Lavoro e libertà nella società tecnocratica

Con questo contributo l’autore prosegue le riflessioni iniziate nell’articolo Anders e la natura occulta dei mass media, pubblicato sempre su RF nel maggio 2025 e che si può leggere qui.

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Il lavoro nella società conformistica
Anders radicalizza e approfondisce la metamorfosi di tempo libero in tempo occupato nel secondo volume della sua opera, sostenendo che l’occupazione caratterizzata dal consumo dei media sia essenzialmente lavoro. In questo testo, pubblicato 24 anni dopo il primo, il panorama costituito dal predominio delle macchine sull’uomo e della società tecnocratica si unisce all’idea dell’effetto massificante dei media, mostrando un mondo in cui tecnocrazia e conformismo esercitano unitamente il dominio sull’intera società. Il pericolo della sottomissione ai poteri conformistici è dall’autore percepito come incontrovertibile.

Quello della pubblicità è definito come un effetto “sirenico”, in quanto permea la società, agendo subliminalmente e inconsciamente. L’assenza di divieti e obblighi espliciti è il mezzo più efficace per ottenere la sottomissione dell’individuo, che accetta volontariamente di piegarsi al sistema conformistico. Ciò genera un’apparenza di libertà che vela un dominio ben più subdolo; con le parole dell’autore: «in nessuna epoca il dominio è mai stato esercitato con così buona coscienza come nella nostra» (Anders 1980, 183). Continue Reading

Cervelli rigidi: spazio a misura di IA e riduzione della complessità

L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nelle diverse dimensioni della vita ha già avuto un impatto profondo sul modo in cui il soggetto si relaziona con l’ambiente, nonché il senso stesso della soggettività. Il mutamento dello status ontologico è triplice: il soggetto, l’oggetto e la relazione che intercorre fra i due. L’identità, nell’era dell’on-life (Floridi, 2017), è divisa fra lo spazio del virtuale e lo spazio fisico. Le nuove generazioni condividono questa strutturale scissione fra uno spazio fisico e lo spazio virtuale che si fa sempre più ampio, de-corporizzato, de-storicizzato ma non meno reale.

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Nietzsche, o dell’amor fati

L’impatto generato dalla riflessione sul concetto di Postumano moderno elaborato da Leonardo Caffo e su cui ci siamo soffermati la scorsa settimana, è di straordinario interesse. Il superamento dell’antropocentrismo in direzione di un recupero della dimensione ontica (per dirlo con le parole di Heidegger), per risalire cioè alla primigenia condizione dell’essere enti o momenti all’interno di un Essere infinito che ci contiene e ci sovrasta, è uno spunto che apre interrogativi molto interessanti. Riscoprirsi parti del Tutto potrebbe svolgere una funzione fondamentale per affrontare sfide contemporanee come il cambiamento climatico o i flussi migratori. A ben vedere però, questo andare avanti, questo volersi muovere oltre l’uomo in direzione di una riscoperta della comunità, è un andare avanti e insieme un tornare indietro. È un rinunciare all’anelito, a quell’istinto di prevaricazione che nella volontà d’accrescimento individuale ha colto uno dei momenti di maggiore bellezza dell’esperienza umana. L’uomo è innegabilmente parte del Tutto, l’uomo è innegabilmente un ente al pari di tutti gli altri, eppure, allo stesso tempo l’uomo è qualcosa di diverso. Esso è monade, esso è per certi versi la personificazione di quel principium individuationis che tanti dibattiti ha generato all’interno della riflessione filosofica. Per questo pensare ad uno scenario di regressione dal piano individuale, pur nel suo fascino, ci spinge a una certa diffidenza, perché già sembra di sentir riecheggiare il monito di Zarathustra: «Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare!» (Nietzsche 1968, 11). Sin da allora, infatti, l’esigenza di un superamento dell’umanità è rimasta viva, così come la tensione verso una dimensione superiore che per Nietzsche – a differenza di Caffo e Deleuze – proprio non può prescindere dalla dimensione “superiore” dell’individuo. Non solo, proprio nella vita comunitaria e soprattutto nella sua stratificazione egli coglie il momento di massimo annichilimento di questo sentire. Continue Reading

Nietzsche, o dell’amor fati

L’impatto generato dalla riflessione sul concetto di Postumano moderno elaborato da Leonardo Caffo e su cui ci siamo soffermati la scorsa settimana, è di straordinario interesse. Il superamento dell’antropocentrismo in direzione di un recupero della dimensione ontica (per dirlo con le parole di Heidegger), per risalire cioè alla primigenia condizione dell’essere enti o momenti all’interno di un Essere infinito che ci contiene e ci sovrasta, è uno spunto che apre interrogativi molto interessanti. Riscoprirsi parti del Tutto potrebbe svolgere una funzione fondamentale per affrontare sfide contemporanee come il cambiamento climatico o i flussi migratori. A ben vedere però, questo andare avanti, questo volersi muovere oltre l’uomo in direzione di una riscoperta della comunità, è un andare avanti e insieme un tornare indietro. È un rinunciare all’anelito, a quell’istinto di prevaricazione che nella volontà d’accrescimento individuale ha colto uno dei momenti di maggiore bellezza dell’esperienza umana. L’uomo è innegabilmente parte del Tutto, l’uomo è innegabilmente un ente al pari di tutti gli altri, eppure, allo stesso tempo l’uomo è qualcosa di diverso. Esso è monade, esso è per certi versi la personificazione di quel principium individuationis che tanti dibattiti ha generato all’interno della riflessione filosofica. Per questo pensare ad uno scenario di regressione dal piano individuale, pur nel suo fascino, ci spinge a una certa diffidenza, perché già sembra di sentir riecheggiare il monito di Zarathustra: «Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare!» (Nietzsche 1968, p.11). Sin da allora, infatti, l’esigenza di un superamento dell’umanità è rimasta viva, così come la tensione verso una dimensione superiore che per Nietzsche – a differenza di Caffo e Deleuze – proprio non può prescindere dalla dimensione “superiore” dell’individuo. Non solo, proprio nella vita comunitaria e soprattutto nella sua stratificazione egli coglie il momento di massimo annichilimento di questo sentire. Continue Reading