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Maurizio Morini ha pubblicato con RF Edizioni un nuovo, denso studio, dal titolo Unica sostanza è il mondo. Spinoza in Schopenhauer.

Come di consueto, questa è la pagina per il download, sia in formato pdf (leggibile su qualunque computer e -ribadiamo: orrore- stampabile) sia in formato epub (iPad, Kindle, ecc.).

L’eterna inquisitio generalis

Con un articolo pubblicato sull’Annuario di scienze penalistiche Criminalia Giovanni Fiandaca svolge una serie di approfondite considerazioni sul processo relativo alla cosiddetta trattativa stato-mafia, che si è aperto da poco a Palermo e nel quale politici in auge durante i primi anni novanta e noti mafiosi sono chiamati —insieme— a rispondere dell’accusa di aver violato l’art. 388 c.p., che punisce chi commette violenze o minacce a un corpo politico.
Giovanni Fiandaca è nome notissimo a chiunque si occupi di diritto, non foss’altro perché autore del manuale di diritto penale sul quale si sono affaticati la gran parte degli studenti degli ultimi trent’anni e l’articolo in questione spicca per la serietà della trattazione di questioni tecnicamente complesse e per la capacità di inquadrare queste ultime in un ambito di ben più ampio respiro.
Non è questa la sede per l’esame delle questioni tecniche relative al processo ed ai suoi protagonisti; né —tanto meno— intendo prendere parte alla inevitabile “scelta di campo” che la discussione mainstream sul processo ha prodotto.
Vorrei invece qui esaminare alcuni passaggi del pensiero del professor Fiandaca che, evidenziando categorie concettuali permanenti intorno alle quali ruota la società politica in Italia, possono dunque aver rilievo in termini di analisi storica e, se si vuole, anche filosofica. Temi poi che spero di approfondire in uno studio di maggior respiro, da pubblicare più in là sempre qui su RF.

Le questioni rilevanti
Per quel che qui interessa, l’articolo del professor Fiandaca evidenzia una spiccata propensione della giurisdizione penale italiana a sovrapporsi e, in un certo modo, a sostituirsi, ad ambiti riservati al potere esecutivo dalla tradizionale teoria sulla divisione dei poteri. Tale fenomeno di sovrapposizione / sostituzione prende avvio e si consolida sulla base di due fenomeni che, seppur su piani differenti, convergono nel senso predetto: da un lato, un’impostazione di fondo dell’analisi storica viziata da un approccio complottista; dall’altro, l’esercizio della giurisdizione penale sul modello dell’inquisitio generalis.

Paranoid Style
Quanto al primo aspetto, Fiandaca chiarisce che il lavoro dei pubblici ministeri di Palermo si fonda su una lettura storico-sociologica degli eventi intesa come «tentazione giudiziale di rileggere le dinamiche storico-politiche del nostro paese come se la loro chiave di volta fosse da rinvenire nell’influenza soverchiante esercitata dai poteri criminali». Si tratta, in altre parole di «quella sindrome nota come ‘ossessione del complotto’, che incessantemente alimenta —di epoca in epoca— le teorie cosiddette cospirative della storia: le quali tendono a spiegare avvenimenti che hanno cause plurime e complesse, e perciò difficili da spiegare, come se fossero appunto frutto di diabolici disegni e di strategie unitarie nelle mani di Signori del male o del crimine» (Fiandaca 2012, 74).
Il tema, per la verità, non è nuovo.
Se ne è occupata recentemente Maggie Koerth-Baker sul New York Times in un articolo del 21 maggio 2013, ripreso in Italia da Il Post in un articolo del 26 maggio 2013: tema che aveva trovato la sua prima sistematizzazione in un saggio di Richard Hofstadter del 1965.
Pur a non voler aderire tout court alla connotazione in termini di patologia di buona parte della letteratura c.d. “complottista”, cui fa diretto riferimento il saggio di Hofstadter, va però rilevato come una visione storica fondata sull’idea di una persistente presenza di poteri occulti che manovrano le leve del potere trovi riscontro nel c.d. “Confirmation Bias”, ossia nella inconsapevole tendenza a sopravvalutare gli elementi a favore della tesi che l’osservatore —autodichiaratosi neutrale— ha già pregiudizialmente abbracciato. Ora, se è certo che i rapporti di causa/effetto sono sempre difficili da analizzare, specialmente nell’ambito delle condotte umane, non è tuttavia stravagante affermare che porre a base dell’azione penale una lettura delle vicende storiche sostanzialmente viziata da un pre-giudizio complottista legittima (ed anzi, sollecita) l’invasione del campo riservato all’azione politica, vista come arena governata da forze oscure e, come tali, incontrollabili.
Così impostata la relazione comparativa fra esercizio della giurisdizione penale ed azione politica, viene meno il principio della separazione dei poteri (in forza del quale «compete al potere esecutivo e alle forze di polizia ricercare le strategie di intervento necessarie a prevenire la commissione di atti criminosi o a interromperne la prosecuzione») con la conseguenza che «l’unica legalità possibile finisce con l’essere quella ritagliata sul modello di una lotta alla mafia che vede come unica istituzione competente la magistratura, stigmatizzando come interferenza illecita ogni intervento autonomo di ogni altro potere istituzionale» (Fiandaca 2012, 70).

Inquisitio generalis: la struttura permanente
Se questo è il modello per così dire “storico” che definisce l’orizzonte culturale all’interno del quale operano alcune procure della Repubblica, si fa urgente la necessità di adeguamento del relativo strumentario tecnico, risultando allora insufficienti gli strumenti classici fondati sulla tipicità della condotta penalmente rilevante e sulla preventiva individuazione legale delle fattispecie da perseguire. E a questo punto non c’è altro mezzo da utilizzare se non quello, ampiamente rodato da un esercizio secolare e profondamente radicato nella formazione dei giuristi italiani, dell’inquisitio generalis, intendendosi quest’ultima come l’attività —pregiudiziale alla formulazione dell’accusa— diretta alla ricerca della commissione di delitti, attraverso indagini prive di concreti limiti a garanzia dell’individuo ed al solo fine della ricerca di condotte devianti rispetto ad un paradigma prestabilito di verità sostanziale. Si finisce dunque per adottare una metodologia di investigazione dai confini assai estesi, «che andava alla ricerca di (assai più di quanto non prendesse le mosse da) ipotesi specifiche di reato» (Fiandaca 2012, 83).
In tale contesto, è evidente come ci si trovi esplicitamente al di fuori del modello di esercizio della giurisdizione penale di tradizione accusatoria, fondato sul presupposto della esclusiva rilevanza penale di condotte precisamente individuate e preventivamente definite dalla legge, per lasciar spazio al meccanismo inverso, quello cioè in cui la prospettazione dell’ipotesi criminosa è frutto di una escogitazione a posteriori e residuale. Attraverso dunque un approccio in molte parti generico ed approssimativo nel descrivere le condotte oggetto di imputazione, finisce con l’essere messo in discussione lo stesso principio di tipicità penale, con la conseguente compressione di garanzie fondamentali (habeas corpus, principio di non colpevolezza, riservatezza delle comunicazioni, libertà di associazione) anche in punto processuale.

Punizione di condotte illecite o costruzione di modelli etico/morali?
I teorizzatori più accorti della necessità dell’inquisitio generalis non hanno problemi nel riconoscere l’efficacia e la legittimità di un modello di esercizio della giurisdizione penale impostato in questi termini, in cui l’esercizio del potere politico risulti per definizione sottordinato rispetto al potere giudiziario, fino alla esplicita affermazione della legittimità, in sede di analisi della costituzione materiale, dell’uso «del potere punitivo come strumento di palingenesi politico-sociale o come leva per promuovere il ricambio delle classi dirigenti» (Fiandaca 2012, 93).
Ora, credo che non sfugga il rischio insito nell’accettazione di tale modello: il rischio, cioè, di riconoscere alla giurisdizione penale la sostanziale funzione non già di strumento per la repressione di condotte preventivamente ed in altra sede individuate come illecite, ma di strumento diretto all’orientamento etico/morale dei cittadini: il che costituisce indubbiamente una costante di lungo periodo della comunità politica italiana.

Riferimenti bibliografici
– Hofstadter, Richard. 1965. The Paranoid Style. Cambridge (Massachusetts): Harvard University Press.
– Fiandaca, Giovanni. 2012. “La trattativa Stato-mafia tra processo politico e processo penale”. Criminalia – Annuario di scienze penalistiche. Pisa: ETS.
– Koerth-Baker, Maggie. 2013. “Why Rational People Buy Into Conspiracy Theories. The New York Times, 21 maggio 2013.
– Senza indicazione di autore. 2013. “Nella testa dei complottisti”. Il Post, 26 maggio 2013.

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Il Principe inattuale

Nella sezione di Micromega dedicata alla filosofia (Il rasoio di Occam) è stata pubblicata una lunga intervista a Gennaro Sasso, sotto il titolo “Machiavelli e i 500 anni de Il Principe“.

L’intervista è l’occasione per discutere e mettere a fuoco, con la consueta, magistrale precisione, alcuni dei punti cardine del pensiero di Machiavelli e della letteratura che intorno ad esso si è sviluppata.

Sasso inizia mettendo in luce l’inutilità del continuo tentativo di attualizzazione del Principe, l’opera certamente più conosciuta e altrettanto certamente più abusata di Machiavelli. Se Il Principe fosse opera attuale e dunque utilizzabile nel contesto politico odierno, i suoi apparenti estimatori dovrebbero conoscerne approfonditamente il contenuto. In realtà, nota Sasso, «se uno chiedesse ai più dei lettori di dire in breve che cosa c’è scritto nel Principe, io sono sicuro che questi risponderebbero con estrema difficoltà». La verità è che Il Principe si occupa di temi specifici, secondo un tecnicismo riferito a configurazioni storico-politiche tutte interne all’orizzonte politico degli albori del XVI secolo; temi dunque che non hanno alcuna attualità.
Va allora una volta per tutte ribadito che  «La grandissima parte del Principe dal punto di vista delle sue elaborazioni è inattuale».
Scambiare Il Principe per il viatico del politico militante è un errore catastrofico, perché seppellisce l’opera in un ambito che non le appartiene e ne mette in ombra il connotato di grande classico, che Sasso individua nella nitidezza con la quale Machiavelli tratteggia le perenni ed immutabili leggi della politica in occidente. È la nitidezza concettuale della prosa di Machiavelli  («la capacità della sua prosa», dice Sasso, «di aderire immediatamente al problema che pone») a rendere Il Principe un caposaldo del pensiero.

 Sasso torna poi sul tema ricorrente dei rapporti fra il Principe e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e sull’asserita (e mai dimostrata) differenza di tono che Machiavelli avrebbe deliberatamente imposto alle due opere, diversificandole quanto agli scopi e agli obiettivi. Anche qui, Sasso chiarisce come, seppur Il Principe sia l’opera più letta di Machiavelli, e sia letta a prescindere dai Discorsi, resta il fatto -inequivocabile- che i Discorsi danno senso a tutta l’opera di Machiavelli e quindi anche al Principe, per cui quest’ultima opera può essere definita come una articolazione del mondo teorizzato nei Discorsi. Ne consegue che le interpretazioni vagamente consolatorie di alcuni autori, secondo le quali i Discorsi sarebbero la vera opera di Machiavelli, perché meno scandalosa e meno scabrosa, costituiscono -né più, né meno- delle solenni sciocchezze.
In realtà, nei Discorsi Machiavelli affronta con lo stesso impianto concettuale usato nel Principe le scabre e crude questioni della politica, tratteggiandole con lo stesso analitico realismo. L’impianto concettuale e il metodo di lavoro sono dunque gli stessi sia nei Discorsi, sia nel Principe: cambia invece il quadro dell’analisi, che nei Discorsi ha una prospettiva più ampia, spaziando a tutto campo sui rapporti fra repubblica e principato, il che conferisce ai Discorsi maggior respiro e -in questo senso sì- li rende l’opera principale di Machiavelli.

L’intervista, evidentemente diretta a svellere i secolari luoghi comuni stratificati sul pensiero di Machiavelli, non poteva non affrontare la nota massima “il fine giustifica i mezzi”.
Sasso ribadisce che, in tutta l’opera di Machiavelli, questa frase non c’è.
Nel capitolo XVIII del Principe, Machiavelli dice invece: “faccia il principe di vincere, i mezzi saranno giudicati onorevoli, perché il volgo va preso con lo evento della cosa”, aggiungendo “e al mondo non è se non volgo” (*).
Come si vede, questa frase ha ben altro senso: il fine non giustifica i mezzi: è la sopravvivenza dello stato che impone l’uso di determinati mezzi. Dire che il fine giustifica i mezzi significa porsi alla ricerca di una copertura morale dell’azione politica: ma lo stato, fine dell’azione politica, non è una formazione morale e dunque non può giustificare alcunché. La lotta politica si svolge in un mondo in cui chi perde non ha salvezza, e quindi deve vincere. È questa la dimensione tragica del conflitto politico, dove non c’è nessuna giustificazione etica della politica.
Così stando le cose, la frase in questione, originata nell’ambito della polemica gesuitica sul pensiero di Machiavelli, mi sembra inscriversi in una concezione religiosa della politica, dove appunto v’è necessità di postulare un fine che “giustifichi”.
Tale mia impressione viene confermata da Sasso, che più oltre osserva come, attribuendo a Machiavelli l’idea del “fine che giustifica i mezzi”, si volesse «dare una benedizione di tipo etico attraverso lo stato, cercando di benedire quello che non può essere benedetto».
La scorrettezza della ricerca di un fine giustificativo nel pensiero di Machiavelli viene ribadita da Sasso più avanti, quando -con la consueta chiarezza- afferma che una visione dialettica della storia in Machiavelli non c’è. Machiavelli non conosce un momento sintetico in cui i conflitti si risolvono: non conosce un momento in cui l’etica e la politica si riuniscono a livello dell’etica giacché egli non anticipa soluzioni dialettiche del conflitto etica-politica.
Anche per questo, Machiavelli è uno scrittore assolutamente tragico e non c’è niente che possa indurci a leggerlo in maniera consolatoria. Machiavelli ci consente di affacciarci sul baratro: si tratta di sapere -dice Sasso- se questo baratro ci riguardi o no.

Nel corso dell’intervista, Sasso è piuttosto spiccio -e con ragione, a mio modesto avviso- nei riguardi di tanta critica, specialmente di provenienza anglosassone, tesa a costruire un Machiavelli laudatore della religione civile. A tal proposito, dopo aver liquidato la posizione di Strauss come una lettura totalmente deformante (posizione in cui «è la tesi che uccide l’oggetto, tanto è prepotente e preconcetta»), Sasso afferma la sostanziale inutilità dell’interpretazione che ha portato all’idea della c.d. religione civile.
In realtà -dice Sasso- la religione è sempre adoperata da Machiavelli in modo tale che la religione potrà far credere, ma che poi Machiavelli creda alla religione è certamente da escludere. La religione resta quindi, nel pensiero di Machiavelli, uno strumento politico che si adopera per la costruzione dello stato. Che poi essa possa penetrare le coscienze e possa edificarle in senso ulteriore è vero (si veda il Prologo a Dell’arte della guerra), ma far battere l’accento su questo elemento significa ancora una volta tentare un salvataggio in extremis del personaggio e dunque -in ultima analisi- significa tentare a tutti i costi di santificare il diavolo.

Un passaggio fondamentale dell’intervista è dedicato all’analisi del cristianesimo nel pensiero di Machiavelli, che distingue un cristianesimo inteso secondo l’ozio da un altro inquadrato secondo virtù. Certo, dice Sasso, Machiavelli respinge il cristianesimo interpretato secondo l’ozio e si rivolge a quello interpretato secondo la virtù. Ma se a ben vedere il  cristianesimo intepretato secondo la virtù significa accettazione della durezza del mondo e del conflitto; se tale forma di cristianesimo si disinteressa dell’umiltà, della pietà e  della sottomissione allora, va detto chiaramente, questo non è cristianesimo ma paganesimo. Insomma Sasso, che rifugge ogni gioco nominalistico, ribadisce che quando Machiavelli parla di religione, parla oggettivamente di paganesimo, cioè della religione degli antichi, non già della religione cristiana.

Dopo un interessante inciso sulla necessità di storicizzare il pensiero di Machiavelli (e dunque sull’impossibilità di analizzarlo attraverso le categorie del liberalismo e del totalitarismo) l’intervista si conclude con un cenno ad una delle opere di Machiavelli che non ha mai richiamato l’attenzione del pubblico: le Istorie Fiorentine. Secondo Sasso le Istorie Fiorentine sono invece una delle più profonde meditazioni -una meditazione cruda, senza alibi, quasi ossessiva- sulla storia d’Italia e, in particolare, sulle ragioni per cui, in questo paese, la politica non è mai riuscita a decollare.

 Anche per questo, fatte le dovute proporzioni, è nata la nuova sezione di RF, “La costituzione degli italiani”.

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(*) “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno saranno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel mondo non è se non vulgo, e’ pochi non ci hanno luogo quando gli assai hanno dove appoggiarsi” (Niccolò Machiavelli, Il Principe, a cura di Giorgio Inglese, Einaudi, Torino, 1995, cap. XVIII, p. 119).

 

 

Libertas philosophandi

Il 27 febbraio 2013, nella sede dell’Enciclopedia Italiana, è stato presentato l’ VIII volume dell’ Appendice della Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, dedicato alla filosofia.

Nell’introdurre la discussione, Giuliano Amato, presidente dell’Istituto, ha sottolineato come l’originaria intenzione dell’opera sia stata quella di chiarire qual è stato il contributo che la comunità nazionale italiana ha fornito all’idea di cultura policentrica, sull’ovvio presupposto per cui il pensiero italiano ha sempre avuto un’identità riconoscibile nel mondo delle idee e del pensiero.

Michele Ciliberto, direttore del volume, ha tracciato una panoramica delle questioni affrontate nella costruzione dell’opera. Ha chiarito, in particolare, che si è voluto evitare di assumere a criterio di selezione un’idea contemporanea di filosofia e dei suoi ambiti di ricerca; si è invece privilegiata un’impostazione storicizzata, includendo autori e concetti ritenuti filosoficamente  rilevanti per l’epoca in cui hanno vissuto ed operato.

Giuseppe Cambiano ha sottolineato come la periodizzazione sia importante proprio in periodi di crisi e di scarse certezze, pur nella consapevolezza per cui la divisione in epoche è chiaramente un costrutto storiografico relativizzabile e sostanzialmente ideologico. Per il volume presentato si è scelto di privilegiare le individualità: dal loro esame si comprende come la dimensione civile sia stato il connotato tipico della filosofia italiana (e questo spiega la frequente, tragica fine di molti filosofi italiani). I filosofi italiani hanno espresso in massimo grado l’aspirazione alla libertas philosophandi e la filosofia italiana non ha mai avuto connotati insulari, essendo invece caratterizzata da una marcata prospettiva cosmopolita. In questo senso, si può dire che la filosofia in Italia sia stato il terreno della della pluralità. Ciò ha comportato, in negativo, il mancato sviluppo di sistematizzazioni e metodologie particolarmente omogenee.

Emma Giammattei ha evidenziato come le tassonomie formino l’oggetto stesso di cui discutono e come il moralismo (nel suo senso più alto) sia il luogo concettuale in cui filosofia e letteratura si intercettano, giacché la filosofia si esprime con modelli e strumenti letterari. Ha citato una lettera di Leopardi del 1821 nella quale il poeta chiarisce che la necessità di una lingua filosofica ha come presupposto la  preventiva costruzione di una letteratura nazionale.

Filippo Mignini ha rilevato come il volume presentato non costituisce una storia statica della filosofia italiana ma rappresenta invece un contributo alla dinamica della filosofia italiana, con una particolare attenzione, dunque, alle categorie della complessità e della pluralità. Anche Mignini ha sottolineato il contributo imprescindibile della filosofia italiana alla formazione della coscienza nazionale, evidenziando dunque come la libertas philosophandi e la dimensione civile emergano come connotati tipici della riflessione filosofica italiana. Secondo Mignini, l’ulteriore connotato della filosofia italiana è il suo sostanziale carattere anticristiano (Machiavelli, Bruno, Galilei), cui si è contrapposta una parallela tradizione che ha tentato di esercitare il pensiero filosofico nell’ambito delle categorie cristiane, spesso invocando -dall’interno- una riforma della chiesa. Nel novecento, con l’avvento dei movimenti politici di massa, è però venuta meno la dimensione civile della riflessione filosofica italiana, forse perché questi stessi movimenti politici hanno depotenziato la radice anticristiana che ha sempre connotato il discorso filosofico italiano.

Infine, secondo Giuseppe Vacca, la costruzione di idea di nazione in Italia è stata, per secoli, una problematica puramente letteraria, e dunque anche il discorso politico -da cui la ricerca filosofica in Italia non ha mai perso il contatto- ha mantenuto per secoli un connotato prettamente letterario. Mentre in altre comunità nazionali la dialettica è sempre stata basata sul rapporto filosofia/scienza, in Italia i fuochi del discorso si sono imperniati sul rapporto filosofia/politica. Anche in tale prospettiva, dunque, risulta determinante il tema della libertas philosophandi.

VII Ritiro Filosofico (RF7)

Si è appena concluso il VII incontro di RF. Di seguito, lo Storify, foto, eccetera. Al più presto, relazione ed ulteriore materiale.

Qui lo Storify. Retweet, please.

Ed ora qualche foto. Non tutte, però.

P.S.: scorrete, non siate pigri, ché in fondo trovate i commenti.

L’alba della filosofia …

 

 

Preparazione alla discussione
Dopo la discussione

 

SpinozaDay

Il nostro Cobb ha tenuto oggi una lezione su Spinoza. Qui il livestreaming su Storify. Presto una relazione più approfondita.

Teste scadenti

Alcune sere fa, un ex ministro della repubblica salmodiava alla radio circa il futuro dell’universo mondo con granitica sicumera. Ovviamente, tanti anni di pubblica responsabilità non gli avevano lasciato il tempo di avvedersi che il mondo aveva preso tutt’altra direzione. Ma quello che più impressionava era in realtà la povertà terminologica e lessicale, e un misero vocabolario inchiodato a maldigeriti concetti ottocenteschi. Ci è allora venuta in mente la definizione di “teste scadenti” (“Die schlechten Köpfe“) che un grande pensatore ha mirabilmente scolpito ormai due secoli fa: «Le teste scadenti non sono tali soltanto per il fatto di giudicare falsamente; lo sono innanzitutto per la vaghezza di tutto quanto il loro pensiero, che è paragonabile al guardare attraverso un cannocchiale cattivo, nel quale tutti i contorni appaiono indistinti e come cancellati, e i diversi oggetti si confondono tra loro. L’esigenza della perspicuità dei concetti queste teste nemmeno se la pongono: si arrangiano con un chiaroscuro, per acquietarsi nel quale danno volentieri piglio a certe parole, specialmente quelle che designano concetti indeterminati, molto astratti ecc. Spargono fiduciosamente intorno a sé, a piene mani, siffatte parole, credendo che esse esprimano pensieri. Questo incredibile appagarsi delle parole è per le teste scadenti assolutamente caratteristico (…)».

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Supplementi al Libro I, cap. 15.