Che la domanda cos’è la filosofia? sia già filosofia, è un assunto che questa rivista e le attività di Ritiri Filosofici hanno sempre sposato in pieno. È infatti frequente che il dubbio si rivolga non solo a questioni più specifiche e circoscritte, ma alla natura stessa della speculazione. Questa pratica ricorsiva non deve essere letta come un eccesso formale, piuttosto essa è connaturata alla domanda filosofica e si ripropone continuamente da sé. Con una certa assertività sintetica si potrebbe dire che tutta la filosofia che non si chiede la natura del suo stesso filosofare, muove da una presunzione di verità.
È altrettanto indubbio però che la filosofia, nella sua accezione più ampia e “antica”, coincida con una riflessione cosmologica poiché, come scriveva Whitehead, «lo studio della filosofia è un viaggio verso le più ampie generalità» (Whitehead 2019, p. 159). La filosofia, insomma, non è riducibile all’idea secondo cui essa «è nata con l’intenzione di dischiudere il possibile orizzonte di senso intorno all’Esser-ci, cioè all’apparire degli enti come manifestazioni provvisorie, finite, quindi temporali e temporanee, dell’Essere» (Borghi 2025, p. 121). In questo passo del suo ultimo libro, L’ordine generato, Claudio Borghi fa espressamente riferimento ad un linguaggio heideggeriano, ma la sua tesi si allarga e ricomprende tutta la storia della filosofia. È chiaro che la caducità del finito e la coesistente inaccessibilità dell’infinito abbiano stimolato la necessità di un pensiero che ne spiegasse le relazioni e le distanze. Come scrive sempre Borghi «il contrasto stridente tra la necessità dell’assoluto e l’inessenzialità delle determinazioni, che si trovano sulla scena dell’esistere o dell’apparire senza poterlo scegliere, ha alimentato il dibattito più drammatico e intenso in ambito filosofico degli ultimi due secoli» (ibidem). Ma ciò non ha che ridotto la domanda filosofica ad una domanda esistenziale.

Il pregio del libro di Borghi è quello di tornare a un’idea di filosofia che sia viaggio verso le più ampie generalità, ovvero considerare il filosofare non come una riflessione stanca intorno alla condizione di finitudine umana, bensì come riflessione intensa e problematica sia del rapporto finito-infinito, ma soprattutto della natura dell’infinito. La tendenza verso una specializzazione della filosofia, il suo chiudersi dentro campi sempre più ristretti e delimitati del sapere, è spesso coincisa con la perdita di uno sguardo allargato oltre ogni limite. Questo però non ha eliminato la sete di risposte sulla natura dell’infinito, ovvero la tendenza del pensiero a viaggiare verso le più ampie generalità. In questo senso è quindi vero che la filosofia degli ultimi due secoli si sia arrovellata dentro un pensiero della finitudine, lasciando campo alle scienze (e nello specifico alla fisica) di proporre teorie del Tutto e spiegazioni totali sulla natura. In altre parole, la filosofia ha abbandonato la sua vocazione originaria ad essere filosofia della natura. La “scienza della natura” ha così assunto uno status totalizzante, ricavando per sé uno spazio di autonomia e ha, in un certo senso, ripudiato il suo legame con la filosofia.
Da qualche tempo, però, è sempre più normale immaginare il pensiero fisico e quello filosofico in dialogo. Credo, ad esempio, che la riscoperta della filosofia dell’organismo di Whitehead sia da leggere all’interno di questo rinnovato interesse per una fisica teorica che guardi alla filosofia. Laddove la distinzione continua ad operare, ciascuno rimarrà ancorato a pregiudizi e il suo campo d’azione sarà limitato al rapporto che il proprio sguardo intrattiene con il mondo (che il finito ha con l’infinito, per dirla in altro modo).
Ne L’ordine generato i due campi, invece, dialogano in modo profondo, perché ricordano il loro carattere originariamente collegato. Come scrive infatti Massimo Cacciari nella prefazione al testo ciò che tiene insieme la filosofia e la fisica attuale è un «tratto fondamentale comune fin dalla loro origine. Quelle che via via sempre più, nel corso del pensiero occidentale, tenderanno a distinguersi (e sostanzialmente a causa del diverso rapporto con la matematica) non sono qui che due forme complementari per affrontare lo stesso: il fondamento ultimo del Reale, che non può coincidere con la sua dimensione fenomenica, e che deve comportare in sé la relazione col pensiero, come suo fattore essenziale» (Borghi 2025, p. 7).
Da queste parole si evince però come la filosofia, per “tornare” nel campo comune che condivide con la scienza della natura, debba ritrovare in pieno la sua «anima meta-fisica» (ibidem). Non c’è via d’uscita: ogni qual volta la filosofia si è pensata come un sapere parziale, specifico e delimitato, ha perso la propria spinta verso le più ampie generalità. Allo stesso modo, ogni qual volta la fisica (e le scienze analitiche in generale) ha cercato di costruire teorie del Tutto a partire da inferenze e analisi, queste non hanno retto alle critiche speculative.
Per Borghi, invece, vi è un punto nel quale poter trovare la convergenza tra le osservazioni fisiche e le speculazioni metafisiche. Non si può, ovviamente, fare a meno delle rivoluzioni che hanno portato nel mondo della fisica la relatività e la meccanica quantistica (Borghi cita soprattutto Loop Quantum Gravity e Quantum Information). Al contempo non si può fare a meno, sempre secondo l’autore, di un nuovo modo di intendere le nozioni di energia e tempo. Semplificando, anche per evitare di inoltrarci in terreni fisici di cui non siamo particolari esperti: l’energia non è una forza che cresce nel tempo. Essa «persiste rinnovando il suo ordine» (Borghi 2025, p. 77). In altre parole, l’origine delle determinazioni non è da rintracciare in un punto (il Big Bang) entro cui l’energia si è compressa e ha dato vita a una forma originaria; per Borghi l’ordine originario è un’energia in atto, un presente assoluto (un eterno, insomma) in cui energia e tempo si generano contestualmente e non è possibile pensare il tempo separatamente dalle cose che accadono. Per dirla con le parole di Borghi stesso: «Il fondamento non è un’energia che internamente ribolle di trasformazioni all’insegna di un’ineluttabile impermanenza, ma un ordine che si autosostiene creando forme e strutture – galassie, stelle, pianeti, organismi ed enti inorganici. Il salto necessario è oltre la capacità rappresentativa che nessuna teoria matematica riesce a colmare, per quanto potenti siano i suoi strumenti. Il nucleo non matematizzabile è la generazione e l’evoluzione dell’ordine che chiamiamo vita, processo, esperienza, che coesistono naturalmente con la loro dissoluzione» (Borghi 2025, p. 77). Una visione che ricorda da vicino gli spunti più moderni e rivoluzionari della filosofia dell’organismo (e del processo) whiteheadiana, per il quale l’unione di scienza e filosofia era elemento imprescindibile di ogni sapere che potesse dirsi tale.
Leggendo Borghi, quindi è possibile sostenere che il superamento di ciò che è matematizzabile e di ciò che è rappresentabile è proprio il luogo del pensare filosofico; questo, assimilando le ricerche della fisica e della scienza sperimentale si avvicina sempre più a quanto l’intelletto può cogliere (e non necessariamente dire) e si allontana da ogni tipo di elucubrazione esistenziale. In altre parole, rivolge il suo sguardo verso le più ampie generalità e garantisce orizzonti di riflessione distanti dalle fedi, siano esse di tipo religioso o scientista.
Riferimenti bibliografici
– Borghi, Claudio. 2025. L’ordine generato. Una nuova interpretazione dei concetti di energia e tempo, Vicenza: Neri Pozza.
– Whitehead, Alfred North. 2019. Processo e realtà, trad. it. Maria Regina Brioschi, Milano: Bompiani.
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