La relazione come mero presupposto (15.III)

Riprendiamo il discorso svolto nel precedente articolo da questo punto: il circolo ermeneutico, poiché vale come traduzione dell’apertura che sussiste tra testo e interprete, consente all’interprete – sempre secondo Heidegger – di cogliere il pensiero dell’autore del testo come esso in effetti è. 

La relazione preliminare tra interprete e interpretato produce, infatti, quella precomprensione del testo sulla quale si fonda l’interpretazione. 

Se, insomma, non vi fosse un’“apertura” tra testo e suo interprete, un’apertura che vada oltre la loro alterità, non potrebbe darsi effettiva interpretazione: «L’interpretazione si fonda sempre in una pre-veggenza» (Heidegger 1949, 163 trad. it).

Più specificatamente: «In ogni caso l’interpretazione ha già deciso, definitivamente, o con riserva, per una determinata concettualità; essa si fonda in una pre-cognizione (Vorgriff)» (Heidegger 1949, 164 trad. it).

«Qual è – si chiede ancora Heidegger – il carattere di questo ‘pre (Vor)?’» (Ibidem). Esso configura un circolo, il circolo ermeneutico, che però non è un circolo vizioso, e il «pre» esprime quella relazione (quel legame, quell’apertura, quella non alterità) con il testo, che consente all’interprete di potersi indirizzare verso di esso e di pervenire ad esso. 

Anche dalle poche annotazioni che abbiamo proposto, si comprende come la relazione rivesta in Heidegger valore originario e fondante. 

È non di meno da rilevare che, in effetti, essa vale come una mera presupposizione, giacché non è dimostrata nel suo non poter non essere, cioè nella sua necessità teoretica, né nella sua intrinseca intelligibilità, ma viene semplicemente descritto lo stato di necessità sia dell’ente, nel suo richiedere un autentico fondamento, sia di chi si accinge a conoscere, nel suo richiedere di cogliere la realtà per come essa effettivamente è, sia, infine, dell’interprete, che non si accontenta di ridurre il pensiero dell’autore del testo a ciò che egli, come interprete, è in grado di cogliere, perché intende cogliere il vero pensiero dell’autore. 

Ebbene, questi tre stati di necessità, secondo Heidegger, vengono soddisfatti mediante la relazione

L’ente soddisfa la sua esigenza ontologica in forza della relazione all’essere, ma – ci permettiamo di aggiungere – a condizione di ammettere, contraddittoriamente, che l’essere possa lasciarsi inglobare nella relazione. 

Il soggetto conoscente soddisfa la sua esigenza conoscitiva in forza della relazione alla realtà, la quale se è autentica, cioè se è oggettiva, dunque in sé, non può, però, non sottrarsi alla relazione stessa. 

L’interprete soddisfa la sua esigenza ermeneutica in forza della relazione al testo, ma ammettendo, ancora contraddittoriamente, che il pensiero autentico, cioè oggettivo, dell’autore possa venire inglobato in una relazione che lo vincoli al punto di vista soggettivo dell’interprete. 

Non si può non concludere, pertanto, che la relazione è un mero presupposto, il quale dà luogo ad un circolo, che non può venire confuso con l’effettiva fondazione.

Si potrebbe, anzi, affermare che l’esemplificazione paradigmatica del carattere estrinseco del presupporre, generante la sua stessa viziosità, è offerta proprio dal circolo ermeneutico

Quest’ultimo, infatti, vale come un pre-comprendere che non può mai pervenire al testo, inteso nella sua oggettività, cioè nella sua effettiva realtà, stante il fatto che la relazione mantiene l’aspetto disgiuntivo che tiene irrimediabilmente distinto l’interprete dal testo che intende interpretare.

Il comprendere, inteso come un pre-comprendere, si rivela non altro che un presupporre di avere già compreso prima ancora di comprendere effettivamente. 

Per concludere, si potrebbe aggiungere che Heidegger attribuisce bensì alla relazione valore fondante, ma senza tenere conto delle critiche che già Platone aveva rivolto al costrutto, cioè alla relazione ridotta a medio, e senza chiarire adeguatamente la distinzione che sussiste tra il costrutto e l’atto del riferirsi. 

Heidegger, come si ricorderà, parla del «rapportarsi»: «Questo riferimento alla cosa, da parte del giudizio che se la appresenta, è l’attuazione di quel rapporto che originariamente e ogni volta si realizza in un rapportarsi. Ma ogni rapportarsi è caratterizzato dal fatto che, stando nell’aperto, si riferisce a ciò che è manifesto come tale. […] Il rapportarsi è lo stare aperto sull’ente. Ogni relazione che sta aperta è un rapportarsi» (Heidegger 1988, pp. 15-16 trad. it.).

 Se non che, egli intende questo «rapportarsi» nel senso dello «stare aperto», il quale sarebbe lo status che connota ciascun termine della relazione, che è aperto all’altro termine.

Entrambi i termini, però, si conservano all’interno del costrutto nella loro identità formale e sono proprio i pilastri sui quali il costrutto stesso poggia, sì che il rapportarsi non indica alcuna mediazione intrinseca che li trasformi, ma il semplice fatto che in una relazione ciascun termine si rapporta all’altro proprio per la ragione che ne rimane distinto, fissato nella propria immediatezza formale che costituisce la sua identità.

Egli, infatti, afferma che «Ogni relazione che sta aperta è un rapportarsi» e ciò, a nostro giudizio, significa sottolineare che la relazione è apertura dell’identico al diverso, ma mantenendo entrambi, ossia conservando l’ordine della forma.

Di contro, intendere la relazione come “atto” significa cogliere ciascun termine per il suo “intrinseco riferirsi” all’altro, così che nessuno può venire ipostatizzato in un’identità che staticamente si contrapponga all’identità formalmente immediata di ogni altro termine

In tal modo, ciascun termine si rivela il proprio intrinseco trascendersi (mediarsi) e la dualità, che appartiene alla relazione intesa come costrutto mono-diadico, si risolve nell’unità dell’atto, il quale è il medesimo per ogni termine, cioè per ogni identità che l’ordine formale assume come immediata, anche quando la pone in relazione con altro da sé.

 

Riferimenti bibliografici
– Heidegger, Martin. 1949. Sein und Zeit, Erste Hälfte, Sechste unveränderte Auflage. Tubingen: Neomarius Verlag(trad. it. di P. Chiodi. 1953. Essere e tempo. Milano – Roma: Fratelli Bocca)
– Heidegger, Martin. 1988. Vom Wesen der Wahrheit. Zu Platons Höhlengleichnis und Theätet, in M. Heidegger, Gesamtausgabe, II. Abteilung: Vorlesungen 1923-1944, Band 34, Frankfurt am Main: V. Klostermann (citato nel testo in trad. it a cura di Galimberti. 1977. Sull’essenza della verità. Brescia: La Scuola)

 

Articoli della serie già pubblicati
Heidegger e il primato della relazione come fondamento (15.I) (8 febbraio 2026)
L’Essere come legame fondamentale in Heidegger (15.II) (8 marzo 2026)

 

Foto di Mike Petrucci su Unsplash

 

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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