Die Lüge wird zur Weltordnung gemacht, «la menzogna viene eretta ad ordine mondiale». Questa frase, tratta dall’opera letteraria Il processo di Franz Kafka, scritta nel 1914, è emblematica per descrivere la condizione attuale in cui la menzogna, a livello mediatico, sociale, economico e politico, sta diventando ormai la regola.
Certo, nel corso della storia, la menzogna è sempre esistita e la disinformazione è vecchia quanto la stessa civiltà: dal cavallo utilizzato per entrare a tradimento a Troia, al falso documento della donazione di Costantino diffuso per fondare l’impero cristiano; dalla Guerra fredda, che fece esplodere su larga scala i mezzi della disinformazione, fino al neologismo fake news utilizzato per indicare l’ascesa del nuovi populismi.
Anche il pensiero filosofico non ha mai smesso di riflettere su questo fenomeno. Dal paradosso del mentitore, elaborato dai greci, fino ai saggi sul De mendacio di sant’Agostino; dalle considerazioni di Kant, che negava il diritto di mentire in un celebre dibattito con Benjamin Constant, fino ad Heidegger e Wittgenstein, che legavano la menzogna in modo costitutivo al linguaggio.
Un posto particolare in quest’ambito è riservato a quella vasta letteratura che ha analizzato la menzogna in riferimento alla politica come (solo per rimanere a quella più recente) la manipolazione della realtà in 1984 di George Orwell o la distinzione tra vita nella verità e vita nella menzogna nel Potere dei senza potere di Vaclav Havel.
Cosa caratterizza allora l’odierna ascesa della menzogna ad ordine mondiale, come sosteneva Kafka? Quali sono i suoi caratteri distintivi rispetto alla menzogna tradizionale? Che cosa, soprattutto, può abbattere il bugiardo dalla sua pretesa totalitaria e apparentemente invincibile?
Per rispondere a queste domande, il saggio Verità e politica di Hannah Arendt, costituisce uno studio ancora oggi imprescindibile per scavare nei tunnel sotterranei della disinformazione e dei suoi presupposti politici e psicologici.
La realtà dei fatti ridotta ad opinione
La Arendt parte dalla constatazione che la verità dei fatti, su cui troppo spesso si fa conto in maniera ingenua, è sempre accolta con grande ostilità, specialmente se tale verità contraddice gli interessi del gruppo di potere al governo.
Da questo punto di vista, bisogna però distinguere la menzogna antica dalla menzogna moderna. La prima era diretta al nemico con il proposito di ingannarlo, sicché colui che mentiva poteva sì ingannare l’altro, ma non ingannare se stesso. L’esempio in questo senso è quello del diplomatico che, consapevole della verità delle cose, nasconde dei segreti di Stato per ragioni di opportunità politica.
Questa circostanza è assente nell’odierna menzogna in cui la manipolazione dei fatti è così estesa che il racconto ha bisogno di dover ricostruire l’intera realtà. I fatti cioè non solo vengono nascosti ma sono pubblicamente negati: la verità, di conseguenza, diventa un’opinione depotenziata da tutta la sua forza. Di fronte a chi fa notare l’evidenza di un fatto si risponde prontamente con un «questo lo dice lei!» (tanto per usare l’espressione di quel sacrestano romano che negava, almeno inizialmente, di aver dipinto sulla parete di una chiesa, in maniera fin troppo evidente, il volto della presidente del consiglio).
Anche in questo caso, si dirà, nulla di nuovo sotto il sole. Eppure, nella negazione del fatto pubblico, in quanto di immediata rilevanza politica, a rischio viene ad essere la realtà stessa. Se la verità è ridotta ad opinione, se le immagini (soprattutto con il proliferare della tecnologia) non sono più rappresentazione della realtà, allora la situazione comincia a farsi seria. Tanto seria, osserva la Arendt, che il risultato della sostituzione della menzogna alla verità fattuale non è tanto che la menzogna viene accettata come verità, ma che il modo con il quale ci orientiamo nel mondo reale viene irrimediabilmente compromesso. Questa è la drammatica serietà della menzogna moderna: la scomparsa della realtà.
La menzogna diventa organizzata, si fa sistema, tanto che nulla sembra ormai opporsi ad essa. I cosiddetti fact check sono obiettivamente risibili: nessun sito di debunking, quelle piattaforme online aventi lo scopo di confutare menzogne tramite il ricorso all’analisi rigorosa delle fonti, ha mai turbato il sonno di un bugiardo. La nozione assurda e contraddittoria di “fatti alternativi”, coniata da Trump all’inizio della sua campagna politica, diventa l’inizio di una narrazione che porta in sé i germi dell’allucinazione. La conclusione amara, a cui giunge la Arendt, è che la verità fattuale non è più evidente dell’opinione: in caso di disputa, chi decide sulla verità o falsità di una determinata affermazione è sempre la maggioranza.
Cinismo e credulità
In questa dinamica, viene a prodursi un fenomeno del tutto particolare. Se nella menzogna antica il bugiardo, per poter mentire, deve conoscere la verità, in quella moderna il bugiardo è indifferente alla verità, tanto che può darsi il caso che egli non sappia nemmeno di mentire. Questo provoca in lui, e nei suoi adepti, quella strana mistura di cinismo e credulità che caratterizza la menzogna nell’epoca della comunicazione di massa. Nell’Origine del totalitarismo, in parole profetiche che descrivono la realtà che stiamo vivendo oggi, Arendt scrive che: «Per quanto assurdo, la propaganda di massa scoprì che il suo pubblico era sempre pronto a credere al peggio, e non si opponeva particolarmente all’essere ingannato perché considerava comunque ogni affermazione una menzogna. I leader totalitari basavano la loro propaganda sul corretto presupposto psicologico che, in tali condizioni, si potesse far credere alle persone, un giorno, le affermazioni più fantasiose, confidando che, se il giorno dopo fossero state fornite prove inconfutabili della loro falsità, si sarebbero rifugiate nel cinismo; invece di abbandonare i leader che le avevano mentito, avrebbero protestato affermando di aver sempre saputo che l’affermazione era una menzogna e avrebbero ammirato i leader per la loro superiore astuzia tattica».
Questo fenomeno, definito anche come “gullicism” (un incrocio tra gullibility, credulità, e cynicism, cinismo), viene alimentato attraverso diversi meccanismi. Da una parte sembra essere all’opera una sorta di sfiducia selettiva: i gullicisti sono cinici verso gli esperti, gli scienziati e i dati empirici, ma diventano estremamente creduloni verso gli imbonitori e le teorie del complotto più assurde. Questa attitudine cresce a misura della crescita della gratificazione dell’ego: credere a teorie alternative offre una scarica di autostima tanto che la persona si sente più intelligente degli esperti, a loro volta facenti parte di un complotto globale. Viene così ad instaurarsi una vera e propria semplificazione della complessità: in un mondo complicato, il cinismo verso le spiegazioni ufficiali permette di accettare soluzioni semplicistiche, capri espiatori (come l’odio verso gli immigrati) o slogan che esibiscono arroganza e forza muscolare. Il nuovo cinismo finisce per spostare la fiducia dai fatti e dalle istituzioni verso narrazioni ideologiche che promettono continue rassicurazioni.
L’impossibilità di mantenere una realtà fittizia
C’è però un ultimo aspetto di cui tenere conto, stavolta positivo. Nell’attuale sistema di comunicazione mondiale – osserva ancora la Arendt in Verità e politica – nessuna potenza è grande abbastanza per rendere la sua immagine infallibile. Le immagini hanno infatti un’aspettativa di vita molto bassa che non può essere aumentata nemmeno da una versione moderna della pax romana. «Il potere, per sua natura, non può mai produrre un sostituto per la stabilità della realtà fattuale: i fatti sono testardi e la loro fragilità è combinata a grande resilienza (…) sicché, nella loro testardaggine, essi sono superiori al potere». In tal modo, il potere ha bisogno di cambiare ogni giorno la sua narrazione dei fatti, in una politica degli annunci che, per poter sfuggire all’inseguimento silenzioso della realtà, lo rende schizofrenico ed inaffidabile.
Riferimenti bibliografici
– Arendt, Hannah. 1951. The origins of totalitarianism. London: Penguin Random House.
– Arendt, Hannah. 1977. Truth and politics in Between past and future. London: Penguin Books, pp.227-264.
– Bauer, Bob. 2024. The Rise of a New, dangerous cynicism in The Atlantic, 18 giugno 2024.
– Serwer, Adam. 2026. The trouble with believing anything and nothing at the same time in The Atlantic, 9 marzo 2026.
Foto di Brett Jordan su Unsplash