Il TTP: un libro forgiato all’inferno o in paradiso? (Parte prima)

Il Trattato teologico politico (TTP) di Spinoza, pubblicato nel 1670, costituisce uno di quei rari testi filosofici che, a distanza di oltre tre secoli, continua ancora oggi a produrre una mole notevole di studi e letteratura critica. Il libro di Susan James, Spinoza on Philosophy, Religion and Politics, pubblicato nel 2012, costituisce un profondo e dettagliato studio che si aggiunge agli altri apparsi recentemente ((Vedi a questo proposito Steven Nadler, A book forged in Hell (tr. it. Un libro forgiato all’inferno, Einaudi, 2013)). Il suo scopo, come indicato esplicitamente nell’introduzione, è quello di ricostruire il contesto storico che ha dato forma al trattato confrontando i vari temi in esso contenuti con il dibattito e le lotte in corso in quel periodo. Come spiega l’autrice, questo approccio è particolarmente utile se si tiene conto del fatto che Spinoza ha redatto i suoi scritti per diversi destinatari e per differenti scopi in modo tale che sarebbe controproducente, e dannoso per la sua stessa comprensione, assumere il suo sistema come un tutto coerente forzando la sua interpretazione all’interno di un’unica lettura. Non manca tuttavia la discussione analitica di alcuni problemi teologico-filosofici: filo comune dell’analisi è il confronto con il calvinismo, la religione dominante nell’Olanda del seicento, anche a motivo del fatto che molte delle tesi di Spinoza riprendono, per distinguersene, i dogmi della principale e più rigida delle sette protestanti.

James Book

Se si considerano le tre ragioni che spinsero Spinoza a scrivere il TTP, indicate dallo stesso autore nella lettera a Oldenburg del 1665 ((Epistola XXX)), l’interpretazione della James prende in esame la seconda: evidenziare cioè come l’accusa di ateismo sia sempre stata respinta dal pensatore olandese il quale proprio sull’idea di Dio costruisce la sua filosofia. In questo senso il testo della James presenta uno Spinoza religioso, impegnato piuttosto a combattere la superstizione e l’ignoranza per mettere in luce il vero significato della religione. L’interpretazione della James si pone come alternativa e complemento a quella di altri studiosi ((Come ad esempio Jonathan Israel, Radical Enlightenment, Oxford University Press, 2002)) che tendono a leggere nelle pagine del TTP uno Spinoza laico, libertario, teso a distruggere i pregiudizi della religione al fine della libertà di filosofare.
Il libro è suddiviso in 12 capitoli organizzati in quattro parti: la Rivelazione, cioè i modi nei quali Dio si manifesta all’uomo; la demistificazione della Scrittura, ovvero perché la Bibbia non può essere intesa in senso letterale come Parola di Dio; l’adesione alle esigenze della vita religiosa, cioè i criteri della religione autentica; la politica della vera religione, dove viene preso in esame in che modo quest’ultima può trovare spazio nella società. Continue Reading

Quale Dio per il pensiero?

Fare teologia, parlare di Dio nella tradizione giudaico-cristiana ha significato storicamente fare riferimento alla Parola di Dio. Non si può essere teologi, non si può discorrere su Dio se non si crede  che vi sia una Parola di Dio. Non si tratta di un problema di poco conto se si tiene  presente il fatto che la stessa Scolastica distingueva una teologia naturale e una teologia-teologia esprimibile, quest’ultima, soltanto da chi crede alla Parola di Dio.

E tuttavia, contro questa concezione, si deve dire che non solo si può ma si deve parlare di Dio anche se non si ritiene che vi sia una Parola di Dio. In questo modo il campo del discorso su Dio è aperto ad ogni uomo e ciò anche a motivo del fatto che qualsiasi pensiero, che voglia dirsi tale, consiste nella sua stessa impossibilità di arrestarsi prima di sbattere contro quest’ultimo argine costituito da quello che, per definizione, è da sempre il problema ultimo. Con questa premessa, quasi mettendo le mani avanti su un tema delicatissimo ed esibendo allo stesso tempo la piena legittimità del discorso filosofico, Massimo Cacciari ha aperto la lezione magistrale tenutasi domenica 21 giugno di fronte ad oltre 450 persone al Monastero della comunità di Bose, in provincia di Biella.

Nella nostra tradizione occidentale, il discorso degli albori è quello di Democrito il quale parla della teologia come di qualcosa proveniente dai Magi, cioè dalla sapienza mesopotamica, che discuteva degli astri intesi come divinità. Il teologico in ultima analisi si confondeva con l’astrologico.

Il grande passo e allo stesso tempo la grande rottura viene fatta da Platone il quale, grazie al discorso metafisico, afferma che il divino non può essere identico al suo manifestarsi: una cosa è il sole, altra cosa è la divinità. La teologia comincia così ad interrogarsi su ciò che è ulteriore ma a questo punto le strade cominciano a divergere.

Una via è quella del platonismo secondo cui l’ordine che appare e tutto il manifestarsi degli essenti proviene da un Uno sovrasensibile. Il divino è ciò che produce la tensione degli essenti all’unità e viene chiamato di volta in volta in modo diverso: Eros (Amore) oppure Agaton (Bene) i quali connettono tutto ciò che esiste in piena armonia.  Con Platone la filosofia classica ritiene che il Divino sia l’Uno che si manifesta nella pluralità degli enti. L’Uno platonico è così indeterminato e il problema che si pone è il seguente: in che modo si può e si deve spiegare l’effusività dell’Uno? In che modo cioè si spiega il passaggio dall’Uno ai molti?

L’altra via è quella dell’aristotelismo il quale fa notare che,  siccome esiste un rapporto concreto tra l’Uno e gli enti, l’Uno, a differenza di quanto sosteneva Platone e il platonismo, è determinato. Se infatti l’Uno entra in rapporto con il determinato non può non avere la sua stessa natura. Esso tuttavia, in qualità di super-ente, rimane separato dall’ente e sorge il problema di spiegare in che modo si costituisce il rapporto tra i due. La riflessione filosofica, di fronte a questo problema, finisce per concentrarsi primariamente sull’ente, diventa cioè discorso scientifico. Ecco allora la fisica, attraverso la quale viene analizzato e spiegato l’ente; ecco la logica grazie alla quale si possono descrivere le connessioni che esistono tra gli enti. L’Uno, attraverso il discorso teologico che Aristotele non a caso pone al vertice della metafisica, diventa ciò che spiega il movimento dell’ente, esso è motore immobile, Ente sommo. Si realizza così il passaggio dall’Uno platonico avente carattere indeterminato all’Ente aristotelico avente i caratteri del determinato che spiega a sua volta tutta la natura e la nascita dell’ontoteologia.

Si capisce che in questo modello, attorno al quale si struttura l’idea di Dio che domina in Occidente grazie soprattutto alla Scolastica, soltanto l’Uno dispone ed è custode dell’essere mentre tutti gli altri enti nascono e muoiono. Viene alla luce la radice inaudita del nichilismo: se l’esistenza compete soltanto al Super-ente, gli enti che divengono propriamente non sono, non esistono. L’interdetto ex nihilo nihil, che era valso per tutta la filosofia greca, viene violato proprio attraverso l’ammissione del divenire.

Le due vie che hanno pensato Dio in occidente sono così ben distinte che si potrebbe dire che una è quella vincente (quella aristotelica) e l’altra perdente (quella platonica). E tuttavia quest’ultima è come una spina nel fianco che risorge sempre. Ciò avviene attraverso la grande dottrina di Sant’Agostino e in tutti quei discorsi che teorizzano il Deus absconditus, il dio nascosto. Perché, si chiede Cacciari, Platone rimane dappertutto? Perché il problema che si pone è il seguente: davvero il discorso teologico può realizzarsi e giungere a termine con la manifestazione di Dio? Posso cioè veramente comprendere dio nella sua Rivelazione? Questo è il problema! Si comincia a scorgere cioè che il discorso sugli enti e le caratteristiche metasifiche attribuite al dio inteso come sommo Ente non esauriscono le esigenze del discorso teologico. Ecco allora il nascere della Mistica, che in questo quadro deve intendersi come grande discorso proveniente dal platonismo.
Oggi questa istanza la vediamo all’opera, secondo Cacciari, nell’Islam secondo cui l’Uno non è determinabile, non può essere predicato. La passione dell’Uno che riscontriamo oggi nell’Islam è però follia e delirio. E questo sia perché esso rinuncia alla relazione sia perché lo stesso Gesù è considerato manifestazione di puro irrealismo e irrazionalità. Da questo punto di vista è come se l’Islam dicesse a Cristo: “tu non conosci la vera natura dell’uomo” quasi riprendendo l’accusa del grande inquisitore di Dostoevskij.

In questo quadro, prosegue Cacciari, si pone il problema del Dio trinitario cristiano. Qui infatti l’istanza del rivelarsi del divino costituisce qualcosa di paradossale e fa nascere due domande: Il Logos che si rivela può essere inteso come rivelazione ultima e totale di Dio? Ciò che si rivela in tutta la sua drammaticità può essere inteso come Dio? La teologia cristiana risponde negativamente in quanto a rivelarsi è solo una persona della Trinità. Proprio per questo motivo e grazie a questa sua natura, il cristianesimo rimane la religione più perfetta, quella che riunisce dentro di sé l’immanente e il trascendente e che soprattutto esprime la dimensione divina più perfetta, quella della relazionalità.

La teologia (e con essa la filosofia) continuerà però a dirci, soprattutto attraverso Lutero, che ragionare, riflettere e speculare oltre quel Logos che si è rivelato nella carne è esercizio di vanità: si annuncia così la grande stagione dell’idealismo tedesco. Hegel in fondo non vuole altro che comunicare l’idea che (come per Lutero) solo il Logos conta, solo la Parola fatta carne deve essere presa in considerazione. Dio diventa il concetto. Ma questa enfasi sul Logos si rivela di fatto come un impoverimento della struttura trinitaria e l’idealismo tedesco finisce per rendere immanente ciò che è di dimensione più elevata. In questa pennellata a grandi tinte della storia del pensiero filosofico sull’idea di Dio, Spinoza appare come un precursore dell’idealismo. Sebbene infatti il suo sistema rappresenti una perfezione assoluta, un modello logico insuperabile ed esprima l’amore stesso di Dio, esso tuttavia rimane sostanza astratta che soltanto l’idealismo porterà a compimento introducendo il divenire storico. Compimento però che, secondo il filosofo veneziano, mostrerà a sua volta tutta la sua insufficienza: il Deus sive Natura si riflette nella mente umana, nel cervello, il quale, lasciato a se stesso, finisce per compiere i disastri. Quindi anche questo modello è insufficiente per un adeguato pensiero di Dio.

Il discorso finale ha riguardato l’analisi del sentimento religioso a partire da un’altra stagione fondamentale del pensiero filosofico, quella della fenomenologia. Il suo tratto caratteristico è quello di operare una riduzione dell’esperienza religiosa vista e analizzata secondo il suo pathos originario. Due però, secondo Cacciari, sono i limiti di questo approccio. Il primo è dovuto al fatto che sembra impossibile parlare di esperienza religiosa, e quindi ridursi al puro dato fenomenologico, senza una precomprensione della stessa, senza cioè il cosiddetto circolo ermeneutico. L’esperienza religiosa è sempre predeterminata da un punto di vista interpretativo. Il secondo limite è costituito  dalle conseguenze della sua stessa impostazione: secondo la fenomenologia infatti è possibile risalire ad un denominatore comune che accomunerebbe tutte le espressioni di religiosità. In realtà questo non è possibile in quanto, secondo Cacciari, la dimensione religiosa non è mai univoca ed è sempre originaria. Per questo motivo la religione è rappresentata dalla dimensione simbolica e non dall’allegoria: soltanto il simbolo esprime autenticamente il fatto religioso, cioè il suo provenire da un’esperienza unica e sempre nuova che accade nell’essere umano.

 

Appunti per il dopo Nietzsche

Per fare un bilancio di un’amicizia intellettuale durata tutta una vita, Giorgio Colli in Dopo Nietzsche (Colli 1979), mette in campo tutta la saggezza dell’indagatore della verità. Nella sua proposta di un Nietzsche come voce incompresa dell’approccio misterico alla conoscenza emerge quell’ammissione dei limiti della ragione, propria di chi ha visto l’opacità delle sfumature del mondo e ne è rimasto affascinato. Ammissione che tuttavia è anche l’esaltazione dell’attimo fulmineo in cui l’intuizione si apre un varco, per affacciarsi su «quello che precede la nostra vita, che sta al di là della nostra vita» (Colli 1979, 68). Da dove trarrebbe origine il ragionare filosoficamente, “il tessuto dai molteplici nodi del logos”, se non dal tentativo di disinnescare l’emergere dell’enigma (il prόblema, “l’ostacolo che getta in avanti”) oracolare, che nel suo accennare la via della conoscenza, illumina parimenti la natura inesorabile del destino?

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La scienza e l’insopprimibile bisogno del Tutto

Qualche settimana fa, l’astrofisico italiano Amedeo Balbi ha scritto un lungo articolo, su il Post, per chiarire alcune sue perplessità intorno ad una certa tendenza, che egli vede in atto nella fisica teorica. Sovente essa infatti, afferma Balbi, sembra volta a sganciarsi dal metodo scientifico puro e duro, ovvero quello legato alla salvaguardia dell’esperimento, nelle proprie indagini. La paura di Balbi (che riprende una questione aperta dai cosmologi George Ellis e Joe Silk, su Nature) e quindi anche le loro osservazioni a riguardo, è quella che la scienza possa iniziare a parlare di filosofia. Scrive Balbi:

In alcuni casi, però, le speculazioni che prendono il via da questioni di fisica teorica vanno addirittura oltre la matematica, sfociando in un terreno che un tempo sarebbe stato di pertinenza della filosofia, se non addirittura della metafisica. Come dovremmo giudicarle? Non è, si chiedono Ellis e Silk — e noi con loro — che mostrando di prendere sul serio teorie che, pur nate in seno alla comunità scientifica, non rispondono al criterio di falsificabilità, stiamo anche concedendo — involontariamente — spazi di manovra e argomenti di legittimazione a idee decisamente pseudoscientifiche? Non staremo, noi scienziati, facendo passare all’esterno il messaggio sbagliato che ci siano idee che non hanno bisogno di essere dimostrate per essere credute, mettendo a rischio il nucleo più prezioso della scienza, ovvero il suo metodo?

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Spinoza a Uomini e Profeti

Uomini e profeti è una trasmissione radiofonica in onda il sabato e la domenica mattina su Radio tre. Ideata e condotta da Gabriella Caramore (foto accanto), da oltre venti anni è tra i rari appuntamenti pubblici che affrontano argomenti di carattere teologico e religioso con una solida preparazione culturale (soprattutto biblica) unita a uno stile sobrio e raffinato. Notevoli sono le iniziative curate dalla trasmissione: una delle ultime in ordine di tempo è stata la lettura della Bibbia, dal primo all’ultimo libro, portata avanti insieme a studiosi e intellettuali dal 2010 al 2013. Numerose, anche per via del curricolo della conduttrice, le incursioni nel campo della filosofia. Una di queste ha interessato anche la figura di Spinoza con una puntata trasmessa l’8 dicembre del 2013 (ancora oggi scaricabile nella sezione podcast del sito) dal titolo Un uomo che genera Dio, secondo una citazione tratta da una poesia di Borges dedicata al filosofo ebreo.

Introdotto dalle parole di Giorgio Colli – che definiva il sistema di Spinoza un’unità a confronto della molteplicità frantumata del mondo moderno e la sua Etica (l’opera principale di Spinoza oggetto del nostro prossimo ritiro filosofico) come avente «la fermezza di un tempio in un paesaggio disabitato capace, se contemplato, di far conoscere il Divino» –  il dialogo in studio ha visto la presenza di Davide Assael, giovane ricercatore di origine ebraica.

Spinoza viene presentato correttamente nella sua dimensione biografica, storica e filosofica. Particolare attenzione, come è naturale, viene posta alle regole esegetiche contenute nel suo Trattato Teologico Politico del 1670 relative all’interpretazione delle Scritture. Con molta onestà viene giustamente ricordato che il filosofo e “ateo” Spinoza è stato il fondatore del metodo storico-critico che poi, dopo essersi diffuso in modo generalizzato nell’ambito della teologia due secoli più tardi, è oggi diventato imprescindibile anche per le chiese cristiane e nelle facoltà di teologia ai fini di una corretta comprensione della Bibbia. Viene poi ricordata la critica antropomorfica, ovvero l’antifinalismo di Spinoza, che vieta di porre l’essere umano al centro della natura (cosa ancora controversa per il sapere religioso cristiano). La discussione si sviluppa poi evidenziando i limiti del pensiero spinoziano. Su questi vorremmo soffermare la nostra attenzione, sia per indicare luoghi o testi in cui approfondire i singoli temi trattati sia per esprimere alcuni rilievi di carattere critico.

La conduttrice e il suo ospite sostengono che il metodo esegetico storico-critico non può essere assolutizzato: anche la lettura della Bibbia fatta in senso simbolico deve essere difesa perché recante una dimensione di significato da cui non si può prescindere. Non si dovrebbe cioè ridurre la Scrittura all’interpretazione fondata sul metodo storico-critico in quanto, avendo anch’esso i suoi limiti, deve essere utilizzato insieme ad altri metodi, così come mostrato da Sergio Quinzio (per tali critiche rimandiamo alla lettura dell’epistolario con Ceronetti). Su questo punto, per evidenti motivi, rispettiamo la diversità consistente in un approccio di fede necessariamente diverso rispetto a quello meramente razionalistico aggiungendo però che se, come dicono i conduttori, la lettura della Scrittura deve e può essere fatta in modo allegorico, diventa allora quanto mai urgente capire i luoghi dove ciò avviene insieme all’individuazione dei criteri per cui ciò avviene (ad esempio: come si pone oggi la scienza teologica in merito alla dimensione allegorica della risurrezione di Cristo?).

Il dialogo si estende poi sull’imbarazzo ancora attuale di Israele nei confronti di Spinoza. Esso nasce dalla valutazione secondo la quale le categorie utilizzate dal filosofo sono essenzialmente scientifico-filosofiche e non ebraiche. Da una parte si prende atto come nei suoi confronti l’atteggiamento umano sia cambiato, grazie anche al nuovo paradigma sull’identità ebraica che al tempo del filosofo significava compiere i precetti (mizwot) mentre oggi non è più così. Dall’altra però rimane l’imbarazzo perché, nonostante “l’errore strategico” della sua espulsione, rimane immutata la condanna dottrinale dovuta al fatto che quello di Spinoza non è più considerato un pensiero ebraico. Ricordiamo, a questo proposito, che dal novembre del 2012 fino al giugno del 2013 la comunità ebraico-portoghese di Amsterdam ha svolto un processo postumo per l’abrogazione del bando di espulsione di Spinoza emesso nel 1656 conclusosi però con la decisione del mantenimento della scomunica (per la discussione su questa vicenda vedi l’articolo di Steven Nadler nella rubrica The opinionator del New York Times).

Nella trasmissione si sottolinea altresì come il pensiero etico del filosofo olandese abbia portato ad un’eccessiva fiducia nella ragione, una sorta di ottimismo antropologico che, insieme al principio della libertà di coscienza, è oggi in corso di rivisitazione attraverso una vera e propria “apologia del dualismo” grazie alla quale emergerebbero aspetti trascurati dal monismo, prima di tutto l’idea di limite che permette la relazione tra gli individui. Tuttavia, aggiungiamo noi, non è affatto vero che un approccio monista (l’idea secondo cui esista un solo principio metafisico) sia di ostacolo alla relazione tra gli individui; anzi è semmai tutto l’opposto, come ha mostrato ad esempio Schopenhauer per il quale proprio l’appartenenza del genere umano (e animale) alla medesima sostanza costituisce il fondamento dell’etica.

Viene sottolineato infine l’atteggiamento “antidemocratico” e poco accettabile di Spinoza in relazione alla tesi secondo cui la Bibbia è stata scritta per educare ai misteri divini il popolo ignorante. A questo proposito si sottolinea come egli mantenga una posizione fortemente elitaria: nonostante si riconosca che il percorso educativo richieda un grande sforzo, è comunque «meno giusto riconoscere che alcuni possono educarsi e altri no» chiosa la conduttrice. Qui tuttavia sarebbe stata necessaria una precisazione. Il problema cioè non è quello di aver separato il volgo dai sapienti (distinzione che c’è sempre stata e che sempre rimarrà nel genere umano). Il punto è che per Spinoza la Bibbia non è stata scritta per ragioni di conoscenza divina (per la quale ci si deve rivolgere piuttosto alla filosofia) ma semplicemente per suscitare l’obbedienza, la devozione e il sentimento religioso verso Dio. Anche in questo senso dunque il pensiero di Spinoza non solo non è antidemocratico ma, potremmo dire, democraticissimo nella sua vera e propria essenza, specialmente se si tiene conto di quello che è stato definito il paradosso spinoziano, quello per cui «Se qualcuno, credendo cose vere, diverrà arrogante, costui avrà una fede empia; ma se sarà obbediente, pur credendo cose false, la sua fede sarà pia» (TTP, cap. XIII). Il senso di quella tesi, secondo la quale la Bibbia si rivolge ai semplici e a chi non ha tempo di indagare la natura di Dio (motivo per cui, tra le altre cose, in essa non vi è da ricercare alcun incomprensibile mistero divino), è che obbedienza e conoscenza, teologia e filosofia, fede e ragione sono e devono rimanere radicalmente separate tra di loro, tanto che una loro commistione non solo non porta a nessuna conoscenza ma è per entrambe nociva.

Infine il determinismo nelle azioni umane, spettro che non finisce mai di spaventare il mondo teologico (nonostante il fatto che proprio un pensatore come Lutero ne sia stato uno dei principali sostenitori). Secondo i protagonisti della trasmissione, non credere al libero arbitrio significa arrendersi al fatalismo che limita le potenzialità creative dell’individuo. Secondo la nostra opinione invece, oggi confermata anche dallo sviluppo delle neuroscienze, pur riconoscendo che tale fede è il presupposto irrinunciabile di molte costruzioni individuali, sociali e teologiche, la credenza nel libero arbitrio, da un punto di vista filosofico, è accettabile al pari di quella di chi si dichiari disposto a credere nei miracoli.

Affrontando un filosofo ancora scomodo per la teologia e per la religione in genere, Uomini e profeti si è ancora una volta dimostrata trasmissione non solo intelligente ma anche dotata di coraggio, provando la maggiore vitalità del mondo teologico odierno rispetto a quello filosofico, rimasto ancora troppo piatto e convenzionale soprattutto nel nostro Paese.

Searle e l’odissea della coscienza

In merito all’enigma della coscienza, o, come si vuole, al problema del rapporto fra mente e cervello, due, in fondo, sono le principali tradizioni filosofiche cui ancora oggi si ispirano le diverse posizioni. La prima è quella del materialismo che Searle definisce come “la concezione per cui nell’Universo non c’è nulla tranne i fenomeni materiali come sono tradizionalmente definiti. Non ci sono stati di coscienza o consapevolezza intrinseci, soggettivi, irriducibili, né c’è qualcosa d’altro che sia intrinsecamente mentale. Ogni evento manifesto può essere eliminato o ridotto a qualcosa di fisico” (Searle 2005, 118).

La seconda è quella del dualismo definito come “la concezione per cui ci sono due regni ontologici metafisici distinti nell’Universo, uno mentale e uno fisico”, sulle orme della distinzione cartesiana fra res cogitans e res extensa e della loro reciproca irriducibilità. Da qualche decennio, in concomitanza con l’enorme sviluppo dell’informatica, la tesi materialistica è quella che sembra andare per la maggiore, culminando nella forma affascinante e terribile di una teoria computazionale che fa del cervello un computer digitale e della mente un programma o un insieme di programmi di tale computer. In questo modo gli stati di coscienza sarebbero ridotti a stati computazionali di un sistema fisico. Il modello computazionale è stato ribattezzato da Searle con l’espressione comunemente in uso di Intelligenza Artificiale (IA) Forte “per distinguerla dall’Intelligenza artificiale debole, che si propone di studiare la mente mediante simulazioni informatiche, non di crearne una. Per la concezione della IA forte, un computer digitale appropriatamente programmato non simula semplicemente di avere una mente; possiede letteralmente una mente” (Searle 2005, 60). Continue Reading

Religione e morale nella filosofia di Pierre Charron

Pierre Charron1. Religione e filosofia nell’esistenza di Charron

Nato a Parigi nel 1541, Pierre Charron è la massima espressione del passaggio dalla turbolenza dottrinale della «fin de la siècle» alle prime riflessioni moderne sul rapporto tra religione e filosofia. La sua stessa esistenza è caratterizzata da un’eterna disputa tra il dover essere esteriore e l’essere interiore, tra ruolo sociale e spirito critico: da un lato gli studi giuridici a Orléans e a Bourges per diventare dottore in legge e la successiva ascesa sul terreno ecclesiastico da teologo a canonico della Chiesa di Bordeaux; dall’altro l’interesse per la filosofia, nato dagli insegnamenti della Sorbona e maturato in seguito grazie alla conoscenza di Michel de Montaigne.
La fase giuridico-teologica rappresenta il lato pragmatico di Charron: le tecniche persuasive e sofiste dell’avvocato non gli danno soddisfazioni sul piano giurisprudenziale, ma risultano essenziali per la sua carriera religiosa. Charron diventa in breve tempo un predicatore molto richiesto dai vertici del potere e un instancabile difensore del Cattolicesimo.
Nel tribunale in cui si trova a operare Charron si discute sulla vera religione e la parte lesa da difendere è il Cattolicesimo. Come emerge dal suo primo lavoro Les troiz veritez (1593) le arringhe di Charron non si basano sulla Scolastica, bensì sullo scetticismo: se, a causa della sua debolezza e limitazione dello spirito, l’uomo non può «conoscere e comprendere le cose create, finite, naturali, artificiali» di conseguenza fallisce ogni possibilità di comprendere la natura del Creatore.

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Anno giubilare per il “divino” Cusano

Il 10 agosto 1464 moriva a Todi il cardinale Niccolò Cusano, lasciando in eredità una discreta somma di denaro alla sorella Clara e soprattutto all’Opera caritatevole che reggeva l’Ospedale da lui fondato a Kues, sua città natale. Annessi agli edifici dedicati alla cura degli anziani, il Cardinale fece costruire – forse secondo i progetti architettonici dell’amico Leon Battista Alberti – una cappella e una piccola biblioteca, dove vennero raccolti i manoscritti che il cardinale acquistò nella sua vita, i suoi strumenti astronomici e le sue lettere. La suddetta eredità pecuniaria di Cusano e il dinamismo del suo ex-segretario Pietro di Erkelenz permisero all’Ospedale di continuare le proprie attività negli anni a venire e così di conservare in buono stato anche la cappella e la biblioteca. Molto presto, queste sarebbero diventate meta ambita di studiosi e filologi interessati alla ricostruzione del pensiero del cardinale di Kues e alla lettura dei preziosi manoscritti trecenteschi e quattrocenteschi che ivi erano conservati. Tra di essi, ad esempio, spiccano le Opere e i Sermoni di Meister Eckhart, ma anche importanti codici con le traduzioni latine di Proclo e di Dionigi  ad opera di Ambrogio Traversari.

La biblioteca, la cappella dell’Ospedale e un po’ anche lo spirito del segretario Pietro, che voleva far perdurare nei secoli la memoria del cardinale, sono stati la cornice entro cui si è svolto il VI Jungcusaner Tagung, il convegno dei giovani studiosi di Nicola Cusano, tra il 26 e il 28 maggio 2014. Il Tagung si è andato ad inserire in un più ampio programma di convegni ed eventi che sta vedendo una serie di incontri presso Trier, sede del Cusanus-Institut, presso la città natale di Kues, dove è attiva la Kueser Akademie, e che si concluderà a Roma in ottobre con il convegno ufficiale della Cusanus-Gesellschaft. Il Tagung dei giovani cusaniani, però, ha vita autonoma rispetto alle celebrazioni dello Jubiläumsjahr 2014 (550 anni dalla morte del Cusano): esso è, piuttosto, un incontro autogestito dai giovani ricercatori cusaniani che ogni due anni si danno appuntamento in una Università o in un luogo cusaniano per discutere un aspetto o una tematica relativa alla filosofia del cardinale. Questa è sovente l’occasione per mettere alla prova le proprie interpretazioni di Cusano e per discutere di impostazioni, ipotesi e prospettive legate alle proprie tesi di dottorato, post-dottorato o ai progetti cusaniani a cui partecipano nelle rispettive Università di tutta Europa. Giunto alla sesta edizione, il convegno di Kues 2014 si è inoltre celebrato in memoriam del prof. Klaus Reinhard, scomparso da pochi giorni, e che più di dieci anni or sono fu l’ispiratore del primo Jungcusanertagung. Il tema scelto dalle organizzatrici Christiane Bacher e Cecilia Rusconi è stato «Formen des Wissens bei Nikolaus von Kues».

I giovani ricercatori che hanno preso parte al convegno provenivano da terre e università differenti – i due gruppi più consistenti erano difatti tedeschi e italiani, ma erano presenti anche studiosi francesi, russi, bulgari e svizzeri –, ma soprattutto mettevano al servizio del convegno le loro particolari ed eterogenee formazioni; così le forme del sapere per Cusano sono state trattate secondo una prospettiva teologica da Christian Ströbele, che ha affrontato il rapporto tra fede e conoscenza, e Felix Resch, che si è occupato della discussione sulla teologia mistica tra gli abati di monasteri vicini a Cusano. Hanno invece proposto una prospettiva filosofica incentrata su alcune tematiche chiave della teoria della conoscenza e sulle sue fonti: Bogdana Paskaleva, che ha trattato la questione della conoscenza sensibile, Marc Bayard l’intelligenza e il movimento, Jean-Marie Nicolle l’assimilazione, Maude Correiras la conoscenza enigmatica nel De beryllo e David Bartosch il rapporto tra sapere implicito e sapienza. C’è stata anche una sezione dedicata alle questioni più scientifiche o inerenti alla filosofia della scienza con le relazioni di Pietro Omodeo e Rodolfo Garau sul concetto di contingenza e necessità nella filosofia della natura della prima età moderna, con la presentazione degli scritti matematici di Cusano a cura di Federica De Felice.

Altri si sono occupati delle fonti: è il caso dell’analisi proposta da Andrea Fiamma sul concetto di peso nel De staticis experimentis con uno sguardo ad Agostino d’Ippona; di Arnild-Cosima Tappeiner che nel De docta ignorantia ha messo in evidenza la presenza della filosofia di Maimonide e di Witalij Morosow, che ha mostrato i rapporti di Cusano con il mondo alchemico. Damiano Roberi ha rivolto invece lo sguardo in avanti, analizzando il concetto di tempo in Cusano in riferimento alle formulazioni contemporanee di W. Benjamin e H. Blumenberg. Christian Kny e Susann Kabisch si sono invece chiesti se per Cusano la conoscenza sia comunicabile e se in essa sia presenta una dimensione  performativa, ricalcando un po’ gli ultimi esiti della Cusanus-Forschung, che tendono verso una riscoperta della filosofia pratica e degli aspetti sociali nell’opera del cardinale. Singolare è stata invece l’ottima relazione di Winfried Rohr, che ha riletto alcuni passi sul valore e sulla moneta del De ludo globi di Cusano come possibili presupposti per un’ontologia del valore in dialogo con il filosofo Ernst Böckenförde. Dalle tante discussioni che hanno seguito agli interventi è emerso un interesse vivo per la figura del cardinale, la cui filosofia, lungi dall’essere risolta in un’interpretazione definitiva, apre continui scenari di ricerca. Per questo lo Jungcusaner Tagung continuerà la propria tradizione anche negli anni futuri e per il 2016 è stata scelta per la prima volta una sede non tedesca: il convegno sarà difatti organizzato presso l’Università agli studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara a cura del gruppo di ricerca su Cusano che si è andato formando in questi anni.

 

La politica di Abramo

The politics of the binding of Isaac, letteralmente “la politica della legatura di Isacco”, è un articolo apparso lo scorso 14 gennaio sull’Opinionator del New York Times (pessimo nome per un’ottima rubrica filosofica) a firma di Omri Boehm, giovane assistente di filosofia presso la New School for Social Research di New York. Aggiungiamo per inciso che non abbiamo trovato altri termini in italiano, come quello appunto di legatura, per indicare l’atto del legare qualcuno (forse però si potrebbe anche tradurre “legamento”).

L’articolo discute un tema oggetto di acceso dibattito al nostro ultimo Ritiro Filosofico, ovvero il cosiddetto “sacrificio di Isacco” così come è conosciuto l’episodio contenuto nel capitolo 22 del libro della Genesi. Il fatto è noto: una volta ricevuto l’ordine di sacrificare il proprio figlio, Abramo, attraverso continue quanto false rassicurazioni, conduce Isacco sul monte Moriah secondo il comando ricevuto. Dopo aver legato il bambino all’altare sacrificale, Abramo viene fermato all’ultimo momento dall’angelo di Dio che interviene per impedire la consumazione del rito.

Le ragioni per cui il racconto è conosciuto come il sacrificio di Isacco sono numerose. Esse tuttavia sono ingiuste in quanto nessun sacrificio viene perpetrato: sono quindi da respingere interpretazioni legate al proposito iniziale (seppure fatto sotto il comando di Dio) o alla presunta “psicopatologia” di un padre che pur si dirige sul monte per compiere l’uccisione del proprio figlio. Semmai si deve al contrario interpretare il fatto come una prima reazione contro il rito dei sacrifici umani delle religioni pagane, rito inizialmente praticato anche in ambito giudaico. In questo senso la mancata consumazione del sacrificio del bambino segnala il passaggio da una religione arcaica ad una religione più matura e decisamente più umana.

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