuali dell’intero pianeta. Questo non vuol dire che oggi l’Europa domini la scena mondiale – è proprio il contrario – ma vuol dire che le categorie concettuali venute alla luce in Europa oggi stanno alla base del mondo intero. Se qualcuno pensa all’India non dimentichiamoci che non è orientale quella democrazia che in India oggi costituisce l’esempio più macroscopica di convivenza democratica. Se qualcuno pensa alla Cina non dimentichiamoci che il marxismo – in un primo tempo – è uno dei figli iperlegittimi dell’occidente. Marx viene da Hegel, Hegel guarda ad Aristotele, Aristotele sta al centro della grecità. Il capitalismo stesso – e si fa un grosso torto al capitalismo a considerarlo semplicemente uno strumento come spesso si dice – come il comunismo è una grande filosofia. Per questo dicevo prima che quando la filosofia nasce e propone il concetto di libertà come liberazione vera dal dolore e dalla morte, intendevo dire non semplicemente qualcosa che riguarda quel settore della cultura che è la filosofia coltivata da certuni e non da altri, ma intendevo alludere – ecco uso daccapo l’espressione “circolazione sanguigna” che è presente anche in coloro che non hanno mai sentito parlare di filosofia perché parole come essere, niente, qualità, quantità, libertà sono parole che incominciano ad essere pensate, con l’intensità con cui sono pensate all’inizio della storia dell’occidente, con un intensità che prima non era venuta alla luce. L’occidente cresce all’interno di questa rete di categorie o di significati che noi usiamo quotidianamente senza renderci conto della profondità e dell’altezza di questi concetti. Provino a tirar via dalla scienza il concetto di prima e di poi, di tempo inteso – Aristotele diceva che il numero del movimento secondo il prima e il poi ma quando diceva la numerazione del movimento intendeva per movimento ciò che ormai per noi è pacifico, cioè il nascere e il morire uscendo dal non essere e rientrando nel non essere.
Che cos’è questo nostro incontro? Qualcosa che tre ore fa poniamo non era; qualcosa che tra un’ora non sarà più. Noi pensiamo così ma “non era” e “non sarà più” sono le parole tremende e decisive che noi continuamente usiamo e sulle quali noi ritorneremo verso la fine della conversazione e che sono le parole che indicano il senso radicale della liberazione.
E intanto, molto per cenni, accenniamo alla vicenda della liberazione dal fato originario. E, abbiamo detto, se la prima forma di liberazione è il mito, il mito è a sua volta ciò da cui la filosofia si libera. Il mito diventa a sua volta un fato, una remora, perché affidarsi alla promessa del racconto mitico-religioso è affidarsi ad un vincolo e sottostare ad un vincolo che non mantiene, e non può mantenere, le proprie promesse. E quindi questo vuol dire che grande è l’animo di coloro che si dicono credenti perché esprimono con forza l’essenziale debolezza del contenuto di cui si fanno portatori…

La liberazione dall’episteme
Se la filosofia libera dal fato mitico, ecco la grande e tragica vicenda del nostro tempo: il tramonto dalla verità filosofica. Una verità filosofica che significa non un sapere voluto ma un sapere che è innegabile e che sta indipendentemente dalla volontà di farlo stare. Quando passo vicino a questo giro di concetti non posso trattenermi dal ricordare i modi con cui i Greci nominano questo stare della verità. Tutti ricordano che in greco verità si dice αλεηεια (aleteia) – Heidegger lo continua a ripetere e vuol dire non nascondimento – λεηε (lete), noi diciamo latente, cioè nascosto,  α-λεηεια è il non latente. Ci si dimentica però, sottolineando unicamente la parola αλεηεια, che il non nascondimento è il non nascondimento di ciò che sta stabile e che i greci chiamano episteme. Steme è una sostantivizzazione della radice sta- Noi diciamo lo Stato. Il grande sogno dei greci e poi di tutto il pensiero occidentale e di tutte le opere dell’Occidente è l’evocazione di ciò che sta, di ciò che è epistemonikon. Prima dicevo della tragedia del nostro tempo perché questa evocazione dello stante, che da due secoli viene messa in questione in campo filosofico, ma anche in campo scientifico, artistico, e certamente con una forza diversa, però tutti noi percepiamo la differenza guardando per esempio la pietà di Michelangelo: lì il sacro è visibile. E un quadro di Kandinskji dove c’è la dissoluzione della forma: tutta l’arte contemporanea, moderna, è una dissoluzione della forma. Ma alla radice della forma sta la forma divina: quindi penso che tutti abbiamo la sensazione dell’assenza di Dio nell’arte contemporanea o nelle forme più significative dell’arte contemporanea. Ma poi anche la scienza nel suo dichiararsi indifferente al problema di Dio – tra parentesi in questi giorni abbiamo sentito lo scienziato Hawking che in modo simpaticamente spudorato diceva e formulava (facendola passare per la sua competenza di fisico) questa grossa metafisica, che è la metafisica dei nostri tempi: che il mondo viene da nulla, che il mondo è un’autocreazione senza che ci sia bisogno di un creatore – Questo è il clima del nostro tempo: le cose vengono tutte da niente senza che ci sia bisogno, alle loro spalle, di una causa, di un creatore. Ma Hawking mostra di non sapere che appunto questo è il discorso del nostro tempo: fiutiamo nell’arte contemporanea, percepiamo nella volontà del sapere scientifico di chiudersi nella sua specializzazione, ma che soprattutto la filosofia ha – sia pure in un sottosuolo che va esplorato con cura – messo in evidenza, quando Nietzsche parla della morte di Dio allude innanzitutto alla morte della verità, di quella verità  incontrovertibile che i greci chiamano episteme, lo stante. Lascino che anche qui mi lasci prendere dalla mia preoccupazione anche per quel mondo così importante che è il mondo cattolico al quale dico spesso che il nemico non è quello indicato continuamente con il nome di relativismo…quella è una bigotteria laica, il relativismo è il bigottismo laico, è la fede laica….che è fede e che sta instabile tanto quanto la fede religiosa. Il nemico autentico della cristianità è l’accertamento che se gli eterni fossero, che se esistesse l’eterno, non potrebbe esistere il mondo. Perché l’eterno riempirebbe tutti gli spazi vuoti. Noi sentiamo lo Zarathustra di Nietzsche quando afferma: “Se esistesse un creatore non potrei creare; ma io creo, dunque non può esistere un creatore“. Sembra la battuta di un letterato come spesso Nietzsche è considerato. E invece qui c’è da essere d’accordo con Heidegger quando dice che Nietzsche è tanto rigoroso quanto Aristotele. Questo è il nemico che il mondo cattolico dovrebbe guardare in faccia. E che certamente il mondo cattolico è scusato dal fatto di non guardarlo in faccia perché oggi vige per lo più quella che ho chiamato bigotteria laica, quella forma di liberarsi a buon mercato da quella tradizione epistemica senza di cui non esisterebbe scienza, non esisterebbe cristianesimo… Provino a pensare il concetto cristiano di creazione ex nihilo sui et subjecti. Le cose del mondo sono create ex nihilo sui, dalla loro nientità, dalla loro nullità. Et subjiecti: dalla nientità della materia di cui sono fatte. Ma il cristianesimo ha inventato il concetto di  “niente” secondo quel  significato così radicale che il niente ha in quanto portato alla luce dal pensiero filosofico greco. Il cristianesimo eredita il concetto di niente. Così come quando Gesù dice: “la verità vi farà liberi”, certamente intende che la verità sia quella che lui dice, però quello che lui dice è verità nel senso in cui i greci intendono questa parola, cioè lo stante. Se noi chiediamo ad un credente “ciò in cui credi è forse veroo è perentoriamente vero?“. Il credente se è tale risponderà “è perentoriamente vero” ed userà, anche se non se ne rende conto, quel concetto di stabilità, di epistemicità del creduto che eredita dall’episteme greca. Applica cioè al contenuto della fede il senso dello stare, dell’episteme, che egli eredita dal pensiero greco. Ma tutto il cristianesimo – non per nulla Hegel diceva a ragione che il cristianesimo è la più alta religione filosofica perché piena di strutture e categorie filosofiche – è una formidabile cinghia di trasmissione del pensiero filosofico tradizionale alle masse. Più volte, e penso che molti di loro lo abbiamo pensato nella vita di un individuo che passa la sua vita, poniamo, in un ufficio, in una fabbrica, nella routine del suo lavoro, qual’è la cosa più intelligente e più alta che ha pensato se non la cosa che ha sentito da bambino al catechismo quando qualcuno gli diceva: “Dio ha creato il mondo”. Le parole più importanti erano in balìa e all’inevitabile povertà mentale di un bambino e che però si sentiva dire le cose più importanti di tutte quelle che avrebbe sentito in qualsiasi dimensione: culturale, pratica, sul lavoro, politica. “Dio ha creato il mondo!”. Ebbene è la grandiosità di questo quadro che va al tramonto con gli ultimi duecento annie dicevo in testa è il pensiero distruttivo del nostro tempo. Questo processo di negazione della tradizione epistemica occidentale, che non è solo filosofica ma sociale, politica, civile, economica, è il modo con cui nel nostro tempo si effettua la liberazione dal fato costituito dalla verità. Perché la verità intende essere l’assoluta necessità, l’assoluta ananke, l’assoluta moira, l’assoluto logos, l’assoluto nomos: logos vuol dire l’assoluto senso concettuale del mondo, nomosvuol dire legge…L’Europa, la storia della modernità, è la storia della liberazione dagli immutabili, dagli eterni, portati alla luce dalla grande tradizione filosofica: questo è il senso che la liberazione possiede oggi.

Il senso radicale della liberazione
Mi avvio verso la conclusione con l’intento di portare alla luce il significato più importante della liberazione. Importante anche perché è in grado di unificare tutte le forme di liberazione che abbiamo incontrato: la liberazione mitica, la liberazione dal mito, la liberazione dall’episteme. Cioè dall’esistenza di un mondo e di una società retti da leggi inviolabili. C’è qualcosa di ancora più originario che prima abbiamo nominato parlando dell’essere e del nulla, come la radice da cui germoglia l’albero con tutti i significati della liberazione dal fato. A che cosa mi riferisco? A qualcosa che pratichiamo quotidianamente (e l’avevo prima indicato). Mi riferisco al fatto che per noi – e quando l’avrò detto potrà sembrare di aver parlato di un’ovvietà, che per noi è assolutamente fuori discussione, pacifico, scontato – che le cose sono state e non saranno. Avevo fatto l’esempio del nostro incontro: questo nostro incontro, questo nostro guardarci in faccia, questo nostro pensare al fare e alla libertà, questo non era e tra un pò non sarà più. Questo diciamo noi in quanto abitatori dell’Occidente. Ma in questo modo abbiamo parlato del senso più radicale della libertà come liberazione, nel senso più radicale…perché – che poi, quando prima ho accennato a Hawking, avevo detto essere il modo di pensare ormai (la koiné e il comune modo di pensare) della cultura mondiale – insomma se si va per strada e si chiede a uno “c’è Dio?” quello resta un pò imbarazzato…ma se si dice a uno “ci sono le cose che nascono e muoiono, che escono dal nulla e ritornano nel nulla?” qui la più parte delle persone si trova a proprio agio e dice sì che ci sono, sono le cose che noi conosciamo, anzi le uniche che conosciamo perché di un Dio eterno, beh, si può augurare o deprecare che ci sia, ma c’è questo che lo lascia problematico: l’eterno come elemento che soffoca il mondo. Quell’eterno che è diventato ancora più pericoloso della morte e del dolore, perché questo ad un certo momento è stato il clima che si è formato che ora tende a dilagare. Non per nulla la Chiesa è pessimista. Che Dio evocato per liberare dal fato mortale è diventato più ossessionante del pericolo da cui avrebbe dovuto liberare: questa è l’atmosfera della cultura del nostro tempo. Anche se noi certamente viviamo in un periodo di reviviscenza, ma provvisoria, dell’attaccamento al mito. Ebbene stavo dicendo: c’è un significato della liberazione originario, fondamentale, che è espresso dall’esempio che avevo fatto prima a proposito del nostro incontro: che prima non era e poi non sarà più. Il nostro incontro ma tutte le cose con cui noi abbiamo a che fare: la nostra casa, i nostri cari, gli oggetti che possediamo, quelli che vediamo, perfino il sole se andiamo indietro al Big bang originario non c’era…E se andiamo avanti seguendo il fenomeno entropico, cioè il livellamento termico dell’universo, non ci sarà più. Tutto per noi è il non essere stato e il non essere più. Questo vuol dire che tutte le cose, per il clima della nostra cultura, si sciolgono dall’unità che esse hanno con l’essere e con il nulla. Nasce un essere umano: ecco, si è sciolto dal legame che questo essere prima aveva col nulla. Muore un essere umano: ecco, si scioglie dal legame che esso aveva prima con l’essere. Sciogliersi dal legame vuol dire liberarsi da un fato…Questo è il significato terrificante che domina ormai e tanto più terrificante tanto più, per noi, abitatori dell’Occidente, è innegabile. Tutte le cose sono libere dal loro essere e dal loro nulla. il significato radicale della liberazione è appunto questo loro prostituirsi e con l’essere e col nulla. Mi è venuta in mente la parola prostituirsi perché loro sanno che Simmel parlava del denaro come simbolo del divenire e parlava del denaro come la “grande prostituta” con la P maiuscola in senso addirittura biblico. La grande prostituta è il denaro perché non è fedele a nessuna mano e passa da una mano all’altra. E’ il simbolo del divenire: le cose passano dalla mano del nulla alla mano dell’essere, si prostituiscono con l’uno e con l’altro.
Loro conoscono il dialogo del Grande Inquisitore di Dostoevskji. Con Gesù ritornato a Siviglia ed è stato incarcerato.  Il grande inquisitore lo visita nel carcere di notte e gli dice molte cose e Gesù non parla. E gli dice: “Noi non siamo con te che sei venuto a proporre agli uomini la libera scelta perché non c’è nessun fardello per gli uomini della libertà come libertà di scelta. Io – dice il Grande inquisitore, un vecchio ormai vicino alla morte – sono con Lui...”. E Lui è – parola di Dostoevskji – lo spirito distruttore, lo spirito del non essere, lo spirito della morte. Allora il demonio è il nume tutelare dell’oscillazione delle cose tra l’essere e il nulla. Ma è solo Lui il nume tutelare o – e lo dico con tutta umiltà rispetto ai credenti – nume tutelare dell’oscillazione tra l’essere e il nulla è anche Dio. Non è forse Dio quello che può creare solo in quanto considera nulla le cose – abbiamo detto prima che la creazione è ex nihilo – proprio perché le considera come originariamente nulla? Ma allora questo scontro tra il Grande Inquisitore e Gesù non è lo scontro tra due amici che solo in superficie sono in antitesi? Amici così come sono amici gli affermatori di Dio e i negatori di Dio?

Oltre la contrapposizione di fatalismo e libertà
Ci stiamo portando – concludendo – verso una dimensione in cui non si tratta di scegliere tra fato e libertà ma di rilevare che sia il fato sia la libertà sono due modi diversi di gestire l’oscillazione delle cose tra l’essere e il nulla. Per il fatalismo l’oscillazione è un percorso inevitabile; per chi crede nella libertà è un percorso che c’è ma sarebbe potuto essere diversamente. Entrambi però appartengono alla stessa dimensione. Questo discorso che il sottoscritto sta facendo non ha nulla a che vedere con l’ateismo. Anzi dice: e gli amici di Dio e i nemici di Dio; e i fatalisti e gli amanti della libertà; quindi da una parte Aristotele ed Erasmo da Rotterdam come amici della libertà e, dall’altro Lutero, Calvino, Agostino il quale diceva: “Solo per grazia, cioè solo per il sacrificio di Gesù, l’uomo è libero“. Intendo dire che queste grandi antitesi, amici/nemici di Dio, fatalisti/non fatalisti, queste grandi antitesi sono antitesi di superficie perché le loro fondamenta sono le stesse, la loro anima è la stessa: cioè la gestione dell’oscillazione delle cose il cui nume tutelare è o il demonio o Dio. C’è un momento in cui Gesù dice “il demonio è omicida“. Ma sia il demonio che Dio, considerando l’uomo come nulla, perpetrano la nullificazione, cioè il senso originariamente radicale dell’uccisione, dell’omicidio. Questo non vuol dire che l’ateismo sia dalla parte della ragione; questo non vuol dire che l’ateismo debba prevalere sull’affermazione della libertà. Questo vuol dire che si tratta di portarsi oltre la contrapposizione tra fato e libertà, così come di portarsi oltre la contrapposizione  tra amicizia ed inimicizia di Dio, tra attaccamento al fato divino e liberazione dal fato divino. Sia l’attaccamento, sia la liberazione hanno alla radice la follia estrema che pensando che le cose oscillino tra il nulla e l’essere pensano le cose come nulla e quindi perpetrano l’omicidio nel suo significato più originario.

Un’altra verità
La nostra civiltà si sta avviando verso la civiltà della tecnica; la civiltà della tecnica è il modo più radicale in cui la liberazione degli immutabili è destinata a realizzarsi; ma la civiltà della tecnica è anche una civilità che ripristinando in certo modo il mito, cioè la volontà che le cose siano, è inevitabile che ad un certo momento lasci esplodere quel dubbio che ebbe ad esplodere quando nacque la filosofia, il dubbio intorno alla validità del mito. Abbiamo davanti a noi, dopo che si saranno in qualche modo composte le conflittualità tra popoli ricchi e popoli poveri, abbiamo di fronte la possibilità che i bisogni fondamentali dell’uomo siano risolti dalla tecnica. Ma la tecnica che sarà a sua volta liberata dalla filosofia che le dice: “Guarda che tu non hai limiti, guarda che non esiste un Eterno..“. La tecnica non potrà rivendicare quel carattere di verità che dà la sicurezza alla felicità. Noi lo sperimentiamo: quanto più siamo felici, tanto più temiamo di perdere la felicità. Se da un lato dunque l’età della tecnica è il tempo dell’esplosione massima della follia che identifica il nulla e l’essere, dall’altro lato è anche il tempo in cui non un èlite come noi questa sera ma i popoli si chiederanno intorno al senso della sicurezza della loro felicità perché sarà la felicità maggiore mai raggiunta da razza umana su questa terra. Ma una felicità senza verità che però non potrà essere la verità dell’episteme. Dovrà essere un’altra verità: su quest’altro senso della verità il pensiero è chiamato primariamente a lavorare.

Pensieri

 

La presenza di un pensiero è come la presenza di una donna amata. Noi crediamo che non potremo mai dimenticare questo pensiero, che questa amante non potrà mai diventarci indifferente. Purtroppo, lontano dagli occhi, lontano dal cuore! Il più bel pensiero corre il rischio di venire irrevocabilmente dimenticato, se non è stato fermato sulla carta, e la donna amata corre il rischio di essere abbandonata, se non l’abbiamo sposata.


Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena,  Tomo II, n.268.

La Comunità nei Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli.

 

 

Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Maurizio Viroli a Sassuolo, durante il Festival della filosofia, il 20 settembre 2009.
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Machiavelli con l’idea di comunità c’entra pochissimo. Sono andato a cercare quante volte Machiavelli usa la parola comunità nei Discorsi. La usa quattro volte in tutta l’opera. E la usa quando si riferisce alle libere città svizzere o tedesche, che formalmente (è il caso della Svizzera) sono parte di una confederazione; nel caso delle città tedesche formalmente sono parte dell’impero, ma in realtà sono libere: solo in questo caso usa la parola comunità.
Insospettito, vado subito a cercare prova di questo uso e vado a leggere lo scritto che Machiavelli compone nel 1508, dopo che era stato mandato come ambasciatore presso l’imperatore di Germania, Massimiliano, e il titolo è il “Ritracto delle cose della Magna“.
In questo scritto, in tre pagine la parola comunità appare quindici volte: sta parlando della Germania. Cosa vuol dire? vuol dire che per Machiavelli sono comunità quelle piccole città che hanno i seguenti requisiti.
Primo: vivono libere, nel senso che non dipendono da altri, possono darsi statuti e leggi, non devono ricevere le leggi da un principe o da un imperatore.
Secondo: sono città che vogliono vivere libere e non vogliono occupare la libertà di altri (capitolo XIX del II libro dei Discorsi).
Terzo: sono comunità che hanno una forte virtù civile, sono abitate da cittadini che hanno la volontà di servire il bene comune.
Quarto: sono comunità caratterizzate da un forte amore della patria.
Quinto: sono comunità con una forte dimensione religiosa.
Machiavelli ha solo espressioni di elogio: egli indica l’ideale di comunità come ideale da seguire e l’idea di Machiavelli di comunità -so di fare un’affermazione impegnativa- è esattamente l’idea di cui avremmo bisogno oggi in Italia, senza togliere e senza aggiungere una sola virgola, perché per Machiavelli la comunità è comunità di cittadini liberi.
Non è comunità religiosa, anche se i cittadini sono religiosi; non è una comunità tenuta insieme dalla comune identità etnica e non è neppure una comunità di persone che vivono tutte allo stesso modo.
Prova ne sia che Machiavelli è forse il primo scrittore politico che non condanna i conflitti sociali ma li esalta come mezzo per conservare libera una comunità ed è uomo che nella sua vita non solo sostenne con gli scritti ma dimostrò con l’esempio che la natura ha fatto gli uomini con diverse fantasie: vuol dire che si vive in tanti modi, non ce n’è uno giusto e gli altri sbagliati, e che se la natura è varia noi dobbiamo imparare dalla natura.
Quindi la tesi che vorrei spiegare in questa conversazione è che Machiavelli è teorico sì della comunità, che indica come valore da seguire, ma è teorico della comunità di cittadini liberi, che non ha niente a che vedere con l’idea di comunità religiosa o etnica o basata su un’unica concezione della buona vita: per questo è un modello da seguire.
Prima vorrei spiegare che tipo di libro sono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.
I Discorsi diventano un libro dopo che Machiavelli muore: nel 1532 c’è la prima edizione. Machiavelli li compone ma non li pubblica, perché muore nel 1527. Non abbiamo neanche l’edizione originale dei Discorsi, abbiamo copie: autorevoli, ma copie.
Perché Machiavelli non l’ha mai pubblicato? Ci sono molte tesi per giustificare la mancata pubblicazione di un libro cui Machiavelli lavora per cinque, sei anni e che come mole è la sua opera maggiore. A mio parere, la spiegazione più convincente è questa: Machiavelli vuole comporre un libro che insegni a qualcuno più fortunato di lui la saggezza politica necessaria a far rinascere la libertà repubblicana, cioè le libertà dei cittadini che vivono con le leggi che si sono dati e non sotto un principe, e Machiavelli sapeva benissimo che un libro del genere, nell’ Italia del 1515, sarebbe stato considerato tutt’al più una bizzarria. Dov’erano in Italia le condizioni per far rinascere le libertà repubblicane?
Voi sapete di cosa sono composti i Discorsi.
Machiavelli prende la storia di Roma di Livio che riesce ad avere perché il babbo -che era sì un avvocato ma credo fosse l’unico avvocato di Firenze che fosse squattrinato- che amava i libri -si chiamava Bernardo- compone per un editore l’indice dei luoghi geografici della storia di Roma di Tito Livio; come salario l’editore gli da una copia -non rilegata- dell’opera, così Niccolò, da piccolo -aveva circa 8 anni- si trova in casa i Discorsi e nel 1513, dopo aver servito per quindici anni (dal 1498 al 1512) la Repubbica di Firenze, cacciato da Palazzo Vecchio perché a Firenze si afferma il regime mediceo, scrive i Discorsi, sulla copia che aveva avuto grazie al lavoro del babbo, e scrive a commento di Livio, che racconta di come Roma divenne da piccola città la più grande e potente repubblica dell’antichità, dice Machiavelli “per far gustare e chi legge il sapore il sapore dell’istorie”. Gustare, non capire: cioè trarre dall’istorie non solo informazioni curiose, che sono nozioni, ma come un cibo che entra nell’animo e lo ristora, gli dà nuova vita.
Machiavelli, d’altro canto, parla di cibo anche in un altro luogo, in quella straordinaria lettera a Francesco Vettori, il 10 dicembre 1530, quando Machiavelli è nel momento più buio e scrive che, dopo aver trascorso la giornata in Sant’Andrea in Percussina, dove si era ritirato cacciato da Palazzo Vecchio, dopo una giornata persa nella maniera più volgare e anche triste, quando viene la sera si ritira nel suo scrittoio e legge le grandi opere degli storici antichi.
Cosa vuol dire per lui leggere le storie degli uomini antichi? Dice: “e mi pasto di quel cibo che solum è mio ed io nacqui per lui“. Cibo, ancora, esattamente come ha scritto nel proemio dei Discorsi.
Machiavelli, scrivendo su Tito Livio sta compiendo una doppia opera di resurrezione: vuole far rinascere la saggezza politica dei Romani intesa come qualche cosa che entra nell’animo, e motiva all’azione, e spinge qualcuno ad agire. Ad agire imitando i Romani: a costruire una libera repubblica. Ma mentre scrive quelle pagine emancipa anche se stesso: ritorna vivo, perché per Machiavelli essere vivo voleva dire dedicarsi a grandi ideali: servire la patria, quella patria che gli avevano impedito di servire cacciandolo da Palazzo Vecchio. Ora non può più agire: scrive, e scrive per far rinascere la sapienza politica repubblicana, ma scrivendo di quella sapienza rinasce egli stesso, e infatti lo dice nella lettera: “per quattro ore dimentico ogni affanno, non mi sbigottisce la povertà, non tempo la morte“. Questo, per lui, era scrivere i Discorsi.
Per chi li scrive? Li scrive per altri, che verranno dopo. Li scrive “acciocché gli animi dei giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi tempi pieni di corruzione e prepararsi ad imitare quelli, pieni di virtù, che gli antichi romani, qualunque volta la fortuna desse loro l’occasione, perché l’offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché sendone molto capaci, alcuni di quelli più amato dal cielo possa operare“. Ecco per chi scrive Machiavelli: per qualche giovane -per il futuro- che possa mettere in pratica quello che insegna, che forse potrà fare quello che egli non è riuscito a fare.
Machiavelli ha scritto per noi, ha scritto per tutte le persone che in ogni tempo, sotto qualsiasi cielo vogliono vivere liberi.
E quando Machiavelli ha scritto di comunità che cosa ci ha detto?
Primo: comunità è soltanto il modo di vivere di individui liberi. Non c’è comunità sotto un principe; sotto la tirannide non esiste la comunità. Non è vera comunità la repubblica corrotta dove il bene privato prevale sul bene comune. Comunità è soltanto di cittadini liberi.
E che cosa vuol dire essere liberi per Machiavelli? Machiavelli aveva idee di libertà diverse da quelle che dominano i nostri tempi. Per Machiavelli essere liberi non vuol dire -come noi tante volte pensiamo- non essere ostacolati, non essere sottoposti a vincoli, non essere sottoposti a regole: no, questa non è l’idea che aveva Machiavelli. Per Machiavelli (come spiega nel capitolo terzo del primo libro dei Discorsi) liberi sono quei popoli che “non dependono da altri o non dependono da un uomo“. Non è la questione se la persona o il popolo da cui dipendi ti ostacolano o non ti ostacolano. E’ il dependere che rende non liberi.
Cosa vuol dire dependere? vuol dire che tu vivi in una condizione tale per cui sei sottoposto al potere enorme o arbitrario di di un uomo o di un gruppo di uomini che se vogliono (se vuole) può privarti della libertà. Che ti opprima o non ti opprima, che ti permetta di fare quello che vuoi o non te lo permetta, non conta niente per Machiavelli: il solo fatto che di essere dipendente da un uomo che se vuole può opprimerti ti rende non libero.
Era la vecchia concezione repubblicana della libertà; era la vecchia concezione che Machiavelli aveva imparato a Firenze, e la scrive in un modo estremante netto quando dice: “li popoli sono di due tipi, o liberi o che depoendono da altri“. Questa nozione gli veniva dal De officiis di Cicerone, dove Cicerone spiega che essere liberi non vuol dire avere un buon padrone: vuol dire non avere un padrone.
Questo è il concetto di libertà che Machiavelli isola ed a cui attribuisce carattere distintivo della comunità.
La seconda caratteristica: non può esserci un principe, perché sei sempre dipendente. Ma il corollario di questa affermazione è che la libertà esiste per Machiavelli soltanto laddove le leggi sono più forti degli uomini. Per questo nel secondo libro, capitolo XIX, Machiavelli scrive “non può dirsi libera quella città in cui vi è un cittadino che può farsi temere dai magistrati“. Qui Machiavelli vuol dire che laddove ci sia, in una città, un cittadino che -perché è ricco, perché ha molti amici- si fa temere dai magistrati, vuol dire che è un cittadino che, se vuole, può imporre il suo potere e il suo volere sulla città.
Machiavelli aveva degli esempi molto forti: i Medici governavano esattamente in quella maniera. Ascoltate le parole che dice: “farsi temere dai magistrati“. Già questo fatto rende una città non libera. Mentre invece quando Machiavelli vuole dare l’esempio di una comunità che è veramente una comunità e dunque dove sono più forti le leggi che gli uomini, per spiegarlo bene, usa queste parole: “quelle molte repubbliche -parlando della Germania- vi vivono libere ed in modo osservano le loro leggi che nessun di fuori né di dentro ardisce occuparle“: ecco la caratteristica della comunità.
Il contrasto è la città dove c’è un cittadino che può occupare le leggi, nel senso che le viola o le fa a suo uso e consumo. Quindi la seconda caratteristica della comunità è il governo delle leggi. Governo delle leggi applicato con una severità assoluta.
Un nostro ottimo amico ha parlato di Machiavelli come teorico politico citato dai sostenitori, dai difensori, da coloro che scusano la corruzione politica dicendo che questo è l’insegnamento di Machiavelli. Bene, io inviterei coloro che citano Machiavelli come sostenitore che il politico in quanto politico può violare le leggi ad esaminare quello che Machiavelli scrive nei capitoli VII e VIII dei Discorsi, dove arriva a dire che qualsiasi violazione delle leggi deve essere punita con la massima severità e anche se il cittadino che si è reso responsabile delle violazione delle leggi ha fatto qualcosa di buono e di importante per la repubblica non conta niente: “li meriti” di un cittadino non possono essere invocati per scusare i suoi crimini.
Del resto Machiavelli ha un eroe che ammira moltissimo e lo cita dovunque con favore ed è Giunio Bruto, non l’assassinio di Cesare, ma colui che libero Roma dalla tirannide di Tarquinio, e lo cita perché quell’uomo (trae tutto da Livio, Machiavelli, ma lo trae un po’ come vuole; leggeva Livio ma lo interpretava, non era un professore), che chiama il padre della romana libertà, ha il coraggio di condannare a morte il figlio perché ha congiurato contro la repubblica. Altro che un pensatore politico che giustifica la violazione delle leggi.
Machiavelli non fu soltanto uno scrittore politico: lo diventa quando lo cacciano da Palazzo vecchio, ma dal 1498 al 1512 era Secretario della Repubblica ed aveva fra le sue mansioni quella di governare il contado, cioè di scrivere ai commissari fiorentini, quelle che governavano le città soggette. Ed io se devo augurare un male ai politici corrotti auguro loro di dover rispondere a Machiavelli. Tanto per citare un esempio, quando nel 1508 c’è una pestilenza ad Empoli e il commissario fiorentino è scappato dalla città nel bel mezzo della pestilenza, Machiavelli gli intima con una lettera di tornare subito in loco, altrimenti lo manda al Bargello, cioè al carcere. Questo era Machiavelli: era severissimo quando si trattava del bene pubblico e delle leggi. Per lui la comunità esige che il governo della legge sia rispettato con una severità assoluta.
Terzo aspetto della comunità è l’idea che si ha comunità soltanto quando hai dei cittadini non di nome ma di fatto, cioè cittadini che sanno che il bene comune è più importante del bene privato. Il ragionamento di Machiavelli è di tipo realistico. Machiavelli ti dice : vuoi essere libero? guarda che essere libero significa non dipendere da altri uomini. Questo vuol dire che se nella tua città s afferma un uomo o un gruppo che ha poteri enormi, che può occupare le legge, che può farle a suo beneficio e dei suoi partigiani: se si afferma un potere così tu non sei più libero. Se vuoi evitare che un potere così si affermi, tu devi essere saggio, vedere che sta emergendo questo potere e devi combatterlo, devi essere in grado mobilitarti, devi essere in grado di affrontare dei rischi, devi essere in grado di soffrire: cioè devi avere tutte quelle caratteristiche che Machiavelli compendia sotto il nome “virtù”. Devi avere virtù; devi capire che il bene pubblico è più importate del tuo bene individuale; devi capire cioè che il tuo bene individuale, la libertà, muore se muore la libertà della città. Sta tutto qui il ragionamento: si deve vedere se tu hai dei cittadini veri o de cittadini corrotti.
Machiavelli, che è un realista, vuol dare un esempio di comunità libera, dove le leggi sono più forti dei cittadini e dove tutto questo avviene perché ci sono cittadini virtuosi, forti, e porta un esempio delle città tedesche. Un un esempio di come i cittadini di queste pagano le tasse. E scrive: “e che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà io ne voglio dare un esempio. Usano quelle repubbliche quando gli occorre loro bisogno avere a spendere alcuna quantità di denari per conto pubblico i magistrati chiamano i cittadini in piazza e fanno la deliberazione che ciascuno dia ai riscotitori -cioè agli incaricati di raccogliere i soldi- la cifra convenuta. E quelli -scrive Machiavelli- sotto giuramento, pagano e gettano in una cassa a ciò deputata quello che secondo la coscienza sua gli pare di dover pagare, del quale pagamento non è testimone alcun se non quello che paga, donde si può congetturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quegli uomini“.
Ecco, questi sono i cittadini per Machiavelli. Questi sono liberi, e sono liberi proprio perché rispondono alla loro coscienza: questo teorico elogia i popoli fatti da cittadini che fanno il loro dovere secondo la propria coscienza.

Enzo Bianchi, Comunità monastica: solidarietà e condivisione.

Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Enzo Bianchi a Carpi, durante il Festival della filosofia, il 19 settembre 2009.

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Non vi nascondo che ho fatto una certa resistenza al titolo che mi è stato dato: comunità monastica. Ho fatto una resistenza perché credo che in questa stagione la comunità monastica non interessi molto: non interessa neanche alla chiesa e, quindi, permettetemi di pensare che non interessa neanche agli altri. Di conseguenza ho capito l’urgenza e, essendo la comunità un tema generale, accetto in parte la formulazione del titolo. Perché? perché io temo di parlare della comunità monastica: sono troppo coinvolto, sono troppo implicato, ho dato origine alla mia comunità, l’ho progettata, vivo ancora in essa e, sapete, se c’è una cosa che mi da fastidio ultimamente come genere letterario che abbonda sia nella chiesa sia nella società civile, è il genere della testimonianza. Non sopporto questa maniera di parlare di sé, di essere autoreferenziale, magari poi dicendo che tutto questo si fa per testimoniare qualchedunaltro. Dunque io non vi parlerò della mia comunità monastica, non vi parlerò della comunità monastica come fenomeno. Vi dirò alcune urgenze che la comunità monastica può ricordare a tutti, anche a voi che non vivete la comunità monastica ma che sentite, credo, come un tema assolutamente necessario quello della comunità.

Io credo che un discorso sulla comunità possa interessare davvero tutti, anche se la nostra cultura dominante, privilegiando l’individualismo, e di conseguenza tutto ciò che lo nutre (il possesso, la proprietà, i propri interessi) sembra congiurare contro la comunità. Bauman qualche anno fa ha scritto un libro che portava il titolo “Voglia di comunità” e a me sembra che questa voglia, questo desiderio di comunità, se c’è, almeno da noi in Italia, è per ora poco attestato, è un desiderio molto debole, perché non vedo innanzi tutto ciò che è indispensabile alla comunità, cioè il desiderio di una convergenza, il desiderio di un orizzonte comune, nella società, nella polis: vedo prevalere altre logiche. E poi vi devo dire che qualche volta ho anche paura della parola comunità. Quando si pensa ad una comunità con interessi identitari, una comunità di simili, di uguali, una comunità in cui assolutamente non si privilegia la pluralità, la differenza, l’alterità, ma piuttosto la similitudine, allora anche il discorso sulla comunità può dare degli esiti molto negativi per la vita della società.
κοινωνέω in greco la troviamo nei filosofi ma la troviamo, con una suo particolare significato, negli scritti del Nuovo Testamento, dunque all’interno del cristianesimo. κοινωνέω significa comunità, comunanza, comunione: significa qualcosa a cui si partecipa. Il membro della κοινωνέω è uno che condivide, uno che partecipa, uno che si sente parte di un tutto nel quale gli altri pure sono parte in una logica di scambio, una logica di accoglienza reciproca, una logica di edificazione di un progetto comune. Nel nostro italiano le parole certamente sono comune, il sostantivo comunità e noi quando diciamo che qualcosa è comune, quando ci riferiamo alla realtà di una comunità certamente abbiamo ciò che è contrario al proprio, alla proprietà all’appartenenza individuale. Ciò che è comune non può essere né proprio, né mio né tuo, semmai è nostro, perché appartiene a molti, appartiene a tutti. La κοινωνέω della cultura greca e del nuovo testamento e la comunità come noi traduciamo questo termine è proprio questa realtà, in cui tutto è messo in comune, tutti partecipano ad una realtà che è comune, in cui ciascuno è comunicante con gli altri, è partecipante con gli altri.
Però attenzione: la parola comunità (communitas) noi dobbiamo sempre ricordare che è formata da due parole. E’ formata da cum (e tutti sapete che cum significa “con”, dunque evoca l’insieme) e dalla parola munus. Ma la parola munus ha un doppio significato in latino. Perché da un lato munus significa il dovere, significa la funzione, significa l’obbligo che uno ha, ma l’altro significato di munus è dono. Gurdate la riccchezza dunque della parola comunità. Quando c’è una realtà che viene sentita come obbligo, come dovere, ma proprio perché si sente questo obbligo e questo dovere come dono per gli altri allora si ha la comunità. E qual’è la cosa che i membri di una comunità hanno in comune? Hanno in comune il munus, ma il munus non è la proprietà, è il dovere, è una responsabilità ed un dono da fare agli altri. Dunque la communitas non fa cedere ad una proprietà. Anzi, espropria i membri della comunità dalla loro proprietà più propria, perché i membri della comunità devono uscire da se stessi e devono sentirsi mancanti, donati a, aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella comunità, significa condividere con gli altri, esporsi all’altro, movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono virtù della dipendenza riconsociuta e virtù di un agire razionale e indipendente, dice Roberto Esposito nel suo bel libro Communitas.
Insomma la comunità è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso da spartire, da una proprietà, non tanto da un di più, ma anzi direi da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. E qual è questo debito? questo debito -che è anche sempre dono- è un debito che comporta dare se stessi. Se uno vuol capire davvero che cosa è la comunità e come si origina la comunità deve percepire che innanzi tutto occorre dare la propria presenza agli altri, Questo, attenzione lo capite da soli, vale per la comunità della famiglia, vale per la comunità del piccolo gruppo, vale per qualunque forma di comunità. Una comunità, se non vuole avere derive patologiche (e la comunità, essendo un corpo, ha le derive patologiche come una persona: è esposta e nulla è garantito), deve iniziare da un movimento in cui ciascuno inizia a dare la propria presenza all’altro.
Ci sono due parole, nel nuovo testamento, illuminanti in proposito, ma che sono anche ispiranti in una cultura umana come quella greca. Una: non abbiate alcun debito verso nessuno se non quello dell’amore reciproco. E’ Paolo in Romani, 13-8. L’altra parola viene messa in bocca a Gesù: non c’è amore pià grande che dare la propria vita per quelli che si amano (Giovanni 15-13). Ecco, per entrare nella communitas occorre innanzi tutto sentire la propria presenza fra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Ma voi tutti percepite che dare la propria presenza significa dare la propria vita. Io nella comunità mi voglio per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente, è per gli altri.
La domanda che è posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo all’inizio del grande codice che è la Bibbia, laddove si dice che l’umanità ha avuto un inizio attraverso legami e relazioni: ed in quei legami e quelle relazioni c’è l’omicidio. Un fratello (guarda caso, nel legame più vero che noi uomini possiamo avere), Caino, uccide l’altro fratello, il cui nome significa che era l’uomo debole, mentre Caino significa uomo forte. Decodifichiamo: in tutti i rapporti, anche i più naturali, consanguinei, quelli che ci dovrebbero portare all’amore, avviene l’omicidio. Ebbene se c’è una verità su quell’omicidio, questa verità è detta da una parola che Dio rivolge a Caino: “dov’è tuo fratello?”. Questa è la vera domanda. Perché ognuno di noi è custode dell’altro, ognuno di noi ne è responsabile, deve sempre sapere dove c’è l’altro; non sapere nel senso topografico, ma sapere l’altro dove si colloca nel suo rapporto di vicinanza o di estraneità. Dire a uno “dov’è tuo fratello” significa dire: “ma tu hai il volto rivolto verso l’altro?”. Ecco davvero uno dei punti cruciali per capire dove può nascere la comunità. La comunità nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro, deve rimanere tale; l’altro è unicità: fra l’io e il tu c’è una irrimediabile distanza. Ma io e l’altro (io-tu) siamo chiamati alla relazione, siamo chiamati al dialogo, siamo chiamanti alla accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno di fronte all’altro. Io di fronte all’altro devo sempre deporre la sovranità del mio io per poter incontrare l’altro e dire con l’altro: “noi”. Certo con la sua alterità, crea in me un timore. La relazione con l’altro è sempre un rischio, lo sappiamo bene; la presenza dell’altro si impone accanto a me ma io, ecco, posso incontrarlo o posso rifutarlo. Posso avvicinarlo o posso escluderlo. Se lo avvicino gli riconosco la vita; se lo escludo -che lo voglia o no- è come dichiararlo morto: e questo è semplicemente l’inizio di un’operazione omicida. Questa è la verità.
C’è all’interno del vangelo un testo che tutti conoscono ma che purtroppo a pochi è concesso di capirlo perché normalmente viene letto male. Tutti in occidente conoscono quella straordinaria parabola del samaritano, tutti sanno che quest’ uomo, passando vicino ad un altro il quale era incappato in banditi ed era ferito…; ebbene, tutti sanno che passò di la un sacerdote, avendo le sue regole, tirò avanti; passo un sacerdote di seconda qualità (diciamo un diacono) tirò avanti anche lui, e c’era un samaritano, uno che gli isareliti definivano -attenzione sta nella Bibbia, sta nel Siracide- un popolo fatto di stupidi e di persone impure, ebbene costui non aveva regole di nessun tipo, non aveva neanche la fede (la parabola non c’è lo dice se era praticante o no, comunque era uno scismatico, eretico detestabile per gli ebrei) ma lì ha visto semplicemente un uomo e si è fatto vicino. La conoscete tutti la parabola. Ma l’intelligenza della parabola non è questa: è la domanda che fa Gesù a chi l’aveva interogato, in cui chi l’aveva interogato aveva detto a Gesù: “chi è il mio prossimo, chi è colui al quale io devo farmi vicino e col quale iniziare la comunità?”. E Gesù dice -questa è la domanda terribile, detestabile, perversa e che noi contiuniuamo a fare all’interno dei nostri ambienti- chi è l’altro che debbo incontrare, chi è l’altro cui debbo fare la carità, chi è l’altro cui debbo prestare l’aiuto. Ripeto: domanda perversa per Gesù; qui sta l’intelligenza della parabola, perché Gesù la capovolge. Il dottore della legge gli aveva detto “chi è il mio prossimo?”. E Gesù, lo sapete, finita la parabola dice: “dimmi dunque chi si è fatto prossimo?”. La vero domanda è dunque: “di chi ci facciamo prossimo”, non “chi è il mio prossimo”, perché il mio prossimo non è colui che è lontano o vicino, ma è colui che io decido di incontrare, è colui che io rendo vicino incontrandolo. Ecco allora com’è importante per una dinamica di qualunque tipo di comunità donare la propria presenza. Io credo che se c’è una patologia della comunità familiare, innanzi tutto nasce da una mancanza di presenza, perché con il ritmo della vita oggi, con quello che è diventata la vita di lavoro, con quella che è diventata la dissociazione del lavoro, la presenza gli uni agli altri sovente manca. E’ presenza dei genitori ai figli, è presenza dei figli ai genitori, è presenza fra quelli che vivono insieme e che si amano, nell’amore e nell’amicizia. Ma fare comunità richiede innanzi tutto dare la propria presenza.
E se non c’è la propria presenza ogni dinamica di comunità non è capace di fecondità, resta sterile, resta debole e non ci fa avanzare. All’interno di questo dare la propria presenza, il dare ascolto all’altro -dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare- è fare dono all’altro di un’accoglienza. Io lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me; lascio che lui, lei mi parli attraverso tutta la sua persona, perché noi parliamo anche con il corpo, con il tipo di vestito che abbiamo, con il dono della voce, con il profumo che abbiamo; dialoghiamo, parliamo, con tutti noi stessi; e ascoltare l’altro significa proprio questo: essere presente ascoltando, accogliendo chi è l’altro, facendogli il dono del tempo, il dono della vita, ma accogliendo nella mia vita l’altro. Questo significa attendere l’altro: significa assumere un atteggiamento verso l’altro che qualche volta significa rinnegare i propri desideri, le proprie voglie, qualche volta significa mettersi in una logica in cui si lascia uno spazio all’altro e ci si priva noi di un certo spazio. Perché è questa presenza, questa apertura all’altro, questa responsabilità che apre alla comunità e che comunque accende la fraternità.
Qual è la ragione? semplicemente perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, in virtù del suo volto che è segnato dalla morte come il mio volto. La frase mi sembra dura e forte, ma quando io guardo un altro, che lo voglia o no, vedo un uomo che è segnato dalla morte come me. E la morte durante la vita è dolore, è separazione, è isolamento, è solitudine, poi esplode con la fine; ma l’altro che mi sta di fronte ha davvero questa grande comunione con me, siamo uomini, siamo mortali, siamo piccola cosa, siamo provvisori, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri e abbiamo bisogno di senso perché tutta questa morte minaccia il nostro senso e il senso della nostra vita.
Solo la comunione, solo l’affetto, solo l’amore ridà senso a ciascuno di noi. Dostoevskji ha avuto il coraggio di scriverlo: “noi siamo responsabili di tutti davanti a tutti, ma io sono più responsabile di tutti gli altri”. Questa è davvero la via dell’umanizzazione, è l’essere uomini: la responsabilità dell’altro è la struttura pura, essenziale, primaria, fondamentale della soggettività.
Bauman è riuscito a dire: “io sono in quanto sono per gli altri” e il verbo essere significa essere per gli altri, perché essere ed essere per gli altri in una via di umanizzazione sono sinomini. Io non esisto senza un tu, un voi. Sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama, ma anche l’altro è per me un volto e un nome. Io ho bisogno dell’altro per vivere.
Mai senza gli altri.
Quanto volte ce lo siamo detti come l’intuizione più profonda per creare una via di convergenza alla communitas. Ecco dove nasce la communitas. Io ho bisogno di te e quando dico di non aver bisogno dell’altro uccido la communitas, uccido l’altro. E’ il cristianesimo, penso specialmente a Paolo nella prima lettera ai Corinti, quando ammonisce che nessun membro della comunità può dire di non aver bisogno dell’altro. Ciò equivarrebbe a sancire la propria non appartenenza ad un corpo, sarebbe la negazione di un corpo vivo, di ciò che si è. E permettetemi di citare anche Giovanni, che giunge a dichiarare in modo lapidario: “chi non ha relazione con l’altro, chi non ama l’altro è un omicida”.
E’ uscito nei mesi scorsi un libro, certamente che ha alcune pagine straordinarie. E’ un libro difficile, mi rendo conto che non se ne possa dare una grande lettura. Ma Zoja gli ha dato come titolo “la morte del prossimo” e dice: Nietzsche, all’inizio del secolo scorso, ci aveva parlato della morte di Dio ed effettivamente abbiamo assistito ad una morte di dio nel secolo scorso, attraverso le grandi ideologie che l’hanno negato, attraverso la secolarizzazione. Indubbiamente una certa morte di dio c’è stata e Nietzche è stato un vero profeta su quello. Ma Zoja dice: il guaio è che non c’è stata solo la morte di dio, attualmente c’è la morte del prossimo. Ecco il titolo del suo libro, ed è vero perché la prossimità non è solo una vicinanza spaziale, è essenzialmente una responsabilità fino all’estremo: la responsabilità della responsabilità altrui.
Oggi la nozione del prossimo è quasi venuta a mancare, ormai all’interno della cultura dominante c’è il culto dell’io autarchico, c’è una vera e propria egolatria, in cui tutti i desideri diventano dei bisogni assolutamente da soddisfare, senza gli altri e contro gli altri. C’è indubbiamente una situazione in cui si finisce per negare ogni convergenza sociale, non siamo più capaci di un orizzonte politico convergente, nella nostra società non c’è più un progetto che richieda una convergenza nostra per una polis, per una forma di giustizia, vale la legge ognuno i propri interessi.
Abbiamo esultato per la fine di ideologie che portavano dietro loro anche un carico di negazione di libertà e di morte, ma dopo la fine delle ideologie, che cosa abbbiamo costruito? C’è stata una dispersione enorme in cui ormai sembra altro che la società liquida, molto di più: una società segnata esclusivamente da concorrenza, da disgregazione, da opposizione, in cui non siamo neanche più capaci a parlarci senza ricorrere ai toni della barbarie, e volete che da questa situazione ci sia la convergenza di comunità nella politica, nella società? questa è la barbaria cui siamo andati incontro. Certo la comunità è una comunità a caro prezzo. Io non vi traccio nessun volto idillico, assolutamente, della comunità. Ho voluto darvi la dinamica, dalla presenza al dono della vita attraversa la difficile via del riconoscimento dell’altro, dell’assunzione della responsabilità dell’altro, dell’accendersi della fraternità esercitandosi nel dialogo, esercitandosi nell’amore.
Ma è bene evidenziare, a costo di scoraggiare chi sogna la comunità, il caro prezzo che si deve pagare per entrare nella sua dinamica, perché va detto subito che la comunità, la quale ha il potere di porre insieme gli uni e gli altri edi porre a confronto gli uni e gli altri, è un luogo di epifania, è un luogo di manifestazione. Fare comunità significa accettare che all’interno dell’incontro e del confronto emerga la debolezza, la povertà, anche il male che abita ciascuno. Paradosalmente proprio vivendo insieme ed avendo la possibilità di una vita con una certa prossimità, guardando l’altro io sono condotto a vedere e quindi a riconoscere tutto ciò che è in me, tutto ciò che contraddice la comunità e che pure mi abita e mi limita. Finché uno è nello spazio non comunitario, ed ha dei rapporti sfilacciati e non conosce il vero rapporto con il prossimo, cioè di colui che io decido di avvicinare, io sto nello spazio non comunitario, lo spazio dell’ immunitas e io posso pensare a me stesso senza contraddizioni, creando una immagine falsa di me. E’ il confronto con gli altri che obbliga a questo sguardo su di sé, che obbliga ad un’operazione faticosa e dolorosa in cui io vedo i miei limiti e le mie contraddizioni.
A volte rinunciare al proprio punto di vista per sottomettersi alla volontà degli altri: la comunità, essendo innanzi tutto un io e gli altri, non può essere “la comunità per me”, ma richiede piutosto la logica “io per la comunità”: questo è il passaggio dall’amore di me stesso alla solidarietà. La comunità è il vero luogo dell’ars amandi, ma un ars amandi in cui sì, c’è la giona del piacere, ma c’è anche tutta la necessità del sacrificio.
Sacrificio, parola desueta oggi diventata oscena.
Permettemi di osservare, semplicemente: se noi siamo qui questa sera ed abbiamo la possibilità di parlare così in piazza, non pensate che sia grazie al sacrificio di tanti che hanno lottato per la nostra libertà e perché fosse possibile essere liberi? Noi non vogliamo più sentire la parola sacrificio e non l’abbiamo più insegnata alle nuove generazioni, ma quel po’ di giustizia che c’è oggi, lo vogliamo ricordare che c’è grazie al sacrificio di tanti che hanno combattuto e che hanno cercato di lottare contro l’alienazione e contro ogni forma si schiavitù; e se noi conosciamo la pace, non è vero che ciò è grazie a molte persone che hanno sacrificato la propria vita per la pace, la giustizia e la libertà? Questi sono sacrifici che non possono mancare perché nella vita d’uomo o c’è una ragione per cui vale la pena fare sacrifici, e allora la vita ha senso; ma se nella vita di un uomo non c’è niente per cui vale la pena sacrificare qualcosa, non c’è neanche una ragione per vivere: che i giovani lo sappiano. Sacrificio come dono del tempo, come dono della mia presenza, sacrificio delle mio forze, sacrificio come sottomissione al bene comune delle mie esigenze e di quelli che sono i miei desideri, ma che qualche volta confliggono con i diritti degli altri.
Nella communitas si sperimenta l’arte di decidere ogni giorno di amare il non amabile, di credere all’amore anche nel rapporto con l’antipatico e l’avversario, nella communitas si deve tentare di accendere l’amore per il nemico, nella communitas ci si esercita ad attendere e perdonare, ricominciare ogni rapporto che sembra spegnersi, cercando soprattutto una speranza, una fedeltà, perché i veri capolavori d’arte nascono da una lunga fedeltà, da una perseveranza, non possono mai essere il frutto di qualcosa che si consuma in pochi istanti come effimero. C’è certamente il diritto di essere se stessi, di essere accolti con le proprie debolezze e con i propri lati oscuri e repellenti.
Comunità infine significa condivisione: certo si tratta di condividere tutta la vita, ma non dimentichiamo che oggi per molti uomini, proprio perché manca la condivisione, c’è oggi una condizione di bisogno declinata a volte come fame, a volte come miseria, a volte come condizione che appare disumana. Noi, soprattutto in occidente, abbiamo parlato tanto di povertà ma poco di di condivisione, mentre tutto il messaggio cristiano dice che l’unico nome della povertà cristiana è condivisione e una povertà che non è condivisione è esercizio ascetico per persone che cercano la propria perfezione egoistica, mentre se c’è davvero l’amore, allora c’è la condivisione; condivisione di quello che si è; condivisione a che di quello che si ha. Noi viviamo in una situazione oggi in cui semplicemente tante forme di miseria stanno accanto a noi ma in un progetto di comunità che cosa siamo disposti a condividere? Siamo disposti a condividere anche ciò che abbiamo? certo nella libertà e per amore. Qualcuno penserà che evocando questa condivisione io abbia un sogno utopistico o addirittura magari le solite declinazione di quel famoso comunismo.
No, stiano calmi questi.
Cerco solo di ricordare che cosa è stato il messaggio cristiano quando, nei primi secoli, dire che mio e tuo sono parole vane, che una proprietà e un possesso individuale erano contro natura; questo lo trovate nei padri della chiesa non nei catto-comunisti.
Ci sono due parole nel nuovo testamento che impressionano tutti gli esperti della letteratura greca. Uno dei più grandi grecisti ha potuto scrivere: “quando passo dai classici greci ai testi del nuovo testamento ciò che mi sorprende è aver forzato la lingua greca o averla appensantita soprattutto con due espressioni”.
Perchè costantente nel nuovo testamento non sta scritto “lavorate” ma sta scritto “collaborate”, non sta scritto “piangete”, ma sta scritto “piangete insieme”, non sta scritto “rallegratevi”, ma sta scritto “rallegratevi insieme”. E dice addirittura “ho trovato una espressione impossibile: commorire insieme” (è un’espressione paolina).
C’è costantemente, in maniera ossessiva e dà a tutto questo andamento. Sembrerebbe che tutte le cose più umane: lavorare, gioire, piangere, non sono vere se non si fanno insieme in comunità.
E l’altra parola che tanto appesantisce il greco è questo “reciprocamente” che di nuovo è martellante. Senza che la reciprocità diventi un diritto ma sia semplicemente un debito che ciascuno ha verso l’altro, perché una vera comunità sa anche vivere senza simmetria, in una piena gratuità.
Ecco, questa è la comunità, è la comunità che i monaci cercano di realizzare. Ma vi ho parlato di una delle dimensioni che interessano la vostra vita di comunità nelle vostre comunità, nella vostra polis, nella vostra amicizia, ovunque voi sentiate relazioni, perché il cammino della comunità è sì un cammino cristiano ma, secondo me, è un cammino cui son chiamati tutti gli uomini, perché l’umanità è una e ogni uomo o sta in una comunità in relazione ed è uomo e si umanizza, ma senza la comunità, senza un orizzonte comune, c’è la barbarie.

Pasano, 4-5 luglio 2009.

4 luglio 2009

L’approccio domenicano alla filosofia pensa ad una filosofia per la quale la ragione può comprendere in modo incontrovertibile: dopo la parte razionale c’è la fede che riempie quanto la ragione non riesce a conoscere. Il domenicano pensa che può conoscere il mondo con la sua ragione.
L’approccio francescano (quello oggi dominante, che ha un approccio “istantaneo”, “esperienziale” alla fede), pensa che la ragione abbia bisogno della fede: non c’è ragione prima della fede. Se la ragione non si associa subito alla fede si risolve in una esperienza tecnica, non umana. L’approccio francescano è fondamentalmente irrazionale: credo quia absurdum.
L’approccio francescano è quello attualmente dominante.
La posizione di S è invece quella domenicana, la ragione può affrontare la realtà, che è una e non molte.
La filosofia moderna tende ad una visione francescana: la verità, ove pure univocamente esistente, può essere avvicinata approssimativamente, ma non può mai essere raggiunta.
S. ha fatto il suo percorso scolastico con gente che vedeva la filosofia in termini invece domenicani. Studia con Bontarini, che era un neo-scolastico. Questi ha sempre cercato di non far influire la sua fede religiosa sulla sua ricerca filosofica. S invece riempie consapevolmente la sua ricerca filosofica con la fede religiosa. Specialmente nelle sue prime opere, la filosofia di S. è imbevuta di religiosità.
Se la filosofia conosce il bene dell’uomo, la filosofia si deve occupare anche della politica.
Se la felicità dell’uomo è Dio, la società deve permettere la contemplazione (?) sempre maggiore di Dio, e dunque il filosofo si deve preoccupare dell’organizzazione della società.
Il S. della prima fase è cristiano, contigentista (l’uomo deve rispettare il progetto di Dio) ha fede nel divenire.
Il S. della seconda fase (post 1952 ed espressamente dal 1958 “La struttura originaria”) è ateo, Dio non interviene nel mondo, tutto è necessario, non esiste libertà, non esiste scelta, non si può orientare l’azione in un modo invece che in un altro (e in questo riprende lo stoicismo più radicale).
Il principio di non contraddizione aristotelico afferma che una cosa non può essere sé e il contrario di sé allo stesso tempo e nel medesimo rispetto. Così è anche S. del primo periodo.
Nel secondo periodo S. radicalizza tale principio, affermando che di qualcosa esistente non si può predicare la non esistenza, perché si incorrerebbe in contraddizione. Dunque ciò di cui si predica l’esistenza non può divenire nulla. Il nulla non esiste. Ciò che esiste non finisce nel nulla, al massimo scompare, esce dalla nostra vista, ma non entra in uno stato di non-esistenza.
Ciò che è, è per sempre. L’essere in quanto tale è immutabile.
In questo senso, il nesso di causalità non esiste. Si possono vedere l’interazione fra corpi, ma non il nesso di causalità. E questo è lo stesso discorso di Hume. La connessione causale non è sperimentabile e ciò fa cadere il determinismo. Affermare la sussistenza del nesso di causalità è fare metafisica.
I punti fermi veritativi:
  • principio di non contraddizione parmenideo (logico): ogni cosa è sé, non può essere altro, quindi ogni cosa è eterna;
  • il nesso di causalità non esiste.
Il divenire è la vicenda dell’apparire e dello scomparire dell’essere. Più precisamente: l’essere è sempre e anche l’apparire dell’essere è sempre: la percezione che abbiamo del divenire è l’apparire dell’apparire dell’essere.
L’insussistenza del nesso di causalità è, sostanzialmente, l’ultimo passo della distruzione della ragione, ma S non ha interesse alla prassi e alle conseguenze della sua tesi.
Per le teorie volontaristiche, anche conoscendo il bene, puoi fare il male. Mentre per le teorie intellettualistiche la conoscenza del bene non consente di fare del male: se conosci il bene necessariamente indirizzi le tue azioni in quella direzione; per tale teoria il male discende dall’agire senza conoscere esattamente quale sia il bene. In questo senso bisogna precisare che la percezione del bene non è solo razionale ma discende dall’intero complesso di pulsioni, anche irrazionali, dell’individuo.
In realtà no perché ciò non implica che poi non si debbano valutare la azioni.
In realtà, questa impostazione abolisce la volontà.
La differenza nella concezione della necessità.
Per Spinoza tutto è necessario perché c’è una causa unica ex nihilo e tutto il resto discende necessariamente. Tutti noi siamo creta nelle mani del vasaio.
Per S. invece la necessità è l’esser sé dell’essente. L’essente non può che essere sé stesso e così sarà per sempre: in questo senso è necessario.


5 luglio 2009



Epitteto è un filosofo neo-stoico. non costruisce sistemi ma propone una riflessione e una proposta filosofica sulla prassi.

Il manuale inizia con questa definizione:

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e in cose non soggette al nostro potere

 

L’uomo si deve impegnare con tutte le sue forze sulle cose in suo potere.
Sei vuoi che il mondo vada secondo le tue voglie sei un illuso e vivrai una vita di sofferenza.
Se lego la mia felicità a ciò che non dipende da me sarò sempre infelice. Devo legare la mia conformazione morale (la mia felicità) alle cose che dipendono da me.
L’idea di felicità in Seneca è quella dell’uomo che non viene turbato dalle vicissitudini della vita.
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