L’idea di diritto in Alexandre Kojève


Alexandre Kojève è stato uno dei fondatori delle istituzioni europee. Se la sua Introduzione alla lettura di Hegel (Kojève 2010) rappresenta una delle più penetranti analisi del pensiero hegeliano sviluppate nel XX secolo, è tuttavia meno noto, ma non meno importante, che Kojève è stato uno degli architetti del processo di integrazione europea (Filoni 2021), prima come rappresentante francese presso l’Oece (Organizzazione europea di cooperazione economica), che aveva lo scopo di favorire la rinascita degli scambi fra le economie europee distrutte dalla seconda guerra mondiale, e in seguito come elemento di spicco dell’Unione europea dei pagamenti e come  negoziatore del Gatt (General agreement on tariffs and trade), che aprirono la strada al Trattato di Roma e alla costruzione del Mercato comune.

Si tratta dunque di una figura di intellettuale a tutto tondo, che si alimenta di profonde ed illuminanti intuizioni giuridiche, infine compendiate nei Lineamenti di una fenomenologia del diritto (Kojève [1981] 2024), trattato composto nella concitata estate del 1943, pubblicato per la prima volta da Gallimard nel 1981 e recentemente tradotto in italiano, dove l’autore esplora la genesi del diritto e le complesse dinamiche che sottendono alla formazione dello Stato.

La dialettica servo-padrone e il fondamento del diritto
Al cuore della filosofia del diritto di Kojève si trova l’interpretazione della dialettica servo-padrone di Hegel, un concetto che trascende la mera storicità per rappresentare la struttura ontologica dell’essere umano (Kojève [1981] 2024, 304). Riprendendo Hegel, Kojève sottolinea come il rapporto servo-padrone non sia da riferire ad un evento storico specifico, ma costituisca un principio “logico” che rivela la dinamica fondamentale dell’esistenza umana, quella del riconoscimento: «se l’ uomo è l’atto con il quale soddisfa il suo desiderio del desiderio, egli esiste in quanto essere umano solo nella misura in cui è riconosciuto: il riconoscimento di un uomo da parte di un altro è il suo essere stesso (per dirla con Hegel: «Der Mensch ist Anerkennen»)» (Kojève [1981] 2024, 301).

Il padrone, nella sua lotta per il riconoscimento, cerca di affermare la propria esistenza dominando l’altro, il servo. Quest’ultimo, a sua volta, pur sottomesso, intraprende un percorso di autocoscienza attraverso il lavoro e la trasformazione del mondo. Per tal via, dunque, il servo, plasmando la realtà, pone le basi per la propria libertà e per il superamento della condizione di dipendenza.

È proprio in questa lotta per il riconoscimento e nella conseguente relazione tra padrone e servo che Kojève individua il fondamento del diritto. Il diritto, in questa prospettiva, emerge come il risultato di un processo dialettico in cui la negazione reciproca tra gli individui conduce alla formazione di una struttura sociale e normativa.

Uomo, natura ed emersione del diritto
Kojève, riprendendo e reinterpretando il pensiero hegeliano, afferma radicalmente che l’uomo non è semplicemente un elemento della natura, ma la sua negazione. Questa negazione si realizza attraverso l’azione trasformativa del lavoro. Lavorando, l’uomo non si limita a modificare l’ambiente circostante, ma crea un mondo nuovo, il mondo della cultura e della storia. Il lavoro, dunque, è l’essenza stessa dell’uomo, ciò che lo definisce e lo distingue dalla natura: come aveva già notato Marx, «Hegel (…) intende il lavoro come l’ essenza, come l’autoconfermantesi essenza dell’ uomo» (Marx 2004, 159). Attraverso il lavoro, l’uomo si emancipa dalla sua condizione naturale e costruisce le condizioni per l’emergere del diritto. Icasticamente, Kojève osserva che «se l’Universo è un anello e se la Natura è il metallo di cui è fatto l’anello, l’Uomo è il buco di questo anello» (Kojève [1981] 2024, 306).

In questa prospettiva, il soggetto giuridico non è dato in natura, ma si costituisce attraverso la negazione del sé naturale, animalesco. Tale negazione si realizza sia attraverso la lotta, che caratterizza l’esperienza del padrone, sia attraverso il lavoro, che definisce la condizione del servo. La nozione di dovere, centrale nel pensiero giuridico, nasce proprio da questa opposizione tra ciò che l’uomo è nella sua immediatezza naturale e ciò che deve essere in quanto soggetto giuridico (Kojève [1981] 2024, 311).

Il ruolo della lotta e della giustizia
La lotta, lungi dall’essere un elemento negativo, è per Kojève una componente essenziale nel processo di formazione della giustizia. Il reciproco consenso dei contendenti in una lotta implica un riconoscimento di uguaglianza e, di conseguenza, esclude la presenza di ingiustizia. E questo principio si applica non solo alle lotte individuali, ma anche ai conflitti tra Stati: «una guerra con reciproco consenso libero non sarà mai giuridicamente ingiusta. Al contrario, ogni attacco “non provocato” sarà detto ingiusto, precisamente perché esso esclude il consenso dell’attaccato» (Kojève [1981] 2024, 317, nota 130).

L’uguaglianza, tuttavia, pur essendo una condizione necessaria, non è elemento di per sé sufficiente a definire la giustizia. Kojève introduce una distinzione fondamentale tra giustizia aristocratica, fondata appunto sull’uguaglianza, e giustizia borghese, basata sull’equità. La giustizia autentica, a suo avviso, è una sintesi di queste due forme, che si realizza attraverso l’intervento di un terzo.

Il fondamento del diritto e il ruolo del terzo
Approfondendo il ruolo del terzo nella dinamica dell’emersione del diritto, Kojève afferma che il diritto esiste solo quando un terzo interviene in una interazione sociale con l’obiettivo specifico di renderla conforme a giustizia. Questo terzo deve essere imparziale e disinteressato, e deve applicare il diritto in modo obiettivo per garantire un esito equo: intervenendo con tali modalità su una interazione sociale, il terzo trasforma questa interazione in un rapporto giuridico propriamente detto (Kojève [1981] 2024, 321–25). Inizialmente, il diritto che si manifesta è quello aristocratico, basato sul principio di uguaglianza fra padroni. Il diritto borghese, fondato sull’equità fra servi, è presente solo in potenza, come una possibilità che attende di essere realizzata. Quando questa potenzialità si attualizza si verifica una sintesi tra diritto aristocratico e diritto borghese. Nasce così il diritto del cittadino, un diritto che trova appunto il suo fondamento nella giustizia intesa come equità applicata dal terzo all’interazione sociale (Kojève [1981] 2024, 331).

Il diritto borghese e la critica della proprietà
Va incidentalmente notato che l’analisi del diritto borghese porta Kojève ad assumere una posizione eccentrica nei confronti del concetto di proprietà. Egli sostiene che «il diritto borghese è in linea di principio ostile alla proprietà (nel senso proprio e forte del termine) (esattamente come il diritto aristocratico è in linea di principio ostile al contratto)» (Kojève [1981] 2024, 374–75). In altre parole, il diritto borghese tende a sostituire la proprietà con il lavoro o con lo sforzo in generale (negatore del sé naturale), con la conseguenza che la proprietà non è giuridicamente valida o giusta se non è funzionale e diretta emanazione di questo sforzo. Siccome il lavoro non può essere intrinseco al soggetto, esso emerge come fondamento del diritto quando si inserisce in uno scambio fra chi ha la forza lavoro che produce lo sforzo e chi ha la proprietà dell’oggetto su cui questo sforzo si esercita, il che infine fonda il sistema di produzione capitalistico (Kojève [1981] 2024, 375, nota 151).

 

Riferimenti bibliografici

— Filoni, Marco. 2021. L’azione politica del filosofo. La vita e il pensiero di Alexandre Kojève. Torino: Bollati Boringhieri.
— Kojève, Alexandre. 2010. Introduzione alla lettura di Hegel: lezioni sulla Fenomenologia dello spirito tenute dal 1933 al 1939 all’École pratique des hautes études raccolte e pubblicate da Raymond Queneau. II. Milano: Adelphi.
— Kojève, Alexandre. (1981) 2024. Lineamenti di una fenomenologia del diritto. (A cura di Marco Filoni e Luigi Garofalo; tradotto da Alberto Folin). Venezia: Marsilio
— Marx, Karl. 2004. Manoscritti economico-filosofici del 1844. (A cura di Norberto Bobbio). Torino: Einaudi.

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