Che cos’è la sostenibilità?

Uno dei concetti più utilizzati nel dibattito odierno, soprattutto quello che intende commentare o valutare scelte e direzioni politiche (nel senso più ampio del termine), è quello di sostenibilità. Sempre più spesso è considerato “un tema centrale”, “una questione irrinunciabile”. Questo articolo non vuole minimamente sminuirne l’importanza, semmai approfondire quale schema c’è alle spalle di questo concetto e provare a offrire uno sguardo più aereo sulla tematica. Tale scavo ci permetterà forse di vedere il concetto di sostenibilità secondo un’ottica diversa, la quale non reitera alcuni dei problemi che le pratiche di sostenibilità intendono invece risolvere. 

Questo articolo, quindi, è una primissima bozza di una genealogia della sostenibilità; proveremo a rispondere a domande come: cos’è la sostenibilità? O meglio, cosa presupponiamo alla base di questo concetto? Su quale visione della natura, del mondo e dei rapporti che regolano forze ed enti naturali, ci appoggiamo nel momento in cui facciamo della sostenibilità un mantra delle nostre scelte?

Continue Reading

Che cos’è il virtuale?

Nello spot pubblicitario con cui Meta, la società di Mark Zuckenberg che ingloba tutte le sue piattaforme, compresa quella legata al progetto sul metaverso, si dice che quest’ultimo sarà utile anche alla realtà. «Il suo impatto – dice il claim finale – sarà reale». Lo sarà, sostiene la narrazione pubblicitaria, poiché un chirurgo potrà operare moltissime volte nel metaverso, prima di entrare fisicamente in sala operatoria; perché un gruppo di studenti potranno tornare al 32 a.c. e parlare con Marco Antonio. 

Come si vede già da questo tentativo di descrizione, i giochi linguistici che abbiamo dovuto attivare sono molteplici e l’ambiguità di alcune parole viene smorzata o, almeno, spostata da una parte invece che dall’altra, grazie a un termine che svolge il ruolo di àncora a tutto il discorso: reale. La definizione di reale/realtà è, infatti, così scontata e forte da non essere mai posta in dubbio. Ma in che rapporto si trova con il concetto di virtuale? E, più indietro, cos’è il virtuale? 

Continue Reading

L’Io dissolto e gli psichedelici

Il rinnovato interesse intorno agli psichedelici si deve in prima istanza a una legittimazione scientifica che ha depotenziato le più intransigenti posizioni nei loro confronti e nei confronti delle droghe in generale. Ma quel che più interessa a una rivista di filosofia del così detto rinascimento psichedelico, è il dibattito che questo nuovo approccio apre e, soprattutto, le indagini intorno alla mente generate dall’utilizzo delle sostanze psichedeliche. Infatti, se non si liquidano ingenuamente come vaneggiamenti gli stati della mente raggiunti e raccontati da chi ha fatto uso di LSD, psilocibina o altre sostanze simili, queste dimensioni consentono di ragionare su aspetti interessanti come il rapporto fra l’io e il mondo, l’interno e l’esterno, il flusso e la staticità degli stati di coscienza.  Continue Reading

l’uomo di Kiev

Nel 1966 lo scrittore americano Bernard Malamud, figlio di due ebrei russi immigrati in America,  dà alle stampe uno dei suoi migliori romanzi, The Fixer (in italiano il titolo è L’uomo di Kiev). Il romanzo valse al suo autore il National Book Award e il premio Pulitzer, due dei maggiori riconoscimenti ai quali uno scrittore americano possa aspirare.

L’uomo di Kiev, al di là del suo indiscutibile valore letterario, evidenzia un aspetto filosofico degno di nota. Continue Reading

Il mondo come macroantropo e rappresentazione

In quella che abbiamo definito (almeno in parte) un’opera a sé stante di Arthur Schopenhauer, il filosofo tedesco si pone nella posizione di commentare il suo contributo filosofico in relazione alla storia della filosofia nella quale sente di ricoprire un posto. Nei Supplementi a «Il Mondo come volontà e rappresentazione» infatti, Schopenhauer è franco, diretto, in alcuni passaggi appare “scocciato” da un certo ambiente filosofico. Ci sono ampi passi dell’opera nei quali entra in un dialogo nient’affatto morbido con la filosofia del suo tempo. L’ultimo capitolo dei Supplementi, il cinquantesimo, è sintomatico essenzialmente di due cose: dell’enorme contrasto che Schopenhauer ha vissuto con l’ambiente filosofico tedesco e del rapporto ambivalente con Spinoza [1]. Entrambe queste cose, a ritroso potremmo dire, ci permettono di capire ancora meglio quanto nelle pagine precedenti l’autore ha trattato con dovizia e una acutezza importante. In queste poche pagine l’autore condensa alcune coordinate fondamentali per apprezzare lo sforzo immane che nel Mondo e poi nei Supplementi egli ha compiuto.  Continue Reading

Metafisica e meraviglia: il ruolo dell’esperienza in Schopenhauer

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer è per lo più identificato come l’autore de Il mondo come volontà e rappresentazione. A quest’opera, e intorno ad essa, Schopenhauer ha lavorato in effetti tutta la vita. Pubblicata nel 1818, Il mondo è un’opera totale, onnicomprensiva, che si occupa di tutte le discipline filosofiche al suo interno. Dopo venticinque anni dalla prima edizione, Schopenhauer dà alle stampe un altro corposo volume che ha ancora a che fare con Il mondo e che intitola Supplementi a «Il mondo come volontà e rappresentazione». Cinquanta capitoli che ripercorrono la struttura dell’opera principale e ne commentano il contenuto, la approfondiscono, chiarendone alcuni passaggi decisivi.

Come ha scritto il compianto Giorgio Brianese nell’introduzione alla sua traduzione di entrambi i testi, i Supplementi «sono, per lo stesso Schopenhauer, due cose insieme: da un lato ampliamento e sviluppo dei temi proposti venticinque anni prima nel Mondo come volontà e rappresentazione, dall’altro quasi un’opera a sé stante, dotata di una sua autonomia e complementare alla precedente» (Schopenhauer, 2013b, IX). Leggere i Supplementi, infatti, permette di capire la stratificazione che è avvenuta “sopra” a Il mondo, la cui genesi non è stata mai interrotta, come mostrano le tre edizioni date alle stampe nel corso di quarant’anni (su questo tema: Morini, 2017). Continue Reading

Lo Spinoza di María Zambrano

Sembra che tra le poche cose che la filosofa María Zambrano portò con sé quando fu costretta all’esilio (a partire dal 1939) c’era anche l’Etica di Spinoza. L’opera del filosofo isolato, come lo definisce la Zambrano, rappresenta dunque una sorta di àncora, un punto fermo intorno al quale edificare una certa identità filosofica, o almeno uno dei riferimenti da tenere sempre a portata di mano. Sono più o meno le stesse cose che un altro grande filosofo del Novecento, morto pochi anni dopo l’esilio della giovanissima Zambrano, Henri Bergson, scrisse a un suo collega. Bergson diceva anche che, pur avversandolo, quando rileggeva l’Etica (e lo faceva con una certa continuità) sapeva di trovarsi nel vero spirito della filosofia.

Come spiega bene l’introduzione di Ludovica Filieri alla pubblicazione del breve saggio della filosofa spagnola La salvezza dell’individuo in Spinoza (Castelvecchi, 2021), il pensatore olandese è per la Zambrano un’isola nel mare del Moderno. Quest’ultimo ha subordinato la vita e la verità alla ragione, dimenticandosi in un certo senso l’uomo. Spinoza, invece, pur muovendo da premesse radicalmente moderne, ha cercato di rispondere alla prepotente domanda esistenziale e non solo a quella gnoseologica. 

Ma è interessante – cosa che si evince nel saggio introduttivo di Filieri – capire quando e come Spinoza opera all’interno del pensiero della filosofa. Il saggio appena tradotto (che nel libro si trova anche in versione originale, in lingua spagnola) è scritto in età giovanile, quando la Zambrano sta  ancora cercando di strutturare una visione filosofica che la conduca a una ricerca ben definita. Un periodo critico, in realtà, nella formazione della coscienza filosofica della pensatrice che, di lì a poco, inizierà a tematizzare in maniera sempre più determinata il proprio approccio legato a categorie distanti rispetto alla filosofia spinoziana. 

La salvezza dell’individuo

Già dal titolo del saggio si può intendere l’inclinazione con la quale la Zambrano affronta il “percorso” all’interno dei cinque libri dell’Etica. Non si parla infatti di una felicità o di una beatitudo dell’individuo, bensì di una sua salvezza. Questo presuppone un punto di partenza che, forse, in Spinoza non è così esplicito o almeno non coincide con quello della filosofa. La Zambrano muove infatti da una convinzione ben evidente: l’uomo è su un crinale attraversato dal rischio di cadere, di perire. La salvezza è dunque un evitare la caduta, è la possibilità di una sorta di strana redenzione. Se in Spinoza si incontra il tema della “salvezza” essa non è mai ricondotta a una visione cristiana, dove tale si dà solo fuoriuscendo dal mondo, tutt’altro. 

L’interpretazione che giustamente Filieri definisce «religiosa (quasi cristianizzante)» (p. 31) della Zambrano non è però un limite alla sua lettura. Credo che questa postura renda semmai ancora più evidente quanto Spinoza si differenzi nel contesto della modernità razionalistica occidentale. Nel rapporto con Cartesio – che la Zambrano richiama più volte – il filosofo olandese sembra emergere per distacco, viaggiare in una direzione opposta. 

«Ma ecco che Spinoza fa un passo indietro e, molto oltre il dubbio cartesiano, afferma una causa sui, qualcosa la cui essenza implica l’esistenza» (p. 45) scrive la filosofa rintracciando già in questo una prima, pressoché incolmabile, distanza che mette in pericolo l’individuo. L’uomo infatti, secondo la Zambrano, anche in Spinoza vive ed esperisce una “separazione” con Dio e la Natura; separazione che però a livello ontologico non sussiste. «Quindi non c’è nulla di radicalmente estraneo oltre l’uomo. C’è un’identità tra la natura, Dio e gli essere umani. Pertanto, come si spiega la separazione?», si chiede. «Questa separazione sarà una mera incomprensione», risponde la Zambrano dando corpo al “percorso” spinoziano all’interno dell’Etica. (pp. 59-60). 

La conoscenza allora è il sentiero che conduce alla “salvezza” dell’individuo. Una conoscenza che per la Zambrano è sì il termine di un percorso che riconduce l’individuo, però, al punto di partenza. La proposizione XXX di Etica V ci riporta al punto iniziale, «agli stessi luoghi del pensiero, della prima definizione che apre l’opera, solo però da un punto di vista diverso» (p. 60). 

Dio come physìs e l’uomo solo

In altre parole, l’approdo finale dell’Etica è il suo inizio; Spinoza non fa che offrirci – per la Zambrano – la visione di un pensiero totalizzante e sistemico da tutti i luoghi di osservazione. Se questo, per parte nostra, appare come il grande merito del filosofo olandese, la sua eccentrica modalità di intraprendere un sentiero diverso nella modernità, per la Zambrano è la condizione per cui l’uomo rimane isolato, interdetto, indeterminato. 

In Dio – Dio che in quanto Natura la pensatrice spagnola accosta alla physìs greca – l’uomo è solo, quindi. Nonostante l’Etica mostri la potenza della conoscenza (una conoscenza che è “dall’interno” di Dio, si guarda Dio con gli occhi di Dio, avrebbe detto ancora una volta Bergson) la Zambrano rimane convinta che l’uomo non possa che soffrire di non essere Dio. «L’indeterminazione individuale, la solitudine, il naufragio, è la condizione dell’uomo. E davanti a lui si para un mondo di enti, di cose in cui si imbatte e che sono compatibili o contrari rispetto al suo “desiderio di conservazione”» (p. 62). 

La scissione tra l’uomo e il mondo, per Spinoza, non sussiste eppure la Zambrano continua a manifestarne il dolore. Per questo può dire che «tutta l’Etica è lo sforzo di ricomprendere l’uomo nel mondo» (p. 63) e che in quanto moto di Dio e non sua creatura preferita, l’uomo «è in lui, separato da lui e prigioniero suo allo stesso tempo» (p. 64). 

La pensatrice spagnola, dunque, non si stacca mai dalla sua prospettiva iniziale, da quel vizio tutto occidentale, aristotelico, di considerare l’uomo come sostanza che si contrappone a quella più voluminosa del mondo. Lì, piuttosto che in Spinoza, sta la scissione originaria, il divario e la necessità di escogitare una salvezza. Spinoza rimane al di qua di questa scissione e resta anche il filosofo grazie a cui chiunque può mettere in discussione ciò su cui fonda il proprio pensiero. 

Anche María Zambrano nell’esilio umano e spirituale che ha vissuto, in una condizione di separatezza e scissione che ha attraversato prepotentemente anche la sua riflessione, ha visto in Spinoza un diamante di pura luce. Per questo il saggio appena pubblicato ha un importante valore: da un lato ci mostra uno dei tasselli su cui si è formato il pensiero di una delle intellettuali più importanti del Novecento europeo, dall’altro ci conferma come il «filosofo isolato» sia una voce ineludibile per ogni pensiero filosofico. 

Il soggetto e la conoscenza

Che il mondo reale si trovi a debita distanza da noi è un fatto apparentemente rassicurante. Dal nostro – in potenza claustrofobico – esilio del pensiero lo si può influenzare, se ne può modificare la struttura. Ciò, inoltre, ci garantisce un rifugio da tutto quello che di spiacevole accade: la mente è dunque rappresentata come una casa dentro la quale, in fondo, non piove – rovesciando il famoso adagio che Calvino aveva ripreso da Dante. 

«Il soggetto pensante, è l’oggetto della Psicologia; il complesso di tutti i fenomeni (il mondo) l’oggetto della Cosmologia» scrive Kant nella Critica della ragion pura (Kant 2005, 258) mentre è impegnato a trovare il collante fra queste due parti, l’anello mancante che permetta di farle dialogare. Il solco che le separa sembra spostarsi sempre un centimetro più in là e Kant ha la necessità di costruire un’enorme fortezza che, come dirà Schopenhauer, si può davvero solo scardinare se non passando da sotto, grazie al potere dell’intelletto.  Continue Reading

Cos’è la filosofia monista?

Pensare la storia della filosofia come un confronto fra dottrine che, fatte salve alcune differenze, possono identificarsi entro due “schieramenti” opposti, è una pratica riduttiva. Tuttavia questa semplificazione può aiutarci a riconoscere delle tendenze, dei temi che si ripropongono e restano attivi in seno ai cambiamenti culturali che la storia mette in atto. Nella storia della filosofia moderna, tra gli altri, sono riconoscibili due tronconi di pensiero in fondo inconciliabili. Da una parte coloro i quali danno per scontata l’idea per cui la realtà sia un oggetto esterno al soggetto che ne fa esperienza; dall’altra coloro i quali mettono in discussione questa scissione. I primi consegnano alla conoscenza un ruolo di “scoperta dell’altro da sé”, il riconoscimento di un’alterità con la quale venire in contatto unicamente per vie esterne. In altre parole: non c’è che una solidarietà apparente fra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto, le “sostanze” rimangono in definitiva scisse. I secondi, invece, in misura ogni volta diversa – più o meno radicale – considerano i due fuochi della conoscenza come sullo stesso piano, due “elementi” solo apparentemente separati. La moltitudine – anche se solo attraverso un elemento di continuità intrinseca, “l’identità del diverso” – si ricolloca interamente entro un unico (infinito) campo ontologico, facendo così collassare il senso di una distanza fra soggetto e oggetto. 

Continue Reading

Dovremmo rinunciare alla metafisica?

La metafisica, per sua stessa definizione e per come nei secoli la filosofia occidentale ha inteso tale “disciplina”, ha sempre avuto un rapporto diretto con concetti quali Tutto, totalità, infinito, assoluto.
La fisica al contrario, e quindi le scienze in generale, in quanto dottrine specializzate di un particolare settore del reale, hanno invece sempre avuto a che fare col finito. Con il reale, appunto, ovvero con una dimensione tangibile per lo spirito conoscitivo dell’uomo.
Questa può sembrare una semplicistica divisione dei lavori e degli ambiti di indagine, o meglio una separazione dei compiti che non tiene conto delle possibili sovrapposizioni. Possiamo accogliere un’osservazione di questo tipo solo in maniera parziale poiché, se è vero che questa suddivisione netta non dà ragione di una serie di possibili convergenze, e se è vero che sono plausibili alcune rivendicazioni della scienza di indagare la natura e la conformazione del Tutto, non possiamo negare l’indissolubile legame della metafisica con l’infinito. Continue Reading

1 2 3 4 5 13