Fare gli italiani con lo Stato, la scuola e la letteratura “per l’infanzia”

L’identità nazionale italiana e la dottrina dei due popoli.
La letteratura per l’infanzia, nella quale in modo atipico vengono classificati Pinocchio del 1883 e Cuore del 1886, si inquadra nel tema più generale della costruzione dell’identità nazionale italiana. A livello di cultura politica, il processo unitario dello Stato si era caratterizzato per alcuni elementi fondamentali: essere stato un fatto elitario del ceto borghese in cui le classi popolari non hanno sviluppato una propria idea di Stato ma ne sono state sempre subalterne; mancato allargamento della rappresentanza politica; contrapposizione e scontro con la Chiesa cattolica, ovvero la principale e più radicata fonte di legittimazione civile presente in Italia. La prima di queste caratteristiche discende dalla dottrina dei due popoli di stampo positivistico, ripresa e legittimata in particolare, nella seconda metà dell’ottocento, dall’hegelismo napoletano (Verra, Meis, Spaventa). Lo Stato etico è portatore di una visione superiore a quella della società civile e lo Stato si fonda sul principio oligarchico. Nasce la visione autoritaria e pedagogica: i ceti popolari sono come dei bambini ed il primo compito dello Stato non è istruire bensì educare attraverso la trasmissione di valori morali imposti dall’alto. Il ceto popolare non può per principio ambire a responsabilità politiche: le plebi devono solo sfuggire all’abbrutimento a cui sono destinate ma non a porre richieste di rappresentanza e di emancipazione nei confronti di un ceto borghese, quello italiano, profondamente diverso, in senso reazionario e decisamente avverso allo sviluppo delle libertà, da quello europeo. La teoria dei due popoli, che separa le classi colte da quelle popolari, è la cifra decisiva della costruzione dell’identità civile e politica italiana. In questo modo il modello religioso della Chiesa cattolica, fondato sulla distinzione tra preti e laici, viene sostanzialmente reintrodotto nello Stato: l’anticlericalismo viene di fatto utilizzato per l’elaborazione di un nuovo clericalismo laico. I ceti popolari, come dirà Crispi, sono “pupille” e si guarda ad esse come a delle fanciulle da educare e da riscattare. In tal modo si è ben lungi dal considerarle come interlocutrici alla pari: la cittadinanza è debole, continuamente sorvegliata, e la democrazia, intesa come uguaglianza di dignità e opportunità, inesistente. La cittadinanza debole dei ceti popolari, a sua volta, non si riconoscerà mai nello Stato visto sempre con il volto della forza pubblica, della coscrizione obbligatoria, della scuola paternalistica.

La scuola italiana e la figura del maestro.
Dalla teoria dei due popoli discende una precisa progettualità scolastica e culturale che si struttura nelle varie riforme che hanno caratterizzato la storia italiana fino ad oggi. L’educazione dei ceti popolari farà leva sui sensi e la fantasia insieme ai necessari doveri morali; l’educazione della borghesia sulla razionalità e sul modello dialettico hegeliano natura-filosofia-religione. Da ciò discende, nel primo caso, una scuola elementare imperniata sullo scrivere, leggere e far di conto; nel secondo caso, una scuola liceale elitaria fondata sulla cultura classica. Figura fondamentale, vero e proprio anello di congiunzione tra queste due classi sociali, è il maestro. Egli, come si legge nei Programmi del 1888, è l’esecutore della disciplina scolastica intesa come strumento più poderoso per educare gli allievi ai propri doveri. La sua figura deve essere esemplare in modo da infondere in tutte le occasioni i valori della concordia, della laboriosità e dell’onestà educando al senso di cittadinanza. A fronte di questo ruolo, il maestro non ha diritto di voto e la sua condizione economico sociale è poco più di quella di un reietto. In questo senso lo stesso De Amicis scrisse delle pagine esemplari in un’altra opera, Il romanzo di un maestro del 1890, rimasta purtroppo oscurata dal successo dell’opera maggiore di quattro anni prima. Nel romanzo di un maestro è descritta, attingendo a fonti giornalistiche, ministeriali ed epistolari, la condizione di miseria e le umiliazioni alle quali sono spesso esposti i maestri elementari, da sempre mal pagati e oggetto dei soprusi di preti, sindaci e autorità ministeriali. I numerosi ritratti fatti da De Amicis sono illuminanti della reale condizione dei maestri e delle maestre. La svalutazione professionale dell’insegnante elementare era avvenuta già con la legge Casati del 1859 la quale aveva abolito l’equiparazione con gli insegnanti di scuola secondaria e lo aveva ridotto a semplice esecutore di direttive ministeriali. La legge, pensata per la realtà piemontese-sabauda, venne estesa al territorio italiano ed applicata attraverso circolari configurando così uno dei peccati d’origine della scuola (e di tutto lo Stato italiano): la preminenza del diritto amministrativo sul diritto pubblico.  Come scrisse Gaetano Mosca in quegli anni, molto spesso in Italia l’insegnamento è svolto da persone che ripiegano sulla scuola dopo i propri fallimenti professionali. Curioso allora notare come la scelta di fare l’insegnante sia ben lungi dall’essere quella scelta vocazionale che la retorica ufficiale utilizza per esaltare la professione.

La letteratura per l’infanzia.
Uno degli strumenti più efficaci nella formazione dell’identità nazionale è la letteratura per l’infanzia. Da un punto di vista storico essa si sviluppa in Italia sulla scia di un testo del 1859 che ebbe grande successo in Inghilterra, Self help di Samuel Smiles, il quale diede vita al cosiddetto “filone lavorista”. Pubblicato in Italia nel 1865 con il titolo Chi si aiuta, Dio l’aiuta, il libro ebbe una fortuna enorme arrivando a ben 55 edizioni. La traduzione è però interamente adattata alla cultura paternalistica italiana. Se nella società inglese ed europea il self help è sinonimo di realizzazione sociale e prevede la mobilità delle classi fondata sul merito, strutturandosi sulle qualità individuali che ad essa sono imprescindibili, molto diverso è il caso del lavorismo italiano. In questo caso infatti l’ideale dell’ascesa sociale si infrange su un sistema ostile che la giudica come “rampantismo” ed “arrivismo”: il lavoro ha il solo significato di strumento per conseguire una certa agiatezza personale attraverso l’ottenimento di una posizione di privilegio. Al contrario, il lavoro non è mai strumento di crescita civile e sociale: il passaggio dall’una all’altra classe, se e quando avviene, si ha sempre e solo sotto forma di cooptazione, mai sotto l’egida dell’autonomo sviluppo delle capacità individuali. Il “lavorismo” italiano finisce così per legittimare le differenze sociali e partorisce una vera e propria fascinazione per chi comanda: nasce il mito dell’emulazione delle classi agiate da parte delle classi popolari che altro non è se non il mantenimento nascosto delle differenze sociali. Continua a mancare quella mentalità in base alla quale, anche in presenza di differenze economiche e reddituali, i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Lo spirito della democrazia è ancora alieno alla nostra cultura.
I romanzi di Collodi e De Amicis hanno anch’essi un successo clamoroso con Cuore che vende più di un milione di libri. Non può sfuggire l’osservazione per cui i due libri italiani di maggior successo sono libri per bambini ad uso degli adulti. Non si esce dall’ottica dei due popoli: ci si rivolge ai maggiorenni con gli stessi modi usati verso i minorenni. Se poi le due opere contengano messaggi esoterici, come una certa parte dei critici sembra avallare facendo leva sulle personali attitudini illuministiche degli autori, si tratta di un altro discorso. Troppo forte è l’uso che le stesse autorità politiche hanno fatto dei romanzi in questione. Pinocchio, con le figure stereotipate della fatina, dei cattivi, dell’orco buono, insiste sulla dimensione della disciplina, delle regole, del perbenismo (con il quale si chiude il romanzo stesso: “come ora son contento di esser diventato un ragazzino per bene!”). Cuore, propone di fatto un’idea di cittadinanza a due velocità: da una parte la classe elitaria della buona borghesia, dall’altra la massa indistinta delle classi popolari che spesso si sacrifica per la prima. E’ vero che Cuore soppianta l’educazione religiosa. Ma lo fa in nome di valori sentimentalistici e moralistici che ripropongono i medesimi schemi di quelli religiosi. Il diario di Enrico Bottini, sul quale si sviluppa il romanzo di De Amicis, è lo strumento con il quale viene veicolata nella scuola e nel Paese una precisa idea della cittadinanza: i buoni sentimenti al servizio della conservazione sociale; i personaggi che incarnano veri e propri idealtipi della nostra società, la povertà dignitosa, l’irrilevanza del merito, il perbenismo, il paternalismo. Il tutto avvolto dalla fatalità e dalla rassegnazione. Cuore, nonostante i suoi indiscussi meriti, ha in realtà instillato un vero e proprio veleno nelle giovani generazioni. Non a caso esso fu ripreso ed esaltato dallo stesso fascismo e poi dalla Democrazia cristiana nei primi quarant’anni della nostra repubblica. Indicarlo oggi come esempio di civismo significa mancare ancora una volta l’appuntamento con la crescita libera e responsabile degli italiani.

Questo articolo è frutto della selezione e della rielaborazione di appunti personali presi in un corso di storia della pedagogia dal titolo “Scuola e costruzione dell’identità nazionale in Italia dall’Unità all’età crispina” tenuto dal prof. Roberto Sani all’Università di Macerata nell’anno accademico 2007/2008.

Insegnante al Liceo delle Scienze Umane di Nocera Umbra. Lauree in Scienze politiche, Scienze religiose e Filosofia. Dottorato in Storia della Filosofia nelle Università di Mainz e Macerata. Principali temi di ricerca: Spinoza e lo spinozismo, Schopenhauer, filosofia tedesca del XVIII e XIX secolo. Articoli e monografie su questi temi.

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