Usiamo l’espressione composita “dialettica di certezza e verità” per sottolineare il capovolgimento continuo dell’una nell’altra, capovolgimento che si determina quando si afferma qualcosa: affermando, si intende fondare l’affermazione sulla verità.
Se non che, di fatto è la verità che, contraddittoriamente, finisce per fondarsi sull’affermazione, secondo le pretese dell’universo formale, cioè del discorso.
Più chiaramente: l’intenzione di chi formula un giudizio (un’affermazione dichiarativa) è quella di fondare il proprio giudizio sulla verità della cosa, e non viceversa.
Di contro, l’esito pratico è il capovolgimento dell’intenzione, così che è proprio la certezza, per sua natura soggettiva – la quale trova espressione mediante un asserto –, che finisce per sostituirsi alla verità, per sua natura oggettiva.
Ciò equivale a dire che il passaggio dal “valere per me” all’“essere senz’altro” vi si compie immediatamente, ossia non appare come passaggio, ma come dato, come esperienza.
Del resto, il nesso tra l’“essere certo” e l’“essere vero” non risulta subito evidente, dal momento che la prima forma in cui le due espressioni si presentano è quella che si compie proprio nell’uso promiscuo in cui accade che “certo” e “vero” si equivalgano tra di loro, stante che il dirsi certo di qualcosa assume il significato, appunto, del ritenere vero ciò di cui si è certi.
Nell’uso promiscuo, quindi, non appare il loro nesso poiché si tratta di due espressioni che si ritiene (si opina) indichino un medesimo.
D’altra parte, quest’uso non deve venire considerato casuale, poiché inerisce all’essere certo la nozione di verità di cui vi sarebbe certezza. Piuttosto, va evidenziato il “luogo” in cui tale uso ha comunque il proprio senso: tale luogo è, come detto, l’asserzione.
Sia, dunque, l’asserzione nell’apofansi “S è p”. Allorché pronuncio l’apofansi “S è p”, solo implicitamente esprimo la mia certezza intorno ad essa.
Il mio dire, pertanto, non dice qualcosa di diverso da “S è p”; tuttavia, con il porsi stesso di “S è p”, esprimo implicitamente la certezza intorno ad essa.
Per contrario, allorché dico esplicitamente che sono certo di “S è p”, dico qualcosa che non era detto esplicitamente con la mera posizione di “S è p”: dico che “S è p” è qualcosa (appunto questa apofansi) di cui sono certo.
Non mi limito, insomma, ad una semplice “posizione” (la posizione di “S è p”), ma costruisco un’apofansi che ha per oggetto l’apofansi “S è p” (cioè la posizione di “S è p”).
Questa nuova apofansi (“‘S è p’ è certo”) non concerne qualcosa di “S” né di “p”, né del nesso tra “S” e “p”, ma concerne l’apofansi come tale, concernendo quindi la sua “posizione” e, perciò, colui che dice “S è p”.
Con questa nuova apofansi, insomma, dico che io sono certo (io, ogni io possibile o questo determinato io), ma intendo dire qualcosa intorno a ciò di cui sono certo, ossia che esso è vero.
Più chiaramente: dico qualcosa intorno a me che dico, ma intendo dire qualcosa intorno a ciò di cui dico di essere certo, ossia che esso è vero.
Ecco il punto fondamentale: tra il dire e l’intenzione del dire sussiste una divaricazione, che però non appare. Dico di me e intendo dire della cosa; dico di me dicente, ma intendo dire della cosa detta da me dicente.
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